Come mai una crisi dai contenuti prevalentemente finanziari ha prodotto un alto tasso di disoccupazione nell´industria? Le risposte formulate finora vertono soprattutto sugli effetti negativi della restrizione del credito. Le banche colpite o minacciate dalla crisi, si dice, riducono il credito alle imprese; senza credito non si possono acquistare materiali da lavorare né compiere investimenti; perciò le imprese italiane e straniere riducono sia la produzione che le importazioni e tagliano i posti di lavoro.
Spiegazioni simili del rapporto finanza-industria ai tempi della crisi sono forse corrette, ma superficiali. Guardano soltanto all´ultimo anello del rapporto. Se si risale qualche anello più su, il rapporto si può così riassumere: la crisi finanziaria produce disoccupazione industriale su larga scala perché l´industria è diventata essa stessa un settore della finanza. In circa trent´anni l´impresa industriale è stata totalmente finanziarizzata. I disastri dei primi anni 2000, capostipite la Enron, sono stati il primo atto del dramma cui l´avvenuta ibridazione finanza-industria sta portando l´economia mondiale. Nel secondo atto abbiamo assistito ai disastri del 2007-2009, archetipo la Lehmann Brothers, ed alle devastazioni in atto del mondo del lavoro. Per non arrivare a un terzo atto, che potrebbe essere ancora più pauroso, bisognerebbe cercare di capire meglio il rapporto tra le due.
INTERNAZIONALE
Perchè la crisi produce disoccupazione
Cina-Usa, la tensione sta già scendendo
Cina e Stati Uniti, il G2 del nuovo ordine mondiale, sembrano ai ferri corti sui temi della libertà di comunicazione, dei diritti umani e delle urgenze in politica estera. Sullo sfondo, tensioni finanziarie e commerciali.Francesco Sisci, esperto di Cina e inviato de La Stampa a Pechino, spiega perché lui intravede già un riavvicinamento tra i due Paesi. I problemi tuttavia non mancano. Alla radice, interessi geopolitici, economici e un diverso modo di intendere i tempi della politica e della diplomazia.
Portogallo, intervista a Jorge Costa (Bloco de Esquerda)
Ciò che le accomuna è la ricerca di una alternativa radicale alle vecchie formazioni della sinistra neoliberista delle quali ormai è chiaro il carattere profondamente reazionario e l’impossibilità di dare risposte alla crisi che non siano quelle del capitale.
Da noi, invece, proprio in questi giorni la “sinistra” ha raggiunto un accordo per le prossime elezioni regionali con il PD allo scopo di garantire al proprio funzionariato qualche strapuntino su cui sedersi per i prossimi cinque anni.
La differenza salta agli occhi, così come appare evidente la necessità di superare le vecchie forme organizzative dominate dai burocrati e dai professionisti della politica, che peraltro sembrano avviate alla morte naturale per mancanza di consensi e di militanti, indisponibili a mettere a disposizione le loro energie e la loro passione per le ambizioni di qualche rampante. red. 15 febbraio 2010
La guerra psicologica degli italiani in Afghanistan. Mentre è iniziata l'offensiva militare
E' cominciata l'offensiva alleata in Afghanistan. Preparata da settimane, preceduta dalla conferenza di Londra sul futuro del paese (di cui i media italiani hanno detto pochissimo), rappresenta un punto importante per la strategia di Obama.Una cronaca delle prime fasi dell'offensiva la si può trovare qui
Naturalmente i media italiani, i più acritici del mondo su questa vicenda, ripetono la propaganda obamiana sull'offensiva come precondizione del ritiro. Di fatto anche se l'offensiva riuscirà, e ci vorrà tempo per capirlo vista la cortina della propaganda, gli americani non hanno un governo "afghano" al quale consegnare il paese. Nel frattempo segnaliamo questo interessante articolo di analisi difesa sulla guerra psicologica condotta dagli italiani in Afghanistan con la consulenza di docenti di antropologia dell'Università di Palermo, una televisione privata di Iesi e il network radiofonico RTL 105.
Mentre la guerra psicologica per far accettare il conflitto agli italiani sembra abbondantemente vinta ci si ingegna quindi per conquistare la mente degli afghani.
(red) 13 febbraio 2010
La Grecia deve battersi contro l’Unione Europea neoliberista
La Grecia è condannata a una familiare e antidemocratica cura peggiore della malattia. Pagheranno ancora una volta i semplici lavoratori.
Paul Bremer, il primo viceré nordamericano, ha imposto a un devastato Irak politiche economiche che l’Economist ha definito un regime "da sogno capitalista". Sarebbe diffícile trovare una definizione migliore per descrivere le misure del piano di "stabilità" sottoposte dalla Grecia all’approvazione della Comissione Europea, e approvate ieri. Il piano contempla una riduzione del deficit di bilancio greco, che passerebbe dall’attuale 12,7% del PIL al 2,8% nel 2012, promettendo, inoltre, immediatamente, un taglio del 10% del bilancio governativo, un congelamento dei contratti dei funzionari pubblici, l’abolizione di varie imposte dirette e un incremento della tassazione indiretta. E se questo non bastasse, il primo ministro socialista George Papandreu ha annunciato ieri [1°febbraio, n.d.t.], in un drammatico discorso televisivo alla nazione, ulteriori misure di austerità senza precedenti, tra le quali l’aumento immediato delle imposte sui carburanti, l’aumento dell’età pensionabile e tagli alla retribuzione degli impiegati pubblici che significheranno una diminuzione del 10% del salario per la maggioranza dei funzionari statali, e del 40% nel caso degli accademici. Come in Gran Bretagna, sono le università ad essere colpite per prime, essendo considerate un lusso del tutto secondario nonostante la tanto sbandierata "economia della conoscenza".
E tutto questo verrà attuato nel paese più povero della vecchia Europa, dove si registra una disoccupazione giovanile del 25%, una crescita bloccata e i suoi tradizionali settori dell’industria navale, del turismo e dell’edilizia in grandissima sofferenza. Queste misure chiuderanno il circolo vizioso con la crescente disoccupazione, le minori entrate fiscali e le politiche economiche sottoposte al capriccio della speculazione sui mercati finanziari. Spingeranno un Paese che è già in una profonda recessione nell’ abisso di una depressione duratura e senza uscita.
"La Grecia si trova nell’occhio del ciclone di una tormenta speculativa", ha lamentato Papandreu nella sua apparizione televisiva. Si riferiva alla dequalificazione del credito greco da parte di tre imprese private di valutazione dei rischi -nessuna delle quali è sottoposta ad alcun controllo o supervisione- e alla conseguente speculazione sui mercati intorno al debito pubblico greco destinato a finanziare il deficit, speculazione che ha fatto innalzare i tassi di interesse del prestito sovrano greco di un 4% al di sopra della linea di base. Si tratta di una ripetizione amplificata dell’attacco che Soros lanciò contro la moneta britannica nel 1992 (che portò il Regno Unito alla sua umiliante uscita dal Meccanismo Europeo di Cambio) e dell’attacco degli speculatori alla banca britannica nel 2008. Ed è indice di una disgraziata situazione accettata dall’Unione Europea e dai governi: un pugno di megacapitalisti con hedge funds, che ha già portato al fallimento diverse grandi banche, scommette ora sulla bancarotta di un Paese nella speranza di conquistare posizioni di vantaggio per vendite a breve termine.
Non c’è il minimo dubbio che sia i Papandreu che i Karamanlis, le dinastie politiche dominanti nella Grecia del dopoguerra, abbiano gonfiato il settore pubblico e il suo debito per il proprio beneficio politico, contribuendo ad aumentare mostruosamente il volume del debito. Non c’è il minimo dubbio che una sostanziosa evasione fiscale, la corruzione e il clientelismo abbiano contribuito significativamente alle attuali disavventure. Ma il rimedio è molto peggiore del male, e sarà accompagnato, come sempre, dalle solite vittime: lavoratori salariati, fasce a basso reddito, contadini con colture di sussistenza e disoccupati.
In un orizzonte più ampio, la Grecia sta diventando un esperimento per la nuova fase di correzione di rotta che il neoliberismo si propone di attuare sull’onda della crisi economica e finanziaria. Le misure fiscali e impositive di "stabilità" vengono a perpetuare un insieme di dogmi economici miracolosi che, anche se falliti nel 2008,continuano a dominare nel mondo mentale dei leader politici europei. La magia nera della privatizzazione, deregulation e finanziarizzazione è stata teoricamente abiurata da molti fedeli della prima ora, ma impera ancora negli ambienti di alcune business schools d’élite e nella Commissione Europea. Obama ha lanciato l’anno passato uno stimolo fiscale di 787 miliardi di dollari, che comprendeva tagli fiscali, espansione della copertura per la disoccupazione e incremento della spesa in educazione, sanità, infrastrutture e settore energetico; l’europea Grecia si vede condannata alla denutrizione fiscale. Il debito pubblico del Giappone rappresenta il 225% del suo PIL, e si finanzia mediante il prestito interno, lasciando solo il 6% in mano stranjera; la Grecia si vede condannata a prendere prestiti sui mercati stranieri, servendo interessi che possono essere definiti solo come usura. Il comissario economico Joaquín Almunia è stato cinicamente chiaro rispetto al proposito del piano di "stabilità" dicendo che la Grecia necessita di “ulteriori riforme nelle pensioni, nella sanità e nel mercato del lavoro". È uno spudorato tentativo di approfittare di un problema relativamente piccolo di debito, al fine di alterare radicalmente gli equilibri di classe e la relazione Stato/società in un Paese conosciuto per la sua militanza sindacale e la forza della sua sinistra radicale.
La legittimità dell’Unione Europea si fonda su principi di giustizia sociale e di solidarietà. Joseph Stiglitz ha ricordato agli europei queste tradizioni in alcune pagine recenti, proponendo un’emissione di buoni in Euro per salvare la Grecia e altre economie indebitate. Un palliativo immediato così farebbe le veci di un tragico deus ex machina; il fatto è che il fantasma neoliberista ha espulso il dio dalla macchina.
C’è un aspetto ancora più preoccupante in questi fatti catastrofici. Papandreu è stato eletto quattro mesi fa sulla base di un programma di redistribuzione e giustizia sociale. Ora ha accettato un programma che è esattamente il contrario. Questo è un attacco radicale alla politica e la migliore espressione dell’odio neoliberista per la democrazia. Il commissario Almunia ha consigliato ai politici e all’opinione pubblica greca di accettare le misure proposte aggiungendo una poco velata minaccia rivelatrice della sorprendente idolatria per i mercati e della falsa impotenza a regolarli. Perché quel che è certo è che i mercati potrebbero speculare con successo contro i buoni greci, portando a livelli insostenibili il costo dei prestiti, solo perché l’UE ha fissato un limite irrealistico del 3% per il deficit di bilancio. Il risultato è che la UE spinge la Grecia da un lato e il mercato dall’altro. È la tempesta perfetta, provocata dall’uomo. I politici e gli eurocrati hanno accettato il ruolo di pedine in un’economia da casinò che si considera al di sopra dei politici.
La violenta pauperizzazione delle masse, la rampante privatizzazione dei servizi pubblici tramite il drastico ridimensionamento del settore statale e la crescente dipendenza dai mercati esteri per onorare il debito, equivalgono a una perdita di sovranità tale da consentire il paragone con uno Stato sottoposto ad un’occupazione straniera, e porta con sé un’ampia ristrutturazione degli equilibri nazionali a vantaggio del capitale e una grave crisi di legittimazione europea.
I greci sono un popolo orgoglioso. Hanno subito il massiccio bombardamenti dei mezzi di comunicazione, del governo e degli accademici disciplinatamente sottomessi, con lo scopo di farli sentire colpevoli delle falle di un sistema per il quale nessuno ha votato. In Gran Bretagna siamo già abituati alla retorica del TINA ["There Is No Alternative”]; ma sappiamo anche che c’è sempre un’alternativa. La situazione in cui si trovano i greci li colloca sulla prima linea di un attacco in piena regola ai principi europei di democrazia, giustizia sociale e solidarietà, principi che, per quanto siano sempre stati un po’ retorici, oggi sono in rovina dappertutto. Idealmente, quello che il governo greco dovrebbe fare è dimenticarsi della falsa ortodossia che trasforma la Grecia in una nazione così poco sovrana quanto l’Iraq e fare appello a un fronte nazionale di resistenza di fronte al barbaro attacco. Un’iniziativa del genere mobiliterebbe l’orgoglio e il sentimento di ingiustizia della nazione. Separerebbe il nazionalismo greco dalla sua recente patologica evoluzione verso l’ estremismo di destra e xenofobo e lo avvicinerebbe di più alla tradizione ellenica, che è quella della difesa della democrazia. L’Islanda ha convocato un referendum per decidere sulla devoluzione del suo debito; lo stesso dovrebbe fare la Grecia.
Ma è improbabile, perché il partito al governo è troppo compromesso con il vecchio clientelismo e il neoliberismo. La mancanza di una reazione guidata dal governo aumenta le sfide per la sinistra greca, una delle più forti d’Europa. La sinistra ha la responsabilità storica di mobilitare l’opinione pubblica greca contro questo tsunami di idiozia e ingiustizia antidemocratiche. I greci hanno dimostrato che sanno come resistere, da Antígone all’Atene del dicembre 2008. I contadini hanno già bloccato diverse volte le strade verso il nord e la Bulgaria, obbligando Barroso a minacciare azioni legali. Sono stati proclamati per il mese prossimo scioperi di funzionari pubblici e uno sciopero generale.
La sinistra dev’essere capace, inoltre, di mobilitare l’opinione pubblica europea. Se l’attacco alle comunità minerarie e alla NUM [Unione Nazionale dei Minatori] è rimasta in Gran Bretagna emblematica del primo neoliberismo, l’attacco alla Grecia rappresenta l’inizio della sua seconda fase. Se la Grecia cade, non c’è dubbio che i mercati passeranno ad attaccare Spagna, Portogallo, Italia e Gran Bretagna, con la Commissione Europea vestita con la toga di un coro tragico e lavandosi le mani come Ponzio Pilato. La posta in gioco è il futuro della democrazia e dell’Europa sociale; i greci devono lottare per tutti noi.
Costas Douzinas (*)(*) Costas Douzinas è professore di scienze sociali all’Università di Birmingham nel Regno Unito.
Tratto da The Guardian, 4 febbraio 2010,
http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/feb/04/greece-eu-fiscal-policy-protest
Traduzione Andrea Grillo
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