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INTERNAZIONALE

Onu: "Israele ha commesso crimini di guerra"

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gaza12.jpgNew York. Un mese di bombardamenti, guerriglia casa per casa, millequattrocento palestinesi e tredici israeliani morti: la Striscia di Gaza, già duramente provata da guerre ed embargo, ridotta ad un cumulo di macerie fumanti. Una commissione d'inchiesta dell'ONU, guidata da un giudice “ardente sionista”, ha raccolto prove inconfutabili contro l'establishment israeliano. L'accusa ufficiale potrebbe portare all'incriminazione internazionale dei leader politici e militari israeliani: Ehud Olmert, Tzipi Livni, Ehud Barak, Gabi Ashkenazi e dei comandanti che guidarono l'attacco contro Gaza l'inverno scorso. Ma l'amministrazione Obama ha preso le distanze dalla commissione, perché troppo critica con Israele.

A capo della commissione d'inchiesta ONU sui fatti di Gaza è un giudice americano dalle credenziali a prova di bomba. Si tratta del sudafricano Richard Goldstone, che presiedette i tribunali internazionali sul genocidio in Ruanda e in ex-Jugoslavia e, più recentemente, sulle vicende del Darfur. Nell'editoriale pubblicato giovedì sul New York Times, Goldstone difende le conclusioni della sua inchiesta e lancia un appello ad Israele e ad Hamas affinché perseguano i propri criminali di guerra. Nel caso in cui le due parti trascurino di farlo, Goldstone si appella ai governi del pianeta perché diano corso giuridico alle accuse: “I governi occidentali hanno di fronte una sfida, perché hanno spinto per perseguire i criminali in posti come il Darfur, ma ora devono fare lo stesso con Israele, un loro alleato e uno stato democratico.”

I risultati dell'inchiesta sono estremamente dettagliati e contengono i nomi dei civili massacrati e le precise circostanze in cui i crimini di guerra sono avvenuti. Goldstone non ha poteri di polizia, ma rimbalza la palla ai diretti interessati, chiedendo ad Israele di perseguire i soldati responsabili dei massacri e a Hamas di processare chi lanciava i razzi Qassam e Katyusha contro le città israeliane. Si rammarica inoltre della mancata collaborazione di Israele, che ha anzi cercato in tutti i modi di ostacolare i lavori della commissione, vietandone ad esempio l'ingresso nel proprio territorio.

La reazione dello stato ebraico è stata immediata e, come di consueto, durissima. Il ministro degli esteri Lieberman, beffardo, denuncia come “la commissione non si sia fatta minimamente confondere dai fatti.” Ma l'accusa di anti-semitismo sbandierata dal governo israeliano, questa volta fa un buco nell'acqua. Il giudice Goldstone, infatti, è un grande amico d'Israele e fervente sionista. Sua figlia, in un'intervista in ebraico alla radio dell'IDF, ha fatto notare come la presenza del padre nella commissione ne abbia semmai addolcito di molto le conclusioni!

Con la fine ufficiale della “guerra globale al terrorismo” di George W. Bush, la mano libera di cui Israele ha goduto per otto anni potrebbe segnare il passo. Molti sono i segnali diplomatici che fanno presagire a dei cambiamenti. Con i risultati ufficiali della commissione Goldstone in mano, l'imminente Assemblea Generale delle Nazioni Unite potrebbe portare ad un grosso imbarazzo per lo stato ebraico. Il fronte dei paesi islamici e in via di sviluppo ha tra le mani un documento ufficiale in cui si descrivono dei crimini di guerra perpetrati da militari e politici israeliani.

Tel Aviv è sotto accusa anche riguardo al suo arsenale atomico. Al recente meeting dell'Agenzia Internazione per l'Energia Atomica (AIEA), per la prima volta in diciotto anni è stata affrontata la questione dell'arsenale nucleare israeliano. Con un voto a grandissima maggioranza, gli ispettori nucleari hanno espresso “preoccupazione riguardo le capacità nucleari d'Israele, e le minacce alla sicurezza in Medio Oriente sollevate dalla proliferazione nucleare.” L'agenzia, sotto forti pressioni per via del programma nucleare iraniano, ha deciso di affrontare a carte scoperte la decennale politica di ambiguità nucleare israeliana. Il voto è stato possibile per il cristallizzarsi dell'inedita alleanza tra paesi islamici e paesi in via di sviluppo, contro gli Stati Uniti e il suo alleato di ferro mediorientale.

Nonostante le accuse di crimini di guerra e le denunce sul suo arsenale nucleare, però, il supporto incondizionato degli Stati Uniti ad Israele pare tuttavia continuare, nonostante il recente disaccordo sul congelamento degli insediamenti illegali in West Bank. In questi giorni di fine estate, dopo il fallimento della missione dell'inviato della Casa Bianca Mitchell, che non è riuscito ad ottenere alcuna concessione né dai palestinesi né dagli israeliani, Washington non pare avere ancora un'idea precisa di cosa fare riguardo al processo di pace. L'amministrazione Obama, dopo aver aspettato alcuni giorni in silenzio, ha infine criticato i risultati della commissione Goldstone, perché troppo faziosi contro Israele.

Resta da vedere se l'opposizione americana sarà sufficiente per fermare eventuali incriminazioni internazionali contro quegli israeliani che ora, ufficialmente, sono stati dichiarati criminali di guerra. In risposta, alcuni commentatori israeliani si chiedono provocatoriamente se Obama permetterà a Goldstone di indagare anche sulla guerra in Afghanistan, dove i bombardamenti americani stanno facendo continue stragi di civili. Come a dire: se gli americani compiono incessanti massacri in Afghanistan e in Iraq, allora perché se Israele attacca Gaza per tre settimane tutto il mondo protesta?

Luca Mazzuccato

tratto da www.altrenotizie.org

24 settembre 2009

 

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Settembre 2009 20:26

La cosiddetta super marijuana

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La nuova tecnologia, che sarebbe stata sviluppata dall'industria statunitense del tabacco, riduce le dimensioni della pianta di due o tre volte rispetto al normale, -da 3 metri a 1,20 o 1,50 della nuova specie- la rende più potente di altri tipi di cannabis e la rende resistente all'azione di prodotti chimici defolianti.

Secondo uno studio del Coordinamento Nazionale per la Politica sulle Droghe, con sede in Svezia, i livelli di THC (Tetraidrocannabinolo), il componente psicoattivo più importante della cannabis, che permette di produrre la 'supermarijuana', non superavano il 5% nel 1961: attualmente questa cifra è al di sopra del 20%, cioè cinque volte più potentenel presente.

Ogni anno si coltivano negli Stati Uniti 56.4 milioni di piante di marijuana all'aperto per un valore di 31 miliardi e 700 milioni di dollari, e 11,7 milioni di piante all'interno delle case per 4 miliardi e 100 milioni di dollari, secondo quanto affermava nel 2007 Jon Gettman, l'autore dello studio "Produzione di marijuana negli Stati Uniti".

L'industria del tabacco in crisi avrebbe spostato i suoi investimenti sul lucrativo affare della marijuana transgenica con la protezione dello Stato nordamericano esportando la nuova varietà (non ancora brevettata) in territorio colombiano. Là le imprese del settore del tabacco comprano parte della produzione di supercannabis a partire dai semi modificati geneticamente da loro stesse.

Da parte sua l'agenzia antinarcotici statunitense (DEA) accetta che la maggior parte della domanda interna venga soddisfatta da agricoltori della California, Tennessee, Kentucky, Hawaii, Washington, Massachusetts, Nord Carolina, Florida, Virginia, Mississippi e Oregon, Stati che casualmente prima erano coltivatori di tabacco. Solo nei primi cinque Stati, il raccolto di marijuana raggiunge il miliardo di dollari l'anno.

Gli Stati Uniti non elaborano statistiche ufficiali pubbliche sulla produzione e il consumo di stupefacenti, perché rifiutano di essere inclusi nella lista dei principali produttori mondiali che il loro stesso governo elabora annualmente, tuttavia in un rapporto degli ultimi anni l'ONU ha indicato che delle 30.000 tonnellate di marijuana che ogni anno si coltivano in tutto il mondo gli Stati Uniti ne consumano i due terzi.

Fonte:
http://www.matrizur.org

Traduzione Andrea Grillo



 

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Honduras, torna Zelaya ma la polizia uccide i manifestanti che lo sostengono

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A tutta violenza contro l'Honduras democratico

I manifestanti pro Zelaya intorno all'ambasciata brasiliana attaccati dalla polizia. Feriti, arrestati a forse anche dei morti

honduras_scontri.jpg

Link: Zelaya a Tegucigalpa. La nuova alba dell'Honduras

 

L'Honduras nella morsa della violenza repressiva degli uomini di roberto Micheletti, il presidente golpista che, sostenuto dall'elite economica, sta governando il paese con il pungo di ferro. Da quando il presidente deposto, Manuel Zelaya, è riuscito a rientrare nel paese, fino a raggiungerne la capitale e barricarsi nell'ambasciata brasiliana, le forze dell'ordine cercano di fermare i manifestanti che, senza sosta, stanno invadendo le strade del paese per accogliere il presidente legittimo. Decine i feriti, tanti gli arrestati e TeleSur, che ha inviati sul posto, ha dichiarato che ci sarebbero anche tre morti.

"Ci stanno massacrando. Stanno attaccando l'ambasciata del Brasile. Sono ormai centinaia i feriti. La vita del presidente e della sua famiglia è in pericolo. Gli organismi internazionali devono intervenire. La repressione è in tutto il paese. Abbiamo bisogno di una solidarietà attiva, effettiva per fermare la barbarie. La resistenza continua, pacifica". Oscar Amaya Armijo.
E ancora. "Le forze repressive del governo golpista ha lanciato una caccia al popolo honduregno nelle strade di Comayaguela e Tegucigalpa. Nei pressi dell'ambasciata brasiliana ci sono molte persone ferite. Alcuni sono scomparsi. Chiediamo aiuto a tutte le nazioni del mondo. Fermiamo questa barbarie. Ci appelliamo a tutti i paesi che si sono detti nostri amici, aiutateci ora. Non possiamo aspettare domani. È urgente! Le nostre vite sono in pericolo. La vita stessa del presidente e dei suoi familiari. Questa repressione è brutale". Anonimo. Dall'honduras.

"Purtroppo i pazzi si sono dimostrati quello che sono! Meno di un ora fa verso le 5 e mezza del mattino i militari e la polizia hanno attaccato la gente fuori dall´ambaciata del Brasile! Lacrimogeni e spari, repressione dura! Pattuglie ovunque per la capitale. Quella che era una festa nazionale l´hanno trasformata in una tragedia. Arrivano giá notizie di molte persone ferite, di bambini che nel fuggi fuggi si sono persi, di arresti a chiunque sia per le strade. Ci sono gia molte persone negli ospedali. Nel frattempo da tutto il paese si sta muovendo la gente, con i rischi che comporta mettersi in strada ora. Vi terró informati se sará possibile".

Questa la terza mail della cooperante italiana che sta sfidando repressione e coprifuoco pur di far arrivare la verità oltre il muro della censura imposta dal governo golpista. La situazione sta degenerando, com'era prevedibile e in puro stile Micheletti. E la reazione è appena cominciata, dato che l'Honduras si è appena svegliato, a colpi di manganello.

A nulla per ora valgono gli appelli del presidente legittimo, chiuso nell'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa, e dei paesi dell'Osa, Stati Uniti in testa, a incamminarsi sulla via del dialogo, verso la democrazia ed elezioni regolari. La violenza è l'unica arma che per adesso dimostrano di conoscere i golpisti.

Stella Spinelli

tratto da http://it.peacereporter.net

22 settembre 2009 

 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 23 Settembre 2009 09:42

Afghanistan, una seconda Nassiriya per i "missionari di pace"

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nassiriya_ii.jpgRipiomba in patria la guerra. Attentato questa mattina contro le "truppe di pace" italiane in Afghanistan, 6 morti. Una seconda Nassyria: è il più sanguinoso attacco dalla strage in Iraq del 12 novembre 2003 per l'Italia, il più grave in Afghanistan. Si riproporrà la copiosa e invasiva sceneggiatura da parte di politica e stampa, tutti uniti e lacrimanti nel cordoglio per i militari saltati in aria. L'Italia si riscopre in guerra, nella moina (poco credibile e ancor più, all'oggi, ridicola) giustificatoria della presenza militare nel paese asiatico. Combattenti di pace armati fino ai denti, operanti (da protagonisti, non da comparse d'appoggio) in uno scenario che non può che essere definito di guerra (altro che gestione del post-conflitto e dell'approdo alla democrazia!), truppe occupanti di una flotta occidentale immersa in un pantano dentro il quale è arduo pensare ad una comoda exit-strategy... se non nel sangue.

L'attacco alle truppe italiane. Un'autobomba ha colpito, questa mattina, a Kabul, un convoglio militare italiano. Due blindati Lince del 186esimo reggimento paracadutisti Folgore sono sobbalzati dall'esplosione. 6 sono i soldati morti, altri 4 sono rimasti feriti. Non confermata la notizia, proveniente dalla radio afgana, che parlava di 13 italiani uccisi. Tra le vittime anche 10 civili, 52 i feriti complessivi. L'attacco è avvenuto nella zona delle ambasciate, nel quartiere dove si trovano le delegazioni diplomatiche di Stati Uniti e Gran Bretagna, come pure altre rappresentanze di altri paesi e organizzazioni sovranazionali. Da fonti sul posto sembrerebbe confermato l'attacco mirato contro le truppe italiane, quindi un'azione di resistenza rivolta nei confronti di uno dei comandi operanti nell'occupazione dell'Afghanistan, dove l'Italia, ovviamente, gioca il suo sporco ruolo. I talebani, attraverso un loro portavoce, Zabiullah Mujahid, hanno rivendicato l'attentato, arrivato poco dopo la conferenza stampa del presidente Hamid Karzai nel palazzo presidenziale (poco distante dal luogo dell'attacco) sulle controverse e contestate elezioni del 20 agosto.

Altri "eroi" da piangere. Misero lo scenario che si sta ricomponendo in Italia come da copione dinnanzi ad ogni attacco portato tra le fila dei soldati nostrani da parte di chi resiste alla guerra, all'occupazione, all'imperialismo umanitario. Domina la retorica e la mistificazione, con la Camera che sospende i lavori in segno di lutto, il presidente del Senato Schifani che somministra la prima dose propagandistica a suon di "impegno per pace e sicurezza internazionale", il presidente del Consiglio Berlusconi propenso a difendere un'intervento armato animato da sentimenti quali "la libertà e la democrazia". Il ministro della Difesa La Russa è il più scatenato, impegnato a eleggere nuovi eroi e santini sui quali piangere altre lacrime da coccodrillo: non è in discussione la missione in Afghanistan, attacchi "infami e vigliacchi" che non ci fermeranno. Propaganda di guerra, i "vigliacchi" sono coloro che combattono per il proprio paese, i "buoni" sono quelli che portano la guerra in casa altrui...

Stampa sull'attenti. Nota di colore, attesa, visto il livello e la sostanza dei giornalisti nostrani: rinviata a data da destinarsi la "manifestazione per la libertà di stampa" indetta per sabato a Roma. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana, d'intesa con le altre organizzazioni promotrici dell'iniziativa, ha ritenuto bene di accodarsi al sentimento di lutto e cordoglio per i militari morti, "stringendoci attoniti accanto ai nostri morti in Afghanistan" ed eseguendo il dato ruolo di megafono del piagnisteo e del dolore. Priorità all'unità nazionale e alle lacrime, causate da un ennesimo affronto contro il contigente italiano, che se da una parte da nuova prova di quanto le truppe occupanti non siano affatto benvolute, dall'altro indica come dall'abisso afgano di guerra dentro il quale l'Occidente è sprofondato non si potrà che fuggire a suon di attacchi e resistenza.

tratto da www.infoaut.org

17 settembre 2009

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Afghanistan, i terroristi siamo noi

In occasione delle scontate propagande a reti unificate e gli immancabili funerali di stato dei prossimi giorni  per i "nostri ragazzi" impegnati in "missione di pace", vale la pena rileggersi questo appunto dello studioso di Diritto Internazionale.

«Come comandante dell'Isaf nulla mi è più caro della sicurezza e della protezione del popolo afghano». Così si è espresso il generale Stanley McChrystal, il nuovo zar americano di Kabul, rivolgendosi al popolo afghano attraverso gli schermi televisivi. Usando questo linguaggio egli ha tentato di giustificare l'ennesima strage di innocenti compiuta dalle truppe occupanti: l'uccisione, ormai accertata, di 90 civili nel raid di un caccia statunitense F.15. Decine di vittime si sono così aggiunte alle migliaia di morti, mutilati e feriti che sono già agli atti della «sicurezza» e della «protezione» garantite in questi anni dalle milizie dell'Isaf e della Nato all'insegna della loro proclamata missione umanitaria.
Come è noto, Stanley McChrystal è stato nominato comandante delle forze Isaf-Nato da Barack Obama solo di recente, ma sembra che del presidente egli cerchi di mutuare molto rapidamente sia l'ambizione politica che l'enfasi comunicativa. L'ambizione lo spinge a esigere l'invio in Afghanistan di altri 45mila militari americani per rinforzare ulteriormente l'operazione «Colpo di Spada», voluta dal presidente. L'enfasi lo ha indotto a dichiarare che il suo unico obiettivo è di conquistare «la mente e i cuori» degli afghani. Altrettanto persuasivo sarebbe stato Osama bin Laden se dopo la strage terroristica dell'11 settembre avesse promesso al popolo degli Stati Uniti «sicurezza e protezione» e si fosse impegnato a conquistare «le menti e i cuori» degli americani.

In realtà chi conosce minimamente il popolo afghano e ha toccato con mano le sue infinite sofferenze, sa bene che la retorica umanitaria degli occupanti oggi non ha il minimo effetto. Sa bene che gli afghani non dimenticano le migliaia di vittime provocate dalle armi di distruzione di massa usate dagli aggressori a partire dall'ottobre 2001. Stando alle analisi dello studioso americano Marc Herold, almeno 3.700 sono stati i civili uccisi nei tre mesi della prima ondata dei bombardamenti statunitensi. In media 67 persone al giorno.
Il popolo afghano ricorda la strage di almeno 500 detenuti nel carcere di Mazar-i-Sharif e le bombe perforanti sganciate nella regione di Tora Bora e ai piedi delle Montagne Bianche, oltre alle migliaia di tonnellate di bombe Blu-82 sparate dalle cannoniere AC-130, per non parlare dell'ondata di violenza sanguinaria scatenata nel 2006 nel sud Afghanistan dalle truppe Nato. E gli afghani non dimenticano - non potranno mai dimenticare - i micidiali ordigni sparsi sul territorio dalle cluster bombs sganciate dagli Stati Uniti e scambiati dai loro bambini per giocattoli o cibo, perché di colore giallo come le razioni militari. Il popolo afghano ricorderà a lungo le torture di ogni genere, inclusa l'infame waterboarding, praticate da esperti statunitensi in prigioni segrete a Kabul e a Bagram su prigionieri appartenenti all'etnia Pasthun e sospettati di essere terroristi talibani. E non può dimenticare il destino delle centinaia di «nemici combattenti», anch'essi sottoposti a trattamenti disumani, tuttora illegalmente incarcerati negli Stati Uniti - non solo a Guantanamo - e in molti altri paesi.

È dunque una evidente impostura sostenere che la guerra contro i Taliban in atto in Afghanistan è una guerra per la pace, per il benessere del popolo afghano e per la sconfitta del «terrorismo globale». Gli eufemismi umanitari di Barack Obama e dei suoi stretti collaboratori come il generale McChrystal non possono illudere o ingannare nessuno. La guerra in Afghanistan è sempre stata una «guerra terroristica» sotto false apparenze umanitarie ed è tuttora motivata da ragioni strategiche alla luce di una visione egemonica e neo-imperiale del mondo nel contesto dei processi di globalizzazione economica, politica e militare. È una strategia che dopo il crollo dell'Unione sovietica ha portato gli Stati Uniti e i loro alleati a una lunga serie di guerre di aggressione, che non sono state meno crudeli, violente e sanguinarie del global terrorism, e che non lo hanno sconfitto.
Se tutto questo è vero, allora il primo passo politico e teorico da fare dovrebbe essere quello di rivedere in profondità la nozione stessa di «terrorismo internazionale». E domandarsi chi sono i terroristi da combattere, senza escludere l'ipotesi che terroristi siamo anzitutto noi occidentali, inclusi gli italiani.

di Danilo Zolo

tratto da Il Manifesto dell'8 settembre 2009.

17 settembre 2009 

 

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Ultimo aggiornamento Venerdì 18 Settembre 2009 00:12

Palestina: da occupazione a colonialismo e apartheid

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Se questa è un'occupazione

Un gruppo di giuristi spiega come il dominio israeliano sui palestinesi sia degenerato in colonialismo e apartheid

palestina_murales.jpgNel gennaio del 2007 John Dugard, relatore delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori Palestinesi, arrivò alla conclusione che probabilmente "alcuni elementi dell'occupazione costituiscono forme di colonialismo e apartheid". Sette giuristi, guidati da Virginia Tilley, hanno raccolto quel dubbio per argomentarlo in convinzione, in trecento pagine e due anni di ricerca - e arresti e espulsioni e intimidazioni di ogni tipo per chiunque abbia minimamente collaborato: "l'occupazione israeliana è diventata un'iniziativa coloniale che attua un sistema di apartheid".

Una lesione di valori fondamentali. Un'occupazione militare, in sé, non è illegale. Ma è concepita come un regime temporaneo. Dopo quarant'anni, dunque, l'ampiezza e varietà e soprattutto sistematicità delle violazioni israeliane del diritto internazionale, che disciplina l'occupazione in particolare attraverso la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, autorizzano una certa diffidenza sui reali obiettivi di Israele. Contrariamente all'occupazione, infatti, sia il colonialismo sia l'apartheid sono rigorosamente proibiti, a presidio di due pilastri delle attuali relazioni internazionali: il principio di autodeterminazione dei popoli e il divieto di discriminazione razziale. Per loro intrinseca natura, inoltre, colonialismo e apartheid non possono che consistere in pratiche istituzionalizzate di oppressione: non si è davanti a crimini individuali e isolati, ma al coinvolgimento di intere società. Se nel diritto internazionale, normalmente, solo lo stato che subisce una violazione è legittimato a reagire, la gravità di simili fenomeni giustifica allora un'eccezione: siamo nell'ambito dello jus cogens: norme cioè non solo inderogabili, ma la cui violazione genera precisi obblighi e responsabilità per tutti gli stati, in quanto è l'intera comunità internazionale a essere lesa nei suoi valori fondamentali - non solo il popolo palestinese.

Cosa significa colonialismo. Il diritto internazionale non ha una definizione vincolante di colonialismo. Il riferimento è ancora oggi la Dichiarazione sulla Concessione dell'Indipendenza ai Paesi e Popoli Coloniali, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite negli anni dei movimenti di liberazione nazionale: era il 1960: si ha colonialismo quando "gli atti di uno stato hanno come effetto complessivo l'annessione, o comunque il controllo illegale di un territorio, con l'intento di negare alla popolazione locale il diritto all'autodeterminazione". Neppure del diritto all'autodeterminazione, richiamato già al primo articolo della Carta delle Nazioni Unite e considerato il diritto dei diritti, preliminare cioè per il godimento di tutti gli altri, si ha in realtà una definizione certa: è una nozione politica, legata al governo di un territorio, ma ha dimensioni anche economiche, sociali, culturali - il diritto a decidere liberamente il proprio futuro.
In questo senso, la natura coloniale dell'occupazione israeliana traspare da cinque distinte pratiche:
· In primo luogo, la violazione dell'integrità dei territori palestinesi. Attraverso l'annessione di Gerusalemme Est, ma anche la frantumazione generata dagli insediamenti e le relative infrastrutture, funzionale a ulteriori forme di annessione: nel piano sul cosiddetto disimpegno da Gaza si specifica esplicitamente che, "nella West Bank, al contrario, alcune aree saranno in futuro parte di Israele".
· In secondo luogo, la privazione della popolazione controllata della capacità di autogoverno. Gli accordi di Oslo non hanno diminuito, ma semplicemente riformulato il ruolo israeliano: è sufficiente ricordare il potere di veto su tutta la legislazione adottata dall'Autorità Palestinese - già limitata alle esigue aree A. E l'autogoverno si può sempre scardinare con mezzi meno sottili: attualmente, un terzo dei deputati palestinesi è in carcere.
· Ancora, l'integrazione, e subordinazione dell'economia dei territori controllati alla propria economia. Ottenuta con l'indirizzamento della manodopera palestinese verso i settori meno qualificati dell'industria israeliana, ma soprattutto la fusione delle infrastrutture e l'istituzione di una unione doganale - il diritto internazionale vieta interventi destinati ad avere impatto duraturo, se non permanente, sui territori occupati.
· La dimensione economica dell'autodeterminazione ricomprende anche la sovranità sulle risorse naturali. Ma il 40 percento della terra palestinese è sottratto dagli insediamenti - in uno spazio che è già solo il 22 percento del vecchio mandato britannico. E per quanto riguarda l'acqua, l'iniquità del sistema di gestione e distribuzione è compendiata dalle differenze nel consumo, per gli israeliani cinque volte superiore.
· Infine, una componente culturale dell'autodeterminazione, come diritto di un popolo a esprimere e sviluppare libero la propria cultura. Niente, qui, racconta meglio la politica israeliana che l'ebraicizzazione della geografia e della storia del paese. Il lungo elenco dei libri che per imprecisate ragioni di sicurezza è vietato importare nei Territori Palestinesi comincia dai manuali di grammatica araba.
Le violazioni del diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese si rivelano così non accidentali, ma sistematiche e organiche: con l'effetto complessivo di un saldo controllo del territorio, e in alcuni casi la sua diretta annessione.

Cosa significa apartheid. Il principale ostacolo per un uso tecnico del termine apartheid, fino a oggi, è stato il concetto di razza. Israeliani e palestinesi, si è detto, non appartengono certo a razze diverse: il trattamento riservato ai palestinesi, sostiene Israele, non è una forma di discriminazione, ma di differenziazione sulla base della cittadinanza - perfettamente lecita per il diritto internazionale. Richiamando la giurisprudenza dei tribunali per la ex Jugoslavia e il Ruanda, relativa a guerre civili, con la necessità dunque di classificare e distinguere i vari attori coinvolti, l'idea di razza è qui liberata di ogni substrato biologico e pretesa scientifica: non è che la costruzione sociale con cui il gruppo dominante si differenzia dalla popolazione controllata, al fine di mantenerla nell'emarginazione politica e subordinazione economica - questione non di anagrafe, cioè, ma di relazioni di dominio e potere. Nella stessa Convenzione sull'Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione Razziale, del 1965, la razza si ritrova inclusa tra diverse identità di gruppo che possono fondare una discriminazione definita genericamente come, appunto, razziale - insieme al colore, l'etnia, la nazionalità: l'importante è l'ineguaglianza nel riconoscimento o godimento delle libertà fondamentali. La giustificazione relativa alla cittadinanza, allora, non si rivela che tautologia: perché possono essere cittadini israeliani solo gli ebrei: il trattamento riservato ai non israeliani, in realtà, è il trattamento riservato ai non ebrei.
La nozione di apartheid è ricavata dalla combinazione tra la Convenzione sulla Soppressione e Punizione del Crimine di Apartheid, del 1976, e il più recente Statuto della Corte Penale Internazionale: "atti disumani compiuti nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione di un gruppo razziale". La Convenzione sull'Apartheid elenca sei categorie di "atti disumani" - ma con valore esemplificativo, non esaustivo: l'importante, ancora, è "non l'effetto, ma l'intento di mantenere il dominio razziale": non bisogna solo verificare che simili atti siano oggettivamente compiuti, ma anche che siano compiuti su base discriminatoria, mirando cioè specificamente ai palestinesi.

 Nell'occupazione israeliana si ritrovano quattro delle sei categorie:
· La negazione del diritto alla vita e alla libertà. Esecuzioni extragiudiziali, tortura, detenzione amministrativa, arresti arbitrari, assenza dei più basilari requisiti del giusto processo, a partire dalla presunzione di innocenza: tutto questo si configura come discriminazione razziale, e non solo come violazione dei diritti umani, in virtù della coesistenza di due distinti sistemi giudiziari: l'applicazione della legge, infatti, avviene su base personale, non territoriale - per cui, per uno stesso omicidio, un palestinese sarà punito fino all'ergastolo, e da un tribunale militare, fino a vent'anni invece un israeliano, giudicato da un tribunale civile.
· Misure miranti a impedire a un certo gruppo la partecipazione alla vita politica, economica, sociale e culturale del paese. Qui il ruolo essenziale è quello delle restrizioni alla libertà di movimento, fisiche e amministrative - e imposte esclusivamente ai palestinesi. Non si ha infatti solo l'ostacolo visibile del cemento di insediamenti, checkpoint muri, ma anche un insieme instabile e confuso, e più insidioso, di oltre duemila ordinanze militari -scritte in ebraico e spesso neppure rese pubbliche, e che disciplinano ogni cosa, dalle modalità di arresto alle verdure coltivabili. Dalla salute al lavoro all'istruzione - quella che viene minata, in realtà, come sottolinea la Banca Mondiale, è la prevedibilità e organizzabilità delle relazioni economiche e sociali.
· La divisione della popolazione lungo linee razziali. I territori occupati sono oggi ripartiti in una molteplicità di aree distinte, in cui l'accesso dipende dall'identità individuale, con zone riservate agli israeliani e zone riservate ai palestinesi. Anche se i matrimoni misti non sono vietati, inoltre, l'obbligo di cerimonia religiosa per gli ebrei e i vincoli in materia di residenza costringono di fatto alla separazione o all'illegalità.
· Infine, la persecuzione degli oppositori politici. Mediante intimidazioni arresti, espulsioni, assassinii.

Similitudini. Ed è in particolare la Corte Suprema, che di sentenza in sentenza condona e sostiene ogni illegalità, ad istituzionalizzare le discriminazioni, convertendole in apartheid. La somiglianza con il sistema sudafricano è innegabile. Prima le norme sulla cittadinanza, cioè la creazione legislativa di identità distinte e impermeabili le une alle altre, per accordare a una di queste identità, quella bianca in Sudafrica e quella ebraica in Israele, status giuridico preferenziale e benefici materiali. Poi la ripartizione della popolazione in aree separate, ognuna riservata a un gruppo a esclusione dell'altro, per garantire il controllo da parte del gruppo dominante: attraverso gli insediamenti e le loro infrastrutture e le restrizioni alla libertà di movimento, in Israele, esattamente come in Sudafrica mediante i Bantustan - propagandati all'epoca come stati in cui le varie etnie nere avrebbero potuto governarsi in autonomia: è oggi la retorica di Oslo. L'instaurazione di regimi amici, in fondo, è per un occupante il modo più immediato per liberarsi degli obblighi che il diritto internazionale gli impone: la Quarta Convenzione di Ginevra, non a caso, dichiara indisponibili e inderogabili i diritti che attribuisce: accordi che ratificano e convalidano sue violazioni sono semplicemente nulli.

Le responsabilità. Israele ha l'obbligo di cessare immediatamente ogni sua attività illegale, di smantellare istituzioni e strutture di natura coloniale e discriminatoria, e risarcire il danno offrendo giusta compensazione per quanto inflitto - e naturalmente, ha l'obbligo di consentire al popolo palestinese di esercitare il proprio diritto all'autodeterminazione. Ma in quanto norme di jus cogens, le prescrizioni in materia di colonialismo e apartheid generano responsabilità per l'intera comunità internazionale. L'obbligo è per tutti duplice, in forma di cooperazione ma anche astensione: ogni stato è tenuto infatti a cooperare perché le violazioni abbiano fine, per esempio mediante l'adozione di sanzioni, ma anche ad astenersi dal riconoscere quanto di fatto deriva dalle violazioni, come l'annessione di Gerusalemme Est, e dal fornire assistenza e sostegno - l'Unione Europea è invece il principale partner commerciale di Israele, armi incluse: e le sue uniche sanzioni non hanno colpito che i palestinesi, colpevoli di avere democraticamente votato Hamas. Naturalmente è anche possibile delegare la reazione a organizzazioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite: ma l'assenza di capacità o di volontà di intervento da parte di queste organizzazioni non esonera i singoli stati dall'adempimento dei propri obblighi - non è sufficiente, cioè, trincerarsi ogni volta dietro il veto americano in Consiglio di Sicurezza.

Che fare? La proposta conclusiva è dunque chiedere, attraverso l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, un parere consultivo alla Corte Internazionale di Giustizia, perché stabilisca se le politiche e pratiche israeliane violano le norme che proibiscono il colonialismo e l'apartheid. Si tratta di semplici pareri, non di sentenze, e di pareri neppure vincolanti: e tuttavia formulati nel linguaggio tendenzialmente tecnico e neutro del diritto internazionale - il solo possibile in anni e contesti in cui ogni opinione critica è delegittimata dall'accusa di antisemitismo e terrorismo. Il rapporto non affronta la questione delle responsabilità individuali, concentrandosi sulle responsabilità di Israele come stato, secondo l'approccio tradizionale del diritto internazionale: ma oggi esiste anche una Corte Penale Internazionale - di cui Israele naturalmente non ha ratificato lo statuto: e la Corte può intervenire, esclusa l'ipotesi del tutto irrealistica di una richiesta del Consiglio di Sicurezza, solo se lo statuto è stato ratificato dallo stato a cui appartiene il presunto colpevole o la vittima. L'Autorità Palestinese, dopo l'ultimo attacco contro Gaza, ha però chiesto di ratificare lo statuto: e la sua domanda è in questi mesi all'esame della Corte, in quanto l'ammissione è riservata agli stati - e formalmente non esiste alcuno stato palestinese. Secondo Antonio Cassese, senza il cui lavoro la Corte sarebbe ancora solo una pagina di Kant, chi si occupa di diritto internazionale ha spesso la sensazione di dipingere nature morte sulle pareti di una nave che affonda: generalmente, i giuristi addebitano agli stati la difficoltà di convertire le definizioni in incriminazioni - per una volta, l'opportunità di smentirsi è adesso nelle loro stesse mani.

Francesca Borri

tratto da http://it.peacereporter.net

16 settembre 2009

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