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EDITORIALI

Livorno, l’Irpet fa difficoltà a nascondere la bomba su cui siamo seduti

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bomba_orologeriaLa lettura del rapporto Irpet dicembre 2011 sullo stato economico del Sel livornese impone, prima di tutto, delle considerazioni nette quanto apparentemente astratte e lontane. Se si vuol superare la grave, e dannatamente epocale, crisi economica del territorio è infatti impensabile che i check sull’economia locale siano prodotti esclusivamente da istituti come l’Irpet. Non è solo questione di metodologia di assemblaggio dei dati e di uso delle categorie di analisi, che per l’Irpet si riducono all’applicazione dello scarno apparato concettuale standard del neoliberismo, ma proprio di modalità con le quali il sapere viene prima costruito e poi diffuso.

L’Irpet funziona infatti secondo criteri istituzionali tipicamente top-down: negozia temi d’analisi con le istituzioni, costruisce una cornice di ricerca compatibile con il loro funzionamento,  e con le loro faticose mediazioni interne, produce sapere che circola entro ristretti ambiti di vertice. La società, quando c’è, si adeguerà. L’opinione pubblica ufficiale toscana dà poi notizia delle loro ricerche, tra una banalità e un delitto, in modo frammentario ed episodico. Al di là del fatto che il sistema del sapere regionale è a rischio collasso, corroso dal clientelismo come dall’autoreferenzialità delle punte di eccellenza, c’è una logica in tutto questo. L’idea che innovazione ed economia, non solo rigorosamente capitalistiche ma anche acriticamente neoliberali, siano esclusivamente governabili dall’alto. Entro un sistema di decisioni che è lo stesso immutabile da un ventennio (ed oltre): istituzioni, imprese, soggetti  concertativi con i media che ratificano l’immutabilità di questo livello di decisione. Con il resto della società regionale che ha naturalizzato questo paradigma comportandosi, quando ci riesce, come un soggetto che semplicemente chiede, sempre con scarso successo in tutti i gradi di radicalità conflittuale, risorse e diritti a chi decide. E qui la considerazione che si impone, introducendo il discorso su Livorno, è questa: il modello verticistico di produzione di sapere in Toscana non produce, né produrrà, ricchezza per tutti almeno nel prossimo decennio mentre un modello orizzontale di produzione di sapere non produrrà ricchezza se resterà al livello di critica o di opinione.

E qui la questione non è solo politica ma riguarda proprio le modalità con le quali si produce, e si distribuisce, ricchezza. Se il sapere circola in alto anche la ricchezza è destinata a depositarsi su quei piani. E il problema è tanto più stringente quando il capitalismo  si ritira dai territori, lasciando livelli di ricchezza insufficienti per la riproduzione del ciclo vitale. Livelli che non si colmano certo solo con le manifestazioni, i presidi, i referendum o le petizioni online. Insomma, non è certo solo questione livornese, la vera posta in gioco per la costruzione di una ricchezza dal basso, che entri pienamente nel ciclo vitale, è la produzione e la circolazione grassroot di sapere. Tema difficile da affrontare, non solo per l’enorme complessità sociale che abbiamo davanti, ma per la modalità eticista, moralista, formale-costituzionale con la quale i movimenti dal basso, nelle differenti gradazioni, si comportano da anni sui territori. Siamo nel mezzo di profonde trasformazioni, con fortissime ricadute sui territori, che non verranno certo fermate dai richiami etici né dai moniti contro “la casta che ruba” o tantomeno dalla costituzione. Anche nel ritiro dai territori, parziale o esteso a seconda delle economie locali, il capitale si esprime secondo criteri di potenza. Anche se nel segno della devastazione. Senza una risposta in termini di potenza, che non necessariamente è di composizione speculare a quella del capitale, in grado di rigenerare i territori beh, davvero auguri a tutti.
Istintivamente verrebbe da dire che si tratta di riprendere i temi ormai classici della società della conoscenza. Non fosse che quest’ultima ha due caratteristiche: ha fallito come modello sociale, tanto che si disinveste sul sapere della popolazione concentrandosi solo sul ciclo dei brevetti e sul loro rapporto con il profitto a breve, e dove ha funzionato ha imposto un profondo dualismo, in termini di distribuzione di ricchezza ma anche di coesione sociale, tra reti e territori in grado di produrre sapere e quelli  in grado solo di subirlo. Se immaginare reti di piccole comunità locali autosufficienti non ha senso, di fronte alla complessità di richiesta di  beni e servizi anche altamente tecnologici che attaversa ogni territorio, non lo ha nemmeno chiudersi di fronte al problema della digitalizzazione della società nel mondo capitalistico strutturata in modo tale che la ricchezza si depositi invariabilmente verso l’alto. Lasciando, ed è questa la novità, ampie e persino mature porzioni di società di fronte all’inedito problema della sopravvivenza. Che non sarà risolto richiamando le istituzioni storiche a ruoli e a comportamenti magari formalmente dovuti ma materialmente inesigibili.

Non c’è da dubitare che i movimenti attuali siano lontani da questa dimensione. Ma neanche del fatto che i problemi del prossimo futuro, aperti dalle ristrutturazioni come dalle distruzioni e dalle concentrazioni di capitale nel nuovo liberismo, impongono ai soggetti sociali di uscire dal minimalismo, dallo specialismo, dall’occasionalismo e dalla genericità con i quali si sono caratterizzati troppi movimenti in Italia nell’ultimo quarto di secolo. E’ l’uscita dalla centralità dell’impresa, per la produzione di ricchezza socialmente diffusa e in grado di sedimentarsi sul ciclo di vita, che si impone come tema e come pratica territoriale del prossimo futuro. E’ noto che i movimenti questo tema, nel migliore dei casi, sanno solo sfiorarlo. Deve essere anche noto però che l’impresa non è più in grado, neanche ad un alto livello di sfruttamento del lavoro, di garantire il ciclo vitale. E che le istituzioni dell’oggi esistono per ratificare la ritirata del capitale dai territori fin dove il capitale lo ritiene necessario.

LIVORNO IN PROSPETTIVA

Queste considerazioni valgono, in maniera radicalizzata,  se prendiamo ad analisi l’area livornese. La deindustrializzazione del territorio, peraltro evidenziata dal susseguirsi delle analisi Irpet, degli anni ’80 e ’90 ha prodotto una altrettanto radicale trasformazione della morfologia sociale livornese la cui ondata è arrivata fino a noi. Sostanzialmente sono evaporati i grandi soggetti classici organizzati, rimasti senza eredi, che costituitivano l’asse della redistribuzione delle ricchezze sul territorio. Per quanto la redistribuzione fosse paternalistica, ineguale e legata ai canoni di una società sia patriarcale e disciplinare che amorale e felicemente dissipativa. La società livornese oggi si presenta come una forbice divaricata all’estremo tra una politica istituzionale, di demenziale e infimo livello culturale e politico, impegnata nella dura lotta per la sopravvivenza (dei nessi clientelari che la compongono, delle risorse necessarie per la propria riproduzione) e una società frammentata, costituita da network chiusi ed estranei tra loro, che si riproduce per adattamento alle continue mutazioni ambientali. Una parte della società livornese ha ancora i mezzi, frutto della finanziarizzazione delle ristrutturazioni territoriali dei decenni precedenti,  per restare entro i cicli completi di consumo mentre si sta allargando la componente che si adatta sempre peggio, e con forti difficoltà, ai nuovi livelli di vita imposti dalla crisi.

Il fatto che la cultura popolare locale sia rimasta in sonno, o sostanzialmente latente, di fronte alla grave crisi non è un segnale da trascurare. Significa che la frammentazione sociale del territorio ha avuto per adesso il sopravvento e che è latente, detto con linguaggio sociologico, l’ordine morale (da non confondere con il moralismo) con il quale rispondere alle difficoltà. Non si deve però far l’errore di pensare che la cultura popolare sia scomparsa. Riemerge con il suo portato solidaristico, persino nelle metropoli, in caso di disastro grave (terremoto, attentato) o di disastro gravemente percepito. Solo che riemerge per come si è congelata lungo magari lunghi anni di sonno. Se non la si sa coltivare durante gli anni di latenza c’è il rischio che quando riemerge, in una forte crisi, si manifesti come un fenomeno sostanzialmente inservibile.
Di fronte a questo scenario, nel rapporto dicembre 2011 l’Irpet traccia una prospettiva, nonostante cautele ed eufemismi, piuttosto pericolosa per l’economia livornese. Già immediatamente dopo la crisi del 2008 l’istituto regionale sosteneva, con un occhio all’economia globale, che i livelli economici pre-crisi sul territorio  livornese sarebbero stati raggiunti nel 2014-15. Il sindaco (parola grossa, visto il personaggio), di fronte a questo rapporto, non si era allarmato più di tanto sfruttando, alla Berlusconi, la prognosi di sette anni di guai come previsione del periodo esatto dell’uscita dal tunnel. Alla crisi del 2008, di fatto ancora da smaltire, si è però aggiunta quella del debito sovrano dei paesi Ue, delle banche europee e dell’euro. Poteva accorgersene prima anche l’Irpet ma quando si è costretti a pensare,  con  automatismi degni del dogma, che il mercato corregge i propri errori solo creando ulteriore mercato di previsioni sbagliate si fanno queste ed altre.

L’entrata in recessione dell’economia italiana, dopo le finanziarie patriottiche della coppia vintage Monti-Napolitano, garantisce quindi che i livelli pre-crisi del 2007, qualsiasi cosa significhi questa parola, a Livorno non verranno raggiunti né nel 2014 né nel 2015. Con questi dati di fatto siamo quindi di fronte alla possibilità di una società livornese che rischia di affrontare difficoltà anche estreme e ad un ceto politico che, persa persino la capacità di minimizzare, semplicemente si darà alla diserzione tutte le volte che sarà possibile. La riprova? Si guardi a quali politiche di sostegno all’economia e alla società livornese sono state approntatate dal ceto politico locale in previsione, dal 2008-9, di almeno un quinquennio di guai. Il nulla è un concetto che rende bene l’idea per il tipo di politiche messe in cantiere. In compenso si è passati dalla minimizzazione dei problemi al continuo “non possiamo per via dei tagli di Roma”, ogni volta che la politica ufficiale è chiamata in causa, e alla conflittualità interna alla maggioranza, e al più grosso partito di maggioranza, per il controllo delle risorse che spettano direttamente alla politica e che scarseggiano anche su quel terreno.

Inoltre, lo avevamo segnalato come Senza Soste, diversi mesi fa l’Irpet sosteneva che i livelli occupazionali del 1997 a Livorno sarebbero stati raggiunti solo a metà degli anni ’20 di questo secolo. Una previsione da urlo di Munch, che è scivolata nella completa ed interessata indifferenza della politica livornese, e che manifesta inoltre una particolarità. Quella di essere ottimistica perché è stata formulata ipotizzando un qualche scenario di crescita, nel breve e medio periodo.  Prima delle quattro manovre patriottiche, e depressive, auspicate da Napolitano, e della recessione adesso già in atto. E di un anno, il 2012, che ha potenzialità per far rivedere al ribasso le stime di crescita occupazionali fino al decennio successivo. In questo senso non si pensi di scherzare con la storia economica: i territori sono disseminati di  storie “decenni perduti” che, in assenza di politiche anticicliche, si susseguono con la facilità del battito di ciglia. Su questi due temi, tendenze dell’economia capitalistica livornese e occupazione, qualche certezza però ce l’abbiamo. Nessuna delle forze politiche della sinistra, istituzionale e non,  è oggettivamente in grado, al momento, di mettere le mani in quest’ordine di problemi.  E il sistema istituzionale, sostanzialmente una revisione al ribasso delle tecnologie di governo dei decenni precedenti, è obsoleto quanto inadeguato ad affrontare le sfide dei prossimi anni. In un contesto dove non sono tanto messi i discussione i livelli di sopravvivenza di questa o quella sigla ma il piano elementare della vita di un territorio dai servizi, alla casa, al reddito all’accesso al sapere.
Insomma serve una innovazione politica, di segno radicale, particolarmente dinamica e marcata. La spinta per generarla può venire dalle necessità tipiche della lotta per la sopravvivenza. Qui non va sottovaluta la forza sociale che genera la percezione collettiva di questo ordine di problemi.

LIVORNO NELL’ULTIMO RAPPORTO IRPET

Il rapporto Irpet sul Sel livornese di dicembre è stato commentato dalla stampa, e poi automaticamente dal ceto politico, come un testo che certifica che, proprio per il 2011, il Pil livornese è aumentato di un punto. Facile a questo livello superficiale di lettura commentare, come ha fatto il sindaco di Livorno, che “la città tiene” ed altre amenità del genere specie di fronte a giornalisti, quando non sull’attenti, compiacenti o timorosi. In verità, anche usando l’aumento del Pil a breve per misurare la salute di un territorio, il dato in sé può essere nettamente preoccupante. Basta compararlo con le necessità di crescita annua del Pil di cui il territorio avrebbe bisogno per uscire nel medio periodo dalla crisi. Qui non spariamo numeri ma quando la produzione industriale della provincia livornese perde, secondo un altro rapporto Irpet, circa il sette per cento in un anno si comprende come un centesimo di punto di aumento di Pil non serva poi a molto al territorio comunale. Da notare poi come, nel rapporto Irpet di dicembre, non si provi poi a dare un’idea di quanto lavoro produca un punto di Pil che, secondo come è strutturato, serve solo alla statistica e al bilancio di qualche azienda. La stessa Irpet, nel rapporto sull’occupazione da noi menzionato in primavera, prima della crisi affermava  che nel bienno successivo al 2010 il Pil livornese sarebbe aumentato in presenza di contrazione dei livelli occupazionali. Il fenomeno si spiega con una maggiore tendenza al risparmio di lavoro che le aziende mostrano nei periodi di ristrutturazione. Fatto sta che la “ripresa” di questo tipo, pronosticata per 2-3 anni successivi al 2010 sembra proprio essersi  già conclusa con il 2011. E risparmiando occupazione entro caratteristiche sistemiche tutte livornesi di scarsa produzione di unità di lavoro: come afferma l’Irpet negli ultimi quindici anni “mentre si è avuto in Toscana un aumento del 10% delle unità di lavoro, a Livorno la crescita è stata nettamente minore (+ 2 %)” (pg. 17, rapporto irpet, dic. 2011). Evidentemente questa pur bassa crescita del 2 per cento va messa in comparazione con il crollo dell’occupazione complessiva visto lo stesso allarmato rapporto Irpet citato sullo stato preoccupante dell’occupazione livornese fino alla seconda metà degli anni ‘20. Per l’oggi l’Irpet afferma “nello specifico il tasso di occupazione [livornese, ndr] è inferiore a quello toscano di circa 3 punti percentuali nell’anno 2008 [quello di partenza della crisi]” (pg. 19 rapporto citato).
Insomma questo mitico un per cento di aumento di Pil livornese oltre a somigliare al classico rimbalzo tecnico, dopo due anni di recessione piena, non fa che confermare le tendenze strutturali del territorio di espulsione della popolazione dalla dimensione del lavoro, e quindi del reddito, e di una parte sempre più crescente della cittadinanza. Lo dice la stessa Irpet, e questo passaggio è stato accuratamente omesso sia dai lanci di agenzia che dal sindaco (ammesso, e non concesso, che l’abbia letto o che sia in grado di leggere un rapporto in termini analitici): “la ripresa registrata nel corso del 2011 non è quindi tale da consentire il recupero delle perdite precedenti, né tantomeno un recupero rispetto alla diffusione media del lavoro sul territorio […] .Inoltre, gli avviamenti [al lavoro, ndr] hanno riguardato in larga parte tipologie contrattuali “precarie”, che segnalano il clima di incertezza che continua a coinvolgere la ripresa” (pg. 26, rapporto citato).
L’un per cento di aumento del Pil livornese, abbellito come “ripresa”, non convince così nemmeno l’Irpet. Che, al di là del rispetto dei cerimoniali istituzionali e del proprio scarno apparato concettuale neoliberista, manifesta preoccupazioni reali per il futuro del Sel livornese. Già parlando della situazione nazionale, e nello specifico delle manovre Monti, l’Irpet afferma che nel medio periodo nel complesso dell’Italia  la produzione di ricchezza “molto difficilmente potrà raggiungere i (pur bassi) livelli livelli pre-crisi” (pg. 9, rapporto citato). E qui bisogna dire che, nonostante le cautele e un titolo del rapporto che lascia spazio alla possibilità di uscita dalla crisi, compiuto un check sistemico l’Irpet formula, anzi fa formulare ai dati e ai soggetti analizzati, un giudizio molto secco sul futuro del Sel livornese, anch’esso occultato dalla stampa mainstream: “Tutti questi fattori hanno alimentato la percezione del 2011 non come l’anno successivo a quello della svolta, ma come quello precedente a possibili nuove ricadute all’interno della crisi” (pg. 24, rapporto citato).
Seguono poi i consigli liberisti dell’Irpet per “agganciare la ripresa”, quando ci sarà rimuovendo che, per rimettere in marcia territori come il nostro questa dovrebbe avere caratteristiche cinesi, senza intravedere veri scenari di inversione di tendenza. Per quelli si confida negli anni ’20. Del resto lo dicono Angela Merkel e la presidente del FMI e quindi queste previsioni hanno tutta l’aria di essere realistiche. Ma quali conseguenze rischia di avere a Livorno un ulteriore decennio, e oltre, senza occupazione, con l’economia in devoluzione sulla morfologia del territorio, sui servizi, sulla casa, sull’assistenza sociale, sulla salute, sulle modalità stesse di riproduzione della vita?
Non può dirlo l’Irpet, che pure nell’ultimo rapporto lancia dei lineamenti di analisi sulla demografia locale, che deve pensare ad agganciare “la ripresa” (mito che la ricerca oggettivante para-istituzionale insegue da un ventennio) non possono dirlo i partiti locali che a malapena hanno gente che riesce a scrivere un comunicato (quando va detto, va detto).  Qualcuno dovrà pur dirlo. Anche perché senza questi parametri d’analisi l’intervento politico è inefficace. E’ finita l’epoca della politica fatta a braccio, per improvvisazioni sul tema. Questo è un mondo ostile e complesso che politicamente, e non solo, uccide chi non ha conoscenze di una complessità anche maggiore dell’ambiente in cui si riproduce.

Si tratta quindi di capire lo scenario per come è: il capitalismo, l’impresa, le istituzioni sul nostro territorio almeno nei prossimi due lustri non sono in grado di garantire il ciclo di vita all’intera popolazione, meno che mai servizi, e questo fenomeno va capito a fondo per invertire la tendenza e garantire livelli di vita accettabili alla popolazione. A sinistra è chiaro che è finito il semplice paradigma della rivendicazione dei diritti individuali, in modo antagonista o partecipativo: dall’altra parte, o come avversario o come referente, comincia a non esserci nessuno al quale strappare qualcosa in qualsiasi forma rivendicativa. Quando istituzioni e imprese si ritirano dal territorio infatti non lasciano ad arrangiarsi che una sorta di striscia di Gaza di inoccupati, disoccuppati, sotto-occupati, lavoratori a tempo indeterminato o addirittura professionisti con gravi difficoltà a far quadrare i bilanci senza alcun referente economico o istituzionale. E’ poi evidente che l’inversione di tendenza, quando si tratta di produrre o conservare ricchezza, segue poco il ritmo delle parole d’ordine che possono bucare o meno l’opinione pubblica. Ci deve essere una capacità di mobilitazione generale, di fare lavoro politico, di saper creare grosse masse di sapere necessarie alla produzione, socialmente orizzontale, di ricchezza che ha caratteri necessari quanto tutt’altro che scontati. Inoltre il sistema politico locale, non è tanto questione di formule elettorali, proprio perché agonizzante va liquidato per essere costituzionalmente adatto ad una economia locale, orizzontale, egualitaria, ecologicamente centrata, priva di sprechi ma anche di pauperismo, creativa ed innovativa. Se striscia di Gaza deve essere, mantendo la metafora, non ha senso lasciare l’amministrazione agli israeliani specie se questa, oltre ad essere in agonia, governa su parametri dettati da Tel-Aviv
D’altronde la politica ha regole ferree: sopravvive non certo chi prende coscienza del baratro un centimetro prima dell’abisso ma chi è in grado di innovare entro le tendenze della storia. Ducum voletem fata, nolentem trahunt, il fato guida chi vuol farsi guidare e trascina chi non vuole, diceva Seneca. Evitiamo di farci trascinare in un processo che potrebbe essere lungo, drammatico, costellato di dolore.

per Senza Soste, nique la police

26 dicembre 2011

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Lo spread tocca di nuovo quota 500. Verso la manovra infinita

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baratroGià prima di natale possiamo fare un bilancio dell'incarico patriottico, fortemente voluto da Napolitano, al professor Mario Monti. Una manovra, la quarta di fatto in 5 mesi, molto dura, votata di gran fretta ha condotto l'Italia allo stesso punto in cui si trovava prima delle dimissioni di Berlusconi. A dimostrazione che la crisi, sia economica che finanziaria, non è solo italiana e che le manovre d'austerità, in un contesto globale, servono solo a deprimere l'economia e privare la società di elementari diritti (oltre che a tutelare i grandi capitali).

Il motivo per cui lo spread sale, aumentando il debito pubblico, è elementare e legato alle leggi del mercato. Nei primi mesi del 2012 l'Italia ha una quantità notevole di titoli pubblici in scadenza. Vanno collocati per rifinanziare la macchina dello stato. In queste settimane chi ha grosse masse finanziarie da poter muovere ha quindi tutto l'interesse a vendere titoli italiani oggi per poter alzare il loro valore quando verranno acquistati, di nuovo, a breve. Le scadenze tecniche dei primi tre mesi del 2012 mettono l'Italia in condizioni di non scegliere. I titoli scadranno e i nuovi tassi di interesse li farà il "mercato".
Va menzionato il fatto che da qualche giorno le grandi banche europee se vogliono, e vogliono, hanno maggiori finanziamenti per fare questo genere di operazioni di pilotaggio dei valori dei titoli pubblici italiani.
Già, chi li ha finanziate? L'italianissimo Mario Draghi giusto questa settimana nel sostanziale silenzio dei grandi media del nostro paese. E, guarda te il caso, la Bce oggi non è intervenuta contro la speculazione acquistando titoli italini per tenere più basso lo spread.
Si va quindi verso una manovra infinita: dettata dagli spread più alti, dalle previsioni di crescita sballate con le quali Tremonti ha firmato, per l'Italia, l'impegno al pareggio di bilancio nel 2013, dalle necessità di cassa di uno stato in un paese in piena recessione.
Se si potesse scommettere sull'andamento dei primi novanta giorni del 2012 si andrebbe sul sicuro. Nuove finanziarie patriottiche, nuovi appelli ai sacrifici, nuove prove di "responsabilità" dei partiti, nuovi attacchi al livello di vita della popolazione. Ma chi scommette c'è già: e lo fa ad un gioco che si chiama borsa. Dove noi finiamo per pagare sempre.

(red) 23 dicembre 2011

La luna di miele tra il mercato e il professore della Bocconi sembra destinata a concludersi qui. Con i rendimenti del decennale su livelli che hanno spinto gli altri Piigs a chiedere aiuti esterni, l'Italia incontrera' non poche difficolta' a collocare sul primario 440 miliardi di euro di debito nel 2012, di cui 250 miliardi da qui a febbraio.

http://www.wallstreetitalia.com/article/1293102/azionario/borsa-milano-e-paralisi-spread-al-top-sopra-510.aspx

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Cosa vuol dire uccidere e uccidersi da fascista del terzo millennio

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fascisti_su_marteLa mattina del 20 agosto 1986 Patrick Sherrill, postino a tempo determinato di Edmond (Oklahoma), si recava al lavoro come sempre. Con la divisa da lavoratore delle poste del luogo, con ancora viva nella memoria la reprimenda che il capo gli aveva fatto il giorno precedente, e con un arsenale di armi e munizioni dentro la borsa al posto delle lettere. Entrò, come d’abitudine, in ufficio alle 6,45 del mattino e prima dell’orario dell’apertura al pubblico tirò fuori l’arsenale uccidendo in un quarto d’ora 14 colleghi e ferendone gravemente sette. Prima dell’apertura al pubblico, e dell’arrivo dei colleghi con il quali non aveva litigato, si suicidò. Balza agli occhi il fatto che nonostante questo tragico episodio, che fece più morti della strage di Piazza Fontana, la televisione americana via cavo Cnbc, che si occupa di notizie finanziarie, definisce Edmond come uno dei “dieci perfetti sobborghi d’America”. Bisogna dire che televisione italiana, che non è seconda a nessuno in materia di orrori giornalistici, non riuscirebbe a mettere in una traduzione italiana di questa speciale classifica né Cogne né Garlasco.

Questo caso, noto alla stampa americana e riportato da un testo di Jack Levin e James Fox (Extreme Killing, Understanding Serial and Mass Murder, Sage 2011), serve nei testi scientifici per spiegare che l’omicidio di massa da parte di un singolo individuo manifesta quasi esclusivamente caratteristiche selettive. L’omicida seleziona, secondo il proprio vissuto e la propria cultura di riferimento, la tipologia di vittime da colpire. Certo in una sparatoria ci sono drammatici effetti collaterali, l’uccisione di passanti o di qualche poliziotto intervenuto, ma l’esplosione omicida avviene quasi sempre grazie ad un criterio di selezione della vittima. Questo criterio di selezione fornisce degli elementi di spiegazione, non solo psichiatrici, dell’omicidio di massa. Allo stesso tempo, aspetto trascurato nella lettura della strage di Firenze, anche il suicidio ce li fornisce e non si tratta né di elementi secondari né puramente relegabili alla sfera personale. Non fosse altro perché il suicidio, conseguente ad un omicidio di massa, è un fenomeno collettivamente rilevante. Levin e Fox registrano che, nella storia recente degli Usa, in caso di omicidio di massa il suicidio dell’attentatore avviene nel 21% dei casi mentre per l’omicidio singolo, presa a campione un area ad alta densità di delitti come quella metropolitana di Chicago, la percentuale varia dal 2 al 4 per cento a seconda delle tipologie di delitto. E dobbiamo considerare che, rispetto all’omicida singolo che non frequentemente viene arrestato sul luogo, l’omicida di massa viene assaltato prima possibile da truppe speciali che lo abbattono o lo immobilizzano.

Ma quale significato sociale ha il suicidio di un attentatore di massa?  Un superclassico delle scienze sociali come Emile Durkheim ci dà due importanti strumenti di lettura in materia. Il primo è che “per ogni gruppo sociale esiste una tendenza specifica al suicidio che né la costituzione organico-psichica degli individui né la natura dell’ambiente fisico potrebbero spiegare”. L’abbiamo visto negli anni scorsi: tra l’imprenditore del lombardo-veneto, che si suicidava perché veniva meno il suo ruolo sociale come datore di lavoro,  e il ricco ingegnere pakistano che si uccideva per la Jihad, esaltando il proprio ruolo di martire, si giocavano non solo diversissime modalità di autoeliminazione ma anche di regole del suicidio presenti nei gruppi sociali di riferimento. Il secondo strumento sta nella affermazione “ se le crisi finanziarie ed economiche aumentano i suicidi non è perché impoveriscono ma perché sono crisi, cioè perturbazioni dell’ordine collettivo”. Ordine che, una volta venuto improvvisamente meno, può privare gli individui di punti di riferimento identitario fino a favorirne le dinamiche di suicidio. Durkheim componeva poi classicamente le tipologie del suicidio, tra cui quella egoistica e quella altruistica, che aiutano a far uscire la strage di Firenze da una dimensione privata e personale.

Già perché la strage di massa alla quale segue il suicidio, o la tentata strage che si risolve in un pluriomicidio come a Firenze, non è comprensibile solo nella dimensione di un simbolico puramente privato, come catalizzatore del comportamento omicida dell’attentatore, ma si risolve anche in una simbolica politica. Che è determinata dall’interpretazione delle regole dei gruppi sociali di appartenenza. L’imprenditore si uccide in privato, espiando l’incapacità di assolvere il proprio ruolo, il martire della Jihad si fa esplodere trascinando con sé quante più persone possibili in una straziante quando parodistica ascesa verso il paradiso, il fascista italiano del terzo millennio imita e rielabora il mass killing americano. In modalità che sono differenti dal comportamento squadristico di una volta.

Il massacro di Firenze, che a quanto si apprende poteva essere più grave, ha infatti precedenti significativi nello stesso ceppo culturale di Casseri: è accaduto quest’estate in Norvegia ma c’è anche l’esempio storico della strage del liceo di Columbine, dell’aprile 1999, con i due attentatori, poi suicidi, che erano assidui frequentatori di siti neonazisti.
La criminologia, che è una scienza di polizia estremamente vasta ma spesso limitata alla perimetrazione della psiche codificata come criminale, spoliticizza i comportamenti legati all’omicidio-suicidio. Nel senso che si concentra sull’analisi del comportamento del singolo soggetto piuttosto che dei codici culturali che usa e delle dinamiche di gruppo che l’attraversano. Ma anche in un testo recente su questi temi, Suicidal Mass Murder di Liebert  e Birnes (CRC Press, 2011), tutto centrato sulla tematica dell’emersione dei comportamenti psicotici dell’omicida di massa (capitolo 10, Potenziali segni di comportamento pericoloso e migliori soluzioni possibili) si finisce per non negare affatto l’esistenza di comportamenti di gruppo come elemento di formazione di una psicologia pluriomicida (Capitolo 4, Previsione della violenza. Chi è pericoloso a chi, perché e cosa può essere fatto). Ma cosa significa, in quest’ottica, dove la dinamica di gruppo ha un ruolo nel sedimentarsi del significato dell’azione, se un omicidio-suicidio è commesso da un fascista?

Se analizziamo i fatti di Firenze, prendendo il dato sociale presente in un comportamento individuale, Casa Pound si rivela infatti come, piuttosto che una comunità politica, un contenitore di sofferenze psichiche. Non è un caso che il suicidio in seguito ad un duplice omicidio, come quello di Casseri non è infatti classificabile come un suicidio di tipo altruistico (come quello storico-mitologico delle Termopili o come quelli della Jihad dove, in modi diversissimi, ci si sacrifica a ragione o a torto per una causa).  Si tratta infatti del suicidio di un singolo, seguito ad un atto di aggressione omicida, che nel suo significato di perdita di valore della vita personale rivela perlomeno altri due tratti sociali di perdita di legame collettivo. Si tratta anche queste di tipologie di comportamento isolate, a suo tempo, da Durkheim. La prima vuole che “il suicidio varia in modo inversamente proporzionale al grado di integrazione nella società domestica”; la seconda che lo stesso fenomeno “varia in modo inversamente proporzionale al grado di integrazione nella società politica”.

IMG_8121_copia-1Casseri, rispetto a quanto riportato dalle cronache, portava dentro di sé entrambe le crisi, di integrazione nella società domestica e in quella politica. E qui bisogna stare attenti a un particolare: Casapound, per gli individui in cui il grado di integrazione della società domestica scossa dalla crisi è debole, con la sua proposta da fascismo del terzo millennio non rappresenta un fattore di stabilizzazione identitaria ma di ulteriore destabilizzazione. Già il tentativo di costruire una comunità “italiana” entro una società complessa, i cui comportamenti e i linguaggi sono irrimediabilmente globali, non solo non risolve il disagio ma lo sposta sul piano dell’impossibilità di compiere realmente questo genere di operazione. Per cui la comunità creata è sempre irrimediabilmente un fenomeno minore, perimetrata,  faticosamente difesa, nervosamente operativa nelle proprie chiusure e marginale rispetto ad un mondo altamente complesso irriducibile ad una tradizione “italiana” lontana, rifiutata quando non incomprensibile. Si tratta quindi di un fenomeno di scarsa integrazione nella società politica non tanto e non solo dal punto di vista culturale ma proprio nelle dinamiche sociali microfisiche. Per cui, anche prendendo per buone le parole di Casa Pound, che afferma che Casseri frequentasse pochissimo la loro sede di Pistoia, si capisce come quest’organizzazione di destra non sia una soluzione alle difficoltà identitarie nell’integrazione nella vita domestica. Al contrario ne rappresenta un aggravamento. Infatti, se Casseri avesse frequentato poco Casa Pound i militanti di quell’organizzazione dovrebbero interrogarsi sulla loro capacità di integrazione comunitaria reale, mettendo a crisi le sue categorie costitutive, di fronte ad un caso del genere. Perché Casseri non era un fascista per caso ma uno del terzo millennio, che mescolava stili tradizionali ad altri innovativi nelle culture di destra. E se non si sa integrare un soggetto affine, che finisce invece per uccidere due extracomunitari e per uccidersi in un parcheggio assediato dalla polizia, c’è qualcosa di strutturale non funziona in questa comunità. Infatti il segnale di Casseri, il suicidio non il duplice omicidio, è a Casa Pound non agli extracomunitari. E’ a questa impossibile integrazione nella e della comunità che Casseri parla. A quel contenitore di sofferenze psichiche che Casapound afferma di voler risolvere ma che trattiene invece, in modo irresolubile, entro di sé.  C’è una frase che colpisce in Occidentale, una rivista di area Casa Pound pubblicizzata proprio sul sito dell’organizzazione di Iannone, ed è quella della definizione del proprio progetto politico e culturale come “espressione febbrile di una comunità in marcia”. La letteratura psicoanalitica ci ha insegnato a guardare, sotto l’autoproclamata espressività romantica, i segni emergenti o possibili del disagio grave. E nei soggetti che vengono dalla disgregazione della vita domestica, quando trovano l’impossibilità di esperire una “vera” comunità italiana tanto promessa quanto impraticabile, qualcosa accade.  In queste parole sulla febbre, piuttosto che lo slancio, vi trovano un aggravamento della loro salute, mentre la comunità in marcia appare sempre più la metafora di una frenetica, inquadrata quanto reale incapacità di radicarsi. All’irrigidimento militare e neoromantico corrisponde l’irraggiungibilità dello scopo, che finisce per manifestarsi come solo e sempre inquietantemente regolativo. Politicamente tutto questo è gestibile, psicologicamente può essere deflagrante.

Gli extracomunitari uccisi, invece, sono stati assaliti dal delirio psicotico di un soggetto che ha selezionato i propri bersagli non secondo i criteri della resa dei conti personale contro i colleghi di lavoro, ma secondo quelli della scelta di sbarazzarsi dei più immediati “ostacoli” socialmente visibili. Oggi si tende a dimenticare quanto possa radicarsi nella dimensione istintiva di una persona l’immaginario politico. Un report dei medici russi dopo la battaglia di Stalingrado, letto dai loro colleghi americani, racconta che un soldato tedesco, operato come ferito di guerra in un ospedale sovietico, sotto forte anestesia continuasse a ripetere meccanicamente durante l’operazione “Heil Hitler, Heil Hitler”. Fenomeni simili, legati anche a dinamiche di suicidio, si sono rilevati storicamente anche a sinistra. Ma mai nella forma dell’omicidio di massa, a cui segue il suicidio, come per Columbine, la Norvegia o questo caso di Firenze. Che invece rientrano, alla Durkheim, nella tipologia di un suicidio specifica di un gruppo sociale. Quello caratterizzato da una cultura fascista, dove  prima si uccide in un criterio di scelta dei bersagli che mescola, nell’emergere del tratto finale del comportamento psicotico, personale e politico. Fantasmi familiari, espressione della disgregazione della vita domestica, e fantasmi politici. Mandando poi un messaggio esplosivo e spettacolare al mondo, tratto “espressivo” del comportamento omicida ma anche uno profondamente depressivo, e alla propria cultura di riferimento, tramite l’atto successivo del suicidio.  I messaggi di Casseri sono infatti rivolti, oltre che agli extracomunitari e al proprio mondo interiore, anche a Casapound. Vanno saputi leggere nella loro completezza.

Ha fatto impressione il fatto che Casseri non abbia sparato ai bianchi, che hanno tentato di fermarlo, ma solo ai neri. In questo modo ricorda davvero, ma in una tipologia di psicologia sociale tutta nuova, il soldato tedesco ferito e operato dopo Stalingrado. Cioè qualcuno che ha impresso fin nell’intimo i processi di valore, e di selezione sociale, anche nei momenti drammaticamente psicotici: per cui anche nel delirio si spara al nero non al bianco.
Casseri rappresenta quindi, altro che caso personale, una modalità fascista di rottura dei processi psichici, un aspetto abissale del comportamento che è personale, ma che nelle sue modalità di espressione va ricondotto alle matrici culturali. E, paradossalmente, nonostante i richiami alla patria dei neonazisti e fascisti di oggi, i due di Columbine si definivano “native nazi”, queste modalità di espressione sono tipiche della disgregazione e del disagio della società globalizzata e delle culture di destra. A Firenze, ad Oslo come negli Usa. In modo tale da saldarsi alle modalità operative delle grandi stragi della storia della provincia americana.

IMG_8178_copia-1Il fascista del terzo millennio non può provare l’ebbrezza suicida della morte da squadraccia. Non è più inquadrato militarmente, se non in termini episodici o non più socialmente riconosciuti come il fascista di un tempo. E’ una figura in fondo più solitaria, nella quale vi è rimasto impresso l’individualismo della società neoliberista, che inquadrabile. Il suo istinto di morte, di conseguenza, è passato dal “me ne frego” all’espressività pluriomicida intesa come allucinante protesta del “nessuno ha cura di me”   Sganciata da un progetto politico reale, fuori dal vero caldo inquadramento militare socialmente riconosciuto, la modalità fascista della rottura dei processi psichici non è un accidente ma una delle patologie gravi che abitano la società scossa dalle crisi neoliberiste.

Così uccidono, e si uccidono, i fascisti del terzo millennio. Si capisce in questo modo che non basta chiuderne le sedi, come avvenuto per le organizzazioni più rozze e approssimative, tantomeno come atto amministrativo inteso come burocratica riparazione di quanto avvenuto a Firenze. E’ necessario un lavoro più profondo e microfisico di terapia, intesa non in senso medico ma sociale, sui territori e sull’immaginario collettivo. In modo che le perturbazioni dell’ordine collettivo, come Durkheim definiva la portata sociale delle crisi economiche, create dal disastro neoliberista neutralizzino le bombe umane che il mondo dello spread e dei bilanci in ordine neanche sa di aver generato.

per Senza Soste, nique la police

16 dicembre 2011

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Ultimo aggiornamento Domenica 18 Dicembre 2011 17:49

Il killer dei senegalesi? Era a tutte le udienze del processo di Pistoia

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casseri_casa_poundStatene certi, ciò che è successo quest'oggi a Firenze sarà presto ricondotto da media, politici e questure all'atto di un folle. Così come era stato derubricato a atto di follia quello del naziattentatore norvegese Breivik. Lo ha già scritto Casa Pound in un suo comunicato e lo hanno già traghettato le varie trasmissioni di intrattenimento politico.

Ma quello che è successo oggi a Firenze, così come sabato scorso a Torino con l'incendio del campo rom, rappresenta un'Italia che cova i germi del fascismo e razzismo dentro di sè e mostra la pericolosità di soggetti e ideologie cresciute fino ad oggi col sostegno fattivo del partito che ha governato fino a poche settimane fa (il PdL che li ha foraggiati e fatti montare sul carro elettorale), con la tolleranza partecipativa del Pd e con gli intrighi con varie questure d'Italia. Senza considerare l'onda razzista e di paura che certi media e la Lega Nord hanno cavalcato negli ultimi 10 anni. Un'Italia dunque alla ricerca di un capro espiatorio di fronte alla crisi, all'impoverimento e all'incapacità di reagire e che spesso lo trova nel fantasma dello straniero che gli ruba il lavoro, gli stupra le donne e lo fa vivere nella paura. Basta leggere qualche forum filofascista sul web per rendersi conto delle erbacce che crescono in certi giardini. Ma i forum lasciano il tempo che trovano, i fatti che leggiamo ogni giorno, prontamente sminuiti dai media, sono realtà.

casa_pound_casseri_2E noi ci sentiamo di dire questo perchè abbiamo sempre seguito le vicende di Casa Pound e conosciamo da vicino il contesto di Casa Pound Pistoia che Gianluca Casseri, l'omicida fascista, frequentava. Non solo frequentava, ma all'interno del sito di Casa Pound c'è anche una pagina a lui riservata che è stata prontamente cancellata oggi pomeriggio (http://www.ideodromocasapound.org/?author=17).Vedi foto.

E Casa Pound Pistoia (Circolo Agogè) non ha potuto fare a meno di riconoscere la frequentazione dei propri spazi da parte di Casseri, anche perchè era andato più volte proprio in quegli spazi a presentare il suo libro "Le chiavi del chaos".

Ma non finisce qui. Non appena uscite le foto del fascista killer in questione, a Livorno molti compagni lo hanno subito riconosciuto in quanto ha partecipato da uditore a quasi tutte le udienze del famoso processo di Pistoia ai danni di 7 compagni accusati ingiustamente di aver devastato il circolo di Casa Pound (Link: gli articoli che ripercorrono la vicenda). A quelle udienze di fascisti non se ne vedevano, eccetto che quando erano chiamati per testimoniare, mentre il Casseri era sempre lì, quasi fosse il delegato a seguire il processo da parte del circolo pistoiese.

Alla luce dei fatti di oggi, è con ancora più rabbia che analizziamo ciò che successe dopo quei fatti dell'11 ottobre 2009 a Pistoia: la superficialità colpevole con cui molte forze politiche, soprattutto di sinistra, espressero la loro solidarietà a Casa Pound ma sopratuttto i fitti legami che ci sono stati fra questura di Pistoia e fascisti sia prima che durante il processo (scarica il dossier).

I fatti di oggi a Firenze non sono quindi riconducibili alla sola follia, ma sono parte integrante di un sistema che tollera i fascisti, li foraggia, gli concede spazi e anche poltrone nelle istituzioni. Casa Pound è fra quelle organizzazioni che ha cercato di ripulirsi nella forma e nel linguaggio per essere accettabile e presentabile, ma appena si va più in profondità rispetto all'immagine che si vogliono creare (i fascisti del terzo millennio oltre la destra e oltre la sinistra...) rimangono i soliti fascisti di sempre.

Link: Miti e ideologia nazi del letterato in armi

red. 13 dicembre 2011

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 14 Dicembre 2011 14:22

Obama critica duramente accordi Bruxelles: "Aggravano la crisi". Informata l'opinione pubblica in Germania ma non in Italia

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europa_dominoChi segue regolarmente i media esteri, e si scambia informazioni con chi fa altrettanto, è da tempo consapevole del modo approssimativo e propagandistico con il quale i media italiani seguono le ricorrenti crisi dell'euro. Senza andare lontano nel tempo, dall'inizio della crisi greca, il complesso Repubblica-Corriere-Tg1-2-3-5-
7 ha venduto al proprio pubblico almeno una dozzina di eurovertici risolutivi. Orwellianamente ogni vertice viene rappresentato senza la storia dei precedenti così ogni effetto annuncio, della "svolta a livello europeo", o cancella o risolve positivamente la già confusa memoria dei summit precedenti. Fino alla crisi successiva.
Un paio di mesi fa si è persino rappresentato un vertice dove si dotava l'eurozona di duemila miliardi di fondi per risolvere la crisi. Non era vero, le borse hanno scoperto presto il bluff, ma in questi giorni al solo annunciare da parte della Merkel  un fondo di 200 miliardi (dieci volte meno) da Repubblica a Mentana, via Bianca Berlinguer, si è praticamente andati in estasi. Quando la propaganda alza i toni vuol dire che i fondi proprio non ci sono.
L'ultimo mantra costruito per il vertice di Bruxelles (un anno fa sempre da Bruxelles si parlava a tappeto di "svolta importante". Infatti è arrivata una crisi durissima) è il ripescaggio del nazionalismo. In questo caso è finita sotto attacco la Gran Bretagna, sulla quale tutti i media italiani hanno riversato la responsabilità della spaccatura. Naturalmente i fatti sono molto più complessi di quanto scritto sul Corriere della Sera ma nessun media italiano esiste per interpretare e comunicare linearmente la complessità. Non sarebbe male ad esempio, invece di reiterare la propaganda della figura pedagogica del professor Monti, informare su quanto accade nel mondo. Non sia mai che serve a qualcosa in una crisi globale. Diritto all'informazione in tempo reale che, a quanto pare, ai tedeschi non viene negato ma agli italiani si. Ad esempio Der Spiegel riporta in prima pagina la conferenza stampa di Jay Carney, portavoce di Obama, dove si esprime tutto il profondo scetticismo americano nei confronti degli accordi di Bruxelles. E dove si dice chiaramente che la Germania non sta facendo nulla di concreto per risolvere la crisi dell'eurozona, rischiando di far cadere il pianeta in una crisi economica estremamente dura. Posizioni strumentali quelle americane ma è anche naturale che Obama si voglia presentare, alle prossime presidenziali, senza la più grave crisi economica dalla fine della seconda guerra mondiale.
Lo Spiegel cita anche una analisi del Washington Post molto critica, e preoccupata per l'andamento dell'economia mondiale, rispetto alle misure recessive prese a Bruxelles.
L'analisi del Washington Post, che linkiamo, oltre ad essere dura con la Germania esprime un giudizio indicibile dalle nostre parti. Ma che ci rigurda: sostiene infatti che l'euro è strutturalmente costruito per impoverire Spagna,Grecia, Italia e Portogallo. Impossibile che il mainstream italiano informi su tutto questo. Chi glielo spiega agli italiani che gli americani sono convinti che l'euro esista per impoverirli? Quale credibilità avrebbe il governo Monti se passassero, a livello di opinione pubblica queste analisi? Se si capisse che gli Usa pensano che l'accordo di Bruxelles può essere un passo verso la catastrofe?
Meglio quindi raccontare che l' "Italia ha fatto i propri compiti a casa", versione pedagogica dei sacrifici per una audience da addomesticare, dare una lettura del comportamento britannico come una versione light della perfida Albione. L'importante è avere dei media che fanno solo propaganda, nemmeno di qualità tra l'altro, e trovare qualche personaggio patriarcale che guida il paese verso i sacrifici come una guida pastorale. In fondo la propaganda ci ha resi di nuovo un paese contadino. Ma senza l'intelligenza delle culture rurali. Svegliarsi è salute.

(red) 1o dicembre 2011

fonti

der Spiegel

http://www.spiegel.de/politik/ausland/0,1518,802883,00.html

Washington Post

http://www.washingtonpost.com/business/economy/european-debt-crisis-is-about-much-more-than-debt/2011/12/09/gIQAMo8NjO_story.html?hpid=z2
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