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INTERNAZIONALE

Germania: la “globalizzazione” delle case di riposo. Mandiamo la nonna in un ospizio slovacco

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anzianiLa Germania invecchia. Ma il Paese manca di personale qualificato per occuparsi dei suoi pensionati e i centri specializzati costano molto. Per questo ora  le famiglie mandano i loro anziani in Paesi dove l’assistenza è più economica.

Anette Dowideit

Qui fuori siamo in Slovacchia. Ma Frau Ludl non ne sa nulla a causa della sua demenza, o forse dovremmo dire "grazie" alla sua demenza. È già un mese che suo figlio e sua nuora hanno portato questa signora con una carovana di auto a Zlatna na Ostrove, non lontano dalla frontiera ungherese. Settecento chilometri separano il suo nuovo indirizzo dal suo domicilio originario, in Baviera, e il viaggio è durato un giorno intero. In Germania, una residenza medicalizzata sarebbe risultata troppo cara. Almeno, questo è ciò che afferma suo figlio, gestore di una fabbrica di giocattoli in Germania.

L’"ultimo viaggio" porta sempre più tedeschi verso una residenza per la terza età all’estero. In Paesi come Slovacchia, Repubblica Ceca o Ungheria, ma anche in Spagna o in Thailandia, aumenta il numero dei centri geriatrici che si occupano di clienti dell’Europa Occidentale e in molti casi sono anche diretti da tedeschi. Quello che hanno in comune questi centri è che offrono un’assistenza più abbordabile delle residenze tedesche. Perché in Germania le tariffe non smettono di salire: il livello 3 di assistenza [il livello massimo che corrisponde a un’assistenza 24 ore su 24] costerebbe circa 2.900 euro.

Regna la nostalgia

Mentre le pensioni sono bloccate e il numero di persone non-autosufficienti cresce a un ritmo esorbitante tra i beneficiari di sostegno sociale. Secondo le cifre ancora non pubblicate dallo Statistisches Bundesamt [l’Istituto Nazionale di Statistica tedesco], il numero di persone che hanno ricevuto il "sostegno per l’assistenza", una forma di prestazione sociale, è passato nel 2010 da 392.000 a 411.000, cosa che equivale a un aumento di circa il 5%. Ma quello che fa pendere la bilancia è un altro argomento: all’interno dello schema del "sostegno per l’assistenza", lo Stato può disporre che i figli contribuiscano e obbligarli ad assumersi una parte del costo dell’assistenza. Il risultato è che i figli ricorrono spesso ai Paesi dell’Europa dell’Est.

Se volessimo essere cattivi, potremmo dire che sempre più tedeschi mandano i loro genitori all’estero per motivi economici e che li lasciano là dimenticati da tutti. Tuttavia quando gli si chiede quali sono le loro ragioni, molti danno la stessa risposta del figlio di Frau Ludl: "Mia madre là non starà peggio che in Germania".

Il centro specializzato nel quale vive ora questa signora ha aperto solo pochi mesi fa. Il moderno edificio di diversi piani stona un po’ nel modesto comune agricolo dove si trova: con prati meticolosamente curati, acquari luminosi pieni di pesci colorati, ascensori ad alta tecnologia. Tuttavia nella camera di Frau Ludl quello che predomina è la nostalgia: alla parete, suo figlio ha collocato alcune foto in bianco e nero incorniciate. Vi si vede una giovane in compagnia di alcuni familiari scomparsi già da tempo. Al centro l’ immagine della cartoleria dove vendeva anche biglietti della lotteria e che ha gestito per diversi decenni. "Ora il mio negozio è qui fuori, da qualche parte, ma non ci posso più andare", commenta guardando dalla finestra con nostalgia.

Prima di andare a Zlatna na Ostrove, questa signora aveva già ricevuto assistenza per  sei anni. All’inizio in una residenza in Baviera, dove la riempivano di psicofarmaci. Nel giro di poco tempo smise di riconoscere suo figlio e di camminare da sola. E tutto questo per 3.100 euro al mese. Dopo fu sua nuora a occuparsi di lei. Ma quando questa anziana dagli scarsi capelli bianchi cominciò a perdere la testa, la nuora minacciò suo marito di fare le valigie e andarsene. Allora la coppia cominciò a cercare un’altra soluzione. In Internet trovarono un intermediario tedesco.

Una soluzione conveniente

La persona in questione, che gestisce la distribuzione dei tedeschi nei centri dell’Europa dell’Est, si chiama Artur Frank. Agisce come intermediario per le persone non autosufficienti di origine tedesca e austriaca. I centri che dirige offrono un "livello qualitativo molto corretto secondo gli standard della Germania", assicura.

Non è l’unico a pensare che i tedeschi possano ricevere un’assistenza più economica all’estero. Possiamo trovare strutture specializzate per l’alloggio di cittadini tedeschi a Lanzarote, a Gran Canaria, in Polonia e anche nella penisola iberica. Spesso, questi centri sono anche gestiti da tedeschi. A causa del suo tasso di disoccupazione, la Spagna è il Paese ideale per accogliere i tedeschi in situazione di non autosufficienza, commenta Günter Danner, membro di un gruppo di pressione della sicurezza sociale tedesca a  Bruxelles.

Ma per i Ludl questa situazione risulta conveniente, anche se la sicurezza sociale copre solo la metà circa di quello che la signora dovrebbe pagare per entrare in un centro tedesco. Il centro di Zlatna na Ostrove costa, pasti compresi, circa 1.100 euro al mese. Dato che il contributo per la non-autosufficienza ammonta a 700 euro, devono solo pagare i rimanenti 400. E questi li copre la pensione di Frau Ludl. Alla sicurezza sociale tedesca converrebbe firmare contratti con i centri stranieri. Perché in altri Paesi il costo del lavoro del personale assistenziale è molto più basso.

I salari più bassi significano anche meno tensione per la diminuzione del personale: secondo le previsioni, nel 2050 un tedesco su 15 si troverà in condizioni di non-autosufficienza.

Molti direttori di residenze per la terza età temono questa concorrenza internazionale. Ascoltando come il figlio di Frau Ludl si meraviglia per il clima mediterraneo della Slovacchia o per la gentilezza della sua gente, questo timore appare giustificato. Ha intenzione di andare con sua moglie a visitare sua madre ogni due o tre mesi. Non ha la sensazione di essersi liberato di lei: "Le persone che soffrono di demenza non hanno la nostra stessa nozione del tempo. Per lei non c’è nessuna differenza tra venirla a trovare ogni tre giorni o ogni tre mesi". "E in più", dice, "quando vengo a vederla qui con mia moglie, la visita è più affettuosa".

Fonte: http://www.presseurop.eu/es/content/article/2975041-mandamos-la-abuela-vivir-eslovaquia

Traduzione Andrea Grillo, 6 febbraio 2013

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Ultimo aggiornamento Giovedì 07 Febbraio 2013 12:11

Cuba, un voto storico

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Con la consueta normalità nelle operazioni di voto e con un’affluenza pari a circa il 90% degli aventi diritto, si sono svolte a Cuba le elezioni per il rinnovo dei 612 membri dell’Asamblea Nacional del Poder Popular (Parlamento) e i per 1269 membri dei 15 parlamenti delle province. Il cinquanta per cento degli eletti circa sono donne e l’età media complessiva è di 45 anni ai parlamenti provinciali e di 48 all’Assemblea Nazionale. Già solo le cifre della partecipazione, la parità di genere e l’età media degli eletti sfidano vittoriosamente le cifre cui ci hanno abituato i regimi occidentali che impartiscono lezioni di democrazia, ma l’importanza della scadenza elettorale è data soprattutto dal fatto che quella appena celebrata, pur nella sua consuetudine, non è stata un’elezione come tante altre.

Gli eletti, come sempre, dovranno a loro volta eleggere il nuovo Consiglio di Stato e il suo Presidente, che è il Presidente della Repubblica. Ove fosse confermato - come ci si attende - Raul Castro alla guida del Paese, avrà inizio il secondo ed ultimo mandato presidenziale per l’ex capo delle forze armate cubane, figura preminente della storia cubana.

E’ entrata infatti in vigore la norma costituzionale approvata dal Congresso del Partito Comunista Cubano dello scorso anno che, oltre a ratificare le nuove linee di politica economica e le riforme politiche, ha stabilito come non possano che essere al massimo due i mandati presidenziali consecutivi.

In buona salute e di buon umore, il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro, si è presentato al seggio elettorale del quartiere del Vedado per deporre la sua scheda nell’urna. Era dall’incontro con la Presidente argentina Cristina Fernandez, a L’Avana per salutare il suo amico convalescente Hugo Chavez, che Fidel non era ritratto in pubblico.

Del più che soddisfacente stato di salute del Comandante en Jefe ha dovuto prendere atto persino il Miami Herald, più che un quotidiano un house organ della lobby mafiosa alla testa della comunità cubano americana della Florida che da decenni, a ritmo quasi settimanale, lo definisce in punto di morte o già deceduto, “grazie ad informazioni segrete provenienti dallo staff medico di Fidel”.

Le fonti del Miami Herald sono probabilmente le stesse che utilizza il quotidiano spagnolo El Pais, che due settimane addietro, in uno dei momenti più penosi della sua autorevolezza giornalistica e della più evidente dimostrazione del suo ostracismo verso il fronte progressista dell’America latina, aveva pubblicato la foto di un illustre sconosciuto intubato spacciandolo per Chavez in agonia. Sbugiardato nel giro di poche ore, il quotidiano del Grupo Prisa era stato costretto a pubblicare le sue scuse per l’infortunio. D’altra parte, se le fonti sono torbide, difficile che l’acqua sia limpida.

Purtroppo, la triste storia del giornalismo asservito alla propaganda è poca cosa in confronto alla propaganda asservita al ridicolo. In entrambi i casi, le due testate, politicamente affini quando si passa la frontiera tra il Texas e il Rio Bravo o il tratto di mare che divide la Florida da Cuba, gareggiano in qualità giornalistica. Sempre per rimanere in tema, nello specifico del quadro politico cubano il quotidiano di Miami, cui quasi tutta la stampa italiana s’ispira quando scrive di Cuba, aveva avvertito di “contrasti” tra Fidel e Raul Castro circa il cammino riformatore. Le solite fonti bene informate nonché “interne”, avevano garantito l’affidabilità dell’informazione.

Ovviamente, la cosa era priva di senso prima ancora che di verità. Fidel, all’uscita dal seggio, in una conversazione con i giornalisti cubani che coprivano le elezioni, si è detto felice per il ruolo di presidenza della Comunità degli stati dell’America Latina e Caraibi (Celac) assegnato a Cuba, ha elogiato il suo popolo, capace di resistere al blocco statunitense da ormai 52 anni e, infine, si è detto convinto della necessità di aggiornamento riformatore del processo rivoluzionario “purché non si commettano errori”.

Un sostegno diretto e senza possibilità d’interpretazioni, quello di Fidel, ad un processo riformatore che prevede la riduzione progressiva del ruolo dello stato nella produzione economica a favore di forme cooperative di proprietà e che cerca nuovi strumenti per rinsaldare un modello che può essere migliorato solo cambiandone gli elementi deteriori che ne frenano la crescita.

Proprio per la dinamica politica in corso e quella futura le elezioni hanno avuto una importanza maggiore rispetto al passato. Sarà proprio il nuovo Parlamento a dover scrivere leggi e norme che regoleranno il nuovo corso politico cubano, che vedrà alla fine del prossimo mandato l’uscita di scena di buona parte del gruppo dirigente storico che ha guidato il paese dal 1959 ad oggi.

Un gruppo dirigente che ha già ricevuto significative iniezioni di ricambio generazionale che hanno prodotto anche differenziazioni di proposta politica sul terreno riformatore. Sui recenti provvedimenti di apertura sulle procedure d’emigrazione e nella maggiore attenzione al dialogo con i cubani all’estero non si sono segnalate opposizioni significative, che si sono invece manifestate sul terreno delle riforme economiche.

La dialettica politica in seno al gruppo dirigente non ha mai però riguardato la necessità o meno dell’avvio e del consolidamento del processo riformatore; ha semmai messo in luce strategie, tattiche e stili di conduzione diversi, inevitabile frutto di letture collettive, esperienze e storie diverse, ma non ha mai offerto ad una lettura attenta spaccature esclusivamente di tipo generazionale.

Basta solo ricordare come proprio l’anziano Raul sia alla testa dei riformatori più decisi per capire come la dialettica politica in corso non sia etichettabile nella contrapposizione generazionale dei quadri e dei dirigenti. Pur nelle differenze c’è una consapevolezza diffusa:  la difesa del processo rivoluzionario cubano rende inevitabili ed urgenti le riforme del mercato del lavoro e della struttura di welfare, quest’ultima fiore all’occhiello del paese.

La salvaguardia assoluta del carattere universalista della protezione sociale, infatti, è in qualche modo l’obiettivo che le riforme si prefiggono,e questa non può essere garantita senza la compatibilità economica che la sostiene. E non possono esserci modifiche degli indirizzi di politica economica senza un rinnovamento profondo culturale ed economico dell’organizzazione del mercato del lavoro che rimuova le pesanti sacche di inefficienze e sprechi che pesano come macigni sulla salute economica generale dell’isola.

Proprio su quest’ultimo terreno risiedono parti significative delle contrarietà al pieno dispiegarsi delle riforme. Una burocrazia che si vede minacciata nella sua centralità e nel suo potere d’interdizione con la trasformazione graduale della società cubana e la variazione dei suoi centri di riferimento nell’organizzazione socio-economica, è certamente una delle aree più importanti nella resistenza al cambiamento.

Lo stesso Raul, del resto, ha dichiarato in diverse occasioni come il cammino riformatore incontri “resistenze”, non nascondendo che l’impostazione ideologica rigida e poco aperta al cambiamento di settori del partito sia un freno oggettivo al dispiegamento delle riforme. Proprio per questo il nuovo Parlamento e il Consiglio di Stato che da questo verrà eletto rappresenteranno una lettura in controluce della dialettica interna al partito e alla società cubana.

La lista dei nomi degli eletti sarà probabilmente una sintesi politica che terrà conto della discussione e delle diverse posizioni, ma non ci sono dubbi che, proprio interpretando quanto proviene dalla società cubana, l’orientamento riformatore sarà predominante ed innescherà concretamente il processo di cambiamento. Servirà una lettura senza equivoci della necessità storica delle riforme per condurre il Paese verso la sua tappa decisiva, per certi aspetti non meno difficile di quelle che hanno composto fino ad oggi il cammino di Cuba. Per la prima volta dalla sua liberazione, infatti, Cuba dovrà dimostrare di saper proseguire una rivoluzione con Fidel nel cuore e nello spirito, anche se non più alla sua testa.

Fabrizio Casari

tratto da http://www.altrenotizie.org

6 febbraio 2013

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Dalla prima linea del fronte della “guerra delle due Cristine”

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kirchner_crisChe succede in giro per il mondo? Leggendo e ascoltando i nostri media sembra che non stia accadendo nulla di particolarmente nuovo, né interessante per noi, con l’aggiunta della doverosa tara di cinismo italiano. In Siria si massacrano senza esclusione di colpi, in Iraq muoiono come mosche, in Mali i bombardieri francesi fanno il loro lavoro, preannunciando l’inevitabile avanzata di terra che –da qui a due mesi- imporrà l’intervento della cosiddetta “forza di pace” europea (tra cui i nostri soldati), in India la popolazione si indigna per gli stupri quotidiani di gruppo, e in Usa dei dementi uccidono innocenti, sequestrano bambini, e così via dicendo.  Così va il mondo.

Le vicende internazionali del nostro pianeta ci vengono presentate nella sua veste ottimale, da cui ne viene fuori -come inevitabile reazione- l’orgoglio di sentirsi europei. Da noi va tutto bene, con la chicca del nostro circo italiota in piena campagna elettorale, tanto per aggiungere delle spezie divertenti.
Le persone, quindi, sono più che autorizzate a pensare che da noi (in Europa) non sta accadendo nulla se non le consuete mestizie propagandistiche nostrane e speriamo che vinca il migliore (cioè il partito per cui uno ha deciso di votare).
Poi, all’improvviso, compare su qualche giornale un annuncio direi quasi comico. Viene data la notizia che la presidenta argentina Cristina Kirchner, due giorni fa, ha inviato 28 tweet in 26 minuti al segretario del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, come se avesse avuto una specie di attacco isterico o come se stesse protestando per qualche ragione che non viene spiegata, una specie di sfogo pubblico, come se fosse Belen Rodriguez che parla di Fabrizio Corona. I giornali europei ne parlano molto poco (quelli italiani quasi per nulla) e compaiono due articoletti su La Stampa e Il sole 24 ore.
Ma che cosa sta accadendo, in realtà? E che cosa ha a che vedere con noi?
Direi molto di più di troppo: praticamente tutto.
Perché quei 28 tweet sono la traduzione mediatica immediata, da applicare sui social networks, di furibonde battaglie al fronte di una guerra che non è una querelle isterica tra due donne potenti, non è una questione periferica in quel di Sudamerica, ma che ci riguarda in prima persona tutti. Intendo dire tutti gli italiani. E non solo.
Perché si avvicina la resa dei conti.
Perché l’Argentina, per ovvi motivi storico-politico-culturali, è legata a doppio filo con la Spagna, dove sta esplodendo la loro prima tangentopoli che riguarda Banco Popular, Caxia Bank, Banco Libertador e (surprise!) il Banco Santander con i loro legami con lo Ior e l’opus dei e con le banche italiane (vera motivazione del fatto per cui oggi, 4 febbraio 2013, l’intero comparto bancario europeo va a picco in borsa).
Perché i sindacalisti spagnoli sono andati a spiegare che cosa sta accadendo da loro alla televisione argentina, brasiliana, cilena, uruguaiana. I responsabili del partito socialista spagnolo, intervistati dalla televisione argentina, hanno cominciato a dare specifiche e precise informazioni, con nomi, date, dati, cifre, su “un vasto sistema di corruttela diffusa in tutte le nazioni dell’euro dove una ristretta pattuglia di oligarchi aristocratici si è messa al servizio dei colossi finanziari e prende ordini direttamente dal Fondo Monetario Internazionale devastando e distruggendo l’intera struttura industriale europea, provocando disoccupazione, crollo dei consumi, abbattimento del mercato del lavoro, impoverendo il tessuto sociale, anche e soprattutto dal punto di vista psicologico-esistenziale” (suona, per caso, familiare?).
Il tutto (ovverossia la reazione kirchneriana tweettata) nasce come risposta a un attacco condotto da Christine Lagarde che ha fatto sapere di aver già denunciato l’Argentina presso le organizzazioni internazionali del commercio, prefigurando una possibile espulsione del paese da organismi globali. Perché? Di che cosa è imputata l’Argentina? E perché adesso? Chi è sul banco degli imputati?
lagarde_crisSul banco degli imputati ci sono tre leggi fatte approvare di recente dal parlamento argentino:
1) il divieto per le banche nazionali di operare finanziariamente sui derivati e l’esclusione di investimento da qualsivoglia forma di speculazione sui derivati, con la specifica che il profitto le banche lo devono realizzare facendo affari con le imprese per le imprese. 2)  l’applicazione di un piano (lanciato un anno fa) di protezionismo nazionale applicato a tutte le multinazionali (soprattutto europee) che investono in Argentina nel segmento di mercato “alto” che ha imposto loro il seguente dispositivo subito applicato: “volete vendere le vostre auto di lusso qui a Buenos Aires visto che c’è un grosso mercato? Bene, lo potete fare alle seguenti condizioni: o pagate una aliquota del 50% allo stato per entrare nel mercato, dato che i vostri prodotti non sono essenziali per la felicità della nazione se non per i ricchi che possono permettersi l’acquisto di una vettura che costa 35.000 euro, oppure vi diamo un’altra opzione: il profitto che realizzate lo depositate nelle banche nazionali in modo tale da garantirci che non finiranno nel calderone dei derivati, dopodiché lo investite in loco creando lavoro e occupazione oppure acquistando merci prodotte dall’agricoltura argentina –versione green economy biologico eco-sostenibile- che poi rivendete in Europa e che statisticamente finisce sotto la dizione “esportazioni argentine” e il profitto ricavato lo reinvestite nel paese d’origine. 3) diritto di salario minimo garantito di cittadinanza che rialza di un 4% l’inflazione.
Veniamo al punto 2. Le imprese europee all’inizio hanno protestato con la Lagarde, la quale alla fine è stata costretta a cedere. E che cosa è accaduto? La BMW, la Mercedes Benz, la Audi, la Maserati, Prada, Bulgari, Christian Dior, Ferragamo, La Perla, ecc., hanno scelto di accettare pur di non perdere il mercato. Vendono da matti perché lì i ricconi sono tanti, hanno aperto società che acquistano riso, vino, formaggio, prodotti ortofrutticoli, pelli conciate e semiconduttori elettronici, e li rivendono in Europa e Usa con notevole profitto. Quindi funziona.
Ed è iniziata la guerra. Perché se passa questo modello e la gente lo viene a sapere poi lo vuole imporre dovunque e finisce che si viene a conoscere (nel senso di capire, comprendere) che esiste un’alternativa, che si chiama “glocal” e che ruota intorno a un perno centrale dell’economia che va nella direzione opposta a quella di Bersani/Berlusconi/Monti/Draghi e che consiste nel creare ricchezza nei singoli territori obbligando le imprese e le aziende a reinvestire il profitto per rilanciare l’occupazione creando ricchezza.
In Confindustria hanno perso davvero la testa, perché se passa questo concetto saltano le mafie dell’allaccio diabolico italiano tra aziende/partiti/finanza.
Qui di seguito vi propongo, in copia e incolla, l’opinione della nostra crema industriale, laddove “Il Sole 24 ore” ieri presentava la situazione argentina. Vi riporto l’articolo per intero.

L'assurda politica di Cristina Kirchner.

articolo 3 febbraio 2013
Un'idea bizzarra, a dir poco. Apparentemente senza senso. Che se funziona non può essere definita in altro modo che geniale, quasi rivoluzionaria, nel suo piccolo. Ma i risultati dicono che le cose vanno diversamente. L'idea è sbagliata, non solo bizzarra.
Anzi peggio, dannosa. Il genio mancato è quello di Cristina Fernández Kirchner, il presidente argentino che assieme ai suoi ministri sembra aver perso oltre al consenso di inizio mandato, anche il senso della realtà. Per sostenere la bilancia commerciale, ha imposto alle imprese multinazionali che producono sul territorio nazionale di diventare esportatori di prodotti argentini: importi materie prime e semilavorati per cento? Devi esportare specialità tipiche per cento. È così che Bmw è stata costretta ad esportare riso dall'Argentina, Porsche vino e Pirelli miele. Senza arrivare a nulla. Mentre altre società, come l'italiana Indesit o la cinese Huawei, scoraggiate dai vincoli governativi all'import-export hanno rinunciato in partenza a produrre in Argentina. Che idea, signora Kirchner!
La redazione economica
Fine dell’articolo.
Secondo Confindustria, questo è giornalismo finanziario-economico.
Secondo loro, con questo articolo, hanno spiegato agli imprenditori italiani che cosa sta accadendo in Argentina. In un altro articoletto presentavano lo “sfogo tweetterato” come il prodotto di una isteria femminile ormai allo sbando.
La verità è che nel 2012 il 95% dei professionisti, imprenditori, giovani laureati argentini che nel 2003 erano emigrati in Spagna per via della disoccupazione e della miseria, sono rientrati tutti in patria. Non solo. Considerando che nel Regno di Spagna la disoccupazione ha raggiunto il livello del 27%  e tra i giovani (18-35 anni) tocca ormai la punta del 75%, si sono portati appresso in Sudamerica decine di migliaia di spagnoli diplomati e laureati in cerca di lavoro, i quali riferiscono ai loro compatrioti che sono rimasti a Madrid che “è possibile una alternativa alle attuali politiche europee”. Facilitati dal fatto di parlare la stessa lingua e grazie alla velocità immediata garantita dai social network e dalla rete, gli spagnoli (anche i più conservatori) hanno cominciato a fare domande, a informarsi. Inoltre, per rintuzzare gli attacchi del Fondo Monetario Internazionale, la presidenta Cristina Kirchner ci ha tenuto a rispondere per le rime alla presidente del FMI Christine Lagarde ricordandole “che non accetto nessuna lezione da un paese aberrante e immorale come la Spagna, nazione in cui il Fondo Monetario Internazionale in pieno accordo con la BCE ha seguitato a dare soldi del popolo alle banche i cui dirigenti sono corrotti e ladri” e per non essere accusata di populismo o demagogia ha fatto anche i nomi e i cognomi chiamando in causa i principali dirigenti di Banco Santander e Caxia Bank i quali  sono proprio i soci amiconi del Monte dei Paschi di Siena (e non solo) legati a doppio filo con la Confindustra italiana, essendo Santander sponsor principale della Ferrari auto, e Caxia Bank il legame istituzionale tra la cattolicissima Catalogna e le università e ospedali religiosi italiani finanziati dallo Ior.
Il fronte della guerra tra le due Cristine, quindi, si è allargato, perché ha aperto il fronte europeo (sperando che sia qualcosa di simile allo sbarco in Normandia nel 1944) esplodendo in quel di Spagna. E bisogna impedire a tutti i costi che il modello sudamericano venga preso in considerazione come “potenzialmente interessante perché realistico e sostenibile”.
I cosiddetti “ 28 tweet” sono una sintesi realizzata dai consulenti della comunicazione della presidenta, i quali hanno fatto un editing di un discorso pubblico durato ben 2 ore e mezza, di una lettera esplosiva inviata a Sua Maestà il re di Spagna, nella quale gli si spiega che passerà alla Storia come il responsabile della distruzione e rovina della nazione iberica, e di una lettera a Chrisitne Lagarde nella quale la Kirchner spiega che non accettano né ordini, né imposizioni e neppure suggerimenti da quegli “organismi internazionali che hanno prodotto negli ultimi dieci anni soltanto aumento della miseria, crollo dell’economia in Europa, disoccupazione spaventosa”.
A onor di cronaca va segnalato il quotidiano La Stampa, dove, se non altro, si è costruito un virgolettato di sintesi che riproduce in maniera veritiera lo scontro tra le due Cristine. Giustamente è stato firmato. E’ già qualcosa.
E’ apparso ieri.

Eccolo qui, in copia e incolla.

Kirchner furiosa “distrugge” il Fmi con 28 tweet in meno di mezz’ora

L’attacco della “Presidenta” dopo che il Fondo Monetario Internazionale aveva condannato le statistiche “inesatte” su inflazione e Pil dell’Indec, l’Istat argentino
PAOLO MANZO. La Stampa. 3 Febbraio 2013
28 tweet in mezz’ora, alla media record di 140 caratteri al minuto. La presidenta argentina Cristina Kirchner ha sfogato così via Twitter tutto il suo disprezzo nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, che 24 ore prima aveva condannato ufficialmente le statistiche “inesatte” su inflazione e Pil dell’Indec, l’Istat del paese del tango. Ecco in sintesi il “Cristina pensiero” contenuto nei
28 tweet postati a velocità record da una presidenta mai così furiosa e presente su Internet.
“Chi poteva immaginare allora un mondo trascinato a terra dai mercati finanziari? Néstor il mio compagno aveva previsto tutto. Dove stava il FMI che non ha potuto accorgersi di nessuna crisi? Dove stava quando si formavano non bollicine bensì mongolfiere speculative? Dove stava uno dei suoi ex direttori (il riferimento è allo spagnolo Rodrigo Rato, ndr) quando Bankia, la banca che lui dirigeva, ha dovuto essere aiutata con miliardi di euro? Oggi la Spagna ha il 26% di disoccupati, in gran maggioranza giovani e sfrattati. In quali statistiche sono raffigurate queste tragedie? Quali sono i parametri o le “procedure” con cui il FMI analizza i paesi falliti che continuano ad indebitarsi, con popolazioni che hanno perso la speranza? Che succede con i paesi emergenti come noi che hanno sostenuto l’economia mondiale nell’ultimo decennio e a cui oggi vogliono mettere in conto i piatti rotti da altri? Conoscete qualche sanzione del FMI, qualche decisione contro questi altri che si sono arricchiti e che hanno fatto fallire il mondo? No, la prima misura che prende il FMI è contro l’Argentina.
L’Argentina alunna esemplare del Fondo Monetario Internazionale negli anni Novanta, che seguì tutte le ricette del FMI e che, quando esplose nel 2001, è stata lasciata sola. Argentina 2003. Da sola, senza accesso al mercato finanziario internazionale l’Argentina ha visto crescere in 10 anni il suo PIL del 90%, la crescita maggiore di tutta la sua storia. L’Argentina che ha costruito un mercato interno con l’inclusione sociale e le politiche anticicliche. Ha pagato tutti i suoi debiti al FMI, ha ristrutturato due volte, nel 2005 e nel 2010, il suo debito andato in default con il 93% di accordi con i suoi creditori senza chiedere più nulla in prestito al mercato finanziario internazionale, per farla finita con la logica dell’indebitamento eterno. E con il business perenne di banche, intermediari, commissioni, ecc, che avevano finito con il portarci al default del 2001. Questa sembra essere la vera causa della rabbia del FMI.
L’Argentina è una parolaccia per il sistema finanziario globale di rapina e per i suoi derivati. L’Argentina ha ristrutturato il suo debito e ha pagato tutto, senza più chiedere nulla in prestito. 6.9% di disoccupati, il migliore salario nominale dell’America latina e il migliore potere d’acquisto misurato in Dollari statunitensi. Nel 2003 avevamo il 166% di debito su un Pil rachitico, il 90% del quale in valuta straniera. Oggi abbiamo il 14% di debito su un Pil robusto e solo il 10% è in valuta straniera. Perciò mai fu migliore il titolo del comunicato del ministero dell’Economia argentino di oggi: “Ancora una volta il FMI contro l’Argentina”. FMI + FBI contro l’Argentina. Non spaventatevi, il FBI sono i Fondi Buitres (avvolto, ndr) Internazionali. Noi continueremo a lavorare e a governare come sempre per i 40 milioni di argentini”.
È un’ottima e attendibile fonte di informazione e in questo momento sono quelli che stanno fornendo ogni tipo di notizia sulla autentica realtà sociale argentina. Provengono dalla spaccatura della CGT (Confederacion General del Trabajo) il corrispondente argentino della nostra CGIL, di cui la Kirchner era stata una importante membro (è nata come sindacalista agguerrita) ma nel 2010 dopo una furibonda battaglia interna si è spaccata perché il sindacato è stato accusato dalla stessa Kirchner di “essere diventati conservatori, legati a un’idea del mondo che presuppone ancora l’accumulazione capitalista e finisce per mettersi al servizio inconsapevole dei colossi della finanza strozzina; il sindacato, oggi, deve essere dinamico, flessibile e non si deve occupare di condurre battaglie per sostenere privilegi acquisiti, bensì scendere in campo e inventare, produrre e diffondere piena occupazione e lavoro garantito a tutti, soprattutto pagato bene, perché ciò che ci distingue dalle bestie è la dignità di chi nel lavoro trova il ruolo della propria espressione esistenziale e non soltanto veicolo di sopravvivenza”.
Oggi il CECS svolge lavoro di formazione e di consulenza mediatica.
Ecco che cosa sta accadendo in quel di Sudamerica.
Benvenuti nel mese 2 dell’era post-Maya.
P.S. Precisazione: ho chiamato la Kirchner  “presidenta”, a differenza di Christine Lagarde che viene chiamata “presidente”. C’è una ragione specifica, di natura antropologico-politico-culturale. Cinque anni fa, a Buenos Aires esplose un divertente “scandalo” che coinvolse gli accademici della lingua spagnola. In tutta l’Argentina e in gran parte del Sud America si svolsero diverse conferenze davvero gustose relative all’uso del termine “presidenta”, considerato un gravissimo errore grammaticale dato che il termine è un participio presente del verbo presiedere e non ha genere: colui che presiede è alla pari di colei che presiede. La Kirchner insistette sostenendo che la sua elezione dava inizio “all’irruzione sullo scenario pubblico di una modalità dell’interpretazione politica che è tutta femminile, perché  basata sulla cura delle persone, sull’accudimento sociale, sulla ricerca dell’armonia, su una nuova estetica” e quindi impose il neologismo. Finì in un furibondo scontro. Alla fine, gli accademici spagnoli se ne ritornarono in patria con la coda tra le gambe e nei testi ufficiali viene spiegato che in Sudamerica “il dialetto castigliano locale rispetta l’uso della desinenza femminile di genere per convenzione sociale riconosciuta dal 2007, da cui il termine “presidenta” che indica, nello specifico, l’esercizio del potere esecutivo da parte di una femmina”.
articolo tratto da
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Ultimo aggiornamento Martedì 05 Febbraio 2013 09:17

La vittoria islandese

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La Corte di giustizia dell'Efta dà ragione all'Islanda e alla sua decisione di non rimborsare il debito dei correntisti stranieri. Una novità giuridica internazionale

islanda_e_cheLa Corte di Giustizia dell'Associazione Europea di Libero Scambio (Efta, una associazione a cui aderiscono oltre i paesi Ue, Islanda, Norvegia e Liechtenstein) consegna una sentenza importante per quanto attiene le regole possibili di una nuova finanza. L'Islanda ha ottenuto un importante riconoscimento rispetto al suo rifiuto di garantire correntisti stranieri di fronte al fallimento della banca islandese Landsbanki. Il collasso di questa banca incluse la sua versione on line, chiamata Icesave, in cui investirono circa 230 mila cittadini britannici e 100 mila olandesi invogliati dagli elevati rendimenti offerti. La crisi finanziaria islandese produsse il crack bancario e Icesave divenne insolvente. I governi inglese e olandese garantirono i correntisti autoctoni e successivamente chiesero rivalsa direttamente al governo di Reykjavik. Questi fece appello alla Corte dell'Associazione europea. Ieri la sentenza riconosce che l'Islanda non è obbligata al rimborso dei correntisti stranieri. La cifra benché non enorme, si parla di circa 2 miliardi di Euro, rappresentava qualcosa come il 20% del Pil del piccolo paese nordico. Un indiscutibile successo non solo nel merito della contesa, ma anche perché tale sentenza è automaticamente eseguibile e non appellabile. Un punto fermo insomma.

In questi tempi di crisi del sistema bancario, dove i governi sono pronti a garantire immediatamente con soldi pubblici le perdite private questa sentenza segnala come in realtà di fronte all'insolvenza per lo meno esista un vuoto legislativo che non favorisce espressamente le banche e gli investitori. In Islanda, infatti, il fondo di garanzia è stato incapace di far fronte alle sue obbligazioni, ma nei trattati internazionali non sono previste norme che prevedano un obbligo per l'Islanda al rimborso. Vano è stato l'intento dei governi inglese e olandese di appellarsi alla direttiva europea del 2009 che prevedeva una copertura massima fino a 100 mila euro di depositi.

La sentenza, naturalmente, va contestualizzata, come va considerato l'ammontare complessivo conteso, ma certamente rappresenta una significativa novità sul versante giuridico internazionale. Non è un caso che vi sia stata una reazione piuttosto piccata da parte della Commissione europea. Questa sentenza potrebbe rappresentare un'inversione di tendenza nei rapporti finanziari capestro esistenti e magari l'inizio di un ripensamento persino sulle regole nei confronti dei debiti sovrani. Esistono paesi che chiaramente non sono più in grado di sopportare i propri debiti e che necessitano nuove formule per uscire da questa morsa. Il problema dunque non è solo nella relazione tra investitori e banche ma più in generale tra creditori e debitori. Dal non garantire necessariamente gli investitori stranieri delle banche a non garantire neppure quelli del debito pubblico il passo potrebbe essere breve. Si tratta di ragionare come ristrutturare dal basso un debito sovrano e come tutelare i piccoli risparmiatori di qualunque nazionalità essi siano.

Marco Bertorello

tratto da http://ilmegafonoquotidiano.it

1 febbraio 2013

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Attacco Israele in Siria test di una futura guerra?

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Gli analisti israeliani tendono ad escludere una escalation militare immediata in conseguenza del raid aereo in Siria. Ma la guerra nella regione ora e' piu' vicina.

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«La finestra per l'attacco all'Iran è tra marzo e la prossima estate, tra l'invio degli Stati Uniti di mezzi e uomini nel Golfo e le presidenziali iraniane». Amir Rappaport, editorialista ed uno dei più noti esperti militari di Israele, risponde alle nostre domande con voce calma, senza tradire alcuna emozione. «In questo quadro - aggiunge Rappaport - l'attacco aereo di martedì notte contro la Siria è un messaggio forte inviato (al presidente) Bashar Assad e allo stesso tempo è il segnale che qualcosa di importante si sta preparando nella regione». Israele, ha concluso l'esperto, «non è mai stato così vicino ad una guerra alla frontiera settentrionale dalla fine del conflitto con Hebzollah nel 2006».

Poche frasi ma chiarissime, che non lasciano spazio ad intepretazioni. Il mondo segue distratto ciò che accade in Medio Oriente mentre Israele prepara le sue forze armate. E che qualcosa sia cambiato lo hanno capito proprio i cittadini israeliani che fino alla scorsa estate non credevano alla minaccia di guerra all'Iran lanciata un giorno sì e uno no dal premier Netanyahu. La pausa elettorale è terminata e tornano ad affollarsi i centri del «fronte interno» dove si distribuiscono le maschere antigas.

A rendere più pesante il clima è anche il cambio di tono dell'Amministrazione Obama all'inizio del secondo mandato. Il nuovo segretario alla difesa Chuck Hagel ha già messo da parte le ali della colomba e le ha sostituite con quelle del falco. Noto fino a qualche settimana fa come un sostenitore della linea del dialogo con Tehran - e per questo attaccato dai neocons Usa e dalle lobby filo-Israele - Hagel ha subito lanciato un avvertimento alla Repubblica islamica: si sono accorciati i tempi per un accordo diplomatico sul programma nucleare iraniano. E ieri, davanti ai senatori della commissione delle forze armate, è stato fin troppo esplicito quando ha promesso che non esiterà «ad usare tutta la forza militare degli Stati Uniti per garantire la sicurezza del paese». Ha confermato che nel caso dell'Iran tutte le opzioni sono sul tavolo, quindi anche la guerra, e che opererà per assicurare che Israele mantenga la sua superiorità militare in Medio Oriente.

Si è parlato non poche volte di «rapporti difficili» tra Barack Obama e il premier israeliano Netanyahu. Ma quando in ballo ci sono interessi strategici comuni, Israele e Usa sono fratelli gemelli. Tel Aviv aveva informato Washington della sua intenzione di attaccare in Siria, stando a quanto rivelato da funzionari Usa al New York Times. Ottenendo, evidentemente il via libera, come nel 2007 quando i cacciabombardieri israeliani colpirono un presunto reattore nucleare in costruzione nel nord della Siria. Gli Stati Uniti ieri hanno preso apertamente le parti di Israele intimando a Damasco di non «destabilizzare la regione con trasferimenti di armi agli Hezbollah».

Secondo il Wall Street Journal, Israele prima di lanciare il raid aereo - resta un mistero l'obiettivo: un convoglio con batterie di missili antiaerei SA17 diretto in Libano o un centro di ricerche vicino Damasco - avrebbe ridimensionato le possibilità di una reazione siriana nonchè di Hezbollah e dell'Iran. Ieri in verità Damasco e Tehran hanno fatto la voce grossa. «Ci saranno serie conseguenze per la città israeliana di Tel Aviv», ha avvertito il viceministro degli esteri iraniano. Una minaccia rilanciata dall'ambasciatore siriano in Libano, Ali Abdul Karim, che ha affermato che Damasco si riserva il diritto di compiere una rappresaglia «a sorpresa». Il governo siriano si è anche rivolto all'Onu per invocare un intervento di «forze internazionali». Si è probabilente riferito all'Undof, la forza d'interposizione delle Nazioni Unite, schierata dal 1974 sulle Alture del Golan siriane occupate da Israele.

Per ora la reazione è arrivata solo dall'«Esercito elettronico siriano», gli hacker siriani che ieri hanno aggredito decine di siti israeliani. Si registrano poi le reazioni della Lega araba che con il suo segretario generale, Nabil al Araby, ha parlato di «aggressione odiosa» contro la Siria che ha il diritto di proteggere la sua sovranità territoriale. E dell'Egitto che ha condannato il raid aereo. Molto «preoccupata» si è detta la Russia alleata del presidente siriano Bashar Assad.

L'impennata della tensione dopo l'attacco israeliano non poteva non avere riflessi nella guerra civile siriana. Il movimento sciita libanese Hezbollah, indicato come il presunto destinatario del convoglio di armi che Israele avrebbe distrutto, afferma in un comunicato che l'accaduto rivela le vere ragioni del conflitto in Siria, ossia indebolire le forze armate di Bashar Assad e il loro ruolo nella resistenza (contro Israele) e completare «il grande complotto contro i nostri popoli arabi e musulmani».

Al contrario il capo della Coalizione delle forze di opposizione siriana ha colto l'occasione per lanciare un nuovo duro attacco al regime. «Bashar vergognati... lasci l'aviazione israeliana colpire la Siria... mentre i tuoi aerei sanno bombardare solo forni per il pane, moschee, università e civili...», ha scritto Ahmad Muaz al Khatib sul suo profilo in Facebook. I ribelli siriani, armati e pagati dai paesi del Golfo (che non hanno commentato in alcun modo l'attacco aereo israeliano), temono che il raid israeliano offra al governo siriano nuovi argomenti per accusare gli oppositori di far parte di un complotto regionale ed occidentale volto a colpire prima la Siria, l'Iran e Hezbollah. D'altronde gli stessi israeliani pensano di aver fornito un «assist» a Bashar Assad. «Ora Assad può citare l'attacco come esempio del complotto contro di lui e il suo regime», ha scritto il quotidiano Haaretz.

Michele Giorgio 

tratto da Nena News

1 febbraio 2013

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