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EDITORIALI

Il lavoro secondo Coop

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La nuova frontiera della precarietà: ti assumo a tempo indeterminato (così esco meglio davanti all’opinione pubblica) ma con contratti a poche ore e con assurdi posizionamenti delle prestazioni lavorative. Alla lunga, i disagi, e soprattutto l’impossibilità di trovare un altro impiego complementare per migliorare il proprio reddito comportano ugualmente un’instabilità tale da costringere ad abbandonare il lavoro. O comunque ad accettare condizioni di flessibilità assoluta e basse retribuzioni.

cappioSulle pagine di Senza Soste cartaceo e sul nostro sito abbiamo raccontato negli ultimi mesi la storia delle lavoratrici Coop livornesi licenziate dopo un lunghissimo precariato nonostante avessero raggiunto e ampiamente superato i limiti per l’assunzione obbligatoria di legge e nonostante accordi già firmati vincolassero l’azienda ad assumerle a tempo indeterminato. Una vicenda che portò ad uno sciopero lo scorso 31 dicembre in occasione del quale Unicoop Tirreno decise di ricorrere anche al “lavoro comandato” impedendo di fatto il costituzionale diritto di sciopero. Oggi quella storia è arrivata a conclusione. Come? Bene, potrà dire qualcuno, visto che le precarie sono state assunte a tempo indeterminato, ma non è affatto così.

Link: Inchiesta: Unicoop Tirreno fra politica, mattone, finanza e grande distribuzione

Contratti spazzatura

Le lavoratrici infatti sono state assunte con dei contratti a tempo indeterminato ma per solo 5 mesi all’anno, con una formula di “part-time verticale annuo” che prevede appunto che la riduzione oraria rispetto al normale contratto full-time non si applica orizzontalmente mese per mese ma si calcola invece su base annua: 5 mesi di lavoro full-time, 7 mesi a casa. Quali sono gli inconvenienti e le beffe di questo tipo di contratto? Il primo è evidentemente quello dei 7 mesi senza stipendio: sei fissa, ma la busta paga la prendi solo per cinque mesi in un anno. Si tratta in sostanza di una forma di assunzione che rende queste persone stagionali a vita, visto che lavoreranno in precisi momenti dell’anno e solo in quelli, per sempre (o almeno fino a che un’azione sindacale non riuscirà a migliorare questi contratti). Il secondo è che, rispetto a prima, perderanno la possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali, visto che adesso hanno un contratto a tempo indeterminato. Prima, avendo contratti a termine, avevano diritto alle indennità di disoccupazione quando i contratti scadevano, ora non più, con il paradosso che il contratto fisso comporterà una riduzione del loro monte salariale complessivo in confronto a quando lavoravano a termine. La terza beffa è legata al peggioramento rispetto al diritto all’assunzione che queste persone avevano maturato nel corso degli anni, e agli accordi sindacali del marzo 2012: da una media di circa 1200 ore annue di lavoro spalmate su tutti i mesi, passano infatti adesso a poco più di 800 ore concentrate su 5 mesi. Il quarto inconveniente riguarda le scarsissime possibilità per le neo assunte di trovare un altro impiego complementare per migliorare la loro pessima condizione salariale dovuta al fatto che riscuotono uno stipendio solo per cinque mesi all’anno. Quale altra azienda infatti le assumerebbe sapendo che potrebbero lavorare solo in alcuni mesi e in altri no? Un ulteriore esempio del perché questi contratti sono da considerare dei veri e propri cappi intorno al collo delle persone.

Pistola alla tempia

Ma l’altro aspetto grave di tutta questa vicenda è che Unicoop Tirreno ha proceduto a queste assunzioni senza farle precedere da un accordo con i sindacati che potesse in qualche maniera individuare delle forme di tutela per queste persone almeno in chiave futura. L’azienda ha infatti chiamato le dipendenti direttamente nella propria sede di Vignale Riotorto per proporre loro i contratti suddetti con una formula spietata: prendere o lasciare. E facendoli addirittura precedere da scritture private con le quali le lavoratrici si impegnavano in sostanza a non adire vie legali per ottenere ciò che gli spettava di legge. Una pistola alla tempia, o mangi la minestra o ti butti dalla finestra. Una cattiveria bruttissima, che configura modalità punitive nei confronti di persone che hanno avuto come unica colpa quella di rivendicare un loro diritto anche attraverso uno sciopero che fece molto rumore. E’ come se l’azienda avesse detto, avete fatto fare una brutta figura all’immagine della Coop? Ora, proprio perché dobbiamo assumervi per forza, vi prendete questi contratti che vi renderanno la vita impossibile, così imparate. Tutto ciò condito ovviamente dall’immancabile auto-spot con cui Unicoop Tirreno (in un comunicato stampa) si vanta di aver trovato una soluzione per queste persone, omettendo tutto ciò che sta dietro alla pagina finale di questa storia.

Le nuove precarietà

La Coop, così come molte altre aziende, sembra aver individuato una nuova era nelle forme della precarietà: quella dei contratti a tempo indeterminato ma con numero di ore e modalità assuntive tali da renderli contratti comunque altamente instabili. E’ ad esempio il caso recente delle pubblicità di McDonald’s che annunciavano a gran voce le assunzioni a tempo indeterminato in Italia, omettendo che si tratta di contratti a pochissime ore settimanali, che ovviamente caratterizzano tale impiego come un lavoro destinato ad essere necessariamente lasciato dal dipendente visto che con 500 euro non si campa e visto che avere un impiego part-time compromette fortemente le possibilità di trovare un altro lavoro (le aziende richiedono disponibilità massima, se uno ha già un impiego part-time parte con un handicap che non lo rende “abile” all’assunzione), e quindi poco importa se il contratto è a tempo indeterminato. Rischiamo di andare incontro ad una nuova era (che a dire il vero molte aziende conoscono già da anni, quindi tanto nuova non è), quella in cui le imprese, soffrendo gli attacchi dell’opinione pubblica riguardo alla precarietà e all’abuso di contratti a termine, assumono sì a tempo indeterminato (magari anche per riscuotere gli incentivi previsti dalle legislazioni su vari livelli), ma lo fanno con forme contrattuali che mettono spalle al muro i lavoratori e li impiccano ad una esistenza fatta di sfruttamento e condizioni di vite lavorative impossibili. Tutto questo, consentito da un quadro normativo lavoristico ignobile, sostenuto nel corso degli anni (oltre che dal centrodestra e dai governi tecnici come è nella loro natura) anche da un centrosinistra che infatti paga dazio nelle consultazioni elettorali in quanto soggetto politico lontanissimo dalle esigenze di chi lavora e di chi, non lavorando, vorrebbe farlo in maniera quantomeno dignitosa.

redazione

7 marzo 2013

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Ultimo aggiornamento Giovedì 07 Marzo 2013 20:53

Don't panic: fermare l'isteria, sfruttare il contesto

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don_t_panic_buttonViviamo giorni di isteria collettiva. La crisi sempre più pesante, come emerge dagli ultimi dati Istat sull'occupazione, l'avanzata del Movimento 5 Stelle e l'incertezza politica sul futuro governo stanno  agendo da collettori di ansia e panico.

Chi in questi anni si è dedicato alla politica, quella fatta nella quotidianetà che non è altro che occuparsi dei problemi concreti e delle analisi per trovare soluzioni, dovrebbe abbandonare i sentimenti di rivalsa o invidia, di compatimento o paura verso il Movimento 5 Stelle, ma dovrebbe coltivare una sola pratica: quella della lucidità.

Invece si assiste a una rincorsa costante ad analisi e comportamenti degni di quel coacervo di disinformazione e difesa dei poteri forti chiamato Gruppo l'Espresso. Ma proviamo a fare un atto di lucidità (ci proviamo e basta) e guardare cosa sta succedendo nel concreto.

Il voto

Chi si sorprende del voto espresso a questa tornata elettorale probabilmente in questi anni ha vissuto in una campana di vetro o con un ciuffo di capelli sugli occhi.

A fronte di una situazione precipitata a livello economico e sociale dal 2008, in 5 anni non ci sono state novità rilevanti dal punto di vista politico, sia nelle pratiche che nelle strutture organizzative, da quelle organizzazioni provenienti dall'esperienza di Genova 2001 e dal movimento No Global. Non se la passa meglio la sinistra parlamentare, basti vedere il sostanziale immobilismo della ex sinistra arcobaleno, già bocciata nel 2008 perchè accusata di essere solo un cartello elettorale di ceto politico unitosi per superare gli sbarramenti previsti dalla legge elettorale, ripresentatosi nel 2013 con un'allenaza accozzaglia priva di storia, di contenuti e improvvisata in un paio di mesi.

L'unica vera novità elettorale a livello di pratiche, di contenuti e di mobilitazione di soggetti fino ad oggi dormienti è stato il movimento 5 stelle. Si tratta di un giudizio oggettivo che tratta solo l'aspetto della novità e non delle bontà o meno di tali pratiche o contenuti.

Che queste fossero le elezioni della punizione verso il ceto politico della II Repubblica era scritto nella storia e a questo appuntamento il M5S ci è arrivato puntuale.

Il Movimento 5 Stelle

Per analizzare questo movimento bisogna abbandonare le categorie del lettore medio di Repubblica. Bisogna innanzitutto guardare alla genesi di tale movimento, che viene da lontano. Non è un accozzaglia di esperienze con finalità elettorali o un'operazione di marketing politico, ma un movimento che ha delle radici in fatti e pratiche che hanno avuto una loro storia. Nasce dalla sovrapposizione di 3 differenti epoche e 3 differenti piattaforme comunicative ed organizzative.

La prima è quella degli spettacoli di Beppe Grillo negli anni '90 quando, una volta espulso dalla televisione pubblica, ha iniziato a portare i suoi spettacoli in giro attraverso la Tv svizzera e la PayTv (il suo fu il primo caso di spettacolo in chiaro su Telepiù anche per i non abbonati) con un impianto incentrato su ecologismo, riduzione di rifiuti e sprechi, denuncia dei vertici di società pachiderma come Rai, Telecom, Trenitalia, del sistema finanziario internazionale, delle multinazionali fino al grande exploit con la previsione del crollo Parmalat.

La seconda piattaforma è quella nata all'inizio degli anni 2000 con il blog e i meet up sparsi su tutto il territorio nazionale. Una fase embrionale durata almeno un quinquennio da cui poi è nata l'esperienza 5 stelle, prima alle elezioni amministrative e poi alle politiche.

La terza e ultima è quella dei Vday e dello Tsunami tour, che altro non è che la forma spettacolare e pubblica di un movimento che ha interpretato i linguaggi e gli strumenti di comunicazione contemporanei, cercando un metodo di relazione e comunicazione del tutto nuovo verso una popolazione delusa ma anche profondamente condizionata e abituata a leggere realtà attraverso un approccio televisivo-spettacolare della politica come praticata per 20 anni dal binomio Berlusconi-Mediaset.

Questi sono i fatti che vanno momentaneamente isolati dai contenuti e dalle contraddizioni perchè sennò si rischia di partire da fatti oggettivi del tutto staccati dalla cronologia storica della genesi del movimento.

Quali prospettive?

Da qui deve partire un'analisi lucida da parte di tutti coloro che in questo movimento non si riconoscono. Anche perchè è chiaro che  il tanto auspicato cambiamento non passa certo da un parlamento sempre più esatuorato da dinamiche che fanno dei mercati internazionali e delle istituzioni sovranzazionali i veri mattatori delle politiche economiche e sociali europee (da qui il detto che i mercati votano tutti i giorni, i cittadini ogni 5 anni).

Il parlamento italiano, fra fiscal compact e veti europei sulle finanziarie, avrà margini di manovra molto stretti e il Movimento 5 Stelle potrà espletare al massimo il ruolo di moralizzatore e condizionare alcune decisioni in ambito ambientale e di innovazione tecnologica. Ma il canovaccio economico, e in particolare macroeconomico è sempre quello. E si tratta di quella  dimensione sovranazionale che poi alimenta la vulgata del ne' destra ne' sinistra che non è altro che l'interpretazione popolare di una dittatura dell'ideologia di mercato che rende tutto ricattabile e utiliristicamente e pragmaticamente uguale.

E' chiaro che un partito, per quanto innovativo possa essere, non potrà mai esprimere nelle istituzioni un rapporto di forza che nella società italiana oggi non esiste. I rapporti fra capitale e lavoro, fra aziende e lavoratori, fra privato e pubblico, fra interessi privati e collettivi è un rapporto all'insegna del ricatto e si stenta a vedere situazioni concrete che riescono a cambiare questo rapporto di subalternità dei popoli e delle istanze collettive agli interessi privati di un'elite sempre più ricca.

Lucidità

Lucidità presuppone guardare al concreto, cioè valutare come la situazione politica nazionale che si è venuta a creare possa favorire o sfavorire tutti quei movimenti, comitati e organizzazioni che in questi anni hanno portato avanti battaglie nell'ambito del lavoro, dei beni comuni, della casa o dell'ambiente. Perchè è comprensibile l'amarezza di tanti militanti comunisti, anarchici, di sinistra, autonomi che da anni portano avanti battaglie, spesso riprese anche da slogan del M5S, che vedono il boom politico di un movimento che alla fine su tanti territori è rimasto a margine di tutte le lotte dal basso in atto. Livorno può esserne un esempio, ma non è certo con l'astio o con i tormentoni destra/sinistra o fascista/antifascista che si risolve una situazione che sta diventando pesante a livello occupazionale e con conseguenze sociali che ancora non vediamo nella sua più dura drammaticità. Proprio i compagni che queste cose  le masticano quotidianamente nei comitati di lotta per la casa o nei sindacati di base dovrebbero saperlo.

Lasciamo, dunque, le questioni su destra/sinistra o il voyeurismo di chi si riscopre antifascista e di sinistra solo in funzione antigrillina (ci riferiamo a Repubblica e al Pd), e analizziamo se questo contesto può essere favorevole o sfavorevole a chi vuole cercare di cambiare questa società e questo sistema veramente da sinistra, cioè ribaltando intanto le politiche di austerità e di disuguaglianza che aumentano quotidianamente la forbice fra poveri e ricchi e che toglie alle classi subalterne opportunità e diritti in settori chiave come l'istruzione e la sanità oltre che la possibilità di avere un reddito.

E' chiaro che da Genova 2001 la capacità di intervento e consenso di buona parte di quel movimento No Global sia andata scemando, fra contraddizioni istituzionali e dinamiche movimentiste spesso impopolari. E non può certo essere esente da autocritica una pratica politica nei movimenti che spesso non è riuscita a concretizzarsi in una visone a 360 gradi della società ma che spesso è rimasta confinata a singole battaglie o campagne di corto respiro. Così come non si può non fare autocritica su dinamiche organizzative, anche nella sinistra extraparlamentare, spesso legate a leadership e dinamiche trentennali più riconducibili a fenomeni di carisma e impegno militante che di reale democrazia interna. E il Movimento 5 Stelle, almeno a parole e come immagine, ha giocato molto proprio sul concetto di democrazia diretta che, in mezzo alle figure di Grillo e Casaleggio e tante contraddizioni, potrebbe significare il loro trionfo o il loro declassamento a meteora della politica.

Che nel Movimento 5 Stelle ci sia una parte di aderenti che si rifanno a vaghe teorie meritocratiche, privatistiche e di distruzione di parti di welfare in nome dell'efficienza è ben noto, così è noto come ci siano persone impreparate (a Livorno si dice “venute giù con la piena”) o persone che potranno fare continue gaffes (più o meno volute) su storia, foibe, fascismi o partigiani. Così come ci saranno molti altri militanti o deputati che invece potranno portare una ventata di novità su temi spesso rimasti nel dibattito di nicchia e  poco comunicativo di certi ambienti di sinistra (il reddito di cittadinanza, ad esempio).

Lucidità impone di andare oltre, ripartendo dagli errori ma anche da quello spirito che ha reso protagonisti di mille battaglie in questi anni i movimenti per i beni comuni o per la riappropriazione degli spazi e dei diritti, e valutando quali vittorie strategicamente importanti si possono conquistare in questo contesto. Perchè se spesso uno non porta a casa il risultato, anche di breve respiro, è dura ingrossare le fila e far valere i numeri. La crisi in questo momento sta acuendo le tendenze individualiste e per arrivare a fine mese c'è sempre più persone disposte a tutto, anche a svendere diritti o innescare guerre fra poveri.

Un contesto favorevole

Sembra strano spesso vedere in tanti compagni scoramento o insofferenza a quello che sta accadendo. Prendendo ad esempio la lotta che più incarna l'impegno vincente di molti compagni politicamente impegnati e il coraggio di una comunità a difesa del proprio territorio, il movimento NO TAV si trova oggi in una posizione interessante. Non tanto perchè dalla valle è uscito un plebiscito per Grillo, probabilmente individuato come un referente più sincero e affidabile di molti altri che hanno ricevuto il voto in passate campagne elettorali (chi dovevano votare, Di Pietro che era ministro delle infrastrutture del governo Prodi?), ma perchè lo stallo di governo e l'avanzata del M5S sta creando un contesto per cui coloro che difendono i poteri forti sono pervasi da timori di perdita di consenso e quindi non possono più fare come prima i vassalli spudorati di tali poteri anche di fronte a scelte irrazionali e che penalizzano palesemente la collettività.

Lo stesso vale per tutti quei comitati che lottano contro gli inceneritori, per la salute e l'ambiente,  e per quelli che lottano contro infrastrutture inutili per noi e utili solo per dare qualche commessa agli amici. Vale anche per coloro che lottano contro la folle spesa per gli F-35 o contro le costose missioni militari, o per il ripristino dell'articolo 18.

Sia chiaro, si sta parlando solo di contesto favorevole. E' sottointeso che queste battaglie potranno essere vinte solo se coinvolgeranno migliaia e migliaia di persone e sapranno sprigionare forze e saperi da opporre a queste politiche.

Bisogna anche considerare che in molti territori, le forze politiche che amministrano da decenni in modo clientelare, iniziano ad avere paura di perdere i sindaci. Di cosa dovremmo preoccuparci?

Molti mettono in guardia da analisi come le nostre sventolando il pericolo fascista e populista che un movimento come quello di Grillo potrebbe incarnare. Il pericolo ci potrà anche essere  visto che il M5S non è certo ciò che sognavamo in questi anni per far preoccupare chi comanda, ma la situazione è questa e invece di star a rincorrere Repubblica nell'opera di vivisezione del M5S e dei suoi deputati (prima a mala pena i suoi lettori conoscevano una trentina fra deputati e senatori, gli altri 900 erano sconosciuti...), sarebbe bene iniziare a pensare a mobilitazioni, forme organizzative e soprattutto un idea di economia, macroeconomia e società che possano sostituire quella attuale.

Intanto nel breve e medio periodo c'è da portare a casa qualche vittoria su lavoro, reddito, casa, ambiente e salute. La crisi oltre che i popoli, azzera anche i discorsi in tal senso.

Classi e generazioni

Dalle urne è uscito un voto generazionale. Il M5S ha ottenuto percentuali bulgare fra i giovani fra i 18 e 25 anni e ottime percentuali fra gli under40. Lo scontro generazionale invocato da grillo negli ultimi comizi ha sfondato culturalmente. Partiamo dal presupposto che questa è una visione semplicistica e pericolosa che non ha nulla a che vedere con quei concetti di classe, democrazia e sovranità che dovrebbero essere al centro del dibattito. Ma di fatto questa tendenza esiste e rimane il fatto in se', cioè che molti giovani e giovanissimi questo scontro lo sentono e probabilmente lo stanno vivendo in prima persona.

Fa impressione vedere il video che il giornalista Sortino ha confezionato a Livorno per la trasmissione Piazza Pulita. Accanto a una visione sempre abbastanza folkloristica quando si parla di questa città, dal servizio emergono però chiaramente due tendenze chiare: il voto al M5S per punire il Pd e il voto giovanile indirizzato verso Grillo.

Perchè? Avremo tempo per focalizzare l'attenzione sulla nostra città ma è chiaro che qui la crisi abbia picchiato più che da altre parti, specialmente per un territorio che ha sempre fatto del lavoro, nel settore portuale e manifatturiero, la propria ricchezza diffusa. Oggi siamo appesi invece a tassi di disoccupazione stellari e alle pensioni che reggono un intero sistema. Il tutto con l'impressione che la classe dirigente al potere in modo ininterrotto da decenni non si sappia innovare e continui ad operare per una nicchia di interessi ormai palesemente in contrasto con il bene collettivo.

Ma non c'è solo quello. Dal pacchetto Treu e dalla legge Biagi in poi, il mondo del lavoro giovanile è stato destrutturato a colpi di machete rendendolo precario e malpagato. Con il collegato lavoro poi, si è dato anche l'ultimo colpo di grazia sulle possibilità di fare causa alle aziende che utilizano contratti atipici in modo non consono (è stato diminuito da 5 anni a 60 giorni il tempo per chiamare in causa l'azienda rendendo ancora più difficile l'esercizio di un diritto sacrosanto).

Ma non ci sono solo le leggi, molti giovani lavoratori si sono sentiti in questi anni merce di scambio. Durante il boom dell'utilizzo di contratti interinali in molte aziende, spesso i sindacalisti hanno strappato buoni contratti integrativi per i dipendenti aziendali (i cosiddetti garantiti e iscritti ai sindacati) in cambio della chiusura di un occhio sul limite massimo di interinali presenti in azienda in deroga al contratto nazionale. Spesso molti interinali si sono sentiti abbandonati anche dai sindacati oltre che dalle aziende, specialmente quando è sopraggiunta la crisi.

Sono solo piccoli esempi di come si sia creata, anche nel mondo del lavoro, questa cultura dello scontro generazionale. Una visione che non porta a niente e che è smentita anche dai fatti visto che con la riforma Fornero di pensioni e articolo 18 è stato tutto il mondo del lavoro a subire un attacco frontale epocale, senza distinzione di generazione.

Ma è chiaro che un intervento politico vincente non possa che passare dal coinvolgimento di chi ha votato in massa Beppe Grillo perchè si è sentito spesso meno garantito e abbandonato nella precarietà.

per Senza Soste, Franco Marino

6 marzo 2013

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Marzo 2013 18:31

Livorno, Re Pipino manda segnali di guerra

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"Adesso il progetto si scorcia"
Yari De Filicaia su Il Tirreno pg V, Cronaca di Livorno, 1 marzo 2013 (citazione autentica).

renzi_bersani_borracciaCon un breve rullo di tamburi, e un improvviso squillo di tromba, Yari De Filicaia, il Re Pipino del Pd livornese manda segnali di guerra per la tenuta del governo del territorio. De Filicaia, nell'intervista al Tirreno, afferma "percepisco malessere". Ma, nonostante l'intervista del genere "ora parla il segretario", non si capisce se questo malessere viene percepito nel Pd, in città o per un abuso di peperonata. Cattiverie da parte nostra? Mica tanto.

Con il livello di crisi che sta attraversando Livorno, tale da mettere in discussione qualsiasi certezza, tutto quello che De Filicaia riesce a dire è che è d'accordo per un potenziamento della raccolta differenziata dei rifiuti. Un tema importante, quanto usato con toni di propaganda da sbadiglio, lo sappiamo bene. Solo che, per l'impressionante livello dei problemi sul territorio, è un cosa tipo come essere in Polonia nell'agosto del '39, sapere dell'imminenza dell'invasione tedesca, e prepararsi a stendere le primarie per l'elezione del sindaco di Danzica. Ragion per cui davvero non si capisce dove De Filicaia percepisca il malessere.

Che si tratti però di qualcosa che va oltre la sfera gastro-intestinale lo si intuisce quando De Filicaia comincia un lungo panegirico, da bersaniano, sulla necessità di affidarsi a Renzi per il prossimo futuro.
Diavolo di un Re Pipino, poche settimane fa, in conferenza stampa fatta assieme al coordinatore dei renziani, si rivolse pubblicamente al rappresentante a Livorno del sindaco fiorentino e affermò "voi qui non vincerete nemmeno con i carri armati". Passano poche decine di giorni, il centrosinistra prende 3-4 punti meno del previsto, e De Filicaia apre a Renzi e senza che i renziani, divisissimi tra loro, siano in grado di schierare non diciamo un carro armato reale ma nemmeno un pugno di quelli in plastica del Risiko.

A De Filicaia sfugge la differenza tra un progetto politico, che non cambia certo con qualche punto elettorale in meno, e la ricerca compulsiva di un capo da presentare alla gente.
I capi, si sa, portavano ricchezza ai tempi del Re Pipino originario mentre all'epoca di quello livornese, al massimo,servono per dare qualche indicazione ai giornalisti nelle conferenze stampa. Anche i voti, per quanto si confidi in un potere taumaturgico di Renzi, non arrivano.

In definitiva che dire? I segnali di guerra di Re Pipino non li raccoglierà nessuno. All'interno del Pd perchè, nella guerra tra bande tra ex renziani ed ex bersaniani (con i due clan in sicura lotta tra loro), si pensa solo ad assicurarsi un qualche posizionamento. La politica, il territorio, sono definitivamente lontani. All'esterno del Pd perchè cosa avviene in via Donnini al massimo interessa a chi, per pochi euro, deve raccogliere, e trasformare in notizia, dichiarazioni di incontestabile vuotezza.

Resta la città di Livorno, senza una strategia, un indirizzo, un serio lavoro per il futuro. Ma con questo gruppo di dirigente, comunque vadano le cose senza di loro, l'assenza di futuro è assicurata.

redazione - 1 marzo 2013

vedi anche

Re Pipino e la crisi irreversibile del Pd livornese

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Ultimo aggiornamento Giovedì 07 Marzo 2013 20:55

Caos Italia, quale strategia per la politica tedesca?

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germania_ueLa notizia dell’annullamento, da parte di Giorgio Napolitano, dell’incontro con Peer  Steinbrück, candidato cancelliere per la SPD alle prossime elezioni di settembre, è l’occasione per delineare alcuni elementi di lettura del comportamento della politica istituzionale tedesca verso l’Italia.  Comportamento che, fa bene ricordarlo, altro non è che la linea politica del paese egemone dell’eurozona non una questione qualsiasi di politica estera. La notizia fa poi ancora più sensazione, a livello diplomatico, nel momento in cui sia Napolitano che Steinbrück appartengono, seppur in diversi ruoli, alla stessa famiglia politica del socialismo europeo.

Ma perché Napolitano si è rifiutato di incontrare Steinbrück? Perchè il candidato cancelliere della SPD ha definito, in un meeting pre-elettorale, Grillo e Berlusconi “due clown” che compongono il quadro catastrofico dell’attuale politica italiana. Frase irrituale, quella dei clown, per la politica istituzionale tedesca. E’ evidente che Napolitano, che deve cominciare la più complessa fase di consultazioni tra forze politiche dal 1945, non può accreditare un incontro con un personaggio che ha dato del clown ai rappresentanti di quasi i tre quinti dell’elettorato italiano. Steinbrück, a differenza di Angela Merkel, ha cominciato una campagna aggressiva sulla questione della situazione italiana. Per due motivi principali: il primo è dettato dalla necessità di recuperare nei sondaggi, interpretando le angosce dell’opinione pubblica tedesca rispetto all’Italia, mentre il secondo segue la linea di una serie di critiche permanenti che Steinbrück rivolge ad Angela Merkel. Per Steinbrück infatti, il dispostivo di governance europea (legato sia alle politiche di bilancio che all’intervento coordinato sulla legislazione del lavoro a livello continentale) non si sviluppa con le politiche di attesa promosse dall’attuale cancelliere tedesco.

C’è anche un’altra questione di cui tener conto, visto che stiamo parlando di un ex ministro delle finanze (del governo di coalizione con la Merkel) ben attento agli equilibri delle borse. Steinbrück parla la stessa lingua, in queste ore, della stampa inglese ed americana. Gli umori che interpreta in Germania sono simili ai titoli del Financial Times, del Guardian o del Wall Street Journal. Eppure, nonostante la geografia ufficiale della politica avvicini Napolitano a Steinbrück, è proprio il comportamento attuale della cancelleria di Berlino ad essere più gradito all’attuale presidenza delle repubblica italiana. Innanzi tutto per i toni, che in politica contano, di Schauble, potentissimo ministro delle finanze tedesco e della stessa Merkel. Entrambi hanno parlato di rispetto per l’espressione popolare del voto italiano. Nonostante che Schauble abbia parlato di “rischio contagio dall’Italia”, che riguarda la dimensione finanziaria, ci si è tenuti lontano, anche in presenza degli scivoloni di Monti, dal dibattito sull’Italia anche prima del voto del 24-25 febbraio. Ma c’è un punto sostanziale per cui, al momento, la politica di Merkel e Schauble è la più adatta per la presidenza della repubblica italiana. Lo si capisce da un articolo, scritto su die Welt, da Thomas Straubhaar docente di economia delle relazioni internazionali all’università di Amburgo e direttore, sempre nella città anseatica, del prestigioso istituto di studi sull’economia mondiale.  Su Die Welt, vicino alla Merkel ma anche a Weidmann, falco presidente della Bundesbank, Straubhaar attacca le posizioni allarmistiche sull’Italia facendo evidente riferimento a Steinbrück. Ma espone, parlando del nostro paese, una strategia più articolata di contenimento del caos sistemico che, per il neoliberismo europeo, sembra essere rappresentato dal risultato delle elezioni italiane. Straubhaar, dopo la classica argomentazione storica sull’instabilità cronica dei governi italiani, propone due vie di contenimento degli effetti politici e finanziari del caso italiano. Entrambe passano attraverso un ruolo minimo della politica istituzionale tedesca a) lasciar regolare al Dax, l’indice di borsa tedesco, prezzi di azioni e obbligazioni in riferimento all’Italia senza un intervento diretto della politica tedesca b) lasciar fare alla Bce, e questo piacerà meno a Weidmann le cui ragioni sono di solito presenti su Die Welt, l’eventuale politica di regolazione dei prezzi delle obbligazioni sovrane italiane.

La presa in carico del caso (e del caos) Italia, interpretando Straubhaar, adesso passa quindi attraverso il laissez-faire della politica di Berlino ed il comportamento attivo dela borsa tedesca e il ruolo di sostegno della Bce. Se questo ruolo debba anche prevedere un commissariamento di fatto dell’Italia Straubhaar non lo dice. Ma lo dicono i trattati Sme e Omt ed oltretutto anche le dichiarazioni di Draghi dello scorso agosto, alla base di tutto il comportamento dei mercati finanziari rispetto all’euro degli ultimi mesi. Siccome al momento è la Merkel al potere in Germania, e non Steinbrück, c’è da prevedere, per una complessità di fattori, che questo sarà il comportamento tenuto da Berlino all’inizio della crisi italiana. Nella speranza che una grande coalizione, costituita a Roma da diverse esigenze politiche e finanziarie, prenda prima possibile le redini del nostro paese. Ci sono però tre fattori che possono impedire il dispiegarsi pieno di questo comportamento, oltre alle differenze di linea interne alla Bce e il comportamento imprevedibile degli attori tedeschi sul mercato: 1) il protrarsi dello stallo politico a Roma, e quindi l’assenza di un identificabile referente in Italia, ben oltre le previsioni degli attori politici e finanziari di Berlino e Francoforte 2) L’acuirsi della crisi francese, economica e finanziaria, che può mettere in difficoltà le strategie di Bce di contenimento del “contagio” italiano 3) il montare delle scommesse dei fondi speculativi sul caso Italia ben oltre la capacità di risposta della Bce.

Come era prevedibile da diverso tempo la crisi italiana, una volta arrivata ad una prima maturazione, è diventata immediatamente una grave questione continentale. Che riguarda Berlino e la Bce più di qualsiasi altre crisi precedenti. I conflitti tra gli attori tedeschi della crisi, e tra quelli italiani, determineranno i comportamenti del prossimo futuro. Ma siamo di fronte ad una stagione politica, ed economica, inedita. Le sorprese non mancheranno nè per Roma nè per Berlino

redazione

28 febbraio 2013

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Re Pipino e la crisi irreversibile del Pd livornese

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re_pipinoParlando di Re Pipino, la storia narra di un sovrano continuamente in conflitto con sassoni, longobardi, bavari e burgundi. Per non parlare delle lotte intestine dei franchi di cui Pipino è stato re per una tormentata stagione. Si tratta di vicende dell'epoca storica successiva alla scomposizione dell'impero romano. Il Re Pipino livornese, il segretario del Pd Yari De Filicaia, deve continuamente far fronte a conflitti, esterni ed interni al partito, con una differenza rispetto all'originale.

Mentre Pipino il breve chiuse la stagione di decadenza dell'impero romano con l'unificazione dei franchi, e la frammentazione politica della penisola italiana, il Re Pipino del Pd è solo all'inizio di una dinamica centrifuga irreversibile all'interno del Pd livornese. Del primo si può dire che, pur essendo rimasto proverbiale nel nome, è stato il primo re europeo a poter affermare la propria sovranità. Del secondo, e si spera per lui che non rimanga mai proverbiale, si stenta a capire quanto il potere di indirizzo politico vada oltre il perimetro della sua scrivania. De Filicaia è infatti segretario politico cittadino di un Pd la cui lotta interna tra bande è solo cominciata con la convulsa vicenda delle primarie parlamentari. E le sue indicazioni non sono proprio all'indirizzo della svolta strategica di fronte ad un terremoto politico. Il Pd perde il 16% dei voti in un colpo solo? De Filicaia argomenta "è stata una flessione". La crisi della politica istituzionale e la drammatica situazione occupazionale allontanano l'elettorato giovane dal Pd locale e nazionale? De Filicaia argomenta "sui giovani serve una riflessione".

De Filicaia oscilla quindi tra flessione e riflessione, come se le assonanze e gli eufemismi spengessero gli incendi nei palazzi.
In realtà De Filicaia non può assolutamente niente contro le dinamiche centrifughe del suo partito letteralmente terrorizzato, quanto paralizzato, dalla prospettiva di perdere il potere a Livorno . Oltretutto De Filicaia non ha una rete di quadri in grado di imporre, o perlomeno di preparare, l'enorme salto di paradigma (economico, sociale e concettuale) di cui ha bisogno Livorno. Capita quando si è abituati, da sempre, a stare dentro equilibri di interessi. Solo che oggi gli equilibri di interessi si confondono sempre più con gli squilibri. Il Pd livornese è in crisi irreversibile, senza quadri, innovazione, strategie e questa condizione sarà oltretutto peggiorata dalle prevedibili convulsioni nazionali del partito di Bersani.

I re, si sa, vanno e vengono. Livorno è sopravvissuta al colera può benissimo sopravvivere alla fine del Pd. Ma è il dopo che va concepito bene. Il centrosinistra livornese è un qualcosa fermo da qualche parte degli anni '90. Per rimettere in piedi questa città, che è qualcosa di diverso dal cambiare maggioranza politica, serviranno concezioni e sforzi all'altezza di un compito persino superiore alla ricostruzione del '45.

per Senza Soste, Ian St.John - 27 febbraio 2013

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Ultimo aggiornamento Sabato 02 Marzo 2013 13:37

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