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INTERNAZIONALE

La tempesta su Goldman Sachs

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Un qualsiasi Greg Smith ha scatenato l’inferno

goldman-sachs_towerNon è facile capire come e perché Greg Smith sia arrivato sulle pagine del The New York Times e da lì si sia tolto i proverbiali sassolini dalle scarpe tirandoli all’indirizzo del potentissimo ex datore di lavoro.

È invece molto facile capire come le accuse contenute nella sua lettera, su tutte quella non tanto velata di fregare i clienti, abbiano immediatamente dato fuoco alle polveri di una serie lunghissima di reazioni, nonostante Smith non fosse esattamente un pezzo grosso di Goldman, anche se il pomposo titolo di vice-presidente del “business dei derivati statunitensi in Europa, Medio Oriente e Africa” di Goldman Sachs, come lo definisce il NYT, potrebbe far credere diversamente. Deve trattarsi di un espediente come un altro per impressionare i clienti, quello dei titoli pomposi, almeno a giudicare dai dati con i quali Lloyd C. Blankfein e Gary D. Cohn, che hanno firmato la risposta per Goldman Sachs, hanno cercato di ridurre Smith alla minore dimensione possibile: quella di un qualunque impiegato scontento.

Di  ”vice presidenti” come Smith in Goldman Sachs ce ne sarebbero 12.000 su 30.000 dipendenti, un dato che da un lato rende quasi irrilevante il pulpito di Smith e dall’altro dice molto su una cultura aziendale che da sempre si veste di autorevolezza e credibilità riuscendo ad impressionare i più. Un patrimonio che disgraziatamente è andato in fumo insieme a una montagna di miliardi di dollari degli investitori e dei risparmiatori americani e non solo, letteralmente incenerita dalle pessime pratiche di Goldman Sachs e delle sue principali concorrenti.

Pratiche che hanno portato la società al fallimento, per aver contratto scommesse folli ed averle perse e per aver creato ogni genere di artificio contabile per moltiplicare le transazioni finanziarie e con esse i propri profitti. Passata indenne attraverso la grande crisi grazie al salvataggio offerto gentilmente dai contribuenti americani, Goldman Sachs resta comunque l’icona di tutto quanto non ha funzionato e continua a non funzionare nel mondo della finanza angloamericana. Come tale è bersaglio di ogni genere d’accusa, alcune spesso spassose e quasi tutte inutili, visto che quanto è già stato accertato a suo carico basterebbe a giustificarne la messa in liquidazione coatta. Non è successo e non sembra che potrà succedere a breve e forse anche per questo il lamento di Smith è stato accolto da una robusta salva di cinismo e d’ironia, in un crescendo davvero notevole.

Imperdibile la top ten degli ex di Wall Street che negli anni si sono distinti per le loro dichiarazioni contro il sistema. Tra quelli che hanno avuto il privilegio della notorietà per i propri pensieri spiccano trader finiti in galera per aver provocato disastri, ex dirigenti pentiti e persino il capo di un hedge fund di successo, che dopo averlo chiuso in attivo ha comunicato, nella sua ultima lettera a partner collaboratori e clienti,  il suo ritiro a vita privata. Motivato dal fatto di non riuscire più a frequentare un tale branco d’idioti e chiuso lanciando un appello per la legalizzazione della marijuana. Di lui non si è saputo più nulla.

Tuttavia le sue accuse a Goldman Sachs, per nulla clamorose e molto generiche, una volta amplificate dal NYT sono finite sulla ferita aperta nella credibilità della finanza americana, che ha le dimensioni di un 41% degli americani che ha poca o nessuna fiducia nell’onestà delle compagnie d’investimento, un giudizio diffuso attraverso tutte le fasce di reddito, non può quindi essere scambiato per la manifestazione di qualche populismo a buon mercato. Un dato enorme in un paese che sulla sostanziale capacità del mercati di autoregolarsi e sulla credibilità degli investimenti finanziari e dei conti deve aver fiducia, visto che affida alla salute e al buon funzionamento delle istituzioni finanziarie private anche le pensioni e le indispensabili assicurazioni sanitarie dei cittadini americani.

Quando negli Stati Uniti quelli che fanno il tuo lavoro sono considerati peggio degli avvocati, hai un enorme problema d’immagine. E quello dell’immagine è forse oggi il principale problema di Goldman Sachs e sorelle, oggi ritenute meno oneste e affidabili degli avvocati. Non sfugge a nessuno negli Stati Uniti che il problema delle corporation finanziarie “troppo grandi per fallire” non potrà essere risolto solo dall’introduzione della “Volcker rule” e di qualche altro provvedimento che andrà ad impattare appena sui mostruosi conflitti d’interesse  che incarnano e per nulla sul gigantismo che le rende virtualmente intoccabili anche nel peggiore dei casi.

Il castello a protezione di Goldman Sachs è quello di un’enorme public company depositaria di buona parte delle ricchezze degli Stati Uniti, garantita di fatto dal governo e di fatto esentata da ogni responsabilità. Una situazione di privilegio che consente ai suoi dirigenti e dipendenti d’intraprendere qualsiasi azzardo e persino d’infrangere le severe (in teoria) leggi americane senza il rischio d’incorrere in alcuna perdita o punizione. Per di più con l’invidiabile peculiarità di potersi aumentare le retribuzioni in piena autonomia e anche in presenza di bilanci fallimentari.

Una situazione della quale i dirigenti di simili istituzioni finanziarie hanno piena coscienza, fortificata dal fatto che le loro controparti nel governo sono loro ex-dipendenti o futuri dipendenti e che la maggior parte dei politici riceve i loro contributi e s’abbevera alle stesse fonti che ne cantano la gloria e le virtù. E non ce l’hanno solo loro, tanto che l’uscita di Smith ha suscitato un coro di sberleffi all’indirizzo di una tale principessa sul pisello, che ci ha messo 12 anni a scoprire che sotto il materasso aveva un’anguria. Un panorama che spinge a credere che la lettera di Smith non possa essere in grado di sollevare più di qualche polemica estemporanea.

Non si tratta di azioni di delegittimazione o di piccole meschinità, come quella del tizio che è accorso a ridimensionare l’abilità di Smith nel gioco del Ping pong, della quale il tapino si era incidentalmente vantato, ma di genuine reazioni di stupore di fronte al clamore suscitato da dichiarazioni che in definitiva non rendono alcun onore allo stesso Smith, che non ne esce particolarmente bene, visto che ha raccolto pochi consensi e moltissime critiche. Tra queste la reazione più divertente è stata sicuramente la parodia di The Daily Mash, che a Greg Smith ha sostituito Dart Vader in una sovrapponibile lettera d’addio e di denuncia contro il malvagio Impero di Guerre Stellari. Reazioni che rendono l’idea di come la denuncia di Smith non abbia apportato alcun elemento di novità a un quadro già conosciuto alla perfezione e abbia fatto più rumore per i modi e i tempi con i quali è apparsa che per i suoi contenuti.

Il che è terribilmente preoccupante, perché all’universale identificazione del male non corrisponde alcun tentativo coerente di correzione e di cura, infatti non si parla dei necessari limiti antitrust e non si parla di ridurre le dimensioni di questi illogici buchi neri nel già opaco mondo della finanza globale, mentre oggi come ieri si ripropongono come soluzione di tutti i problemi, le stesse politiche che hanno provocato e amplificato il disastro. Considerazioni che fanno ritenere che Goldman Sachs dovrebbe riuscire a superare l’uragano Greg con relativa facilità e pochi danni, probabilmente limitati al secco calo delle sue quotazioni di borsa registrato nella giornata di ieri.

tratto da Giornalettismo

15 marzo 2012

Link:La “rottura dell’omertà” è costata a Goldman Sachs 2,15 miliardi

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Ultimo aggiornamento Sabato 17 Marzo 2012 12:14

Uri Avnery: l’attacco all’Iran non ci sarà

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israele_soldati_golandi Uri Avnery

Israele non attaccherà l’Iran. Punto.

Gli Stati Uniti non attaccheranno l’Iran. Punto.

Gli Stati Uniti non attaccheranno. Né quest’anno, né nei prossimi anni. Per una ragione molto più importante di considerazioni elettorali o limiti militari. Gli Stati Uniti non attaccheranno perché un attacco provocherebbe un disastro nazionale per loro e un disastro drammatico per il mondo intero.

“Se volete capire la politica di un Paese date un’occhiate alla mappa” diceva Napoleone. Pochi minuti dopo il lancio di un attacco l’Iran chiuderebbe lo Stretto di Hormuz, da cui passa quasi tutto il petrolio esportato dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi, dal Kuwait, dal Qatar, dal Bahrain, dall’Iraq e dall’Iran -il 40% del petrolio trasportato per mare nel mondo passa per lo stretto. Pochi minuti dopo, il prezzo del petrolio aumenterebbe, di due, tre o quattro volte, e l’economia degli USA e quella globale collasserebbero.

Queste sciocchezzuole non passano neanche per la testa a generali, commentatori militari e altri tipi saggi che guardano al mondo attraverso gli stretti paraocchi della “sicurezza”.

Chiudere lo Stretto sarebbe la più facile delle operazioni militari. Pochi missili, lanciati dal mare o da terra, lo farebbero. Per riaprirlo non sarebbe sufficiente mandare le potenti portaerei della flotta USA a esibirsi in crociera. Gli Stati Uniti dovrebbero conquistare gran parte dell’Iran in modo da mettere lo Stretto fuori dalla gittata dei missili iraniani. L’Iran è più grande di Germania, Francia, Spagna e Italia messe insieme. Sarebbe una guerra lunga, qualcosa delle dimensioni della Guerra del Vietnam.

Per l’Iran non c’è differenza tra un attacco israeliano e un attacco americano. Sarebbero trattati allo stesso modo. In entrambi i casi, le conseguenze sarebbero il blocco dello Stretto e una guerra su larga scala.

Tutto questo per gli Stati Uniti è più che sufficiente per non attaccare e per proibire a Israele di attaccare.

Sono 56 anni che Israele non va in guerra senza avvisare gli Americani e ottenere il loro consenso. Quando Israele lo fece, nel 1956, il Presidente Eisenhower gli tolse tutti i territori conquistati, fino all’ultimo millimetro. Prima della Guerra dei Sei Giorni e all’epoca della Prima Guerra del Libano, il governo d’Israele mandò inviati speciali a Washington per assicurarsi un consenso inequivocabile. Se stavolta attaccasse contro la volontà degli Americani, chi rifornirebbe gli arsenali delle IDF [Israeli defense forces, l’esercito israeliano, n.d.t.]? Chi proteggerebbe le città d’Israele, che sarebbero esposte a molte decine di migliaia di missili dall’Iran e dai Paesi vicini? Per non citare l’ondata di anti-semitismo di cui ci si potrebbe aspettare l’arrivo una volta che l’opinione pubblica americana scoprisse che è stato Israele, e Israele da solo, a far piombare  su di loro un disastro nazionale.

La pressione diplomatica ed economica americana potrebbe essere sufficiente a fermare il galoppo degli ayatollah verso la Bomba. Ha funzionato per la Libia di Gheddafi e ora sta succedendo nella Corea del Nord di ​​Kim. I Persiani sono una nazione di mercanti, e sarebbe possibile formulare un accordo che loro potrebbero trovare conveniente.

Tutto questo è complicato perché alcuni anni fa i Neo-Conservatori a Washington si sono messi a fare  chiacchiere da bar su quanto sia facile occupare l’Iran -cosa che ha sicuramente convinto gli Iraniani che avrebbero dovuto procurarsi l’arma di estrema deterrenza. Cosa avreste fatto al loro posto? O piuttosto, cosa abbiamo fatto noi in pratica (stando ai report di politica internazionale ecc.) quando ci siamo trovati nella loro posizione?

Quindi cosa succederà? Se non si raggiungerà un accordo, l’Iran svilupperà armi nucleari. Non è la fine del mondo. Come hanno spiegato alcuni dei nostri più coraggiosi responsabili per la sicurezza, questa non è una minaccia esistenziale. Vivremo in una situazione di equilibrio del terrore. Come l’America e la Russia durante la Guerra Fredda. Come l’India e il Pakistan oggi. Non piacevole, ma neanche troppo terribile.

L’Iran non attacca altri Paesi da migliaia di anni. Ahmadinejad parla come un volgare demagogo, ma l’attuale leadership iraniana in realtà si muove in modo molto cauto. Israele non minaccia alcun interesse iraniano. Un suicidio nazionale congiunto non è un’opzione.

Il Ministro dell’Educazione Gideon Sa’ar si è vantato, a giusta ragione, che Netanyahu è riuscito a spostare l’attenzione del mondo intero dai Palestinesi al problema iraniano. Un successo fantastico, in effetti. Obama in pratica gli ha detto: OK, vai e gioca con gli insediamenti quanto vuoi, ma per favore lascia l’Iran agli adulti.

12 Marzo 2012

Fonte: http://www.counterpunch.org/2012/03/12/attacking-iran/

URI AVNERY è uno scrittore israeliano e pacifista militane in Gush Shalom. Ha contribuito al libro di  CounterPunch The Politics of Anti-Semitism.

Nella foto: soldati israeliani nel Golan

Traduzione Andrea Grillo

 

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L’appello dei premi Nobel contro il pareggio di bilancio

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Ne abbiamo già parlato, ma ora pubblichiamo per intero l’appello dei Premi Nobel al Presidente Obama contro il pareggio di bilancio in Costituzione. Una lezione di economia in una sola pagina che l’Europa, e l’Italia, dovrebbero imparare.

dollaro_disperatoCari presidente Obama, presidente Boehner, capogruppo della minoranza Pelosi, capogruppo della maggioranza Reid, capogruppo della minoranza al Senato McConnell,

noi sottoscritti economisti sollecitiamo che venga respinta qualunque proposta volta ad emendare la Costituzione degli Stati Uniti inserendo un vincolo in materia di pareggio del bilancio. Vero è che il Paese è alle prese con gravi problemi sul fronte dei conti pubblici, problemi che vanno affrontati con misure che comincino a dispiegare i loro effetti una volta che l’economia sia forte abbastanza da poterle assorbire, ma inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, cosa che avverrebbe nel caso fosse approvato un emendamento sul pareggio del bilancio, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose.

1. Un emendamento sul pareggio di bilancio avrebbe effetti perversi in caso di recessione. Nei momenti di difficoltà economica diminuisce il gettito fiscale e aumentano alcune spese tra cui i sussidi di disoccupazione. Questi ammortizzatori sociali fanno aumentare il deficit, ma limitano la contrazione del reddito disponibile e del potere di acquisto. Chiudere ogni anno il bilancio in pareggio aggraverebbe le eventuali recessioni.

2. A differenza delle costituzioni di molti stati che consentono di ricorrere al credito per finanziare la spesa in conto capitale, il bilancio federale non prevede alcuna differenza tra investimenti e spesa corrente. Le aziende private e le famiglie ricorrono continuamente al credito per finanziare le loro spese. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio impedirebbe al governo federale di ricorrere al credito per finanziare il costo delle infrastrutture, dell’istruzione, della ricerca e sviluppo, della tutela dell’ambiente e di altri investimenti vitali per il futuro benessere della nazione.

3. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio incoraggerebbe il Congresso ad approvare provvedimenti privi di copertura finanziaria delegando gli stati, gli enti locali e le aziende private trovare le risorse finanziarie al posto del governo federale. Inoltre favorirebbe dubbie manovre finanziarie (quali la vendita di terreni demaniali e di altri beni pubblici contabilizzando i ricavi come introiti destinati alla riduzione del deficit) e altri espedienti contabili. Le controversie derivanti dall’interpretazione del concetto di pareggio di bilancio finirebbero probabilmente dinanzi ai tribunali con il risultato di affidare alla magistratura il compito di decidere la politica economica. E altrettanto si verificherebbe in caso di controversie riguardanti il modo in cui rimettere in equilibrio un bilancio dissestato nei casi in cui il Congresso non disponesse dei voti necessari per approvare tagli dolorosi.

4. Quasi sempre le proposte di introduzione per via costituzionale del vincolo di pareggio di bilancio prevedono delle scappatoie, ma in tempo di pace sono necessarie in entrambi i rami del Congresso maggioranze molto ampie per approvare un bilancio non in ordine o per innalzare il tetto del debito. Sono disposizioni che tendono a paralizzare l’attività dell’esecutivo.

5. Un tetto di spesa, previsto da alcune delle proposte di emendamento, limiterebbe ulteriormente la capacita’ del Congresso di contrastare eventuali recessioni vuoi con gli ammortizzatori gia’ previsti vuoi con apposite modifiche della politica in materia di bilancio. Anche nei periodi di espansione dell’economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica perche’ gli incrementi degli investimenti ad elevata remunerazione – anche quelli interamente finanziati dall’aumento del gettito – sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo. Un tetto vincolante di spesa comporterebbe la necessita’, in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza.

6. Per pareggiare il bilancio non è necessario un emendamento costituzionale. Il bilancio non solo si chiuse in pareggio, ma fece registrare un avanzo e una riduzione del debito per quattro anni consecutivi dopo l’approvazione da parte del Congresso negli anni ’90 di alcuni provvedimenti che riducevano la crescita della spesa pubblica e incrementavano le entrate. Lo si fece con l’attuale Costituzione e senza modificarla e lo si può fare ancora. Nessun altro Paese importante ostacola la propria economia con il vincolo di pareggio di bilancio. Non c’è alcuna necessità di mettere al Paese una camicia di forza economica. Lasciamo che presidente e Congresso adottino le politiche monetarie, economiche e di bilancio idonee a far fronte ai bisogni e alle priorità, così come saggiamente previsto dai nostri padri costituenti.

7. Nell’attuale fase dell’economia è pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa già di per sé debole.

Firmato:

KENNETH ARROWpremio Nobel per l’economia 1972
PETER DIAMOND,  premio Nobel per l’economia 2010
WILLIAM SHARPEpremio Nobel per l’economia 1990
CHARLES SCHULTZEconsigliere economico di J.F. Kennedy e Lindon Johnson, animatore della Great Society Agenda 
ALAN BLINDERdirettore del Centro per le ricerche economiche della Princeton University
ERIC MASKINpremio Nobel per l’economia 2007
ROBERT SOLOWpremio Nobel per l’economia 1987
LAURA TYSONex direttrice del National Economic Council

Fonte: Spidertruman

tratto da http://keynesblog.com

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Il problema dell’Eurozona non è alla periferia ma al centro: in Germania

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navarroVicenç Navarro

Sistema Digital

La Germania ha molto successo nell’esportazione di prodotti. E siccome esporta molto più di quanto importa, la bilancia dei pagamenti è positiva. La crescita del differenziale tra esportazione e importazione è cambiata, passando dal 2,8% del prodotto interno nell’anno 2000 al 7% nel 2008. In pratica il valore totale delle esportazioni in Germania è stato nell’ultimo anno di 983 miliardi di euro, superiore al valore totale della Cina, 971 miliardi. Il saldo dei pagamenti era di 177 miliardi di euro in Germania rispetto a 191 miliardi in Cina. Questo enorme successo si deve principalmente alla moderazione salariale, in quanto i salari sono tenuti molto al di sotto del livello della loro produttività. Questo spiega che il valore aggiunto non va alla massa salariale e al consumo interno, ma ai profitti delle imprese e alle esportazioni di capitale, compreso il capitale finanziario. È superfluo dire che il mondo del lavoro tedesco non è molto soddisfatto di questa situazione. Ma il mondo imprenditoriale tedesco ha un grande strumento nelle sue mani, la Banca Centrale Tedesca (la Bundesbank) e la Banca Centrale Europea. Questi due strumenti hanno l’obiettivo di controllare l’inflazione tramite il controllo dei salari. Mentre i sindacati del metallo stavano rinegoziando la loro conversione, la BCE ha alzato gli interessi sul denaro, riducendo la crescita economica e aumentando la disoccupazione, e questo nonostante che l’Eurozona fosse già sul punto di entrare in recessione.

Inoltre l’esportazione del capitale, compreso quello finanziario, è stata una componente importantissima per creare la bolla  immobiliare in Spagna e Irlanda (e negli USA). Si dimentica nei circoli finanziari e imprenditoriali tedeschi e nei loro  establishment politici che, per quanto accusino i Pesi periferici di aver sprecato il loro denaro (investendo in attività speculative, come il settore immobiliare), il settore bancario tedesco ha favorito e ha beneficiato di tale spreco. In realtà la  maggioranza del denaro era tedesco (oltre che francese e spagnolo). È difficile accettare questa critica quando il settore bancario tedesco era coinvolto fino al midollo in questo spreco, beneficiandosene enormemente. È interessante notare che, come ha detto il sindacato tedesco del metallo, la bolla immobiliare tedesca è passata alla Spagna. Mentre c’era una scarsità di costruzioni in Germania (la Germania ha la più bassa percentuale di proprietari di casa nella UE), in Spagna, con l’aiuto del capitale finanziario tedesco, si sono costruite tre volte più case di quelle di cui c’era bisogno. Era austerità in casa (Germania) e spreco nel resto dell’UE e, più in particolare, nei Paesi periferici (Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda). In pratica la moderazione salariale è stata scolpita nella pietra nella costituzione tedesca, presentandola come un emendamento, imponendo l’obbligo dell’equilibrio di bilancio. Dietro questo emendamento costituzionale c’era il desiderio di ridurre la protezione sociale.

Questi provvedimenti non si sono tradotti in una crescita della disoccupazione, e ciò come risultato del potere sindacale all’interno delle imprese (il sistema chiamato cogestione), che ha fatto sì che invece di distruggere posti di lavoro l’imprenditore dovesse patteggiare la riduzione dell’orario di lavoro. La disoccupazione non è aumentata, ma la moderazione salariale è rimasta, anche se con un notevole peggioramento nella qualità dei posti di lavoro tedeschi. Esisteva in Germania la paura della disoccupazione, anche nell’establishment, perché non fu l’inflazione -come si dice sempre - ma la disoccupazione ad essere  responsabile del nazismo (vedere il mio articolo “Il profondo errore del Governo tedesco: le origini del nazismo. El Plural. 19.12.11). È importante segnalare che è la Bundesbank quella che sostiene ancora l’interpretazione storica delle origini del nazismo basata sull’inflazione elevata di quel periodo. La Bundesbank cerca di creare questa immagine perché l’inflazione è sempre il peggior nemico delle banche. Ma l’inflazione esisteva anche molto prima (1918-1924) che Hitler fosse eletto.

Quello a cui stiamo assistendo è il tentativo di esportazione del modello tedesco (in realtà, del modello imposto dall’establishment finanziario-imprenditoriale tedesco) al resto dell’Unione Europea, con un’enorme determinazione e un enorme impatto. Le politiche del Governo Rajoy stanno seguendo fedelmente tale modello, con l’aggravante che la Spagna non ha il sistema di protezione sociale e il sistema di cogestione che ha la Germania. E tutto questo lo si fa su mandato del Consiglio Europeo, della Commissione Europea e della Banca Centrale Europea, nei quali l’establishment tedesco ha un totale dominio, trasformando i Paesi periferici in semplici peones di una strategia continentale che ha raggiunto il suo massimo sviluppo in Grecia, diventata oggi una semplice colonia tedesca.

La struttura ideologica che sostiene questa valanga ideologica è il monetarismo e il mercantilismo (che comunemente si chiama neoliberismo), che si è opposto con tutti i mezzi all’incremento della domanda interna in Germania e negli altri Paesi, e pertanto all’incremento dei salari e della spesa pubblica come misura di stimolo dell’economia.

Il grande problema di questa strategia è che la riduzione dei salari e dei redditi da lavoro sta creando un problema gravissimo, non solo alla periferia, ma anche al centro (Germania e Austria), con una domanda bloccata. Questa situazione crea un’enorme accumulazione di capitale nei Paesi centrali e un enorme indebitamento e grandi deficit nei Paesi periferici, diminuendo le importazioni a un livello tale da danneggiare le esportazioni tedesche, perché gran parte di queste vanno ai Paesi della UE. Con ciò si stanno creando bilance dei pagamenti eccessivamente positive al centro ed eccessivamente negative alla periferia, che stanno pregiudicando la salute del sistema. Da qui deriva che fossero gli USA a confidare di più su politiche keynesiane di stimolo, e che proponessero nel Novembre 2010 a Seul, in Corea, di non permettere a un Paese di avere un saldo positivo maggiore del 4% del suo PIL. La Germania e la Cina misero il veto, e con ciò le possibilità che la UE si riprendesse sono state enormemente compromesse.

Le soluzioni sono facili da vedere e vanno nel senso opposto rispetto a quelle attuate oggi dalla troika che comanda nella UE. C’è un urgente bisogno di misure di stimolo della domanda interna, a cominciare dalla Germania. Perché il conflitto non è tra la Germania e il resto della UE, ma tra l’establishment tedesco e le classi popolari tedesche e di altri Paesi. L’internazionalismo delle élite dominanti dovrebbe essere sostituito dall’internazionalismo delle classi popolari.

Fonte http://www.rebelion.org/noticia.php?id=146099&titular=el-problema-de-la-eurozona-no-est%E1-en-la-periferia-sino-en-el-centro:-alemania-

Nella foto il professor Vicenç Navarro, economista catalano

Tradotto per Senzasoste da Andrea Grillo, 12 marzo 2012

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Ultimo aggiornamento Lunedì 12 Marzo 2012 13:30

Un nuovo attacco colpisce la Striscia di Gaza

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E’ di quindici palestinesi uccisi il bilancio dei bombardamenti israeliani che si sono abbattuti nelle ultime 24 ore sulla Striscia di Gaza.

gaza_bombardamento3Dopo alcuni mesi di “calma” relativa , in cui comunque sono continuate le incursioni, sia aeree che via terra, un nuovo attacco israeliano ha colpito territori palestinesi.

La nuova fiammata di violenze è cominciata ieri quando, dopo il lancio di colpi di mortaio da parte di alcune organizzazioni armate palestinesi, il cielo di Gaza si è nuovamente riempito di Apache israeliani che hanno ripetutamente bombardato quella piccola striscia di terra, perennemente sotto assedio.

Netanyahu, primo ministro israeliano, ha affermato che i raid sarebbero stati la risposta al lancio di razzi da parte palestinese, MA netta è l’impressione che le forze armate israeliane fossero in attesa dell’occasione per uccidere Zuhair Kaisi, leader dei Comitati di Resistenza Popolare, colpito venerdì scorso mentre si trovava in automobile assieme ad un altro membro della stessa organizzazione, anch’esso deceduto a seguito dell’attacco.

Secondo quanto affermato dalle autorità israeliane l’attacco in questione sarebbe stato un “omicidio mirato” nei confronti di Kaisi, accusato di aver diretto l’attacco dello scorso agosto nel quale rimasero uccisi, tra coloni e soldati, otto israeliani. Secondo le fonti israeliane, la stessa organizzazione sarebbe poi stata responsabile del rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit, catturato nella Striscia di Gaza nel 2006 e rilasciato lo scorso ottobre, in cambio della liberazione di oltre mille palestinesi, molti dei quali in seguito nuovamente arrestati dalle autorità israeliane.

L’uccisone del dirigente palestinese ha scatenato la ripresa dei lanci di missili e di colpi di mortaio da parte palestinese contro le città israeliane vicine al confine con la Striscia, che hanno provocato il ferimento di otto israeliani. A questi lanci ha risposto esercito israeliano vomitando tutta la sua potenza di fuoco sulla popolazione della Striscia, sottoposta a bombardamenti.

Ad essere colpita intorno alla mezzanotte è stata Gaza City, mentre successivamente i combattimenti si sono spostati nell’area di Beit Lahia, a nord della Striscia: nelle prime ore del mattino si contavano già 12 palestinesi uccisi.

Mentre si svolgevano i funerali delle vittime degli attacchi di ieri, un nuovo bombardamento è stato effettuato questa mattina. Nel pomeriggio truppe israeliane hanno poi aperto il fuoco su alcune decine di ragazzi che, durante un altro funerale, hanno marciato verso il confine con lo stato israeliano per lanciare sassi alle postazioni militari.

Al momento si contano 15 morti e decine di feriti, tra cui molti bambini.

Così, proprio mentre il governo israeliano, destabilizzato dalla solidarietà con la lotta palestinese emersa a seguito della Primavera Araba, si prepara per una sempre più una guerra sempre più probabile contro l’Iran, attuando una sempre maggiore militarizzazione dei territori palestinesi e chiedendo agli USA nuovi equipaggiamenti militari, aerei da combattimento israeliani stanno massacrando ancora una volta la Striscia di Gaza, mentre al momento non si esclude un attacco di terra.

La Striscia, martoriata da oltre quattro anni di assedio, si trova in queste ore a dover fronteggiare un nuovo attacco che si va a sommare alla già precaria situazione che vive ogni giorno. Una “prigione a cielo aperto”, con frontiere ermeticamente chiuse, racchiusa su quattro lati da barriere militari che impediscono la pur minima libertà di movimento, che in queste ore sta vivendo una nuova interruzione energetica; un territorio al buio, costantemente sotto assedio, adesso vittima di un forte bombardamento, ma in cui altrettanto forte è la volontà di resistere ad una progettualità di sterminio sempre più marcata da parte sionista.

tratto da www.infoaut.org

11 marzo 2012

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