Educare all’incoerenza: a lezione dalla ministra Fedeli

Dalla sua nomina alle prime uscite politiche fa già discutere il percorso politico della reggente del dicastero dell'istruzione

Da tempo in Italia la figura dell’insegnante ha perso l’autorevolezza del passato. Come ha ben sintetizzato Matteo Volpe «non è riuscita a stare al passo con i mutamenti sociali e con la crescita economica: da un lato essa rimaneva ancorata alla concezione piccolo-borghese paesana, dall’altro subiva il tentativo politico di stravolgerla, di renderla funzionale a un progetto innovatore, ma privo di coerenza e lucidità […] in tal senso la figura dell’insegnante non solo ha perduto quell’aura di rispetto e il riconoscimento sociale che le era tributato, ma non è riuscita ad acquisire un’immagine di professionalità che le viene costantemente negata non soltanto in ambito sociale, ma anche in sede politica, da parte di quegli stessi paladini della “buona scuola” che dovrebbero migliorare l’istruzione italiana». La nomina della ministra Fedeli all’istruzione ha migliorato tale situazione? Non sembra.

La nomina

Dopo aver sostenuto con forza il referendum sull’abolizione del Senato, una settimana prima della votazione, la Fedeli (oggi candidata con il PD per il senato nel collegio di Pisa)  ha invitato i parlamentari in caso di esito negativo (la vittoria del no) a prenderne atto e rimettere immediatamente il mandato. Sappiamo come sono andate le cose: vittoria netta del no, avvicendamento tra Renzi e Gentiloni, ma nessuna caduta del governo, come invece auspicava la Fedeli. Ma il paradosso è alle porte: dal mini-rimpasto di governo la Fedeli ottiene addirittura una poltrona, quella di ministro dell’istruzione al posto della Giannini.

Tutti laureati, non lei

Il suo primo atto è un’umiliazione al Miur e al comparto dell’istruzione e mina ulteriormente la sua credibilità. Nel suo curriculum online dichiara infatti tra i titoli di studio una laurea in Scienze Sociali mai conseguita. Travolta dalle polemiche, corregge il curriculum, ma si scopre che non ha discusso nemmeno la maturità, frequentando i tre anni di magistrali necessari alla qualifica di maestra d’asilo. Giustifica la sua nomina «con quarant’anni di lavoro nel sindacato tessile», affermazione che si commenta da sola. Non si discute il fatto che la laurea non sia l’unico elemento per valutare la competenza delle persone, ma il caso della neo ministra è grave in termini di coerenza e immagine di un governo e di un ministero. Appena insediata la ministra infatti si è trovata di fronte la partita delle nove deroghe sulla Buona Scuola, legge che sappiamo quante polemiche ha generato nel mondo della scuola e in quello sindacale, ma che la neoministra ha votato al senato e sostenuto politicamente, definendola importante e innovativa. Sulle deroghe non ha fatto concessioni a chi contestava la legge, portandole tutte in fondo e sottolineando come insistano sulla formazione e la qualità del reclutamento. Oltretutto ha introdotto gli asili nido nel percorso educativo, stabilendo che gli insegnanti che vi lavoreranno dovranno essere laureati. Un’ulteriore richiesta di qualità nella formazione, che nessuno ha chiesto a lei e che lei nel proprio caso ritiene superflua.

Raddoppiamo gli stipendi?

Lauree, percorsi abilitanti, tirocini, concorsi. Una dura sequenza di prove per diventare gli insegnanti meno pagati d’Europa. Ma su questo fronte Valeria Fedeli si è dichiarata molto impegnata. Nel corso di un’intervista a «L’aria che Tira» ha affermato che «quella dell’insegnante dovrebbe essere una delle professionalità maggiormente pagate di questo Paese. Dovrebbero percepire almeno il doppio di quello che prendono ora». Quanto? «Lo stipendio mensile deve ammontare a circa 3mila euro mese, impossibile con le attuali casse dello Stato, ma ci si può dare una prospettiva». La trattativa sul rinnovo dei contratti del comparto scolastico si è aperta mesi e ai primi di febbraio si è arrivati a un preaccordo. La ministra senza laurea avrà almeno fatto valere i quarant’anni di sindacato? A quanto pare no, visto che l’aumento previsto per gli insegnanti, dopo 9 anni di blocco contrattuale, sarà di circa 85 euro lordi (!) in busta paga. Molto meglio dovrebbe andare ai dirigenti scolastici, per solo si parla di circa 400 euro netti. Tanto per far capire chi comanda nella Buona Scuola. La firma è prevista a breve, con la ratifica della Cgil e uno sciopero del sindacalismo di base.  La prospettiva che si era data la ministra appare un miraggio, ma forse a lei poco importa. Gli insegnanti, plurititolati, resteranno i più poveri d’Europa. Lei, coi suoi titoli inventati, è stata recentemente eletta la ministra più ricca del governo Gentiloni.

Gaffe

Ricordate il caso delle uscite da scuola per i minori non accompagnati? Per settimane non si è parlato d’altro. Dopo un’ordinanza della Cassazione, era stato confermato l’obbligo dei genitori di andare a prendere i minori di 14 anni a scuola. Quindi anche alle scuole medie. Una pronuncia che ovviamente aveva creato numerose polemiche e scombussolato i piani di uscita delle scuole e l’organizzazione delle famiglie. Certo, è un aspetto che fa riferimento alla più ampia tutela dei minori, ma ne rappresentava una stortura, limitandone il percorso di autonomia. Un appello al sabotaggio sarebbe stato fuori luogo, ma da una sindacalista «rossa» almeno un po’ di coraggio nel criticare gli effetti grotteschi della legge ce lo saremmo aspettati, insieme alla proposta di modifica della legge, caldeggiata (e poi realizzata) da alcuni esponenti del suo stesso partito. E invece, pur consapevole delle critiche che crescevano di ora in ora, la ministra ha difeso la legge. Alla domanda «cosa fare se i genitori non possono ritirare i figli perché impegnati al lavoro?» ha chiamato in causa in nonni, dichiarando che «è tanto bello» andare a prendere i nipotini a scuola e precisando che a lei sarebbe piaciuto ma chiaramente era troppo impegnata per poterlo fare con i suoi. Eppure non ci vuole la laurea per capire che la situazione demografica del paese è cambiata e che i nonni possono essere distanti oppure non esserci. Ma soprattutto possono essere al lavoro, visto che il governo sta pensando bene di alzare l’età minima pensionabile a 67 anni. E i quarant’anni di attività sindacale alle spalle? Bocciati.

Redazione

articolo tratto da Senza Soste cartaceo n.129 (gennaio/febbraio 2018)

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