Se questa è un'occupazione
Un gruppo di giuristi spiega come il dominio israeliano sui palestinesi sia degenerato in colonialismo e apartheid
Nel gennaio del 2007 John Dugard, relatore delle Nazioni Unite sui
diritti umani nei Territori Palestinesi, arrivò alla conclusione che
probabilmente "alcuni elementi dell'occupazione costituiscono forme di
colonialismo e apartheid". Sette giuristi, guidati da Virginia Tilley,
hanno raccolto quel dubbio per argomentarlo in convinzione, in trecento
pagine e due anni di ricerca - e arresti e espulsioni e intimidazioni
di ogni tipo per chiunque abbia minimamente collaborato: "l'occupazione
israeliana è diventata un'iniziativa coloniale che attua un sistema di
apartheid".
Una lesione di valori fondamentali.
Un'occupazione militare, in sé, non è illegale. Ma è concepita come un
regime temporaneo. Dopo quarant'anni, dunque, l'ampiezza e varietà e
soprattutto sistematicità delle violazioni israeliane del diritto
internazionale, che disciplina l'occupazione in particolare attraverso
la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, autorizzano una certa
diffidenza sui reali obiettivi di Israele. Contrariamente
all'occupazione, infatti, sia il colonialismo sia l'apartheid sono
rigorosamente proibiti, a presidio di due pilastri delle attuali
relazioni internazionali: il principio di autodeterminazione dei popoli
e il divieto di discriminazione razziale. Per loro intrinseca natura,
inoltre, colonialismo e apartheid non possono che consistere in
pratiche istituzionalizzate di oppressione: non si è davanti a crimini
individuali e isolati, ma al coinvolgimento di intere società. Se nel
diritto internazionale, normalmente, solo lo stato che subisce una
violazione è legittimato a reagire, la gravità di simili fenomeni
giustifica allora un'eccezione: siamo nell'ambito dello jus cogens:
norme cioè non solo inderogabili, ma la cui violazione genera precisi
obblighi e responsabilità per tutti gli stati, in quanto è l'intera
comunità internazionale a essere lesa nei suoi valori fondamentali -
non solo il popolo palestinese.
Cosa significa colonialismo.
Il diritto internazionale non ha una definizione vincolante di
colonialismo. Il riferimento è ancora oggi la Dichiarazione sulla
Concessione dell'Indipendenza ai Paesi e Popoli Coloniali, approvata
dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite negli anni dei movimenti di
liberazione nazionale: era il 1960: si ha colonialismo quando "gli atti
di uno stato hanno come effetto complessivo l'annessione, o comunque il
controllo illegale di un territorio, con l'intento di negare alla
popolazione locale il diritto all'autodeterminazione". Neppure del
diritto all'autodeterminazione, richiamato già al primo articolo della
Carta delle Nazioni Unite e considerato il diritto dei diritti,
preliminare cioè per il godimento di tutti gli altri, si ha in realtà
una definizione certa: è una nozione politica, legata al governo di un
territorio, ma ha dimensioni anche economiche, sociali, culturali - il
diritto a decidere liberamente il proprio futuro.
In questo senso, la natura coloniale dell'occupazione israeliana traspare da cinque distinte pratiche:
·
In primo luogo, la violazione dell'integrità dei territori palestinesi.
Attraverso l'annessione di Gerusalemme Est, ma anche la frantumazione
generata dagli insediamenti e le relative infrastrutture, funzionale a
ulteriori forme di annessione: nel piano sul cosiddetto disimpegno da
Gaza si specifica esplicitamente che, "nella West Bank, al contrario,
alcune aree saranno in futuro parte di Israele".
· In secondo luogo,
la privazione della popolazione controllata della capacità di
autogoverno. Gli accordi di Oslo non hanno diminuito, ma semplicemente
riformulato il ruolo israeliano: è sufficiente ricordare il potere di
veto su tutta la legislazione adottata dall'Autorità Palestinese - già
limitata alle esigue aree A. E l'autogoverno si può sempre scardinare
con mezzi meno sottili: attualmente, un terzo dei deputati palestinesi
è in carcere.
· Ancora, l'integrazione, e subordinazione
dell'economia dei territori controllati alla propria economia. Ottenuta
con l'indirizzamento della manodopera palestinese verso i settori meno
qualificati dell'industria israeliana, ma soprattutto la fusione delle
infrastrutture e l'istituzione di una unione doganale - il diritto
internazionale vieta interventi destinati ad avere impatto duraturo, se
non permanente, sui territori occupati.
· La dimensione economica
dell'autodeterminazione ricomprende anche la sovranità sulle risorse
naturali. Ma il 40 percento della terra palestinese è sottratto dagli
insediamenti - in uno spazio che è già solo il 22 percento del vecchio
mandato britannico. E per quanto riguarda l'acqua, l'iniquità del
sistema di gestione e distribuzione è compendiata dalle differenze nel
consumo, per gli israeliani cinque volte superiore.
· Infine, una
componente culturale dell'autodeterminazione, come diritto di un popolo
a esprimere e sviluppare libero la propria cultura. Niente, qui,
racconta meglio la politica israeliana che l'ebraicizzazione della
geografia e della storia del paese. Il lungo elenco dei libri che per
imprecisate ragioni di sicurezza è vietato importare nei Territori
Palestinesi comincia dai manuali di grammatica araba.
Le violazioni
del diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese si rivelano
così non accidentali, ma sistematiche e organiche: con l'effetto
complessivo di un saldo controllo del territorio, e in alcuni casi la
sua diretta annessione.
Cosa significa apartheid.
Il principale ostacolo per un uso tecnico del termine apartheid, fino a
oggi, è stato il concetto di razza. Israeliani e palestinesi, si è
detto, non appartengono certo a razze diverse: il trattamento riservato
ai palestinesi, sostiene Israele, non è una forma di discriminazione,
ma di differenziazione sulla base della cittadinanza - perfettamente
lecita per il diritto internazionale. Richiamando la giurisprudenza dei
tribunali per la ex Jugoslavia e il Ruanda, relativa a guerre civili,
con la necessità dunque di classificare e distinguere i vari attori
coinvolti, l'idea di razza è qui liberata di ogni substrato biologico e
pretesa scientifica: non è che la costruzione sociale con cui il gruppo
dominante si differenzia dalla popolazione controllata, al fine di
mantenerla nell'emarginazione politica e subordinazione economica -
questione non di anagrafe, cioè, ma di relazioni di dominio e potere.
Nella stessa Convenzione sull'Eliminazione di Tutte le Forme di
Discriminazione Razziale, del 1965, la razza si ritrova inclusa tra
diverse identità di gruppo che possono fondare una discriminazione
definita genericamente come, appunto, razziale - insieme al colore,
l'etnia, la nazionalità: l'importante è l'ineguaglianza nel
riconoscimento o godimento delle libertà fondamentali. La
giustificazione relativa alla cittadinanza, allora, non si rivela che
tautologia: perché possono essere cittadini israeliani solo gli ebrei:
il trattamento riservato ai non israeliani, in realtà, è il trattamento
riservato ai non ebrei.
La nozione di apartheid è ricavata dalla
combinazione tra la Convenzione sulla Soppressione e Punizione del
Crimine di Apartheid, del 1976, e il più recente Statuto della Corte
Penale Internazionale: "atti disumani compiuti nel contesto di un
regime istituzionalizzato di oppressione di un gruppo razziale". La
Convenzione sull'Apartheid elenca sei categorie di "atti disumani" - ma
con valore esemplificativo, non esaustivo: l'importante, ancora, è "non
l'effetto, ma l'intento di mantenere il dominio razziale": non bisogna
solo verificare che simili atti siano oggettivamente compiuti, ma anche
che siano compiuti su base discriminatoria, mirando cioè specificamente
ai palestinesi.
Nell'occupazione israeliana si ritrovano quattro delle sei categorie:
·
La negazione del diritto alla vita e alla libertà. Esecuzioni
extragiudiziali, tortura, detenzione amministrativa, arresti arbitrari,
assenza dei più basilari requisiti del giusto processo, a partire dalla
presunzione di innocenza: tutto questo si configura come
discriminazione razziale, e non solo come violazione dei diritti umani,
in virtù della coesistenza di due distinti sistemi giudiziari:
l'applicazione della legge, infatti, avviene su base personale, non
territoriale - per cui, per uno stesso omicidio, un palestinese sarà
punito fino all'ergastolo, e da un tribunale militare, fino a vent'anni
invece un israeliano, giudicato da un tribunale civile.
· Misure
miranti a impedire a un certo gruppo la partecipazione alla vita
politica, economica, sociale e culturale del paese. Qui il ruolo
essenziale è quello delle restrizioni alla libertà di movimento,
fisiche e amministrative - e imposte esclusivamente ai palestinesi. Non
si ha infatti solo l'ostacolo visibile del cemento di insediamenti,
checkpoint muri, ma anche un insieme instabile e confuso, e più
insidioso, di oltre duemila ordinanze militari -scritte in ebraico e
spesso neppure rese pubbliche, e che disciplinano ogni cosa, dalle
modalità di arresto alle verdure coltivabili. Dalla salute al lavoro
all'istruzione - quella che viene minata, in realtà, come sottolinea la
Banca Mondiale, è la prevedibilità e organizzabilità delle relazioni
economiche e sociali.
· La divisione della popolazione lungo linee
razziali. I territori occupati sono oggi ripartiti in una molteplicità
di aree distinte, in cui l'accesso dipende dall'identità individuale,
con zone riservate agli israeliani e zone riservate ai palestinesi.
Anche se i matrimoni misti non sono vietati, inoltre, l'obbligo di
cerimonia religiosa per gli ebrei e i vincoli in materia di residenza
costringono di fatto alla separazione o all'illegalità.
· Infine, la persecuzione degli oppositori politici. Mediante intimidazioni arresti, espulsioni, assassinii.
Similitudini. Ed è in particolare la Corte Suprema,
che di sentenza in sentenza condona e sostiene ogni illegalità, ad
istituzionalizzare le discriminazioni, convertendole in apartheid. La
somiglianza con il sistema sudafricano è innegabile. Prima le norme
sulla cittadinanza, cioè la creazione legislativa di identità distinte
e impermeabili le une alle altre, per accordare a una di queste
identità, quella bianca in Sudafrica e quella ebraica in Israele,
status giuridico preferenziale e benefici materiali. Poi la
ripartizione della popolazione in aree separate, ognuna riservata a un
gruppo a esclusione dell'altro, per garantire il controllo da parte del
gruppo dominante: attraverso gli insediamenti e le loro infrastrutture
e le restrizioni alla libertà di movimento, in Israele, esattamente
come in Sudafrica mediante i Bantustan - propagandati all'epoca come
stati in cui le varie etnie nere avrebbero potuto governarsi in
autonomia: è oggi la retorica di Oslo. L'instaurazione di regimi amici,
in fondo, è per un occupante il modo più immediato per liberarsi degli
obblighi che il diritto internazionale gli impone: la Quarta
Convenzione di Ginevra, non a caso, dichiara indisponibili e
inderogabili i diritti che attribuisce: accordi che ratificano e
convalidano sue violazioni sono semplicemente nulli.
Le responsabilità.
Israele ha l'obbligo di cessare immediatamente ogni sua attività
illegale, di smantellare istituzioni e strutture di natura coloniale e
discriminatoria, e risarcire il danno offrendo giusta compensazione per
quanto inflitto - e naturalmente, ha l'obbligo di consentire al popolo
palestinese di esercitare il proprio diritto all'autodeterminazione. Ma
in quanto norme di jus cogens, le prescrizioni in materia di
colonialismo e apartheid generano responsabilità per l'intera comunità
internazionale. L'obbligo è per tutti duplice, in forma di cooperazione
ma anche astensione: ogni stato è tenuto infatti a cooperare perché le
violazioni abbiano fine, per esempio mediante l'adozione di sanzioni,
ma anche ad astenersi dal riconoscere quanto di fatto deriva dalle
violazioni, come l'annessione di Gerusalemme Est, e dal fornire
assistenza e sostegno - l'Unione Europea è invece il principale partner
commerciale di Israele, armi incluse: e le sue uniche sanzioni non
hanno colpito che i palestinesi, colpevoli di avere democraticamente
votato Hamas. Naturalmente è anche possibile delegare la reazione a
organizzazioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite: ma
l'assenza di capacità o di volontà di intervento da parte di queste
organizzazioni non esonera i singoli stati dall'adempimento dei propri
obblighi - non è sufficiente, cioè, trincerarsi ogni volta dietro il
veto americano in Consiglio di Sicurezza.
Che fare? La
proposta conclusiva è dunque chiedere, attraverso l'Assemblea Generale
delle Nazioni Unite, un parere consultivo alla Corte Internazionale di
Giustizia, perché stabilisca se le politiche e pratiche israeliane
violano le norme che proibiscono il colonialismo e l'apartheid. Si
tratta di semplici pareri, non di sentenze, e di pareri neppure
vincolanti: e tuttavia formulati nel linguaggio tendenzialmente tecnico
e neutro del diritto internazionale - il solo possibile in anni e
contesti in cui ogni opinione critica è delegittimata dall'accusa di
antisemitismo e terrorismo. Il rapporto non affronta la questione delle
responsabilità individuali, concentrandosi sulle responsabilità di
Israele come stato, secondo l'approccio tradizionale del diritto
internazionale: ma oggi esiste anche una Corte Penale Internazionale -
di cui Israele naturalmente non ha ratificato lo statuto: e la Corte
può intervenire, esclusa l'ipotesi del tutto irrealistica di una
richiesta del Consiglio di Sicurezza, solo se lo statuto è stato
ratificato dallo stato a cui appartiene il presunto colpevole o la
vittima. L'Autorità Palestinese, dopo l'ultimo attacco contro Gaza, ha
però chiesto di ratificare lo statuto: e la sua domanda è in questi
mesi all'esame della Corte, in quanto l'ammissione è riservata agli
stati - e formalmente non esiste alcuno stato palestinese. Secondo
Antonio Cassese, senza il cui lavoro la Corte sarebbe ancora solo una
pagina di Kant, chi si occupa di diritto internazionale ha spesso la
sensazione di dipingere nature morte sulle pareti di una nave che
affonda: generalmente, i giuristi addebitano agli stati la difficoltà
di convertire le definizioni in incriminazioni - per una volta,
l'opportunità di smentirsi è adesso nelle loro stesse mani.
Francesca Borri
tratto da http://it.peacereporter.net
16 settembre 2009