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INTERNAZIONALE

Stoccolma esplode, terza notte di scontri

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La Polizia uccide un anziano con problemi psichici in un sobborgo povero di Stoccolma. La città esplode, scontri in numerosi quartieri, arresti e feriti. Alla base dei riots la disoccupazione in aumento e il razzismo della polizia.

La protesta si allarga e gli scontri si estendono nella capitale svedese. Per la terza notte consecutiva molti quartieri periferici di Stoccolma sono stati teatro di una nuova ondata di scontri tra forze di polizia e giovani, con diverse automobili date alle fiamme e nuovi arresti. Il premier Fredrik Reinfeldt ha denunciato quelli che ha definito ''atti di vandalismo'', affermando che "dare fuoco all'auto del tuo vicino non e' libertà di espressione, é teppismo".
Ma nel Paese che è in qualche modo riuscito a limitare gli effetti devastanti della crisi economica che sta investendo il resto del continente analisti e commentatori puntano il dito contro la crescente disoccupazione giovanile e soprattutto contro l’incapacità da parte dell’esecutivo di rispondere alle aspettative di molti immigrati richiedenti asilo. Il premier Reinfeldt ha ammesso la necessità di accelerare i tempi per l’integrazione dei nuovi arrivati nel paese ma il partito di estrema destra e xenofobo “Democratici svedesi” ha denunciato l'"irresponsabile" linea seguita dal governo su questa materia.

Ad accendere la miccia delle proteste, che nelle ultime 24 ore si sono allargate a macchia d'olio in ben nove banlieue della capitale, é stata l'uccisione lo scorso 14 maggio, ad opera della Polizia, di un sessantanovenne che secondo gli agenti li stava minacciando con un coltello (secondo alcune fonti era un machete). Sull’accaduto la polizia ha dato due versioni diverse e contrastanti: una prima secondo la quale l'anziano era morto in ospedale per le ferite che si era procurato da solo, la seconda in cui riconosceva che il decesso era avvenuto per strada dopo che era stato abbattuto a colpi d'arma da fuoco dagli agenti. ''Era un uomo anziano con una lama di fronte ad una 'gang' di agenti di polizia pesantemente armati...Davvero dovevano ucciderlo?'' ha chiesto indignato alle autorità un vicino dell'uomo intervistato dal giornale Aftonbladet.

L'episodio é avvenuto nel povero quartiere di Husby, una zona a nord di Stoccolma. Il sobborgo è nato all'inizio degli anni Settanta con la costruzione delle sue 'torri', alti palazzi in cui vivono circa 12 mila persone, per l'80% immigrati provenienti per lo più da Turchia e Somalia. Le autorità hanno lanciato nel 2007 un programma definito molto ambizioso per riqualificare le periferie a nord della capitale ma ancora non è stato fatto granché.

Complessivamente sono state arrestate almeno otto persone, mentre sarebbero un centinaio - stando a quanto scrivono i media locali - le vetture date alle fiamme dai manifestanti. Ma la violenza non si é fermata solo ai roghi: nella notte fra martedì e mercoledì gruppi di giovani hanno bersagliato con pietre e bottiglie un commissariato della polizia e una stazione dei vigili del fuoco nelle zone meridionali e occidentali della città. Le proteste sono una reazione alla ''brutalità della polizia'', ha tuonato il leader di un'associazione di giovani immigrati di sinistra, Megafonen, che ha denunciato anche il ''razzismo'' che contraddistingue l’operato delle forze dell'ordine, che avrebbero apostrofato con il termine ''scimmie'' alcuni giovani immigrati. ''La gente ha iniziato a reagire - ha detto Rami al Khamisi, portavoce di Megafonen, ad un quotidiano locale - alla crescente marginalizzazione e segregazione, sia di classe, sia di razza degli ultimi 20 anni''. Chiunque si senta ''maltrattato dalla polizia dovrebbe denunciarlo'', ha replicato il ministro della Giustizia, Beatrice Ask, mentre le forze dell'ordine sono convinte che il diffondersi degli incidenti sia legato ad un fattore di opportunismo. ''Sembra che la gente stia approfittando del fatto che l'attenzione della sicurezza é concentrata sul quartiere di Husby per mettere a ferro a fuoco altre zone della capitale'', ha affermato il poliziotto Kjell Lindgren. Intanto, mentre é stata aperta un'inchiesta sulla morte dell'anziano, gli svedesi si augurano che le prossime ore possano trascorrere tranquille. Ma non sembra che il clima stia diventando meno incandescente. Nelle ultime ore sono stati incendiati anche alcuni edifici oltre alle auto. E da parte loro gruppi di abitanti dei quartieri dove sono avvenuti gli scontri denunciano che la Polizia in assetto antisommossa carica indistintamente manifestanti e passanti, in alcuni casi contro bambini e anziani, apostrofando gli immigrati con epiteti razzisti come ‘negri’, ‘topi’ o scimmie’.

Marco Santopadre
23 maggio 2013
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La crisi dello Shipping

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Relazione di Marco Bertorello al convegno Il Crack viene dal mare: sovrapproduzione e speculazione continuano a imperversare anche nel settore navale.
Il testo di Sergio Bologna, il crack che viene dal mare, rappresenta un importante contributo non solo per comprendere le dinamiche economiche del mondo dello shipping, ma per la traiettoria che la finanziarizzazione ha preso nel suo complesso. Innanzitutto conferma l'intreccio tra economia reale e finanziaria di questi ultimi decenni e l'impossibilità di separare i due ambiti. Implicitamente va a negare quell'approccio, d'impostazione keynesiana, che auspicherebbe un ritorno ai fondamentali dell'economia reale, cioè un sistema caratterizzato da produzione e consumo senza il prevalere della sfera finanziaria, considerata, almeno nelle forme attuali, virtuale e foriera di eccessi e degenerazioni. In realtà le cose non sono così semplici.
In questi anni si è verificato un duplice movimento: l'economia reale è andata ingolfandosi senza mantenere i livelli di sviluppo precedenti e ha dovuto far ricorso, in maniera crescente, alla finanza, fino a far parlare di un vero e proprio processo di finanziarizzazione dell'economia. Questa a sua volta oggi retroagisce sul livello reale intaccandone profilo e meccanismi di funzionamento. Il caso dello shipping è una conferma della tendenza alla complementarità tra la sfera reale e quella finanziaria dell'economia, perciò risulta difficile, per non dire impossibile, separare i due poli di un medesimo sistema di accumulazione.

La tesi di Bologna consiste nel paragonare la crisi del 2008 con il caso Lehmann Brothers, espressione del circuito immateriale e virtuale del denaro, con quella dello shipping di oggi, in cui verrebbe colpito il circuito fisico delle merci. Due fenomeni in parte differenti, ma con dinamiche paragonabili. Tutto ha inizio nel settore navale delle costruzioni. Esistono fondi finanziari che investono capitali privati con forti livelli di remunerazione nel settore, grazie anche a un regime fiscale particolarmente favorevole, soprattutto in Germania, ove i guadagni sono ottenuti grazie alla notevole capacità di vendita o noleggio delle navi. In questo settore vengono coinvolti dei panzer della finanza globale del calibro di Royal Bank of Scotland, Lloyd Bank, Commerzbank, HSH Nordbank. Cosa succede a partire dal 2012? Si afferma un eccesso di offerta nel settore, dovuto al calo dei traffici previsti in conseguenza degli effetti di lungo periodo della crisi globale e specificatamente europea. Il risultato è la caduta dei prezzi di vendita di molte navi, i quali «ormai sono scesi così in basso da sfiorare i valori delle navi in demolizione». Tale dinamica che si afferma nell'economia reale si riverbera in quella finanziaria, in quanto il crollo del valore degli asset in portafoglio dei fondi rischia di provocarne il fallimento, con il conseguente colpo al sistema bancario, che come è noto non gode di eccessiva salute.

Ma come è potuta affermassi una bolla nello shipping? Bologna ne dà una spiegazione complessa e sottile allo stesso tempo. Sottolinea, infatti, come si sia affermato un rapporto tra la nave intesa come «prodotto industriale» e la nave come «prodotto finanziario», con sullo sfondo il cosiddetto fenomeno del «gigantismo navale», cioè quella tendenza a costruire navi dalla stazza e dalla capacità di stiva sempre più consistente. Indubbiamente a monte vi è il dispiegarsi della crisi globale, che in questo settore, se non dà vita a una contrazione vera e propria (solo nel 2009 si verifica un dato negativo), non cresce come nelle attese. Ma in un'economia di mercato spesso questo è il problema, cioè un eccesso di investimenti a seguito di una fase di euforia irrazionale in un settore in espansione che lascia prevedere un periodo di crescita infinita e che spinge gli operatori verso una folle gara negli investimenti alla ricerca di profitti che si immaginano esponenziali. Tale meccanismo si può inceppare anche a seguito di una riduzione della crescita prevista e non di una effettiva contrazione.
Da qui il passaggio dall'euforia al panico, con il crollo di valori, investimenti, profitti. Alla parabola mondiale si aggiungono condizioni specifiche del settore. Ma quello che si domanda Bologna è se esiste una componente attiva nella responsabilità del settore dello shipping. Si è andato affermando un calo negli andamenti della movimentazione delle merci, anche in un settore particolarmente dinamico come questo per la globalizzazione, di conseguenza un calo dei noli, un crescente livello di competizione tra gli operatori.

Inizialmente la via maestra è stata la ricerca di una costante riduzione dei costi, a partire da quelli per il carburante con una decisa riduzione della velocità di crociera (che nelle navi giganti di ultima generazione significa paradossalmente anche la rovina di motori nati per velocità ben superiori), riduzione dei servizi, e soprattutto crescita della stazza delle navi. Per un tale processo, incentrato sulla riduzione dei costi e dunque sul gigantismo navale, sono necessarie cifre considerevoli, quindi un settore produttivo ha bisogno di quello creditizio per investire. Qui interviene il rapporto tra creditore e debitore che tanta parte ricopre nelle economie contemporanee. Per ottenere il supporto del sistema bancario le imprese sono costrette a far valere alcuni fattori. Bologna parla de «la quota di mercato, il valore degli asset (naviglio di proprietà), le previsioni di crescita. La quota di mercato come argomento principe del rating bancario, spiega la folle corsa ad acquisire volumi ed a mettere in servizio capacità, offerta di stiva, a costo di praticare tariffe da dumping. La valorizzazione degli asset spiega la folle corsa all'acquisto di navi. Probabilmente si accorgono ora, di fronte all'evidenza della recessione mondiale, che questi asset possono svalutarsi rapidamente, come è capitato alle proprietà immobiliari». Ecco nuovamente il parallelo con gli Usa, e con le dinamiche di mercato che repentinamente, a fronte di un eccesso di offerta, intervengono con una progressiva svalutazione dell'offerta stessa, causando a catena effetti negativi, potenzialmente fino a una recessione.

Dentro questa dinamica si comprende il complesso processo di intersecazione tra economia reale e finanziaria. Qui dentro si afferma quello che potrebbe sembrare un ossimoro: la nave come prodotto finanziario. La competizione esasperata conduce a una guerra finanziaria tra colossi dello shipping nella quale per sopravvivere è necessario ricorrere al sistema creditizio e per far fronte alle richieste di quest'ultimo bisogna presentare una situazione patrimoniale che faccia da garante. L'acquisto di navi nuove e tecnologicamente sofisticate rende una compagnia di navigazione più forte agli occhi delle banche. Questi sono i meccanismi tipici dell'economia del debito a cui ci siamo assuefatti in tanti comparti. Le economie di scala riducono i costi unitari, su una nave gigante un container costa meno, se la nave resta vuota in un primo momento rimane un problema del segmento operativo. Ma il problema da finanziario torna a essere dell'economia reale nel momento in cui interviene il tasso di riempimento di una stiva, cioè la capacità di non far navigare un'imbarcazione vuota o semivuota.
Una nave da 10 mila Teu carica all'80% ha un costo unitario inferiore a una da 6 mila, ma se il tasso di riempimento della prima scende a meno del 60% il vantaggio viene meno, trasformando un punto di forza, la grandezza, in una debolezza. Questa corsa al gigantismo navale si è affermata anche perché le imprese dello shipping risultavano interessanti per il sistema bancario, in quanto rappresentano un settore a elevata liquidità. Tale processo, però, sta conducendo a una bolla dovuta a una sovracapacità produttiva, basti pensare che nel solo 2012 sono entrate in servizio 59 navi da 10 mila Teu e contemporaneamente la principale società del segmento, Maersk, annuncia che nei prossimi 5 anni i suoi capitali dedicati allo shipping si ridurranno dal 30 al 25%. Sergio Bologna richiama, poi, lo studio di Alix Partner del 2011 che parla di un indebitamento del settore, indebitamento raddoppiato dal 2007, che raggiunge i 90 miliardi di dollari, tanto che circa la metà delle compagnie analizzate non è in grado neppure di pagare gli interessi sul debito. Queste cifre descrivono una pericolosa tendenza, comune a tanti altri comparti, ma sono tanto più gravi perché coinvolgono un settore strategico in tempi di globalizzazione e dunque troppo spesso considerato al riparo dalle turbolenze della crisi mondiale. Forse non vi sarà un vero e proprio crack, almeno per ora, ma solo perché riguarderebbe società considerate "troppo grandi per fallire", e in questi tempi di instabilità le finanze pubbliche sono pronte, come il caso Monte dei Paschi dimostra, a tappare le falle.
Ma per quanto si potrà andare avanti così? Per quanto sarà possibile stampare moneta per tamponare le voragini che si creano in quello che Luciano Gallino definisce finanzcapitalismo?

Infine una riflessione sul nesso di questa parabola e le politiche pubbliche delle infrastrutture.
Bologna sottolinea come si sia affermata una «ipnotica fiducia» nel gigantismo navale e di conseguenza come le autorità pubbliche abbiano inseguito indiscriminatamente questa fascinazione iniziando a costruire banchine sempre più lunghe e fondali sempre più profondi per accogliere queste megacarrier. Per giunta in una logica territoriale di micro-competizione, dando vita a un sovra-investimento in opere portuali, con il rischio di avere porti tra 10/12 anni che non corrispondano al panorama post-crisi. A un panorama che prevedibilmente sarà caratterizzato da modesti tassi di crescita, risparmio, sobrietà nei consumi. D'altronde bisognerebbe interrogarsi anche sulla capacità di trascinare ricchezza dei porti e delle infrastrutture retrostanti. Uno studio di Enrico Musso e Hilda Ghiara (Ancorare i porti al territorio, Mc Graw-Hill) già nel 2007, cioè prima della crisi, sosteneva come «gli impatti economici localizzati (occupazione e retribuzione dei fattori produttivi) sono in calo, almeno in relazione al volume di traffico, mentre le esternalità negative sono fortemente crescenti e rimangono concentrate nel territorio che ospita il porto».
Forse sarebbe il momento di rivedere antiche e consolidate certezze a fronte di un panorama in costante mutazione.

 Marco Bertorello

tratto da  http://www.rivoltaildebito.org

20 maggio 2013

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Videla, crimini e morte di un genocida neoliberale

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·videla

Jorge Rafael Videla, il dittatore argentino dei 30.000 desaparecidos, muore in carcere da sconfitto, da ergastolano, da genocida. Come ha detto Estela Carlotto, la leader delle nonne di Plaza de Mayo, «era un uomo disumanizzato» ed è fin troppo semplice applicare a lui la categoria arendtiana di «banalità del male» di chi mise metodicamente in atto un sistematico piano genocidiario, tendente al sequestro di persona di massa, al furto di ogni bene mobile e immobile delle sue vittime, all’assassinio e alla sparizione di persone. Lasciò i figli senza genitori e i genitori senza figli. Ciò succede in molte guerre di sterminio, ma a Videla e ai suoi non bastava. Perciò, peculiarità creola dell’orrore, volle che i morti restassero senza nome, i desaparecidos, e i vivi -i figli di questi, spesso appena neonati- restassero senza identità. Le puerpere venivano lasciate in vita solo fino al parto e centinaia di bambini furono smistati a caso «per salvare la società Occidentale e Cristiana».

Non agiva da solo Jorge Videla. Molti sapevano, moltissimi appoggiavano, come la confindustria, le classi dirigenti, potenti amici come Licio Gelli. Qualcuno benediceva. Il nunzio apostolico Pio Laghi e il cardinale primate Raúl Primatesta erano intimi del genocida. Magari ci fosse un dio a giudicarli. Videla stava dalla parte dei buoni della guerra fredda, agiva all’interno di norme stabilite nell’ambito del Piano Condor, l’internazionale del terrore fondata con Augusto Pinochet e la complicità di Henry Kissinger. Questi invitò Videla a far presto nello sterminare l’opposizione, perché poi con Jimmy Carter non avrebbe avuto la stessa mano libera. Perfino le tecniche di tortura rispondevano a rigidi protocolli; sviluppate dai francesi tra Indocina e Algeria, gli statunitensi erano stati prima allievi e poi avevano superato il maestro –fino ad Abu Ghraib già nel nostro secolo- e docenti per 50.000 torturatori e assassini latinoamericani.· Anche in altre culture e sistemi politici si tortura e si uccide, ma sulla carne dei torturati dell’ESMA e del Garage Olimpo c’è quel marchio di fabbrica.

Nel pensare Videla, nel pensare i desaparecidos, non possiamo espungere l’idea che sia la nostra civiltà occidentale, la nostra cultura, il nostro modello sociale ed economico ad aver generato un simile mostro. Nel pensare Videla non possiamo dimenticare che virus e anticorpi convivono nello stesso organismo e la difesa dei diritti umani non finisce con la morte in carcere di un genocida.

Jorge Videla muore da eversore mai pentito. Appena un mese fa invitava a prendere le armi contro il governo di Cristina Fernández de Kirchner, colpevole di aver instaurato -sue parole- «un regime alla maniera di Gramsci». Ma muore da ergastolano, muore solo come un cane in una cella di un carcere all’alba di una mattina d’autunno australe, incapace perfino di fare paura, lui che poté decidere la morte di decine di migliaia di persone. Muore solo e impresentabile, infame fino all’ultimo nel rivendicare di conoscere perfettamente la sorte di 7-8.000 dei 30.000 desaparecidos, ma scegliendo di portarsi nella tomba i segreti che avrebbero potuto alleviare l’angustia permanente di chi ancora cerca un indizio sulla sorte di un figlio, un genitore, un amico. Ben pochi oggi ne rivendicano l’eredità e appare perfino ingiusto il suo destino rispetto a quello del suo sodale in tutto Augusto Pinochet, il dittatore cileno, morto impune e confortato dall’affetto dei suoi clepto-familiari o da Henry Kissinger, che tra dieci giorni sarà un rispettato novantenne che mai pagherà per quell’inferno.

Giova sempre ricordare che non più di un ventesimo dei desaparecidos era guerrigliero, ammesso e non concesso che i guerriglieri meritassero quella sorte. Il 95% erano sindacalisti, studenti, giornalisti, giuristi, sacerdoti, militanti di sinistra, esponenti della società civile che dovevano essere spazzati via per permettere il più grande saccheggio della storia: l’imposizione del modello neoliberale, lo svuotamento delle ricchezze del paese, la loro svendita ai capitali finanziari transnazionali. Valga solo un dato: in Argentina, uno dei paesi più avanzati e ricchi al mondo, ancora nel 1972 c’era la piena occupazione. Nel 2002, calcolando disoccupati e sottoccupati, si sarebbe arrivati a un 42% reale di persone senza un lavoro degno. In un paese con milioni di ettari di terra fertile il neoliberismo reale portò a migliaia di morti per fame. Così non furono i desaparecidos né le inenarrabili violazioni di diritti umani la peggior colpa di Videla. La peggior colpa di questi e dei poteri economici che lo appoggiarono fu aver pianificato e perseguito la riduzione in miseria di milioni e milioni di esseri umani. Il genocidio fu prodromico all’imposizione del modello neoliberale. Videla fece il lavoro sporco disarticolando ogni resistenza sociale, sindacale, culturale.

Nonostante tutto la società argentina mantenne sempre vivi i propri anticorpi democratici. Dopo la caduta della dittatura, il coraggioso Raúl Alfonsín nell’83 istituì la CONADEP (la commissione d’inchiesta sui desaparecidos presieduta da Ernesto Sabato) e dichiarò l’incostituzionalità della Legge N° 22.924 di auto-amnistia firmata dalla Giunta militare poco prima di lasciare il potere. Quindi, con il Decreto 158/83 rese possibile il processo alla giunta. Punire i capi era più facile che perseguire i pesci piccoli. Quello che nell’85 condannò Videla all’ergastolo fu un processo di capitale importanza perché le Nazioni Unite recepissero la «sparizione forzata» di persone come violazione dei diritti umani. Prima non era così. Purtroppo era solo il primo round. Nel ‘90 il regime neoliberale di Carlos Menem avrebbe indultato Videla e gli altri, dopo aver messo un punto finale legislativo sulle violazioni dei diritti umani.

Fu il crollo inglorioso dell’Argentina neoliberale, alla fine del 2001, a riaprire la partita e portare al ribaltamento della politica dei diritti umani in un paese che aveva visto dilagare l’impunità dalla violazione dei diritti umani a qualunque altro contesto.· Si è trattato del trionfo di trent’anni di battaglia per la verità e la giustizia portata avanti dal coraggio dello spezzone più avanzato della società argentina, simboleggiato dalle madri di Plaza de Mayo, che solo dopo la fine del regime neoliberale trovò la forza di farsi governo con la sinistra peronista dei Kirchner. Così l’Argentina recuperò una politica dei diritti umani encomiabile e tra le più avanzate al mondo. Già nel suo discorso d’insediamento Néstor mise le cose in chiaro: «Siamo i figli delle Madri e delle Nonne di Plaza de Mayo, e per questo motivo insistiamo nell’appoggiare costantemente il rafforzamento del sistema di protezione dei diritti umani, ed il processo e la condanna di quelli che li violino».

Non faceva propaganda il «flaco de la JP», il ragazzo della gioventù peronista massacrata da Videla divenuto presidente. Nel giro di pochi mesi smantellò per intero il contesto d’impunità e le leggi di Punto Finale e di Obbedienza Dovuta furono dichiarate dal Congresso «insanabilmente nulle».

Il primo a essere condannato fu il sinistro Miguel Etchecolatz, capo della polizia di Buenos Aires e responsabile di 21 campi di concentramento clandestini. Nei confronti di Etchecolatz per la prima volta in una sentenza in Argentina fu scritto che la condanna era emessa per il crimine di «violazioni di diritti umani commesse nel contesto di un genocidio». E così fu condannato il ministro dell’economia e uomo del Fondo Monetario Internazionale della dittatura José Alfredo Martínez De Hoz. Oggi in Argentina vi sono circa 3000 procedimenti penali ancora aperti e circa 650 repressori stanno scontando la loro pena, spesso l’ergastolo, in carceri comuni. Tra questi Jorge Videla che, ripristinata la sentenza dell’85, era già un ergastolano. Un altro ergastolo gli toccò per il piano sistematico di sottrazione di minori. Nello specifico per il sequestro di 18 bambini. Un terzo per l’assassinio di prigionieri politici a Cordoba. Infine era in dirittura d’arrivo la condanna per la sua responsabilità diretta nel Piano Condor, l’internazionale del Terrorismo di Stato che coinvolse tutti i regimi latinoamericani con il coordinamento di Washington.

Muore in carcere e da genocida Jorge Videla affogando nel rancore e nell’odio che nutriva per la società, per la diversità, per la bellezza. Non sono molti i paesi che, come invece può fare l’Argentina, possono dire di aver fatto i conti col proprio passato ed è per questo che il suo corpo di canaglia può marcire lasciando noi in pace. Per quanti passi ancora vadano fatti per rafforzare e difendere i diritti umani, in Argentina, in America latina, nel mondo, la morte di Videla non lascia un sapore amaro come quella dell’impune Pinochet, che pure dovette farsi passare per demente per sfuggire al processo. Con Videla giustizia è stata fatta.

Gennaro Carotenuto

tratto da http://www.gennarocarotenuto.it

17 maggio 2013

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Le difficoltà Usa nello scacchiere mediterraneo: 500 marines in Sicilia

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obamawar

500 marines pronti ad interventi d'emergenza nel NordAfrica spostati a Sigonella. Questa la notizia delle ultime ore uscita su molti media nazionali. Si tratta di unità di forze speciali Navy Seal di pronto intervento deputate al recupero rapido di civili, militari e diplomatici e all'evacuazione immediata delle ambasciate statunitensi. Il contingente di militari in arrivo dalle basi spagnole arriverà con in carico due aerei cargo C-130 e 6 "convertiplani" MV 22 Osprey, aerei in grado di mutare l'assetto dei motori atterrando e decollando come elicotteri, e altri mezzi aerei di attacco. La mossa del Pentagono costituisce la risposta dell'amministrazione Obama ad una serie di criticità mai risolte nell'area mediterranea. Intanto, risulta infatti essere una mossa immediatamente mediatica: dopo la morte dell'ambasciatore statunitense a Tripoli, lo scorso settembre, a segito di un attentato, e vista l'escalation di attacchi nella capitale in questi ultimi giorni, annunciare l'immediata possibilità di soccorso nei confronti degli statunitensi in terra libica rappresenta una garanzia per Obama e il comando statunitense accusato, lo scorso autunno, di non avere saputo far fronte all'ingovernabilità dell'area.

Ma, se vogliamo tirarci fuori dal racconto massmediatico ufficiale, è appunto all'instabilità politica dell'intera area nordafricana che dobbiamo necessariamente rivolgere lo sguardo se vogliamo comprendere il significato di questa operazione. L'intervento “occidentale” umanitario in Libia in relazione alle rivolte nordafricane è perciò, ancora una volta, la cifra attraverso cui analizzare il tentativo statunitense di strutturare nuove forme di governo della polveriera-Mediterraneo. In questo senso, la mossa di queste ore dimostra (se fosse ancora necessario) le difficoltà che la macchina statunitense sta incontrando in quei territori. Libia, Algeria, Tunisia, Egitto: tutti scenari in cui di difficile compimento appare (sempre più) il progetto – neocoloniale – di transizione democratica in salsa occidentale. Territori in cui lo scontro in atto tra fazioni, forze sociali e istanze politiche – in particolare tra le forze islamiste alleate Usa e i movimenti coinvolti nei processi rivoluzionari - è ancora più che mai aperto a diverse dinamiche ancora rivoluzionarie e perciò a “incontrollabili” sviluppi.

Altra questione centrale riguarda il ruolo sempre più fondamentale della base Nato di Sigonella. Cuore dell' Africa Command, delle operazioni “mediterranee”, è anche snodo fondamentale per interventi a medio-lungo raggio nei territori medio-orientali in particolare attraverso l'uso dei droni Global Hawk e Reaper di cui la base “siciliana” è dotatissima. Fulcro indispensabile dunque: luogo attraverso cui (provare a) esercitare il controllo su una vastissima area teatro di movimenti pericolosi per lo scacchiere geopolitico “a stelle e strisce” ed europeo. Lo dimostrano gli investimenti di uomini e risorse destinate dal Pentagono alle basi presenti sul territorio italiano – e nel Sud-Italia in particolare.

Il pensiero va quindi immediatamente alla questione Muos, a Niscemi (sempre in Sicilia e distante pochi chilometri da Sigonella), e alla lotta di chi, oltre a combattere in difesa di salute ed ambiente, si oppone alla militarizzazione dei territori in nome della sempre fruttuosa e produttiva “economia della guerra” di cui le forze armate statunitensi sono sempre principali interpreti.

tratto da http://www.infoaut.org

14 maggio 2013

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Ultimo aggiornamento Martedì 14 Maggio 2013 19:39

Nel segno del keynesismo finanziario

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Non c'è mai stata tanta liquidità in giro nel mondo grazie alle politiche della Fed, del Giappone e della Bce. Un altro aiuto alle grandi imprese e un modo per rinviare i problemi. Nell'attesa dell'esplosione di nuove bolle

Nel suo ultimo libro Joseph Stiglitz riassume con precisione quanto avvenuto quando dichiara che «siamo arrivati al culmine di un trentennio speso a schivare una crisi dopo l’altra». La sfera economica si è trovata sotto l’incombere di una continua crisi che ha schivato, per l’appunto, principalmente con espedienti finanziari. È la finanza, sempre più slegata dai fondamentali, a trasformarsi nel motore della crescita e a sopperire ai limiti che emergono dai fattori produttivi tradizionali. Con l’ultima crisi questa arma sembra mostrare la corda, eppure dopo un primo momento di panico il tentativo è quello di ripartire proprio dalla finanza per risolvere i problemi causati dalla finanza stessa.

Scopriamo così che negli ultimi sei anni l’ammontare di denaro circolante su scala globale è aumentato del 70%, passando da 31 mila miliardi a quasi 54. Questa politica del denaro a condizioni vantaggiose e in quantità pressoché illimitata è guidata dagli Usa e ora in maniera consistente anche dal Giappone. Nel solo 2013 si prevede un’iniezione di liquidità della Fed e della Banca centrale giapponese pari a 2 mila miliardi di dollari. Segno che i problemi non si esauriscono in Europa, ma che sono di ordine globale e che le principali potenze provano a farvi fronte con manovre dal carattere eccezionale. A ciò fa seguito da parte della Bce un'ulteriore riduzione del costo del denaro che scende ai minimi storici di 0.50%. Sono queste operazioni su scala monetaria e macroeconomico a determinare un raffreddamento della crisi dei debiti pubblici. Non è un caso che la prima discesa dello spread in Italia sia avvenuta tra il 2011 e 2012 con l’immissione di mille miliardi di euro al prezzo risibile che oscillava tra 1 e 0.75%. Altro che governo Monti! Oggi lo spread scende per il medesimo motivo, cioè per l’invasione sui mercati di denaro facile, anche di fronte a due mesi senza un governo.

Questa massa monetaria ridimensiona l’emergenza dei debiti pubblici e incentiva le grandi imprese, cioè le uniche che se lo possono permettere, a emettere obbligazioni per raccogliere direttamente denaro a tassi particolarmente convenienti. Potrebbe apparire come un tentativo per ridare fiato all'economia, magari saltando l'intermediazione bancaria, ma in realtà è un'operazione basata nuovamente su debiti, perché di questo si tratta, e caratterizzata da un keynesismo finanziario rivolto a segmenti ristretti della società, cioè non solo non teso a una redistribuzione della ricchezza, ma neppure a intervenire per agevolare imprese medio-piccole e semplici cittadini che continuano a sottostare a condizioni capestro nel credito.

Tale inondazione monetaria produce nuovamente la ricerca di investimenti finanziari rischiosi, ricerca che si riversa su titoli a rischio per il semplice fatto che non vi sono canali di sbocco sicuri a sufficienza. Ecco perché i titoli di debito dei paesi con problemi di insolvenza sono tornati a essere interessanti. Ma la sconnessione con l'economia reale di questo ulteriore espediente finanziario conferma come il debito non sia in funzione del rilancio degli investimenti e della domanda. Si continua a perseverare nella mancata circolarità del rapporto credito/debito, nel procrastinare il pagamento del debito, anzi nell'aumentarne il suo volume in rapporto alla ricchezza realmente a disposizione. Non si vede mai la fine del rapporto tra creditore e debitore. Semplicemente si rimanda la possibilità di risolvere problemi che sono urgenti e che ormai da troppo tempo incombono sul sistema. Nell'attesa dell'esplosione di nuove bolle perseverare è diabolico.

Marco Bertorello

tratto da Il Manifesto del 12 maggio 2013

http://www.ilmegafonoquotidiano.it/news/nel-segno-del-keynesismo-finanziario

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