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EDITORIALI

Se questo è un uomo

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bersani_smanicatoTra il suicidio assistito del povero Lucio Magri e quello di Pierluigi Bersani la differenza non sta solo nel fatto che il primo è stato, purtroppo, un evento reale mentre il secondo fa parte di una di quelle metafore efficaci per comprendere la vita politica. Esiste infatti un fine vita colmo di senso della dignità che è restituito dalla dimensione del tragico, ed è il caso di Magri, e uno, e in questo Bersani è maestro,  in cui prevale il patetico.

E’ un peccato che una dichiarazione del segretario del PD di quest’estate non sia entrata tra i cult della comunicazione politica che finiscono su youtube. A inizio luglio, mentre cominciava la tracimazione del debito pubblico e lo sgretolamento della borsa di Milano, un Bersani versione battagliera si faceva intervistare dal consueto microfono amico. “Noi non ci faremo mettere in ginocchio dalla speculazione”,  affermava Bersani con il tono fuori contesto del cliente del mercato all’ingrosso delle carni , “siamo un grande paese”. Ci mancava stringesse i pugni per mostrare la grinta, come avrà visto fare nei manifesti dei raduni di boxe o del circo dei primi anni ‘60 nella provincia piacentina dove è nato, e lo spettacolo avrebbe potuto dirsi completo. Il segretario si apprestava così a votare una finanziaria patriottica, benedetta da uno dei personaggi meno chiacchierati e più pericolosi della storia della repubblica ovvero Napolitano, assieme al centrodestra di Berlusconi. La storia, come sappiamo, sa essere impietosa con i personaggi improvvisati. E infatti non solo, in poche ore dopo la finanziaria patriottica votata da Bersani, il grande paese si è fatto mettere in ginocchio. Ma ad agosto era già commissariato da da Ue, Bce, Germania e Francia, mancava giusto l’Uefa, mentre oggi il Pd si appresta in questi giorni a votare di fatto la quarta finanziaria dettata da Francoforte in cinque mesi. Un tempo si sarebbe detto che è stato fatto un’errore di analisi sulla fase. Ma il Pd è un partito che l’analisi l’ha esternalizzata a consulenti, esperti di marketing, giuslavoristi, insomma a chiunque rappresenti il mondo del nuovo liberismo. Il suo problema è stare dentro la fase a prescindere dal senso e dai danni che può, con questo comportamento, combinare ad un paese.

D’altronde cosa ci si può attendere da un uomo, che nel bel mezzo della prima crisi del governo Berlusconi, estate 2010, propone pubblicamente l’uomo più odiato dai suoi elettori, Giulio Tremonti, come presidente del consiglio? O da un ex ministro economico che, quando la crisi era già grave e sistemica, duettava con Tremonti in televisione dicendo che “l’Italia ha bisogno di sollievo, un mezzo punto di pil in più”? Lo stesso senso di chiedere l’esposizione di bandiere nazionali negli uffici pubblici durante la grande depressione americana, insomma.
Il bello è che l’assenza di significato dei discorsi pubblici di Bersani è talmente marcata che nessuno ne ricorda più né la sequenza logica né quella temporale. Nemmeno i suoi avversari interni hanno evidenziato il fatto che, fino al richiamo all’ordine di Napolitano a inizio novembre, Bersani ha insistito a lungo, dopo un’epopea di correzioni di rotta insignificanti quindi impercettibili, con le elezioni immediate per “dare aria nuova al paese”. E’ finita con l’appoggio ad un governo, candidato a impoverire il paese in nome del rigore dei conti e dei profitti a breve sia economici che finanziari, dove i tre segretari maggiori che lo sostengono si riuniscono clandestinamente negando di essersi visti.

Quanto alla visione della politica economica, Bersani neanche riesce a stare al passo con il nuovo liberismo. I suoi discorsi parlano di un paese, tutto ricavato dall’esperienza emiliana (ma dei primi anni ’80), fatto di padroncini, piccole e medie imprese e rapporto organico tra imprenditore e lavoratore. Una sorta di piccolo mondo antico col marchio coop la cui assenza di realtà, evidentemente, non deve causare un gran problema. E che dire del fatto che non si ricorda di Bersani, in un certo senso meno male, un discorso significativo in politica estera? In un momento in cui accettare la politica economica e fiscale proposta dalla Germania o meno ne va del destino di un paio di generazioni di questo paese il silenzio di Bersani su questi temi ha dell’incredibile. Perché non fa arrabbiare, l’uomo è talmente sproporzionato rispetto al compito che viene solo da sorridere. Esprime un patetico che lascia allibiti piuttosto che scatenare il naturale risentimento verso le nullità pretenziose che causano danni.

Il bello è che, rispetto a una assenza di stategia, Bersani si caratterizza per essersi incartato nella tattica. Il PD è completamente nelle mani di Casini. Un risultato a suo modo storico: un partito che nei sondaggi è vicino al trenta per cento subordinato a uno che arriverebbe a malapena all’otto. Che la rincorsa al centro da parte del PD fosse conclamata lo sapevamo. Meno che questa rincorsa si risolvesse nella resa incondizionata. Adesso il PD si trova nella classica situazione politica di chi rischia davvero di perdere, forse tutto, qualsiasi cosa accada. Se il governo Monti funziona, salvando le classi dirigenti del paese e affossando la popolazione, per il PD il bagno di sangue alle prime elezioni è assicurato. Se il governo Monti non funziona il PD diviene inaffidabile per le classi dirigenti che spera di rappresentare. E dopo politiche che si faranno comunque sentire nel profondo della società causando una perdita, ci auguriamo irreversibile, di voti per il partito democratico.
Non resta che sperare nell’imponderabile, niente male per un partito fatto di amministratori che si vogliono pragmatici e concreti. Ma quando da questo partito si nominano dei numeri due come Penati, travolto da una spirale di scandali sulle tangenti, si comprende come un segretario simile sia emerso come interfaccia televisiva di un verminaio.

Bisogna dire però che Bersani rappresenta lo zoccolo duro del suo elettorato con naturale simmetria. Entrambi riflettono un’Italia minima, a prescindere dal reddito e dalla fascia sociale in cui si colloca, inespressiva e convinta che i propri piccoli, grezzi calcoli coincidano addiritttura con la realtà e la concretezza. Un’Italia oltretutto credulona che si nutre dei miti, l’”Europa”, il “mercato”, il “senso delle istituzioni”, tipici di una provincia disorientata da cose che le sembrano più grandi e terribili di lei. Ma si tratta di una Italia pericolosa che non esita a pronunciare la parola “sacrifici” senza indietreggiare di fronte alla crudezza, sempre meno simbolica, del significato di questa parola . E’ gente che, concettualmente parlando, fa ridere ma che non batterebbe ciglio se il mitico giudizio dei mercati gli chiedesse di mettere scaglioni di pensionati dentro i vagoni piombati.

Il suicidio assistito, da Napolitano, di Pierluigi Bersani può però trascinare nell’oblìo non tanto un segretario di un partito mai nato ma anche quadri ed elettorato.  Vengono a mente, per senso del contrasto, le parole che un ex iscritto del Pdup ha scritto in memoria di Lucio Magri:
“caro segretario, un ultimo abbraccio. E’ stato un onore poterti seguire in tante battaglie politiche”.
Statene certi che quando arriverà il fine vita di Bersani nessuno scriverà parole simili. Perché il Pd non ha mai combattuto una battaglia politica, sbagliata o centrata, per l’emancipazione delle masse di questo paese. Piuttosto una lunga guerra silenziosa, velenosa contro la popolazione italiana e i suoi stessi nessi di riproduzione materiale. In nome di una adesione al mercato e al potere, pallida quanto letale.
Si possono combattere battaglie politiche non condivisibili, almeno per chi scrive, come Magri. Ma è il modo come si conducono, persino quello in cui si muore, che rende un’esistenza veramente degna di essere vissuta. La parabola esistenziale di Bersani coincide invece quella di un’italietta di non viventi, demograficamente rappresentata nel PD, che alle prese con problemi epocali liquida sé stessa e un paese. Nel culmine di un suicidio politico che non farà nemmeno spettacolo. E, visto il saldo legame tra politica istituzionale  società dello spettacolo, questo rappresenta il culmine dell’assenza di qualità. La speranza è che il nulla li travolga senza che li ricordi nessuno. Per certa gente basta la sentinella dello storico, poche pagine scarne che fanno scomparire nell’oblìo nomi e vicende non necessarie, per il PD quasi tutto, e poi c’è solo la cenere.

per Senza Soste, nique la police

1 dicembre 2011

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Piscine di Collesalvetti: un buco nell'acqua

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buco_nellacquaNell'anno dei referendum vinti sull'Acqua Bene Comune ed a pochi giorni da una bella manifestazione svoltasi a Roma per ribadire il concetto di “ri-pubblicizzazione” dei servizi idrici, è notizia di poche ore fa che i carabinieri di Livorno hanno svolto decine di perquisizioni in case ed uffici degli attori coinvolti nella vicenda delle piscine di Collesalvetti.

Sotto l'occhio della magistratura, chiamata in causa dall'attuale sindaco colligiano Bacci per cercare di chiarire la vicenda, ci è finito anche l'ex-sindaco di Collesalvetti Nicola Nista, indagato per “abuso d'ufficio”.

L'attuale assessore alle politiche ambientali per la provincia di Livorno, Nista, che ricordiamo essere anche un'estremo sostenitore della nuova gestione unica dei servizi dell'ATO5 Toscana Costa e convinto estimatore della politica degli inceneritori e delle discariche nel nostro territorio, è stato uno dei principali attori nella costruzione della “Cittadello dello Sport” di Collesalvetti, dove sono presenti le attuali piscine, chiuse ormai da anni per morosità nei confronti delle banche creditrici (4 milioni di fidejussione) e dei vari gestori di servizi (bollette per un totale di altri 400 mila euro circa).

Oltre all'ex-sindaco, nell'ambito dell'inchiesta, sono state indagate anche altre 9 persone fra imprenditori ed amministratori, tutti con l'accusa di “truffa ai danni dello Stato”.

La vicenda, come si vede, è ancora tutta in movimento e presto pubblicheremo un'inchiesta più dettagliata a riguardo. Intanto, per restare sui temi di questi mesi ed usando una frase di alcuni cittadini colligiani fuori dai cancelli delle piscine al momento della loro chiusura nel 2009, verrebbe da dire che: “Hanno fatto un buco nell'acqua!”

Per Senza Soste, da Guasticce, Licio Delle Colline

29 novembre 2011

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Il bel mondo dell’ assessore Colombini, tra project financing, tangenti della Wass e siluri di Guarguaglini

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nuovo_centroChe rapporto c'è tra le cartolarizzazioni, un'operazione speculativa che salda finanza e immobili, e i siluri? Per farsi un'idea non c'è bisogno di fare un grande sforzo di astrazione. Anzi, basta restare a Livorno. Oltretutto non si deve fare un gran giro della città, la risposta sta in una sola persona: l'assessore Giovanna Colombini. Che si occupa, stando all'ufficialità della carica, di "promozione dei saperi e delle relazioni internazionali". Il sito del comune di Livorno specifica che l’assessore Colombini, docente ordinario all’università di Pisa, si occupa dei rapporti con l’università e la ricerca, le relazioni con organismi comunitari e internazionali e del coordinamento dell’acquisizione di fondi europei con particolare attenzione alla gestione dei fondi strutturali Piuss.
Dei Piuss a Livorno ce ne siamo occupati diverse volte, rimandiamo a questo articolo che, a più di un anno di distanza, è purtroppo ancora attuale.

http://www.senzasoste.it/livorno/lamministrazione-presenta-il-piuss-la-differenza-fra-sogno-e-realta

Si tratta piuttosto di fare una ricognizione attorno alle politiche che passano dall’ufficio dell’assessore Colombini. E qui sgomberiamo il campo da un equivoco. Questa ricognizione non è fatta per suggerire qualche spunto per la cronaca giudiziaria. Si tratta sempre di un approccio, oltre che tendenzioso, riduttivo rispetto al problema principale. Che è quello delle politiche, o meglio dei disastri politici, che emergono dai comportamenti delle istituzioni livornesi. Disastri che avvengono nel silenzio, nella reticenza dei media locali che, proprio quando non possono comportarsi come uffici stampa delle istituzioni, nel migliore dei casi danno notizie frammentarie, sganciate dalla rappresentazione di un contesto che ne renda possibile la comprensione. E qui bisogna ricordare che, per un territorio in crisi, avere un sistema di opinione pubblica povero è un danno economico e sociale. Ogni notizia, per così dire, reticente, ogni paginata sugli scippi e su X-Factor, ammesso e non concesso che attiri lettori, è un diretto danno economico per il territorio. Perché impedisce il concentrarsi delle forze sociali sui problemi reali. Qualità della notizia e uscita dalla crisi sono facce della stessa medaglia. Impossibile che lo capiscano al Tirreno ma forse i livornesi un’idea in materia se la possono fare.

1)  Project Financing

Messa tra parentesi la questione Piuss, partiamo dal primo problema che si aggira nell’ufficio di Giovanna Colombini. La questione del project financing. La Colombini è un giurista, di valore, ha una produzione scientifica robusta e indirizzata su un tema specifico: la regolazione giuridica delle operazioni finanziarie nel rapporto tra pubblico e privato.  In quest’ottica non fa certo male farsi direttamente un’idea della produzione scientifica dell’assessore. Nel volume da lei curato “La nozione flessibile di proprietà pubblica” (Giuffrè 2008), e realizzato assieme ad una serie di allievi e tecnici di area, la Colombini non è certo criptica. Anzi nell’Introduzione, da lei firmata, chiarisce immediatamente due passaggi. Il primo riguarda la necessità di approfondire e specializzare la coniugazione del regime giuridico con contabilità del bene pubblico (pg.1, in poche parole rendere raffinate le categorie giuridiche che si occupano di contabilità pubblica nella prospettiva di finanziarizzare e privatizzare i beni comuni), il secondo si pone come scopo quello di esaltare la redditività finanziaria del bene  comune (pg. 2, altrettanto in poche parole definire quale linguaggio giuridico incontra al meglio le esigenze di rendere tanto più profittevole possibile il bene comune sul mercato). Si comprende così cosa ci sia veramente di flessibile nella proprietà pubblica secondo la Colombini: il vincolo che rende un bene comune indisponibile al mercato. Ecco la produzione scientifica che si annida nel comune di Livorno. Al di là delle identità politiche di provenienza, o più o meno ostentate, basta scorrere il testo e ci accorgiamo che, nonostante le differenze tra regime giuridico inglese e italiano sui beni pubblici, siamo alla piena coerenza thatcheriana di una persona che ha collaborato con Ciampi e Luigi Berlinguer. Concorrendo quindi, in concorso di colpa politica, con due grandi disastri che dagli anni ’90 sono arrivati fino a noi. L’adesione all’euro per come l’abbiamo conosciuta e l’autonomia scolastica.
Insomma, si tratta di donna di sinistra solo per chi è il classico elettore piddino, confuso mentalmente e politicamente: chi si occupa di beni comuni sa che siamo di fronte al classico tecnico della liquidazione coatta dei patrimoni collettivi. Infatti in Italia Diritto contabile e giuslavorismo hanno prodotto diversi killer dei diritti provenienti da sinistra. Fa parte della triste storia di questo paese. Dopo essersi occupata di cartolarizzazioni (rese famose da Tremonti ma introdotte da D’Alema, sui cui disastri sociali e finanziari invitiamo a leggere questo bilancio http://www.italia.attac.org/spip/spip.php?article2522) Giovanna Colombini si concentra sul project financing.
E qui non è certo un caso che il project financing stia nei programmi del polo universitario di Villa Letizia, la cui fondatrice, e mente diplomatica e logistica, è proprio Giovanna Colombini

http://els.adm.unipi.it/materiale/programmi0910/econ_infrastrutt.pdf

Insomma, a questo punto tutti hanno capito quale sia la “promozione dei saperi” di cui si occupa, per il Comune di Livorno, l’assessore Colombini.  Quella dei saperi tecnici e giuridici necessari per la messa sul mercato di beni comuni, per le esigenze del mondo finanziario, per il rapporto tra immobili e moneta inteso come ultima occasione per estrarre profitti privati sul territorio. A definire di interesse pubblico tutto questo ci penseranno poi la creatività giuridica italiana e l’ottusità dei media ufficiali.
Sulle controindicazioni, sociali ed economiche come ambientali, del project financing in Toscana comincia intanto ad esserci una certa letteratura. Riportiamo qui il caso della Firenze Parcheggi, con il project Firenze Mobilità, del quale si è interessata a suo tempo la magistratura del capoluogo regionale.

http://andreatj.wordpress.com/2008/03/08/ce-voluta-la-magistratura-per-capire-i-danni-del-project/

E qui ci si deve concentrare non tanto sui possibili reati che possono essere commessi quando dal modello giuridico, o dal progetto di financing, si passa al mondo reale. Sarebbe, come al solito, concentrarsi sul dito nell’occhio invece che sulla trave che trapassa l’iride. Dal caso fiorentino, come da miriadi di altri, emerge invece che la finanziabilità dei progetti pubblici da parte dei privati porta questi ultimi a governare completamente sia la fase di progettazione che quella di esecuzione e di gestione. In poche parole il pubblico ci mette la legge, assorbe il rischio di impresa del privato (che vuole invece profitti certi per reperire risorse sicure sul mercato finanziario utili per il project financing) e fornisce le risorse comuni da trasformare in profitti. Il privato ci mette il brand, i finanziamenti e, trasferito il rischio di impresa al pubblico deve solo gestire temporalmente e finanziariamente i profitti. Con il governo Monti vedremo un salto di qualità in tutto questo, quando si parla di “crescita” è all’allargamento di questi fenomeni che si guarda. Non a caso il ministro dello sviluppo oggi è un banchiere. E qui se ci si vuole fare un’idea delle future politiche della “crescita” in questo paese basta andare a dare un’occhiata ad un passato non tanto lontano. Si consiglia il libro dell’ingegnere Ivan Cicconi
http://www.lankelot.eu/letteratura/cicconi-ivan-le-grandi-opere-del-cavaliere.html
si parla dell’Italia ma, si sa, Livorno non è il capoluogo delle isole Andamane.
La nozione flessibile di proprietà pubblica di Giovanna Colombini subisce così, nel mondo reale, una definitiva trasformazione. Diviene talmente flessibile da coincidere immancabilmente con l’interesse privato. Economico e finanziario. Ci sono scuole del diritto, viene a mente quella storica di Savigny, dove si pensa che ogni norma eccezionale debba essere espulsa dal sistema giuridico. Nel rito livornese l’eccezione da espellere è il bene pubblico, operazione da farsi attraverso un artificio giuridico che incorona le due grandi figure della devastazione contemporanea: l’imprenditore e il broker. Con sindaci e assessori in veste di cerimonieri dell’incoronazione.
Niente male davvero per una filosofia incubata e riprodotta, con tanto di polo universitario, una città di sinistra. E dire che l’assessore non è una sconosciuta. Ha fatto parte di giunte livornesi dai primi anni ’90. Potenza degli equivoci.

2) Wass a Livorno

La figura dell’assessore Colombini, per quanto poco incline alla politica spettacolo, serve anche per spiegare il tentativo di saldatura a Livorno tra operazioni finanziarie, immobiliari, ricerca e militari. Il punto è che l’elemento di forza di questo tentativo di saldatura, i rapporti con la Wass del gruppo Finmeccanica, si è anche rivelato il maggior fattore di debolezza. Il referente istituzionale della Wass, Filippo D’Antoni, è infatti finito nello scandalo Finmeccanica. Sia come genero di Guarguaglini, plenipotenziario del gruppo da quasi un decennio, sia come persona direttamente implicata, secondo la procura di Napoli, nel tentativo di corruzione di rappresentanti di governi esteri per aggiudicarsi gare d’appalto.

http://www.megachipdue.info/home/31-ultime-notizie/6784-pm-napoli-corruzione-di-finmeccanica-con-paesi-esteri.html

Viene da sé che Filippo D’Antoni, che rappresenta la Wass anche a Livorno, viene trattato dalla stampa locale con reverenza e discrezione non certo con spirito di inchiesta. A metà settembre, quando emerge la notizia del coinvolgimento di D’Antoni nell’inchiesta, il Tirreno pubblica infatti la notizia badando bene a non seguire la pista che vi è contenuta. Cautamente si fa un articolo dove si afferma che D’Antoni “per ora è solo sospetto” di tangenti.
http://ricerca.gelocal.it/iltirreno/archivio/iltirreno/2011/09/24/LX1LX_LX101.html
Ma, dopo il “per ora” nonostante la valanga che si è abbattuta su Finmeccanica ci vorranno settimane per vedere sul Tirreno altri articoli e senza mai cercare di capire, e di far capire, veramente qualcosa. Solo a novembre si parlerà di rischio occupazione per la Wass, una tipologia di articolo che, proprio perché drammatica, mette sempre in secondo piano le relazioni di affari, le alleanze che i successi e disastri di un territorio invece li determinano davvero.
Piuttosto a suo tempo, ci si è premurati di riportare dichiarazioni su D’Antoni visto dai dipendenti come “brava persona”.
http://ricerca.gelocal.it/iltirreno/archivio/iltirreno/2011/09/24/LX1LR_LX102.html

Certo, è dura dismettere l’abitudine dopo anni di articoli cerimoniali, celebrativi e acritici sulla Wass, sulle joint venture Colombini-Finmeccanica, infatti ancora una ventina di giorni fa si celebravano i successi del gruppo sul territorio
http://ricerca.gelocal.it/iltirreno/archivio/iltirreno/2010/11/07/LX5LR_LX501.html

Ma alla fine per quanto si eviti il più possibile il problema (le modalità di “lavoro” del gruppo diretto da Guarguaglini) non può non emergere l’allarme “Finmeccanica non fugga”.
http://ricerca.gelocal.it/iltirreno/archivio/iltirreno/2011/10/06/ZP4PO_ZP404.html
Ma perché tanto timore di parlare sulla Wass? Non solo, e non tanto, a causa dei posti lavoro, degli accordi sulla ricerca, della forza dei nessi diplomatici che fanno affari tra civile e militare. Ma anche perché se salta Wass salta un’importante operazione finanziaria di project financing sul nuovo centro. E con lei tutta un’intera filiera di affari.
http://ricerca.gelocal.it/iltirreno/archivio/iltirreno/2011/11/17/LX2PO_LX250.html
E l’allarme deve essere talmente forte, là dove gli allarmi si possono sentire, se per la prima volta in assoluto il Tirreno parla di questo legame tra Wass e Nuovo Centro. Tra militare e project financing, tra siluri e immobili. Mai, basta vedere gli articoli degli anni precedenti, Il Tirreno ne aveva neanche accennato.
L’assessore Colombini si trova così al centro di una filiera che sta saltando. Perchè Wass è a rischio dismissione

http://www.repubblica.it/economia/finanza/2011/11/15/news/finmeccanica_niente_dividendo-25021290/

In ogni caso comunque è ormai tramontata la stagione “magica” nella quale le istituzioni locali potevano trattare con referenti “livornesi” quali Guarguaglini, che non ha mai mancato di fare il conferenziere all’accademia navale dove la Colombini ha insegnato, e il genero D’Antoni. Quella che sta per saltare, con al centro l’assessore della nozione flessibile di proprietà pubblica, è infatti la filiera militare-ricerca-logistica universitaria-project financing-operazione immobiliare Nuovo Centro tutta giocata con Wass e Finmeccanica come player principale. Se il Tirreno si è fatto scappare la notizia, nonostante la tradizionale discrezionalità attorno ai problemi del potere, vuol dire infatti che l’allarme è veramente serio.
Se a Livorno esistesse una sfera politica ci sarebbe da sobbalzare dalla sedia di fronte ad una prospettiva del genere. Come si capisce sono una filosofia di un ventennio, un’idea di ricchezza, un tessuto di relazioni istituzionali e non che hanno fallito. Le persone, come la Colombini, ci servono infatti per spiegare questo fallimento.
Viene infatti a cadere la scommessa di rivitalizzare un territorio, o comunque una sua parte poi valorizzata come tutto dalla stampa locale, attraverso gli strumenti classici del nuovo liberismo: finanziarizzazione dell’economia locale, governance che vede gli enti locali come subordinati e l’impresa come egemone, ricerca legata al militare, immobiliare come volano della “crescita”.  E’ il bel mondo dell’assessore Colombini che va picco. E’ quindi l’idea del futuro postindustriale e immobiliare di Livorno che subisce un serio terremoto dai fatti del mondo reale.
Cade quindi anche l’illusione che siano i tecnici, nonostante la cialtroneria dei politici, a poter governare lo sviluppo dell’impresa e della moneta. Perché qui non è il dispositivo giuridico, come abbiamo visto, che manca né il raccordo con la ricerca sul territorio. E’ il mondo reale, quello al di fuori della convenzionalità del giuridico, che non è in grado di assicurare stabilità e risorse nemmeno dal punto di vista liberista. Certo ci vorrà tempo, il mito dell’impresa che porta ricchezza e della governance che la stabilizza sono ancora fortissimi, ma di fronte a queste crude prove dei fatti il territorio può capire che deve cambiare strada e modello di sviluppo.
Resta una domanda. Se esistesse un ceto politico istituzionale di opposizione potrebbe essere rivolta ufficialmente all’assessore Colombini. Che tra i suoi scopi istituzionali ha, come abbiamo visto, anche la promozione delle relazioni internazionali. La domanda è questa: viste le joint venture comune-Wass-università, il comune sentire su tanti temi e l’ostentare istituzionalmente i legami, l’amministrazione comunale ha mai supportato la Wass in qualche progetto all’estero?
Domanda non oziosa visto che la Wass, come parte del gruppo Finmeccanica, è accusata dalla magistratura di aver operato illecitamente proprio su scala internazionale.

http://www.dazebaonews.it/dazebao-news/inchiesta/item/6871-selex-finmeccanica-alla-corte-di-emiri-e-sceicchi

La domanda e la risposta sarebbero dovute ma, si sa, non è epoca in cui si rispettano i canoni della politica. Ma, nell’attesa di nulla, è interessante capire come attraverso il comportamento di un assessore si comprenda come sia esaurito un modello di città. Quello che, a partire dagli anni ’90, ha lentamente sostituito il classico panorama industriale e commerciale  di Livorno.

per Senza Soste, nique la police

25 novembre 2011

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Il cardinale Bertone e il jet privato. Il libro che fa tremare la chiesa

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bertone_cardinalePochi giorni fa il Cardinale Bertone, di fatto il numero due delle gerarchie vaticane, ha tuonato contro l'autoreferenzialità dei mercati finanziari. I cattolici, indubbiamente, sanno come usare le parole giuste per ritrovare un pò di consenso nei momenti di crisi. Certo che in materia di potere, di denaro e di autoreferenzialità la chiesa di Roma non è seconda a nessuno. Nemmeno ai grandi finanzieri di Wall Street. Stefano Livadiotti de l'Espresso, con un suo libro edito per Bompiani, si candida a confermarci queste considerazioni. Pubblichiamo qui qualche estratto de "I senza dio. Inchiesta sul Vaticano".
Dove il cardinale Tarcisio Bertone viaggia in jet privato, giusto per consolare con efficacia le anime ai quattro angoli del globo.

(red) 25 novembre 2011

[…] Vista da vicino, infatti, la Chiesa, e in primis il suo vertice, assomiglia sempre di più a una delle classi politiche maggiormente screditate dell’intero Occidente. Una vera e propria casta, come quella dei palazzi del potere romano, ma ancora più scopertamente ricca, spregiudicata e arrogante nel
pretendere ogni sorta di impunità per i suoi dignitari, che di fatto, e senza neanche essere stati eletti da chi poi è chiamato a sovvenzionarli generosamente, sono diventati degli intoccabili.
A forza di trattare sottobanco con la partitocrazia, in un’eterna rincorsa a sempre nuovi privilegi spesso ai confini con la legalità, la pletorica gerarchia vaticana ne ha mutuato tutti gli aspetti più deleteri. Riuscendo in qualche caso a renderli, se possibile, ancora più odiosi e impopolari.
Finendo per disegnare un modello autoreferenziale, dorato almeno quanto ipocrita, bugiardo e corrotto, che rappresenta l’esatto opposto dei fini statutari della ditta. Al cui interno tutti o quasi, dai più alti papaveri agli ultimi travet, predicano bene e razzolano malissimo. Un mondo dove la carità è un optional, la verità un miracolo e il sesso si fa ma non si dice. E il cui ultimo, se non unico, scopo
sembra quello di perpetuare se stesso e il proprio potere. A beneficio di una classe dirigente interamente formata per cooptazione, fieramente avversa a ogni criterio meritocratico e permeata invece da una millenaria cultura dell’intrigo e del familismo come strumenti per costruire carriere a
base di dossier, veri o falsi poco importa, generosamente distribuiti da anonime manine.
Il risultato è un’assai poco caritatevole guerra per bande, dove nessuno si fida di nessuno, tutti spiano tutti, e vince chi riesce a tirare il colpo più basso, comunque sempre abbondantemente sotto la cintura. E dove la posta in palio sono le leve del potere di un’autentica macchina da soldi, che da tempo non si accontenta più di rappresentare un vero e proprio monumento all’assistenzialismo pubblico e
perciò non esita a infilarsi nei business più inconfessabili, purché potenzialmente redditizi. Coltivando relazioni pericolose con piccoli delinquenti di strada e sanguinari dittatori, faccendieri d’ogni risma, mafiosi e barbe finte.
Intrecciando storie ai confini del romanzesco a base di fondi neri, riciclaggio, traffici di armi e di droga e morti misteriose. Collezionando in definitiva un vero e proprio catalogo degli orrori, dove non manca davvero nulla: dal reato comune confinato nelle pagine di cronaca di piccoli e grandi quotidiani all’intrigo internazionale. Con la proter-via di un potere che niente e nessuno è riuscito a scalfire più
di tanto in duemila anni di storia. E che ancora oggi è in grado – forse semplicemente bluffando (quante divisioni ha davvero il papa?) – di tenere in scacco, attraverso il ricatto elettorale, una politica sempre più fragile e perciò stesso impaurita.
Un potere alle prese con una fase di declino forse inevitabile.  Alla quale però oggi aggiunge qualcosa di suo. Rischiando di farsi del male da solo, così, per puro e semplice eccesso di sicurezza. Quello che ha giocato un brutto scherzo a Joseph Ratzinger quando, nella messa della Domenica delle Palme del 2010, ha sciaguratamente definito “chiacchiericcio” lo scandalo della pedofilia. Lo stesso che il 18 aprile, durante la visita a Malta culminata nell’incontro con le vittime delle violenze, indurrà il papa a definirsi profondamente turbato per le malefatte dei suoi preti (“è un orrore troppo grande, forse anche per Dio”) e subito dopo ad addormentarsi placido in mondovisione.
Il fatto è che oggi per gran parte degli italiani quello della Chiesa è solo un partito come un altro. E i suoi massimi dirigenti sono, né più né meno, dei professionisti della politica.

continua su

http://affaritaliani.libero.it/politica/bertone-e-il-jet-privato-241111.html?refresh_ce

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Professor Monti, non si uccidono così anche i cavalli?

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cavallo_morenteQualcuno vuol leggere il futuro contenuto nel programma del professor Monti? Allora eviti prima di tutto impressionarsi  a causa della spettacolarizzazione del calvinismo, del rigore e dell’austerità, operata dagli spin-doctor dell’informazione, sulla figura del presidente del consiglio. E’ vero che i vecchi media, come la televisione e la carta stampata, non solo funzionano come strumenti di selezione delle candidature istituzionali ma anche come processi di rigenerazione della legittimità politica che si infiltrano nelle pieghe profonde della morfologia sociale. Ma la ricostruzione, da parte dei media, della figura del presidente del consiglio in un ruolo pastorale, stavolta operato su canoni neopuritani, non è una garanzia di futuro per questo paese. Certo, sono cambiate le costruzioni del ruolo carismatico del potere. Nell’epoca dei partiti di massa questa costruzione si basava  sull’attribuizione di un ruolo carismatico, ricavata dagli archetipi della cultura del popolarismo cattolico o della cultura popolare di sinistra, ai segretari delle organizzazioni politiche. La stessa figura del presidente del consiglio, salvo eccezioni, aveva un impatto carismatico minore rispetto a quelle generate dai partiti. A partire dagli anni ’90, quando il potere carismatico passa dal terreno della politica direttamente a quello del denaro, ci sono due importanti momenti di saldatura tra carisma e presidente del consiglio. Mostrando che, nei partiti, l’evaporazione del carisma coincide con quella di un efficace ruolo politico che non sia l’occupazione degli spazi residui di potere. E il tratto di continuità tra Berlusconi e Monti sta tutto nel carisma che proviene loro da due diverse coniugazioni del rapporto tra potere e denaro. Probabilmente anche di due differenti stagioni del capitalismo italiano. Berlusconi faceva coincidere il proprio carisma con quello della carica di presidente del consiglio interpretando un potere del denaro sottolineato da una tv popolare, al cui vertice dell’immaginario stava la figura dell' imprenditore, in un paese disseminato di piccole industrie e di partite iva. Si esprimeva così l’utopia delle merci infinite per tutti di un mondo provinciale, fatto di imprenditori aggressivi e di donne formattate come veline. Monti interpreta invece il carisma del denaro con la figura del contabile celeste, che in Italia deve aver sia venature puritane (la casa delle vacanze in Svizzera, la specializzazione nella East Coast americana) che l’immancabile rimando storico al famigerato Quintino Sella, in grado di imporsi con la forza della necessità derivata dalla sua capacità di controllo della moneta. Del resto fiducia, credibilità, legittimità sono potere reale, quotato anche in borsa, nel mondo della governance europea e bancaria dal quale Monti proviene.
Ma la ricostruzione del tratto carismatico, per quanto triste, di un potere non coincide con la capacità di dare un futuro, quale che sia, al paese che si governa. Carisma e adesione ai dispositivi di governance non assicurano, di per sé, la tenuta di un paese. Ammesso, e non concesso, che il carisma duri e che la governance funzioni.

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Il governo Monti, al netto della propaganda, esprime infatti una sola necessità: quella di riprendersi la diretta rappresentanza politica e istituzionale da parte dei ceti dirigenti marginalizzati dal berlusconismo: due-tre grandi banche, l’alto funzionariato dello stato e quello legato alle istituzioni europe, i vertici del mondo cattolico e le gerarchie vaticane (che sarebbero formalmente espressione di uno stato estero ma, grazie anche a cinquant’anni di governi Dc, questo paese se ne è fatta una ragione).  L’occasione di mettere da parte Berlusconi, salvo un ritorno dovuto a miracolose campagne di marketing, è venuta però soprattutto grazie alla pressione di potenti poteri sovranazionali. Poteri che considerano questo ed ogni paese con criteri normativi e coercitivi che non hanno niente a che vedere con la coesione sociale e l’emancipazione: parametri di performatività dei profitti, coniugando la ferocia del primo ottocento da capitalismo puro con la mistica degli algoritmi che attestano la produttività, di alta complessità contabile, di posizionamento nei mercati finanziari globali.
Il potere reale del governo Monti non sta infatti tanto nel carisma interno, costruito e diffuso dai media ufficiali, ma in quello di coercizione esterno proveniente dalla (peraltro confusa) governance multilivello dell’Ue, della (oltretutto spaccata) Bce e dalle mutevoli esigenze di hedge fund che producono fatturati grandi quanto il Pil di Francia o Germania. L’Italia è sia il terreno sul quale viene esercitato questo potere di coercizione, forte sul campo quanto debole nelle strategie, che quello dal quale deve essere estratta la ricchezza necessaria per nutrire questi immensi dispositivi di governance e le esigenze di hedge fund che, presi assieme, hanno il potere di continenti.
Il governo Monti esprime quindi l’esigenza dell’ascesa sulla scala dei poteri globali della rappresentanza istituzionale, economica e finanziaria delle élite italiane. Non esprime quella, ormai desueta, dello sviluppo delle risorse nazionali anche in senso capitalistico. La stessa retorica della crescita, se messa in controluce rispetto alla situazione reale dell’economia liberista, nasconde quest’intenzione. Siccome l’Italia “cresce” storicamente solo se trainata dalla crescita internazionale, considerando che l’economia liberista globale è entrata in recessione, è evidente che le misure che verranno prese dal governo Monti nelle prossime settimane hanno altri scopi. Comunque non quelli di alleggerire il debito pubblico con la “crescita” o di fornire risorse a una popolazione già provata da un ventennio di “oggettive” politiche neoliberali. L’ex commissario Ue alla concorrenza, una carica istituzionalmente liberista, è un esperto in due tipi di politiche: aprire mercati e favorire profitti. Anche in presenza di una mancata “crescita” che, in questi casi, viene vista come la divina provvidenza: ci sarà quando l’ente supremo, in questo caso il mercato, vorrà. Ma in attesa delle decisioni delle entità supreme della crescita, rappresentate come divinità dai media, vanno comunque aperti nuovi mercati e garantiti profitti. Monti deve così garantire il mantenimento di una divaricazione tra salari e profitti già profondamente radicalizzatasi negli anni zero. Infatti, basta vedere le statistiche Istat,  se il paese “non cresce” nel corso degli anni zero sono cresciuti i profitti a discapito dei salari. Mai meglio il conflitto di classe fu certificato da una scienza dello stato, la statistica. Si tratta quindi, dopo la crisi cominciata nel 2008 (almeno ufficialmente), di tornare a  garantire ciò che oggi è garantito negli Usa sotto l’amministrazione Obama: profitti alti, e salari bassi, anche con una debole “crescita”. Tre misure che sono nella playlist di questo governo, salvo incidenti in aula, santificano questo approccio: i nuovi contratti, il modello Marchionne che diventa bussola definitiva del giuslavorismo, le liberalizzazioni dei servizi (in modo da garantire i profitti delle privatizzazioni abbassando i salari), le grandi opere (il terreno maggiormente performativo di questo modello di bassi profitti e alti salari).  Siccome poi il mondo  bancario è, oltre che esserne una delle cause, al centro della crisi si è messo un ministro allo sviluppo che, per gli interessi di cui fa materialmente parte, deve garantire proprio il raccordo tra grandi opere, liberalizzazioni e profitti bancari. Altro che aria nuova: il governo Monti è il tentativo tenace di ripetere, quanto più possibile, lo schema degli anni zero. Debole, se non inesistente, “crescita”, alti profitti, bassi salari. Se ci si chiede che tipo di Italia uscirà, se questo schema continuasse ad essere applicato, per la risposta basta rivolgersi alle cronache dei paesi sudamericani che hanno vissuto il “ventennio perduto” delle politiche dettate dal Fmi. Lo stesso istituto che nelle settimane scorse ha bussato alle porte dell’Italia.

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Ma l’aspetto più pericoloso del governo Monti, perché dire rischioso in questo scenario mondiale è usare un eufemismo, non risiede tanto nell’applicazione nazionale di politiche estreme di estrazione del profitto. E’ la dimensione europea nella quale si colloca l’operazione Monti che fa intravedere, per questo paese, una serie nutrita di pericoli.  Prendiamo l’operazione annunciata sulle pensioni: al netto delle cifre, e del marketing dei tagli, annuncia anche per l’Italia l’esaurimento di un principio sul quale si è basata la coesione sociale del mondo contemporaneo. Quello per cui, o tramite lo stato o il mercato, la fase più delicata della vita (l’età pensionabile) viene coperta da rischi. E questo esaurimento si sovrappone allo stesso fenomeno in altri ambiti: sanità, istruzione, figuriamoci l’ambiente. Il punto è che le immense risorse finanziarie che vengono tolte per compiere lo svuotamento di questo principio, i “risparmi” che eccitano i media, vanno verso una direzione che, socialmente parlando, non ha né senso né strategia e nemmeno uno stratega. Il governo Monti sta infatti per intervenire di nuovo, in termini lesivi, sulla sfera di riproduzione vitale della popolazione italiana senza sapere se questo intervento avrà, dal punto di vista sistemico europeo, un qualche effetto. E’ questo il significato reale, e sinistro, delle parole che Napolitano ripete sugli “impegni dell’Europa”. Infatti la crisi del debito non è solamente italiana è legata all’esistenza stessa di un mercato finanziario globale abnorme e alla struttura dell’euro. Per cui l’esaurimento della garanzia di principi sui quali si basa la coesione sociale del mondo contemporaneo avviene con strategie che sono un assoluto salto nel vuoto. Possiamo infatti spremere ogni risorsa possibile in questo paese e l’euro può saltare lo stesso. Non basta, come dice il marketing dei tagli, “fare i compiti a casa” (ah l’immaginario borghese è sempre il solito: la severità, i compiti casa. L’eccitazione dei giochi di ruolo della società disciplinare non l’ha mai abbandonato). Grecia, Spagna e Francia possono, nel prossimo futuro, affondare benissimo l’euro nonostante gli sforzi del professor Monti. E’ questo il pericolo che corriamo: garantire profitti a breve in Italia ed esplodere successivamente nel doomsday liberista europeo.
In quest’ottica è tanto più pericoloso il fatto che il professor Monti alle camere non abbia detto una parola di politica estera. Un mese e mezzo prima il Bundestag, votando sulle politiche del fondo salvastati europeo (che comunque a oggi è una scatola vuota),  aveva discusso apertamente e pubblicamente del futuro dell’Europa. Il silenzio di Monti sulla politica estera, nel momento in cui tutti i riflettori sono sull’Italia, rappresenta un evidente, e sottomesso, riconoscimento di una divisione continentale del lavoro politico dove si riconosce che la visione del futuro del continente spetta alla Germania. Del resto chi ha fatto il commissario europeo, conoscendo le regole della diplomazia, sa quando e come tacere in materia di politica estera. Se Monti lo ha fatto come presidente del consiglio il significato di questo silenzio è quello del riconoscimento di un primato che risiede a Berlino. Il punto però è che l’establisment della Germania è spaccato, come vi è una spaccatura tra Bundesbank e Bce (e all’interno della stessa banca centrale europea), sul che fare in questa crisi, su come comportarsi di fronte al previsto precipitarsi dello stato del debito sovrano nel continente. Monti applica così il principio, tipico dei generali italiani della prima guerra mondiale, per cui quando non c'è strategia si risponde con la più rigida applicazione della disciplina dell'attacco frontale contro il nemico. Sui morti giudicherà poi, abbondantemente ex post, la storia.
E così Mario Monti governa questo paese nel più perfetto stile Cadorna, retaggio ineliminabile delle classi dirigenti liberali di questo paese: assicurare i profitti, imporre rigida disciplina e massacro delle truppe anche in assenza di strategia. E persino a prescindere dalla confusione e dai conflitti presenti nel quartier generale. Del resto Cadorna come Monti sono prodotti che maturano alla fine storica di un ciclo della finanza globale. Altro che sogni della fine degli anni '90 che volevano che la creatività, la società della conoscenza, si sposasse con la crescita delle cedole azionarie. E' tornato il liberalismo di sempre: dietro la necessità di far fruttare le cedole azionarie o c'è il massacro al fronte o quello sociale.
Il cadornismo di Mario Monti toglie però un equivoco. Quello che vuole che l’Italia sia governata in nome della sovranità nazionale. Lo stesso Napolitano, nel seminario a Bruges del 26 ottobre ha detto che l’Italia è di fronte ad una operazione di cessione di sovranità. Ma nel capitalismo niente si getta: il residuo rimasto di sovranità nazionale serve infatti per applicare una potente coercizione, ed un altrettanto potente impoverimento, della popolazione italiana amministrata.
Il professor Monti, se non sarà fermato in modo efficace, ci porterà quindi verso una condizione sociale che ci ricorda quelle della grande depressione. Del resto l’impoverimento dei salari, l’azzeramento delle garanzie lavorative, l’esaurimento dei principi di coesione sociale se reiterati nel tempo non portano che verso quell’esito. Viene a mente il film di Sidney Lumet, Non si uccidono così anche i cavalli?. Parla delle gare di ballo durante la grande depressione. Dove i ballerini partecipavano solo per poter mangiare e cercavano di stare in gara quanto più possibile almeno per mangiare. Il premio, che attirava i concorrenti, era una truffa. Una volta ritirato dai vincitori il suo valore sarebbe stato completamente mangiato dalla detrazione delle spese di organizzazione. La popolazione ridotta dalle regole della moneta a bestiame, fino all'ennesima truffa delle regole che conduce allo sfinimento. Ecco la grande depressione.
Si dissolva quindi prima possibile l’immagine austera di Monti, costruita dagli spin doctor del Quirinale come di Repubblica e de La7, che serve solo a tenere in piedi un potere che non ha senso. Perché se non avviene questa dissolvenza, il rigoroso Monti e la sua setta della restrizione dello spread non avranno alcuna esitazione ad abbattere, o a far abbattere, settori significativi della popolazione come se fossero capi di bestiame. E questa continuità di metodo, nel trattamento della popolazione, tra Monti e Cadorna è il vero tratto unitario tra l’Italia liberale degli anni ’10 del novecento e quella neoliberale di oggi. Che dietro le figure austere ci sia il massacro, in nome di un conflitto senza senso, l’hanno capito un secolo fa i contadini mandati a morire sul Carso. Cerchiamo di operare in modo che in questo inizio di secolo il massacro non  sia percepito che a futura memoria.
Professor Monti, non si uccidono così anche i cavalli? Meglio quindi che risuoni questo interrogativo, nella comunicazione politica dal basso, precondizione per lo sgretolamento di un potere la cui dissoluzione è salute pubblica.

per Senza Soste, nique la police

20 novembre 2011

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