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EDITORIALI

Alessandro Cosimi si è dimesso da sindaco di Livorno

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cosimi_microfoniNarrano diversi testimoni oculari che Alessandro Cosimi sia rimasto visibilmente scosso dalla contestazione di inizio settembre. E non è che qualche colloquio privato con presunti portatori di saggezza abbia aiutato a risolvere la situazione. Quello che sta accadendo a Livorno è assolutamente inedito. Esperienza e comportamenti di un mondo che fu non servono a molto salvo a perseverare negli errori.
Se si ha bisogno di una data per mettere in calendario le sue dimissioni di fatto da sindaco della città è probabilmente quella. Senza andare a sondare dietro le quinte di una città dove, da sempre, quello che non emerge è più importante di quello che emerge, ci sono tre fatti che mostrano che il sindaco non c'è più. La vicenda di via Grande, che riguarda l'assetto del centro città e un progetto pluriennale, quella Rossignolo, che parla di una mancata riconversione produttiva da oltre cinque anni, e quella della Wass. Che, potenza del simbolico, rappresenta il possibile ultimo siluro alla filiera produttivo-finanziaria- immobiliare immaginata da Cosimi. Se salta o se si ridimensiona Wass non solo si perdono centinaia di posti di lavoro ma vanno anche a farsi benedire un insediamento strategico al nuovo Centro e, di conseguenza, qualche project financing. E' un piccolo mondo di una imprenditoria e di una politica minori, che cercano di imitare più vasti disastri bipartisan costruiti in altre regioni, che mostra quindi la piena incapacità di procedere. Peccato sia stato così compromesso il futuro di un territorio. Se, al di là degli adetti ai lavori, se di quello che è accaduto a Livorno se ne accorgesse il grande pubblico sarebbe materia per una Norimberga di una classe politica, imprenditoriale, sindacale.

Nessuno vuole firmare le sconfitte, mentre alle vittorie seguono decine di firme in calce, e in tutte queste vicende Alessandro Cosimi ha fatto così valere il proprio status di dimissionario di fatto. Non un intervento forte, programmatico, di indirizzo. Non a caso: ammesso, e non concesso, che abbia mai avuto un'idea di città quella che passava per la testa di Alessandro Cosimi è saltata come un'autobomba della Beirut dei primi anni '80.
L'unico intervento pubblico che Cosimi ha fatto, riportato dal fido Tirreno, non è stato quindi da sindaco ma da curatore fallimentare. Riguarda le norme del patto di stabilità e gli incentivi che contiene alle dismissioni delle partecipazioni pubbliche alle aziende municipalizzate.
Solo un liquidatore può infatti pensare all'opportunità, sotto forma di sconti contenuti nel patto di stabilità, di dismettere patrimonio pubblico in cambio di soli profitti privati e di un ulteriore deterioramento del tessuto occupazionale del territorio.
E qui si conviene che il dispositivo delle norme contenute nella finanziaria "patriottica", approvata la scorsa settimana, è forzoso e stringente. Ma la difesa di un territorio passa da comportamenti politici, adatti ad una situazione eccezionale, non dal rivestire il ruolo di liquidatore fallimentare dei beni pubblici di una città.

Con le dimissioni di fatto di Alessandro Cosimi da sindaco della città viene però fortunatamente a cadere un equivoco, ben conosciuto dagli studiosi della politica sui territori. Quello che vuole il sindaco eletto della coalizione vincente anche come figura leader di una città. In grado di indicare un orizzonte, mobilitare risorse, esssere presente nei momenti di emergenza.

Anche negli Stati Uniti, a parte la scenografia di New York retta da Bloomberg, questo equivoco si è via via sciolto. La figura di sindaco eletto non coincide con una leadership in grado di mobilitare risorse ed intervenire in casi di emergenza. Le dimissioni di fatto di Alessandro Cosimi sono le dismissioni di un equivoco, quello dell'esistenza di una leadership politica cittadina. L'eletto esiste solo come leader sul Tirreno, e tra un servizio su X-factor e il digitale terrester, ma sul piano del reale è notte fonda.
Meno male, si potrebbe dire. Ma nel momento in cui si registra finalmente la fine dell'equivoco del sindaco leader, del mito dell'impresa che riparte e crea posti di lavoro (le imprese a Livorno ristrutturano per risparmiare posti di lavoro) il panorama sociale e politico livornese appare marcatamente sinistrato.

Si guardi alle forze politiche ufficiali. Qualche settimana fa, il segretario dell'Unione comunale del PD auspicava un'assemblea cittadina di tutte le forze che si opponevano al governo Berlusconi. Cercando di ricavare dagli schieramenti nazionali uno schema politico efficace a livello locale. E adesso?

per Senza Soste, nique la police

18 novembre 2011

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Dopo Berlusconi. C'è vita oltre lo spread?

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berlusconi_vetro_rottoHe that wants money, means, and content is without three good friends (William Shakespeare)

1)
La caduta del governo Berlusconi è stata determinata da una lenta sedimentazione di fattori interni e dall’esplodere della crisi del debito sovrano nell’area euro. Per capire la fase politica che si è aperta bisogna sottolineare entrambi i passaggi altrimenti si resta ancorati ad una lettura eccessivamente nazionale o astrattamente sistemica dei processi in corso. Prima di tutto infatti bisogna considerare l’erosione e la crisi della base materiale del Pdl, quella che prima ancora lo era di Forza Italia, che ha rappresentato il baricentro del campo di forza del centrodestra. La base materiale del Pdl, l’ultima istanza alle quale si riferivano tutti i legami diplomatici e clientelari del centrodestra, era il gruppo Mediaset.  Che era entrato in politica come gruppo Fininvest, con l’interfaccia di Forza Italia, per garantirsi una direzione, o comunque un potere di veto in caso di opposizione, nei processi di ristrutturazione del sistema televisivo, in quelli di collocazione azionaria del gruppo, nella definizione di un regime fiscale favorevole, nella regolazione complessiva del mercato pubblicitario. Il conflitto tra legislazione e potere politico, detto in termini più popolari tra magistrati e Berlusconi, che si è accentuato dalla seconda metà degli anni ’90 riguardava quindi la persona fisica, e simbolica, di Berlusconi ma entrava di fatto in una straordinaria complessità di interessi. Complessità che rappresentata dal trasferimento del rischio di impresa Mediaset, comunque esterno allo stato,  sul terreno del conflitto politico e istituzionale. Perfettamente interno al corpo dello stato, là dove è ospitato ancora oggi.

Il gruppo Berlusconi, caso finora unico nella storia occidentale, metteva infatti direttamente il potere di connessione sociale della televisione generalista su un terreno politico istituzionale a servizio dell’evoluzione dei progetti interni di impresa. Quasi vent’anni dopo la crisi del gruppo Mediaset, certificata al momento con la perdita del 50% del valore azionario in meno di un anno, è paradossalmente determinata dal successo della discesa in campo del 1994. Mediaset ha infatti adesso una posizione dominante nel mercato della raccolta pubblicitaria, dominio che rischia di perdere, per quanto le sue televisioni generaliste abbiano perso quasi dieci punti in audience in meno di cinque anni. La sua televisione pay, sostenuta dal proprio governo e lanciata dal management televisivo dell’azienda, non produce ancora profitti nonostante l’investimento complessivo sia stato di quasi un miliardo e mezzo di euro. Si comprende come il tesoro attuale di Mediaset sia quindi la raccolta pubblicitaria che non è però determinata dall’audience ma dal potere politico di Berlusconi al governo. Messo in crisi, almeno dal 2010, il governo si capisce come il titolo Mediaset abbia subito un brusco crollo in borsa: gli investitori sanno benissimo che il vero patrimonio attuale di Mediaset, la raccolta nel mercato pubblicitario, è legato alle fortune del governo. L’emergere della tv satellitare, la diffusione di internet e dei social media hanno poi rappresentato un fenomeno di erosione del patrimonio politico, e quindi economico, di Berlusconi: quello legato al potere di connessione sociale della televisione generalista. Altrimenti sarebbe stato più facile per Berlusconi giocare la carta del ritorno alle elezioni, grazie ad una legge elettorale che potrebbe almeno garantire un pareggio, con una egemonia culturale intatta e la supremazia sui media generalisti. Ma se si vanno a leggere, in quest’ottica, i risultati delle amministrative di maggio e del referendum di giugno si capisce che quest’egemonia si è sgretolata. Per fare un esempio: una generazione cresciuta, nell’impotenza e nella cecità di tutte le sinistre anche di movimento, con l’educazione politica di Italia Uno ha cominciato a usare i social network cessando di guardare la tv come telespettatori e ha anche smesso di votare Berlusconi. Si tratta di elettorato strategico. Dall’altra parte lo stesso fenomeno si sta rivoltando contro il centrosinistra, dove l’elettorato più è connesso e informato più contribuisce a sgretolare il PD, ma questo non è un problema politico all’ordine del giorno. Almeno fino all’esaurimento degli ultimi colpi di coda del berlusconismo.

Questi venti anni hanno quindi dimostrato, e l’Italia ha fatto da sinistro laboratorio, che l’economia di un media al potere è in profonda contraddizione con la regolazione generale dell’economia. E proprio un mondo liberista. Mediaset è riuscita a crescere infatti non solo generando conflitti nell’apparato dello stato e tra istituzioni, precondizione per realizzare i propri piani di impresa secondo la logica produttiva del conflitto di interessi, ma anche alienandosi ogni rappresentanza produttiva possibile di questo paese. Si ricorda giusto l’ultima stagione di Gorbaciov prima del crollo dell’Urss per mettere a fuoco l’idea di un governo completamente sganciato da ogni rappresentanza sociale ed economica senza più margini di recupero.
La lenta sedimentazione della crisi generata dal successo della stessa politica di Mediaset (occupazione di nessi strategici dello stato, egemonia sul mercato della comunicazione) si è quindi incontrata con l’accelerazione della crisi del debito sovrano. E qui se Berlusconi, dopo la lettera di Draghi e Trichet di quest’estate, non è riuscito a calarsi nel ruolo di commissario della Bce qualche significato, meno pittoresco di tanti generalmente attribuiti, la vicenda ce l’ha. L’impossibilità di fare una patrimoniale da parte di Berlusconi, ad esempio, viene dalla impossibilità di una azienda (Mediaset) di tassare sé stessa tramite il governo di cui era di fatto maggiore azionista. Ma non solo: le richieste, fino ad adesso inevase, della coppia Draghi-Trichet di vendere le quote pubbliche Eni, Finmeccanica ed Enel andavano contro la rete di alleanze strategiche che il gruppo Mediaset, per profitti nazionali e internazionali, si è costruito in anni di occupazione di nessi dello stato e della pubblica amministrazione. Come, molto probabilmente ma qui ci vorrebbe maggiore informazione pubblica (altro che paginate di dettagli su Ruby, Gianpi e Lavitola), Berlusconi (cioè Mediaset) ha giudicato irricevibili le proposte, e le prospettive, di ristrutturazione del sistema bancario italiano provenienti dalla Bce dopo il crollo dei titoli bancari nazionali di quest’anno. Mediaset infatti, come tutte le multinazionali, si comporta a sua volta come hedge fund, come attore speculativo sui mercati finanziari. La crisi ha fatto saltare la rete di protezione nazionale, e non solo, sulla quale il gruppo Berlusconi si basava per le proprie strategie finanziarie.  Il ruolo di commissario di fatto della Bce in Italia, e quindi di un ente strategicamente spaccato (cosa che i media italiani omettono), non poteva quindi essere adatto per Berlusconi. Infatti, in questa prospettiva, il cavaliere di Arcore è durato meno di tre mesi.

2)
Quali siano le forze che hanno disarcionato il cavaliere è presto detto: a livello nazionale tutte quelle tradizionali peraltro in crisi (mondo bancario allarmato, confindustria, chiesa) a livello europeo tutte quelle divise al proprio interno e tra di loro  a causa della durezza della crisi (Bce, Ue, Francia, Germania e qualche hedge fund americano. E qui non a caso uno di questi fondi è saltato, per aver creduto troppo in Berlusconi, e prontamente Obama si è felicitato per la caduta del cavaliere).  Il punto importante però è capire la dinamica politica, economica e finanziaria in corso.
L’economista Emiliano Brancaccio sul suo sito, analizzando la politica possibile di Mario Monti a partire dalla sua produzione scientifica, ha usato un’immagine utile a comprendere quello che sta accadendo. Ha parlato infatti di grande capitale che, in fase di crisi e ristrutturazione, estromette il piccolo capitale. Questa definizione aiuta a capire, nella corretta prospettiva, di cosa stiamo parlando. Ovvero che il berlusconismo, che ha plasmato la morfologia dell’asse centrale della società italiana per un ventennio, è piccolo capitale rispetto alle forze globali che si stanno agitando su questo scenario. Il fatto che abbia dovuto cedere in meno di 90 giorni dall’inizio del braccio di ferro con questi poteri ci fa capire di che razza di forze stiamo parlando.
In questo senso Mario Monti rappresenta, o rappresenterebbe se il suo cammino si farà particolarmente accidentato, il classico tentativo di saldare alcuni interessi nazionali (bancari, confindustriali, istituzionali) con queste correnti di grande capitale che hanno permesso la defenestrazione di Berlusconi.
Ma qui la situazione non è affatto semplice. Giusto le principali centrali di produzione di ostacoli cognitivi per l’elettorato di centrosinistra (Repubblica, Fatto Quotidiano, Tg3, l’Unità non la si conta più da tempo. Eppure in passato ha dato tanto per la disinformazione in questo paese) possono immaginare che la “soluzione Monti” sia qualcosa di simile all’uscita dai problemi. Certo, in un’ottica provinciale, nella mitologia negativa del piccolo paese di ciarlatani che deve adeguarsi agli standard di efficienza dei grandi, Monti può sembrare una soluzione. Il problema è che la verità sta da un’altra parte. Prima di tutto il tentativo di occupazione della sovranità economica, fiscale, finanziaria dell’Italia, da parte dei flussi di grande capitale globale, non avviene per alleanza organica, strategica ma per sovrapposizione di interessi (anche divergenti tra loro). Di conseguenza, fatte le dovute proporzioni storiche e detto senza il meccanicismo tipico dei ricorsi storici, il tentativo di occupazione dell’Italia ricorda più la calata dei tedeschi nel nostro paese a seguito dell’8 settempre che lo sbarco degli americani in Sicilia. Più insomma, il tentativo di occupare un paese prima alleato da parte di una potenza in difficoltà che l’arrivo di una coalizione destinata alla vittoria.

E qui bisogna internazionalizzare lo sguardo altrimenti la crisi italiana non la si capisce o si rischia di pensare di averla capita dai corsivi di Giannini su Repubblica o di Travaglio (che applaudono senza riserve a Monti alimentando la propaganda più che la comprensione dei problemi). Su tutte le prime pagine del pianeta l’Italia è vista esplicitamente, e rappresentata nel dettaglio, come una possibile Lehmann Brothers all’ennesima potenza in grado di sinistrare il sistema finanziario globale. Se l’Italia avesse avuto un ceto politico degno di questo nome avrebbe potuto giocare questa alta potenzialità di rischio come deterrente verso chiunque ricontrattando, a livello internazionale, lo stesso profilo politico dell’Ue e le regole di quel delirante casinò planetario che la propaganda in forma di notizia chiama “il giudizio dei mercati”. Siccome abbiamo tristi maschere vernacolari, come Bersani o Di Pietro, allora ci è toccato in sorte quello che era chiaro dal 2007 (e che Prodi, allora presidente del consiglio, negava. Anche qui incredibile che il personaggio abbia ancora buona stampa). Ovvero che la crisi dei subprime, diventata poi crisi del debito sovrano, aggredisse in differenti e pericolosissime forme il terzo mercato obbligazionario del mondo. Ovvero l’Italia. Quello che sta accadendo al nostro paese, alla faccia della propaganda berlusconiana del “noi stiamo meglio degli altri, è quindi la prevedibile, almeno da oltre quattro anni, immissione nel terzo mercato obbligazionario al mondo di tutte le forze centrifughe generate dalla vicenda Lehman. Se lo slogan della complessità degli anni ’80 diceva che un battito di farfalla a New York poteva generare un terremoto in Europa immaginiamoci cosa può potenzialmente accadere nel nostro continente se da New York parte non un battito di farfalla ma proprio un terremoto. E i grandi flussi di capitale si agitano proprio per impedire il realizzarsi di questo linkage tra Usa e Europa. Linkage generato però proprio dall’esigenza di perpetuarsi da parte di capitali colossali che si aggirano per il pianeta producendo crisi come quella Lehman. E che si sgretolano se non stanno in movimento tra un mercato e l’altro.

L’occupazione del nostro paese da parte di Fmi, Bce e Ue racchiude quindi una missione pericolosa e disperata. Disinnescare in Italia una possibile Lehman Brothers all’ennesima potenza. Il Guardian, riprendendo uno studio della Barclay’s, l’ha detto esplicitamente: l’Italia rischia di esplodere seriamente e, se accade, quanto avvenuto nel settembre 2008 per il sistema finanziario globale assomiglierà ad una vacanza (testualmente Roman Holyday, giusto per non tradire il gusto briannico per il glamour italiano). In questa missione Monti, dal punto di vista dei poteri italiani che contano, rappresenta il tentativo di coniugare questa missione pericolosa, dettata dal cielo dei grandissimi capitali, con quanti più interessi nazionali possibili.
Il punto però è che è la lotta senza quartiere c’è, ed è accanita, anche nel quartier generale dal quale è partito l’ordine per la missione di Monti. Nei media italiani, tanto generosi nel mostrare le copertine su Berlusconi sull’Economist o le vignette di Le Monde, si è infatti omessa una importante notizia data con rilievo dalla Frankfurter Allgemeine. Ovvero quella sullo scontro durissimo all’interno della Bce proprio sulla linea da adottare nei confronti dell’Italia e della Grecia nell’immediato e sulla crisi del debito sovrano in prospettiva. Da una parte, per semplificare, c’è la posizione Draghi-Francia sull’acquisto continuo di titoli di paesi in difficoltà per non far lievitare il debito mentre, dall’altra, c’è la linea tedesca-olandese (i paesi della tripla A sicura) contrari a questa politica e disposti a un ulteriore, drammatico bagno di sangue della spesa pubblica italiana e greca. Anche perché, da un aumento dei tassi di interesse italiani, non sono poche le banche tedesche che si sono rifatte i bilanci speculando come un hedge fund qualsiasi. Insomma, l’”Europa” esiste solo nella retorica di Napolitano e gli ordini del quartier generale che ha inviato Monti non solo non sono chiari ma sono contradditori perché frutto di interessi divergenti.

E’ anche possibile che una precipitazione del debito sovrano francese risolva,  in un modo o in un altro, queste tensioni ma al momento, per dirne una, lo scenario è tale per cui il governo inglese ha dato notizia, pubblica ma non pervenuta in Italia, di aver approntato un piano di emergenza in caso di esplosione del debito sovrano italiano e di paralisi, per veti contrapposti, della Bce.

CONCLUSIONE

Le politiche economiche, finanziarie, fiscali di questo paese sono quindi determinate da questo scenario. A breve, fonte Wall Street Journal e Financial Times Deutschland, in Europa si apre una stagione di ampia necessità di finanziamento del debito sovrano per scadenza di titoli pubblici precendentemnte contratti. Il WSJ parla di possibile credit crunch europeo a fronte di una domanda mondiale complessiva di 1000 miliardi di euro da titoli di debito sovrano in scadenza. Si capisce così che l’Italia è solo uno dei problemi aperti in area euro, e l’FTD fa vedere ai lettori del proprio sito un’impressionante animazione sul rigonfiarsi dei debiti sovrani in Europa nel 2012. Una cosa è sicura: se questa crisi verrà risolta in modo capitalistico l’Italia sarà semplicemente, socialmente ed economicamente, formattata dalle esigenze del capitale. Esigenze che, nella prossima decade, si candidano ad essere quelle del ritiro del capitalismo finanziario ed economico dalla società. Della sua concentrazione in grandi riserve lasciando scoperti dietro di sé, territori, generazioni classi sociali. Sia la Lagarde del FMI, che ricordiamo è uno dei commissari dell’Italia, che la Merkel hanno già pubblicamente parlato di un decennio di crisi davanti a noi. L’Italia verrà, se passerà la soluzione neoliberista della crisi, formattata facendo entrare di fatto nei territori di riserva del capitale finanziario ed economico solo le strutture e i ceti sociali, di questo paese, in grado di farne parte. Per il resto, nel migliore dei casi, c’è il governo dell’esclusione.
Da Berlusconi a Monti si passa quindi da una dimensione del conflitto permanente tra politica e legislazione, tra “Berlusconi e i giudici”, condizione strutturale necessaria per la crescita del parassita interno Mediaset, a una dove la crisi del debito sovrano porta alla cessione di sovranità nazionale.  Il fatto che il governo Monti debba giurare in contemporanea con l’apertura dei mercati marca, con la potente forma politica del simbolico, questa convinta cessione di sovranità da parte dell’establishment italiano.

Resta da chiedersi quali forme di vita politica ci siano oltre la mistica della riduzione dello spread tra bund tedeschi e btp italiani. Perché se la crisi del ’92 ha determinato forme e stili di vita di un ventennio, oggi ci troviamo di fronte ad un processo storico che si candida a produrre trasformazioni ancora più gigantesche nella morfologia delle nostre società. Canonicamente da parte delle forme politiche di opposizione si impone un salto di complessità. Nel decennio successivo al ’92 le forme politiche di opposizione  sono mutate, e non di poco, ma non hanno fatto un salto di complessità. Si tratta di esserne consapevoli se si vuol fare una politica adeguata al presente e al futuro. Siamo di fronte ad una situazione la cui portata impone di liquidare il vecchio “agire localmente, pensare globalmente” perché inadatto alla complessità, politicamente insostenibile per la forma movimento contemporanea, delle società odierne.  Perché i movimenti locali possono essere annichiliti, come è avvenuto dalla crisi di quest’estate, di fronte alle scosse telluriche globali. Si tratta di radicarsi territorialmente, abbandonando la forma movimento desueta tutta improntata sul primato dell’opinione pubblica, essendo allo stesso tempo in grado di fare sistema complessivo con i propri simili. Un salto di complessità indubbiamente, favorito però dalla complessiva accelerazione del politico che le svolte tecnologiche hanno impresso nel mondo contemporaneo.

per Senza Soste, nique la police

13 novembre 2011

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Port Authority: ancora agli onori delle cronache

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soldi-in-ariaNon c’è più rispetto per nessuno. Un povero segretario generale, che guadagna qualche centinaio di migliaia di euro ogni anno, si ritrova sulle cronache mondane solo perché si è fatto pagare 81 mila euro di ferie non godute. A dire il vero noi lo avevamo scritto sul numero che è in tipografia e che sarà nelle edicole a giorni, ma con tutto il tatto possibile, sicuri che saremmo stati smentiti dal Presidente Gallanti. Invece sembra proprio che sia tutto vero, compreso l’aggiunta di 25 mila euro di oneri fiscali che portano i costi a 106 mila euro. Insomma, il buon Giorgio Gionfriddo, questo è il nome del segretario generale dell’Autorità portuale scaduto (eppure sempre in carica grazie alla proroga concessa dal presidente Gallanti) pare si sia difeso sostenendo di non aver potuto fare le ferie per il carico di lavoro piovuto sulla sua testa dopo gli anni del commissariamento e, aggiungiamo noi,  per l’iperattività imposta dal presidente Piccini.

Tutto ciò, ne siamo certi, malgrado sia stato aiutato dall’Avvocato Paolo Bassano, da Guido Asti e da Michele Caturegli che fungevano da supporto (pagati anche loro ovviamente). Fatto sta che il segretario generale scaduto e che non riesce a fare le ferie, è diventato, sempre con nomina di Gallanti, anche dirigente finanziario dell’ente. Viene da chiedersi se la colpa di quelle ferie non godute e che (aimè) il buon Gionfriddo si è dovuto far pagare, non sia proprio del Presidente Gallanti che lo carica di lavoro fino all’impossibile.

Pensate che sempre lo stesso Gionfriddo è anche nel consiglio di amministrazione della Porto di Livorno 2000 (con un compenso di 20 mila euro) e, (udite, udite,) membro del consiglio di amministrazione della Porto immobiliare S.r.l. (la società che gestisce il patrimonio immobiliare della Porto 2000). Insomma, anche lei, presidente Gallanti, dovrebbe avere pietà di un lavoratore e provare a diluire anche su altri del suo staff le cose da fare. Anche perché, in questo modo, non solo impedisce a Gionfriddo di fare le ferie, ma rischia di avere dei dirigenti sottoutilizzati e annoiati ai quali non resta che andare a pescare.

Quanto a Gionfriddo, ha tutta la solidarietà di noi barcaioli, e se il ministero o la Bce o Brunetta, dovessero fare storie per quei quattro spiccioli, sappia che un posto in barca per lui c’è sempre.

per Senza Soste, Gino il barcaiolo

11 novembre 2011

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Governo Monti: verso l'accanimento terapeutico. Anche l'Europa lo teme

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burroneUn governo Monti, quale che sia la sua composizione, dovrebbe essere presentato per l'apertura dei mercati finanziari di lunedì. Questo per capire chi comanda in Italia, gli analisti finanziari e il commissario Ue Rehn che consigliano questo passaggio, sempre se qualcuno si fosse illuso in materia di poteri della sovranità popolare nelle democrazie liberali.
L'interpretazione finanziario-patriottica della crisi italiana, della serie "ora gli facciamo vedere noi se siamo capaci di tenere i conti in ordine", può però andare bene per i ghost-writer di Bersani o per le redazioni de La7 o del tg3. Il glamour bocconiano di Monti è ottimo infatti per le pagine del Sole 24 ore e per dare una qualche impressione di controllo della crisi. Il punto però è che la crisi del debito sovrano è europea e non italiana. L'Italia potrebbe benissimo massacrare la propria popolazione, e su questo Monti e Napolitano in nome dei "mercati" non avrebbero esitazioni, e la crisi del debito europeo potrebbe esplodere lo stesso. Grecia, Irlanda, Portogallo, la stessa Francia che rischia di perdere la tripla A con le banche gonfie di titoli tossici ci mostrano problemi più ampi della dimensione nazionale. E' l'euro così come è, a garanzia di una immaginaria economia liberale, che non tiene. Con buona pace di chi ci ha portato verso questo abisso: i Ciampi, i Prodi, i D'Alema, i Napolitano.
Intanto il Guardian porta in prima notizia il rischio che il debito italiano sia fuori controllo. "Too big to bail", dicono gli inglesi: troppo grande per essere finanziato. Siccome le notizie vengono dalla piazza borsistica più importante d'Europa, quella di Londra, una certa attenzione a queste considerazioni la si dovrebbe avere.
Ma intanto comincerà l'operazione di accanimento terapeutico di Mario Monti nei nostri confronti. Durerà poco? Sarà inutile? Che importa, i governi "postideologici", al di sopra delle parti, funzionano così: agiscono, in nome dell'ideologia del "fare", anche se tutto questo significa deragliare.
Una cosa è sicura. Lo spettacolo non mancherà. A nostre spese, naturalmente.

(red) 10 novembre 2011

la fonte

http://www.guardian.co.uk/business/2011/nov/09/european-debt-crisis-eurozone-breakup

Link: Un governo Monti con Berlusconi dentro!

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Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Novembre 2011 15:23

Ecco chi detiene il debito italiano

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Ecco chi detiene le obbligazioni che lo Stato emette per coprire la spesa pubblica: per circa metà in mano a soggetti stranieri. La Francia ne possiede 511 miliardi

debitoIl  “debito pubblico” è uno di quei concetti che investe la nostra quotidianità rimbalzando continuamente nei telegiornali, nei dibattiti politici, sul web e su tutti i media in generale. Sta alla base delle difficoltà economiche dei ceti più deboli, visto che i governi giustificano le loro pesanti manovre economiche sulla base proprio della necessità di sanare questo debito. Ma quanti e quali misteri nasconde questo mostro che ai più risulta poco comprensibile?

Cos’è il debito pubblico?

Per vederci dentro bisogna partire dalla nozione stessa, la quale ci dice molto semplicemente che il debito pubblico si forma perché le spese dello Stato sono maggiori delle sue entrate. Questa differenza, se non è finanziata con l’emissione di moneta, viene coperta con l’emissione di obbligazioni: praticamente lo Stato salda i suoi creditori con soldi che gli hanno dato altri soggetti (vedremo più avanti chi sono attualmente), e a questi soggetti i soldi vengono poi restituiti dallo Stato aumentati degli interessi (altrimenti ovviamente nessuno avrebbe vantaggio nell’acquistare obbligazioni statali). Fatta questa premessa, va subito rilevato il fatto che fino a poco tempo fa questi titoli di Stato erano la forma d’investimento in cui confluivano i risparmi delle famiglie, e infatti fino al 1995 il 90% del nostro debito pubblico era nelle mani di investitori italiani. Oggi non è più così, visto che il nostro debito pubblico è per circa metà in mano a soggetti stranieri.

Chi detiene il debito italiano

Attualmente il debito italiano ammonta a 1844 miliardi di euro, e questo dato ci porta ad essere l’ottavo paese più indebitato del mondo. Circa il 30% di questi 1844 miliardi sono in mano alla Francia, che detiene 511 miliardi del nostro debito. Ma cosa ci guadagna un paese a sottoscrivere il debito pubblico di un altro paese? Moltissimo. Lo Stato creditore può infatti esercitare un potere negoziale notevole, ottenendo  in contropartita favori particolari nei trattati commerciali. La Cina ad esempio, sottoscrivendo il debito della Grecia, ha chiesto che le future navi in dotazione alla marina greca siano acquistate a Pechino. In pratica la sottoscrizione del debito ha l’effetto di incrementare le esportazioni dal paese creditore a quello debitore, favorendo la crescita economica del primo e orientando le scelte commerciali e strategiche del secondo a vantaggio del primo. E’ anche per questo che l’Italia ha tanta premura di tornare al nucleare, per poter acquistare le centrali dalla francese EDF. Ma tra i soggetti stranieri non è solo la Francia a detenere il debito pubblico italiano. Il 14,6% è in mano a gruppi assicurativi esteri e fondi comuni europei, il 12,3% a banche estere, il 6% a investitori asiatici e l’11,1% ad altri investitori internazionali. Tra i soggetti di casa nostra invece i maggiori detentori di debito pubblico sono le banche italiane (15%), gli investitori privati (14%) e le compagnie assicurative italiane (11,4%).

Il cortocircuito finanziario

Ma esisterebbe un modo per coprire la spesa pubblica senza aumentare il debito? Sì, e sarebbe quello di un migliore sistema di tassazione, il quale però sappiamo bene essere un tabù per i governi di qualsiasi colore. Ma le tasse con questo andazzo sono destinate ad aumentare comunque, visto che man mano che aumenta il debito aumentano anche gli interessi che lo Stato deve pagare, e che sono ovviamente a carico dei contribuenti (quelli che le tasse le pagano…). Questo sistema, come abbiamo descritto, ha consentito a banche, assicurazioni e ricconi in generale di avere rendite sicure (grazie a interessi alti e ad una tassazione ridicola del 12,5%). In pratica gli italiani più ricchi rispetto ai più poveri hanno pagato in proporzione meno tasse e allo stesso tempo hanno fatto raddoppiare il debito pubblico. Un cortocircuito finanziario che negli ultimi 15 anni ha fatto aumentare il divario tra ricchi e poveri del triplo rispetto alla media europea. La ricetta degli ultraliberisti però non è quella di migliorare il sistema di tassazione, bensì quella di tagliare la spesa pubblica tramite la privatizzazione di municipalizzate e aziende statali. Una soluzione che causa la scomparsa dei servizi per la popolazione (scuola, sanità, trasporti, et cetera), con relativa penalizzazione delle tasche di chi deve a quel punto rivolgersi al privato. La dimostrazione che alla fine si torna comunque lì: le ricette proposte dai governi vanno sempre a gravare sulle spalle dei cittadini delle fasce meno abbienti.

Franco Lucenti

tratto da Senza Soste n.64 (ottobre 2011)

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Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Novembre 2011 15:23

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