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La legge (sportiva) è uguale per tutti

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Iraniane e israeliane: vietato indossare indumenti 'diversi dalla norma' in competizioni internazionali
 

iraniane_calcioSport femminile: nessuna eccezione, né per l'Iran, né per Israele. Il paradosso che ha investito nei giorni scorsi due odiati nemici, rivela un elemento che anzichè dividerli, li accomuna: la religione. Nello specifico, i dettami - assai simili - che le interpretazioni più strette di Islam ed ebraismo impongono ai vestimenti femminili. Protagoniste della vicenda sono alcune donne: giocatrici di calcio, le prime, di basket la seconda. A entrambe, le federazioni sportive mondiali negano la possibilità di partecipare a competizioni internazionali a causa delle loro 'uniformi'. Le iraniane del calcio vestono l'hijab, indumento che copre tutto il corpo, escluso il volto. La cestista ebrea ortodossa porta una maglietta sotto la canottiera. Entrambe le 'divise' sono vietate dalla Fifa e dalla Fiba, i rispettivi organismi regolatori, oltre al gioco, dell'abbigliamento sportivo. 

Le iraniane hanno dovuto dare forfait addirittura alle qualificazioni olimpiche. Indossavano, nel match contro la squadra nazionale giordana, una divisa giudicata illegale. Via dalla competizione e dalla possibilità di giocarsi una chance a Londra il prossimo anno. Perché illegale? Perché esiste una norma del regolamento Fifa che prevede che "giocatori e membri della squadra non possono mostrare messaggi o slogan politici, religiosi, commerciali o personali in nessuna lingua o forma e in nessuno dei loro 'equipaggiamenti sportivi'". Eppure, le iraniane hanno giocato le partite preliminari acconciate nella suddetta forma, senza che nessuno obiettasse nulla. Così come in altre competizioni, quali karate e pallavolo, la nazionale femminile dell'Iran ha giocato e continua a giocare senza la censura della Fifa.

israeliana_basketLa storia della ragazza israealiana è forse più complessa ma non meno grottesca. Na'ama Shafir, giocatrice della University of Toledo, che ha portato i Rockets alla vittoria (con ben 40 punti messi a segno) nella finale americana, ha dovuto attendere questo fine settimana per verificare se avrebbe potuto prendere parte alle competizioni del campionato europeo femminile in Polonia. Dovendo coprire le spalle per tradizione religiosa, e non potendo indossare sotto la canottiera la T-shirt che ha sempre indossato nelle partite negli Usa, la ventunenne è arrivata in Europa con una nuova, particolare manica elastica che le copre le spalle e parte del braccio.

A differenza della decisione della Fifa, giudicata totalmente arbitraria dalla comunità sportiva internazionale, il regolamento della Fiba obbedisce a una filosofia che vuole uniformità negli indumenti delle squadre. Nessuna maglietta sotto le uniformi, calzini dello stesso colore, così come le bande elastiche di contenimento: stesso colore o gradazione simile.

Il problema di fondo è che negli organismi internazionali, ancora disomogenei tra loro, manca quella flessibilità necessaria per trovare il modo - anche grazie a eccezioni nell'uniforme - di consentire alle donne di società particolarmente conservatrici di partecipare a competizioni internazionali, anche come forma di integrazione positiva. Ciò che già avviene agli uomini, che nei tornei internazionali, ma soprattutto nelle lunghe permanenze all'estero quando sotto contratto per squadre straniere, vengono continuamente esposti agli influssi di altre società, inclusa quella occidentale. Alla fine, Na'ama ha giocato domenica la sua partita. Chissà se anche sulla squadra iraniana i boss della Fifa chiuderanno un occhio.

Luca Galassi

tratto da http://it.peacereporter.net

5 luglio 2011

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