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Il cinema d'essai (sessista) di Retequattro

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cinema_rete4La notte scorsa facendo zapping in tv mi sono trovata di fronte ad un film che esaltava la figura del mafioso. Sfidando il sonno e la stanchezza l'ho visto tutto perché volevo capire. Poteva essere una di quelle cose alla Quentin Tarantino, dove il criminale è il buono e lo sbirro è il cattivo. Poteva esserlo ma lo lo era.
Una specie de "Il Padrino" all'italiana, con un tomas milian nella parte dell'eroe buono della malavita organizzata, il figlioccio di un mafioso che aveva studiato per diventare avvocato e che voleva ritirarsi dalle attività dei clan contravvenendo alla regola primaria delle famiglie mafiose: lasciate ogni speranza o voi che entrate.
“Il Consigliori” è un film di De Martino. Poteva essere di Luchino Visconti ma sempre una gran schifezza è.
In realtà definisce e semplifica un fenomeno abbastanza diffuso negli anni settanta/ottanta, ovvero prende posizione nella faida tra vecchi e nuovi della criminalità organizzata facendo l'apologia della vecchia mafia, piena di regole d'onore, buona, umana nonostante ammazzasse esattamente come la nuova che invece viene descritta come avida, cattivissima e senza scrupoli. Il tutto è stato condito da una cornice romantica con l'unica donna protagonista a fare l'amante dell'avvocato fuoriuscito che parte alla sconfitta del clan avversario morendo da vero eroe.
Per tutto il film non ho capito se ridere, piangere e arrabbiarmi. Mi sono allora concentrata sui dettagli apparentemente insignificanti: il film veniva offerto nello spazio cinema d'essai di retequattro. Non l'hanno interrotto con una sola pubblicità e perfino i titoli di coda potevano scorrere fino alla fine come se si trattasse di uno spazio offerto senza elementi di disturbo a nostalgini del settore, italici o oltreoceano (il satellite può tutto).
Per capire se si trattava di un caso, se non era solo una opposizione commerciale al "fuori orario" di Enrico Ghezzi su Rai tre, ho aspettato anche il giorno dopo.
Puntuale è arrivato "Assicurarsi vergine", un film in cui Romina Power fa la pessima parte di una vergine promessa in sposa ad un losco individuo del paese. Una ragazza in balìa del promesso sposo, del padre, che esasperando gli stereotipi siciliani decide di fare una assicurazione sulla verginità della figlia per poi fare di tutto per fargliela perdere e incassare il risarcimento.
Romina non ha scelta: è illibata di professione, un po' tonta per natura e persino i puttanieri si piegano al suo cospetto dinanzi alle sue lacrime. Un film che fa scempio delle donne in cui l'altra protagonista, la madre della vergine, è una moglie che non ha nulla da dire, che vive orgogliosamente al fianco del marito mentre sottopongono la figlia al supplizio degli esami per verificarne il tasso di verginità.
Anche questo è certamente un film accattivante e fantastico per i nostalgici, non di certo per chi come me quella mentalità l'ha subita e non riesce a riderne, soprattutto se per riderne si finisce per apprezzare la figura del padre padrone e del fidanzato che ama le sante e aborrisce le puttane.
Significativo il fatto che il fidanzato, mentre la vergine sta in convento a tenere fede al suo patto di verginità, scopa con una donna del nord e giù con lo stereotipo che identifica la donna del nord come una puttana e la baffuta vergine del sud come il non plus ultra della moglitudine familiare.
La domanda che sorge spontanea dunque è (scherzo!): Retequattro ha un accordo con dei latitanti, o con gentiluomini che amano vedere allietarsi la prigionia (dato che in carcere c'è chi la televisione può tenerla perfino in regime di 41bis) o sta sperimentando un ciclo educativo al passo con i tempi per esaltare la figura dei padrini padroni di qualunque specie? Quale sarebbe dunque l'apporto culturale del cinema d'essai delle notti di Retequattro?
6 febbraio 2010

 

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