Monday, May 21st

Last update:02:30:29 PM GMT

You are here:

Per un 8 marzo di lotta. Non c'è rivoluzione senza liberazione della donna

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 

8marzo_mascetteIl 13 febbraio migliaia e migliaia di donne, (in alcuni casi anche di uomini), sono scese in piazza, spinte dal bisogno di riprendere parola e visibilità. Le donne da sempre lottano contro gli incessanti attacchi all’autodeterminazione e alla libertà di scelta sui propri corpi e sulle vite.

La misura è colma. Il vaso è pieno. Ora basta. Se non ora quando. E poi la parola magica, indignazione. Queste sono le parole che si ripetono dentro e intorno all’appello nazionale che ha convocato le manifestazioni del 13 febbraio dalle donne della sinistra istituzionale. Un appello rivolto alle “donne italiane”. Rivolto alle donne che producono, che hanno un lavoro onesto e fanno pure volontariato, insomma a quelle perbene. Tipo quelle che mandano le foto a Repubblica e fanno finta di dimenticarsi che Repubblica pubblica quotidianamente ben altre foto di donne.

A Livorno il 13 febbraio è andato in scena il peggio del peggio. Una vera e propria liturgia organizzata in modo blindato dai soggetti istituzionali preposti a indossare le tonalità del rosa. Alla Terrazza Mascagni hanno messo su una recita scolastica con poesiole, intervento delle autorità, canzoncine e lancio di palloncini. La giornata è stata costruita evitando accuratamente di attivare un percorso che avrebbe potuto portare ad una partecipazione di massa, ma che avrebbe potuto anche dare spazio a voci critiche come invece è accaduto in altre città.

E’ per questo che un'assemblea autoconvocata che riunisce soggetti da sempre antagonisti alle logiche speculative (tutte) ha costruito una presenza di piazza per l’ 8 marzo con il chiaro obiettivo di evidenziare quali siano le reali istanze delle donne ma anche degli uomini (almeno di tutti coloro che non si identificano con lo stereotipo di maschio italiano). La questione del lavoro posta come nodo centrale per avanzare nella lotta di liberazione e autonomia. La questione delle donne migranti, sfruttate sia perchè donne e sia perchè prive di identità vedendo legata la propria posizione giuridica ad un permesso di soggiorno. La questione della violenza vera e propria. In Italia la prima causa di morte per le donne tra i 15 e i 30 anni è l'omicidio da parte di fidanzati e/o mariti. Infine la questione, in generale, della mercificazione dei nostri corpi, trattati come tranci di manzo dalla pubblicità, vessati dalle potiche omofobe e sessite in tema di diritto all'aborto e alla maternità consapevole.

Questo 8 marzo a Livorno viene idealmente dedicato alle lavoratrici della Omsa dello stabilimento di Faenza che oggi si vedono portare via reddito e quindi la possibilità di autonomia per colpa di politiche scellerate e capitaliste che trasferiscono la loro azienda – in attivo -  a produrre e sottopagare altre donne in Serbia. Viene inoltre dedicato alla ragazza romana stuprata in caserma dai carabinieri, respingendo ancora una volta l’ipocrita rincorsa, da sempre bipartisan, alla fantomatica richiesta di sicurezza che ha dato la stura al varo di leggi razziste e all’istituzione dei CIE.

Donne non si nasce, donne si diventa diceva Simone De Beauvoir. In una società che identifica la femminilità con l’oggetto, l’unico percorso di liberazione può passare attraverso il superamento di questa supposta natura. Donne si diventa perché il mondo e la cultura in cui nasciamo, ci plasmano e ci creano a loro piacimento, ci insegnano a essere donne e a coincidere con il prototipo di femmina tramandato da generazioni. Oppure donne si diventa perché la coscienza femminile va desiderata, sudata, costruita prima di tutto attraverso il rifiuto dei modelli che ci impongono, attraverso la negazione di una presunta natura femminile a cui ci vorrebbero sottomettere per rinchiuderci nei ruoli che altri hanno storicamente scelto per noi.

unitSi pone un problema di identità di genere forte, completamente costruita e ricalcata su modelli che dovremmo percepire invece come intollerabili. La questione è delicata: vittime, complici o schiave? Berlusconi alla fine è un vecchio porco, si sa, un uomo ricco e potente che pensa di poter disporre delle donne che lo circondano come meglio crede. Un uomo che nel privato si vanta della sua virilità libertina e che come politico pretende di imporre la famiglia tradizionale come valore assoluto. Quali sentimenti ci suscitano invece le donne protagoniste di questa vicenda? Non si tratta tanto di vendere il proprio corpo in cambio di denaro, ma di contribuire e fomentare la realizzazione di un immaginario e di un simbolico femminile assolutamente parziale e pericoloso. Abbiamo davanti uno stuolo di ragazze convinte di scegliere autonomamente e liberamente di usare il proprio corpo e non certo di essere carne a disposizione. La povertà della percezione di sé che queste ragazze esplicitano forse non è altro che l’espressione della povertà del momento che stiamo vivendo. Ma se da una parte abbiamo queste escort spregiudicate che come si dice “cercano il guadagno facile”, dall’altro ci si offre il modello femminile della sinistra istituzionale, con il tema della donna emancipata tanto caro a Concita De Gregorio (anche quando deve vendere il suo giornale mostrandolo nella tasca di una minigonna di una giovane donna, vedi foto). Una sinistra che gioca sui corpi delle donne la propria battaglia politica contro Berlusconi. Non sono riusciti a deporlo dal trono attraverso le urne, ci hanno provato con i giudici e con le campagne-crociate su giornali e televisioni…ora si giocano l’ultima carta: riscoprendosi paladini dell’emancipazione femminile, difendono a spada tratta il buon nome delle donne nella speranza di raccattare qualche voto in vista delle prossime elezioni. Ma queste - intendo le firmatarie dell'appello - dove erano quando quando stupravano nei CIE? Dove erano quando l’Istat dichiara che la prima causa di morte per le donne in Italia è l’omocidio da parte di ex-compagni o mariti? Dove erano quando tagliavano i fondi ai centri anti-violenza? E quando si votava il referendum sulla legge 40?

Certo è che la sinistra istituzionale non vede oltre il suo naso e non si accorgerge che il problema non è tanto che ci siano uomini potenti che si circondano di donne cosiddette facili – dai Papi ai Principi, fino ad oggi è sempre stato così – ma che non c’è alcuna reale rivolta delle donne. Nè in forma organizzata, nè in forma spontanea, emotiva, allargata e diffusa. Non c’è una rivolta delle donne a meno di non considerare rappresentative di un intero genere le potenziali firmatarie dell’appello de L’Unità.

Ma se non c’è una rivolta delle donne, almeno per come la si intende nell’appello, è ora che si parli delle moltissime donne che si rivoltano e si ribellano, da femministe e non. Tante, tante donne che lottano quotidianamente contro un sistema politico, economico, sociale, culturale, che ancora una volta le vorrebbe rinchiudere nella più vecchia antinomia del mondo. O sante o puttane. Tertium non datur.

per Senza Soste, Leila Chinapoli

7 marzo 2011

AddThis Social Bookmark Button