Afghanistan, la guerra degli oleodotti
L'oro nero e il gas sono gli unici motivi della guerra. Altro che terrorismo e democrazia
Non esiste nessuna missione di pace e nessuna esportazione di democrazia, in Afghanistan si gioca una delle partite strategiche più importanti dal dopoguerra ad oggi, una partita che delineerà nei prossimi 20 anni lo sfruttamento e la distribuzione di una grandissima parte di riserve di idrocarburi nel mondo in mano alle compagnie petrolifere occidentali.
"Unica soluzione: passare dall'Afghanistan"
Al centro della partita ci sono due lunghi serpenti d'acciaio che dovrebbero tagliare in due l'Afghanistan. In uno, viaggeranno ogni giorno un milione di barili di greggio proveniente dai giacimenti dell'ex URSS, nel secondo correrà il gas che sgorga dai giacimenti di Dauletabad in Turkmenistan. Due arterie strategiche per rendere accessibile alle grandi compagnie petrolifere americane le immense riserve di idrocarburi dell'Asia centrale.
Un tesoro immenso che ha un solo handicap: la distanza dai mercati. La soluzione? John J. Maresca, vicepresidente delle relazioni internazionali di Unocal Corporation, una delle principali compagnie mondiali nel campo delle risorse energetiche e dei progetti, la dice chiaramente il 12 febbraio 1998 davanti al sottocomitato del Congresso degli Stati Uniti pere l'Asia e il Pacifico. Maresca detta alcune linee guida: 1. bisogna guardare ad est (Asia Centrale e Oceano Indiano) dove entro il 2010 raddoppierà la richiesta di petrolio. 2. Partendo dai giacimenti della regione del Mar Caspio (Turkmenistan in primis) non si può passare da sud perché l'Iran non permetterebbe il passaggio di un progetto in cui sono coinvolte compagnie americane. Inoltre non si può passare da est perché per raggiungere la Cina centrale e poi la costa pacifica servirebbero oleodotti per oltre 5000 km e sarebbe troppo costoso. 3. "L'unico altro itinerario possibile è attraverso l'Afghanistan - dice il vicepresidente di Unocal - ma il paese è coinvolto in aspri scontri da quasi due decenni, ed è ancora diviso dalla guerra civile. Fin dall'inizio abbiamo messo in chiaro che la costruzione dell'oleodotto attraverso l'Afghanistan che abbiamo proposto non potrà cominciare finché non si sarà insediato un governo riconosciuto che goda della fiducia dei governi, dei finanziatori e della nostra compagnia. Noi chiediamo all'Amministrazione e al Congresso di sostenere con forza il processo di pace in Afghanistan condotto dagli Stati Uniti".
I talebani vanno alle trattative
Nel 1995 - spiega lo scrittore pakistano Ahmed Rashid nel suo recente libro "Talebani, Islam Petrolio e il grande scontro in Asia centrale" - dopo che i Talebani hanno conquistato Herat e cacciato dalle scuole migliaia di ragazze, non c'è stata una sola parola di critica da parte degli Stati Uniti". I dirigenti Talebani dopo la presa del potere vengono accolti con favore negli Usa e loro rappresentanti volano in Texas dall'allora governatore Bush, dove incontrano i dirigenti dell'Unocal che fanno loro un'offerta precisa riguardo all'oleodotto: una fetta dei profitti pari al 15%. Ma ci sono alcune condizioni da rispettare.
Tappeto d'oro o tappeto di bombe!
Il racconto di quella mediazione lo si trova in un libro (Ben Laden, la vérité interdite, di Brisard e Dasquiere ). Intanto Bush cerca di favorire il negoziato promuovendo la nascita del cosiddetto gruppo dei 6+2 (i paesi confinati con l'Afghanistan più Usa e Russia). Gli americani non esitano ad usare anche le maniere forti. A raccontare come è l'ex ministro degli esteri del Pakistan il signor Naif Naik che, in un'intervista televisiva trasmessa in Francia, racconta che nel corso della riunione del "Gruppo" a Berlino, tra il 17 e il 20 luglio, l'ambasciatore statunitense Thomas Simons spiega quale potrebbe esser l'alternativa: se i Talebani non si comportano come si deve, e il Pakistan fallisse nel suo intento di farli comportare come si deve, Washington potrebbe ricorre ad un'altra opzione: quella militare. Brisard e Dasquieré riferiscono una battuta assai esplicita. "Ad un certo punto i rappresentati americani dissero ai Talebani: o accettate la nostra offerta di un tappeto d'oro, o sarete sepolti da un tappeto di bombe". L'ultimo incontro tra emissari Usa e Talebani avviene lo scorso 2 agosto, 39 giorni prima dell'attacco alle Torri. È Cristina Rocca, direttrice degli affari asiatici del Dipartimento di Stato ad incontre a Islamabad l'ambasciatore Talebano in Pakistan. Kabul respinge definitivamente la proposta americana. La parola passa alle armi. Il 10 settembre 2001 veniva messo sulla scrivania di Bush un dettagliato piano di attacco militare, preparato dalla CIA, per colpire Al-Quaeda in Afghanistan con il massiccio supporto della NATO, per essere firmato dal Presidente di rientro dalla Florida. Il mattino seguente cadevano le torri gemelle.
Franco Marino
tratto da Senza Soste n.42 (ottobre 2009)
Articolo e documenti tratti da
http://www.rainews24.rai.it/ran24/speciali/obiettivo_usa_nuovo/te_petrolio.htm
| < Prec. |
|---|














