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INTERNAZIONALE

Intervista ad Alexis Tsipras, leader di Syriza: noi, l'Argentina, l'Europa.

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syriza_TspirasMartín Granovsky

Página/12

A 38 anni, Alexis Tsipras è il leader di Syriza, il movimento politico e sociale greco che si oppone al governo conservatore e progetta di arrivare al potere per la via democratica per rompere con l'austerità come massimo principio della política. Dopo alcuni giorni della visita in Argentina, Tsipras ha accettato di mettere a confronto le due situazioni con tutte le loro similitudini e differenze.

L'Argentina continua ad essere tema di discussione in Grecia per la riduzione del debito, il default e la ristrutturazione?

–Sì, parliamo di voi.

Del default o della ristrutturazione?

–Di tutto.

E dopo questo viaggio in Argentina?

–Siamo molto più saggi. Abbiamo studiato nei dettagli il processo che è avvenuto durante e dopo la crisi. Abbiamo visto similitudini e anche differenze. Da parte del Fondo Monetario Internazionale le ricette sono state le stesse in Grecia e in Argentina. Sono state le stesse in emtrambi i Paesi le medicine che sono state date alla Grecia e all'Argentina. Uguali e scadute. Hanno fallito. Ci hanno portato alla catastrofe. Il paziente greco ricoverato in un letto europeo è in coma. Tutti i tubi e i faraci lo legano al cuore dell'Europa. È una situazione complessa. Se il paziente in coma muore, sembra che neanche l'Eurozona possa sopravvivere. Per questo dico che abbiamo similutudini e differenze tra l'Argentina del 2001 e la Grecia di oggi. Quello che è interessante è come presentano l'esempio dell'Argentina in Europa.

Chi?

–I settori più legati al sistema finanziario. L'Argentina è l'esempio di un Paese che ha detto no al sistema finanziario mondiale. I settori finanziari dell'Europa distorgono quello che è successo qui. L'esempio dà fastidio ai circoli finanziari. Per questo i centri ultraliberisti stanno cercando non solo di distorcere le cose in termini ideologici ma anche di mostrare una traiettoria storica differente. Cambiano i fatti. Durante il nostro soggiorno in Argentina e negli incontri che abbiamo avuto, c'è stata copertura da parte dei notiziari della televisione greca. Allora mettevano un'immagine mia mentre mi incontravo con un dirigente argentino e, in una parte dello schermo, mostravano esempi del corralito argentino e la gente che batteva sulle saracinesche delle banche.

Senza mettere le date di ogni cosa?

–Senza alcuna precisione. Il messaggio è chiaro: “Seguite la strada che vi propone la sinistra greca e arriverete alla bancarotta come in Argentina”.

È interessante per la Grecia l'esempio della ristrutturazione del debito con cancellazione?

–Sì, è chiaro, ma prima dobbiamo vedere cosa c'è di simile nei due Paesi e nelle due contingenze storiche. La negoziazione che ha portato a termine lo Stato argentino dopo la crisi è un esempio per studiare ed esaminare. Nei prossimi anni sicuramente questo sarà un tema di studio nelle facoltà di scienze economiche. Questo prova che quando c'è un creditore e un debitore, entrambi si trovano in una situazione difficile. Non uno solo. La negoziazione stessa lo dimostra. Ma vedo altri punti positivi ben oltre la ristrutturazione del debito. Lo sviluppo economico argentino successivo alla crisi ha resistito anche se il Paese è rimasto fuori dai mercati del prestito. Ha resistito perché contava su una base produttiva ampia ed esportatrice. Ha retto perché partendo da un certo punto ha potuto rivitalizzare l'economia interna e coprire le necessità del popolo. Nella sua seconda fase le esportazioni sono state importanti e hanno garantito la crescita del Prodotto Interno Lordo. Ma bisogna anche tener conto che quando l'Argentina ha attraversato la fase di crescita alta, anche la crescita globale era alta. E inoltre tutto è successo all'interno di una congiuntura regionale sudamericana positiva. Noi in Grecia non abbiamo nessuno dei due punti positivi. Né crescita globale né congiuntura regionale favorevole.

Il peggiore dei mondi possibili.

–Sí, ma nel frattempo cerchiamo di fare di necessità virtù. Con quest'ottica partecipiamo alla Zona Euro. La Grecia ha solo il 2,5 per cento del PIL europeo ma al contempo è al centro dell'attenzione pubblica mondiale. Questo non succede, è chiaro, per il fatto che tutti si preoccupino delle sofferenze del popolo greco. C'è il timore di un effetto domino.

Cioè il timore è un vostro punto di forza.

–Il punto è che se l'Europa continua così il principale Paese che penserà di uscire dalla zona Euro sarà la Germania. Questo significa che un Paese piccolo come la Grecia può essere una pietruzza capace di rompere la gigantesca macchina del motore ultraliberista. Per questo abbiamo subìto un attacco frontale a livello mondiale nelle ultime elezioni. Vaticinavano che sarebbe arrivato il caos. Forse possono sopportare un minimo uno scenario postneoliberista. Ma non lo possono accettare nel nocciolo duro dell'Europa.

La chiave sembrerebbe la potenzialità di danno della Grecia.

–Molte volte ho paragonato la situazione della Grecia rispetto ai suoi soci europei con altre epoche. È come la Guerra Fredda. I due schieramenti possono premere il pulsante, ma anche se qualcuno lo facesse nessuno vincerebbe. La catastrofe sarebbe per tutti.

Quale sarebbe questo pulsante?

–Il pulsante sarebbe l'esplosione dell'Euro. Ma il primo a perdere in questa Guerra Fredda sarebbe il primo che fa un passo indietro. Per questo noi ci prepariamo a un grande scontro. Abbiamo detto chiaramente che una volta al governo romperemo i trattati di austerità. Continueremo su questa strada anche se ci tagliano i prestiti. Non è una battuta. Lo faremo. Ma abbiamo bisogno dell'appoggio popolare.

–Il movimento político della sinistra greca suscita nel mondo progressista ammirazione e preoccupazione. Ammirazione per la sua veloce crescita negli ultimi anni. Preoccupazione che questa velocità potrebbe non essere sufficiente.

–Il movimento è iniziato in due piazze di Atene. Le chiameremo in questo modo: quella di sopra e quella di sotto. La piazza di sotto è sempre stata politicizzata, con assemblee tematiche, diverse conferenze. Partecipavano molti giovani. Si praticava la democrazia diretta. Ma la cosa importante è che queste manifestazioni sono state completamente pacifiche con una grande partecipazione di massa, con moltissima gente.

E cosa succedeva nella piazza di sopra?

–È stata meno partecipativa. Per questo il sistema ha avuto più paura di quella di sotto. Non era la stessa cosa che spaccare una banca o rompere un bancomat. Rompere rafforzava il sistema. Invece l'atteggiamento pacifico ha rappresentato un allarme. Bisogna tenere conto del fatto che queste reazioni spontanee e di massa sono sfociate nella caduta di due governi. Mentre invece, tornando al paragone tra le due piazze, le banche e le piccole proprietà bruciate non hanno dato risultati politici. È molto semplice: con gli incendi, il grande capitale trovava un piccolo affare per piangere.

E ora?

–Ora c'è un riflusso del movimento, una relativa recessione politica. La gente spera in cambiamenti politici rilevanti e ripone più speranza in uno scontro politico con migliori risultati. Per questo nelle due elezioni a maggio e a giugno non siamo riusciti a vincere. Anche questo ha creato una forma di stanchezza. È duro vedere che non c'erano risultati nemmeno nel senso di un cambiamento.

Qual è il cambiamento che desidera la coalizione di sinistra?

–L'unica via è abbattere il governo con mezzi democratici. Abbiamo una responsabilità della quale siamo consapevoli: gran parte della popolazione ha riposto le sue speranze nel progetto alternativo e dobbiamo rafforzare questa meta. Ma questo è al contempo positivo e negativo per noi. La gente si aspetta da noi moltissime cose.

Questo è l'aspetto positivo?

–Sí. E quello negativo è che riponga le sue speranze e si limiti ad aspettare. Il rischio della passività non esiste solo quando uno è all'opposizione. Anche in un futuro governo non potremo attuare scelte veramente alternative senza partecipazione popolare.

Cosa fate per risolvere questo problema oggi?

–La prima cosa che facciamo è dirglielo continuamente alla gente. E continueremo come prima delle ultime elezioni, con le assemblee popolari nei quartieri, nelle grandi città e sui posti di lavoro. Tchiediamo alla gente anche di partecipare agli scioperi e di far parte dei movimenti operai e sindacali che si stanno muovendo. Al contempo stiamo costruendo una grande rete sociale di solidarietà. La chiamiamo solidarietà per tutti. Dentro la crisi, qualsiasi movimento sociale è anche molto politico. Ma vogliamo creare una coscienza sociale collettiva. Non è filantropía. È coscienza sociale. Queste reti possono essere il nucleo di una nuova organizzazione sociale di massa, che a sua volta può essere il nucleo di grandi cambiamenti sociali.

Ho sentito che la preoccupava il neonazismo in Grecia. Qual è il livello di radicamento popolare dei neonazi?

–È un fatto molto triste. Questo contesto politico è nato nell'ambito della distruzione della coesione sociale della società, in combinazione con il terrore e il timore. Allo stesso tempo con le difficoltà. In questo contesto compaiono come capro espiatorio le grandi masse di immigrati.

Di dove?

–Negli ultimi anni la Grecia è diventata una prigione per immigrati. In Europa abbiamo Dublino II, il famoso trattato, che “protegge” i Paesi del nord e del centro dell'Europa. Questo crea un ammasso di immigrati in Italia, Spagna e Grecia. Nel nostro Paese gran parte della frontiera è acqua. Sono isole. Ci sono grandi organizzazioni mafiose che portano immigrati soprattutto attraverso la Turchia. La maggioranza, quando arriva, ha già percorso migliaia e migliaia di chilometri. Vengono da Paesi in guerra o da nazioni che hanno subito cambiamenti climatici drammatici. Vendono quallo che possono ai mafiosi, che li trasportano in barconi come sardine in scatola. Quando arrivano in Grecia li mettono in centri. Dopo li lasciano liberi. Fanno quello che possono per sopravvivere. Ma sono molto fragili di fronte alla manipolazione della criminalità organizzata. Decine di persone vivono ammucchiate in piccoli appartamenti. Ci sono posti ad Atene che sono già dei ghetti. In questi posti ci sono grandi scontri. È all'interno di questa complessa situazione che nasce l'ideologia della xenofobia e del fascismo. C'è una base reale da dove escono queste idee.

La crisi in tutti i suoi aspetti.

–Con la crisi questo si moltiplica. È triste, perché il popolo greco non ha un comportamento razzista. Non fa parte della sua tradizione. È un popolo di immigrati. Come può essere razzista? Come un popolo che ha organizzato la Resistenza antifascista può permettere che dal suo seno nascano movimenti neonazi? Per questo c'è un uomo di 92 anni, Manolis Glezos, che è stato un guerrigliero, che è andato al Parlamento greco a dare lezioni di storia.

I popoli apprendono dalla storia?

–La Storia la scrivono i vincitori. Bisogna vedere se questa Storia è quella vera. Ma noi vogliamo guardare alla memoria storica del nostro popolo di generazione in generazione nella costruzione di una coscienza sociale collettiva. La Grecia ha sofferto molto perché è un territorio vitale. Nell'ultimo secolo abbiamo due esempi di battaglie eroiche. Primo la resistenza nella Seconda Guerra Mondiale, quando il Fronte di Liberazione Nazionale arrivò molto vicino al potere e l'invasione del nostro Paese non lo permise. Il secondo esempio è la resistenza contro la Dittatura dei Colonnelli, tra il ’67 e il ’74. Questo ha un peso storico molto forte e continueremo ad andare avanti seguendo questo faro.

Da chi vi sentite accompagnati in Europa?

–L'Europa sta attraversando una fase di transizione. Abbiamo affrontato la mutazione della socialdemocrazia in una forza neoliberista pura. Lascia un vuoto politico immenso perché rompe i suoi legami di tradizione con fasce sociali importanti. Sono le fasce che hanno reso la socialdemocrazia egemone. Syriza è nata in gran parte in questo vuoto politico. Nel resto del sud dell'Europa avremo questa stessa traiettoria, ma forse con passi più lenti. Per questo le nostre alleanze europee cominciano con la sinistra della sinistra e finiscono con la sinistra della socialdemocrazia. Gli alleati più forti nel continente europeo sono i movimenti sociali r coloro che si convincono sempre di più che l'austerità non è la strada giusta. Qui iniziano le nostre alleanze.

In Grecia dev'essere una tentazione ispirarsi a figure classiche, no?

–Mitologiche o reali?

Non so. A piacere del consumatore.

–Scelgo una figura mitologica, allora: Ercole. Quando gli dei lo punirono, uno dei compiti di Ercole era pulire la merda. Passò mesi e mesi togliendola. Finì il suo lavoro. Allora gli affidarono un altro incarico: doveva tagliare la testa dell'Idra. Il problema è che quando tagliava una testa ne uscivano altre due nuove. Qesto succede anche con il sistema finanziario internazionale. Dobbiamo pulire la merda e affrontare l'Idra. Per questo vogliamo costruire una grande forza politica: perché non sarà facile.

Fonte: http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-210888-2012-12-30.html

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo, 31.12.2012

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Ultimo aggiornamento Martedì 01 Gennaio 2013 16:17

Il FMI ammette: l’Islanda aveva ragione e noi avevamo torto

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di Jeff Neilson – 26 dicembre 2012

Per circa tre anni, i nostri governi, la cricca dei banchieri e i media industriali ci hanno garantito che loro conoscevano l’approccio corretto per aggiustare le economie che loro avevano in precedenza paralizzato con la loro mala gestione. Ci è stato detto che la chiave stava nel balzare sul Popolo Bue imponendo “l’austerità” al fine di continuare a pagare gli interessi ai Parassiti delle Obbligazioni, a qualsiasi costo.

Dopo tre anni di questo continuo, ininterrotto fallimento, la Grecia è già insolvente per il 75% dei suoi debiti e la sua economia è totalmente distrutta. La Gran Bretagna, la Spagna e l’Italia stanno tutte precipitando in una spirale suicida, in cui quanta più austerità quei governi sadici infliggono ai loro stessi popoli tanto peggiore diventa il problema del loro debito/deficit. L’Irlanda e il Portogallo sono quasi nella stessa condizione.

Ora, in quello che potrebbe essere il più grande “mea culpa” economico della storia, i media ammettono che questa macchina governativa-bancaria-propagandistica della Troika ha avuto torto per tutto il tempo. Sono stati costretti a riconoscere che l’approccio dell’Islanda al pronto intervento economico è stato quello corretto sin dall’inizio.

Quale è stato l’approccio dell’Islanda? Fare l’esatto contrario di tutto ciò che i banchieri che gestivano le nostre economie ci dicevano di fare. I banchieri (naturalmente) ci dicevano che dovevamo salvare le Grandi Banche criminali a spese dei contribuenti (erano Troppo Grandi Per Fallire). L’Islanda non ha dato nulla ai banchieri criminali.

I banchieri ci dicevano che nessuna sofferenza (del Popolo Bue) sarebbe stata troppo grande pur di garantire che i Parassiti delle Obbligazioni fossero rimborsati al cento per cento di ogni dollaro. L’Islanda ha detto ai Parassiti delle Obbligazioni che avrebbero ricevuto quel che sarebbe rimasto dopo che il governo si fosse preso cura del popolo.

I banchieri ci dicevano che i nostri governi non potevano più permettersi la stessa istruzione, lo stesso sistema pensionistico e di assistenza sanitaria che i nostri genitori avevano dato per scontato. L’Islanda ha detto ai banchieri che quello che il paese non poteva più permettersi era di continuare a vedersi succhiare il sangue dai peggiori criminali finanziari della storia della nostra specie. Ora, dopo tre anni abbondanti di questa assoluta dicotomia nelle scelte politiche, è emerso un quadro chiaro (nonostante gli sforzi migliori della macchina della propaganda per celare la verità).

Nel loro stile tipico, nel momento in cui i media dell’industria sono costretti ad ammettere di averci gravemente disinformati per molti degli ultimi anni, vengono immediatamente schierati i revisionisti per riscrivere la storia, come dimostrato da questo estratto da Bloomsberg Businessweek:

… l’approccio dell’isola al proprio salvataggio ha portato a una ripresa “sorprendentemente” forte, ha affermato il capo della missione del Fondo Monetario Internazionale nel paese.

In realtà, dal momento in cui è stato orchestrato il Crollo del 2008 e i nostri governi moralmente in bancarotta hanno cominciato ad attuare i piani dei banchieri, io ho scritto che l’unica strategia razionale era di mettere il Popolo prima dei Parassiti. Anche se non mi aspettavo che i decisori della politica nazionale traessero la loro ispirazione dai miei scritti, quando stilavo le ricette economiche per le nostre economie non ho basato le mie idee sulla compassione o semplicemente sul “fare la cosa giusta”.

Ho, invece, costantemente sostenuto che il fatto che “l’approccio islandese” fosse l’unica strategia che aveva una possibilità di riuscita era una questione di semplice aritmetica e dei più elementari principi dell’economia. Quando Plutarco, 2.000 anni fa, scriveva che “uno squilibrio tra i ricchi e i poveri è il male più fatale di tutte le repubbliche” non stava ripetendo a pappagallo un dogma socialista (1.500 anni prima della nascita del socialismo).

Plutarco stava semplicemente esprimendo il Primo Principio dell’economia; qualcosa su cui tutti gli economisti capitalisti moderni che ne hanno seguito le orme hanno basato le loro stesse teorie. Quando gli economisti moderni esibiscono il loro gergo, come nel caso della Propensione Marginale al Consumo, esso è francamente basato sulla saggezza di Plutarco: che un’economia sarà sempre più sana con la sua ricchezza nelle mani dei poveri e della Classe Media invece che essere accumulata ricchi pidocchiosi (e giocatori d’azzardo).

Così quando i Revisionisti di Bloomberg tentano di convincerci che la forte (e reale) ripresa economica dell’Islanda è stata una “sorpresa” ciò potrebbe essere vero se nessuno dei nostri governi, nessuno dei banchieri e nessuno dei preziosi “esperti” dei media comprendesse i più elementari principi dell’aritmetica e dell’economia. E’ questo il messaggio che i media vogliono comunicare?

Quello che qui è ancor più insincero è il tono congratulatorio di questo esercizio di Revisionismo, poiché nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Come ho detto in dettaglio in una serie di quattro articoli un anno fa, la campagna di “stupro” economico perpetrata contro i governi d’Europa negli ultimi due anni e mezzo (in particolare) è stata espressamente mirata a cancellare “l’opzione islandese” per gli altri governi dell’Europa.

Uno dei motivi per cui l’Islanda è stata in grado di sfuggire alla garrota della cricca bancaria occidentale è che la sua economia (e il suo popolo) conservavano ancora una prosperità residua sufficiente a resistere, mentre la cricca bancaria cercava di strangolare l’economia dell’Islanda come punizione per aver respinto la loro Schiavitù del Debito.

Così, l’austerità non è stata niente di meno di una campagna deliberata per distruggere queste economie europee in modo tale che gli Schiavi fossero troppo economicamente deboli per essere in grado di recidere il loro collare. Missione compiuta!

Si può solo ritenere che né i media dell’industria né i Banchieri Padroni avrebbero consentito che questo chiaro riconoscimento che l’Islanda aveva ragione e noi avevamo torto comparisse sulle loro pagine, a meno che si sentissero sicuri di sapere che tutti gli altri Schiavi del Debito erano stati paralizzati oltre la loro capacità di sfuggire mai a questa oppressione economica.

In effetti, quale prova di questo, non dobbiamo che guardare alla Grecia, l’unica altra nazione europea in cui c’erano state “avvisaglie” (cioè rivolte) mirate a rovesciare il Governo Traditore che aveva servito la cricca dei banchieri. Dopo due elezioni, la combinazione di paura e propaganda ha intimidito il popolo greco da lungo tempo sofferente al punto da fargli scegliere un altro Governo Traditore, che si era espressamente impegnato a rafforzare i vincoli della schiavitù economica. Quando gli Schiavi votano per la schiavitù, i Padroni degli Schiavi possono permettersi di gongolare.

Qui, lo scopo di questa propaganda di Bloomberg non è stato di elogiare il governo islandese (quando sia i banchieri sia i media dell’industria disprezzano l’Islanda con tutta la loro considerevole malignità).  Piuttosto, l’obiettivo di questa disinformazione è stato di costruire una nuova Grande Bugia.

Invece della Verità, che dal primo giorno l’approccio islandese era l’unica strategia possibile che avrebbe potuto avere successo, mentre i nostri governi hanno scelto una strategia destinata a fallire, otteniamo la Grande Bugia. I nostri Governi Traditori avevano agito onestamente e onorevolmente e il successo dell’Islanda e il nostro fallimento sono stati ancora un’altra “sorpresa che nessuno avrebbe potuto prevedere”.

Abbiamo assistito esattamente allo stesso Revisionismo dopo lo stesso Crollo del 2008, quando i media convenzionali hanno tirato in ballo tutti i loro esperti nell’imbonimento per dirci che erano rimasti “sorpresi” da quell’evento economico, mentre quelli del settore dei metalli preziosi erano andati profetizzando un tal cataclisma, in termini ancora più energici, per molti anni.

Il vero messaggio, cui, per i lettori, è che quando una strategia economica del Popolo prima dei Parassiti ha successo non c’è nulla di minimamente “sorprendente” al riguardo. Così come non è sorprendente che il fatto che tutto il resto del mondo intorno a noi  promuova il benessere dei Parassiti, sia un bene soltanto per i Parassiti stessi.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/iceland-was-right-we-were-wrong-the-imf-by-jeff-neilson

Originale: thestreet.com

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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Ultimo aggiornamento Sabato 29 Dicembre 2012 14:04

Atene “Resistiamo in Salute” - interviste dall'ambulatorio occupato di Petralona

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Grecia_manifUno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro della distruzione dell’assistenza sanitaria gratuita e con essa la distruzione di un diritto universale ed inalienabile come il diritto alla salute. L’intervista che presentiamo in questa puntata della nostra inchiesta sul tema, riguarda l’esperienza di una clinica occupata in un quartiere di Atene, Petralona.

La Grecia è stata in questi anni un laboratorio di sperimentazione dell’attacco alla società sferrato dalle élite finanziarie transnazionali attraverso le politiche di austerità. Ma la Grecia è anche un laboratorio di resistenza e autorganizzazione di un movimento forte, estremamente radicato in tanti settori sociali e in moltissimi luoghi del lavoro contemporaneo. La lunghezza di questo testo potrebbe scoraggiarne la lettura e qualcuno potrebbe sperare di trovare, tra le righe di questa introduzione, una sintesi dei concetti più importanti affrontati dal medico/attivista. Al contrario, siamo convinti che un simile tentativo sarebbe per forza di cose fallimentare: gli spunti di riflessione, i racconti di lavoro politico quotidiano, gli strumenti organizzativi immaginati e realizzati, vanno letti con attenzione e gustati lentamente.

Su un punto, però, vorremmo richiamare l’attenzione: come emerge chiaramente in diversi passaggi, il diritto all’assistenza sanitaria è qualcosa che riguarda tutti noi, non soltanto chi per scelta professionale è tenuto a difendere la vita, e la sua qualità, ad ogni costo. Non si tratta di uno qualsiasi tra i tanti, e tutti importanti, diritti sociali. Il diritto a ricevere delle cure mediche riguarda la base stessa di tutti gli altri: riguarda il diritto inviolabile alla vita, di cui ogni persona (a prescindere dal proprio status sociale, dalla propria condizione economica o dalla provenienza geografica) deve avere la possibilità di godere in maniera assoluta e imprescindibile. Allo stesso tempo questo diritto è già stato intaccato dagli interessi delle multinazionali del farmaco, delle cure mediche e dalla direzione verso la sanità assicurativa intrapresa in diversi paesi. La ferocia dell’attacco che sta distruggendo i sistemi sanitari pubblici, da Atene a Madrid, da Lisbona a Roma, chiama tutti noi a non delegare e a lottare in prima persona per il nostro presente e il nostro futuro.

Allo stesso tempo ci offre la possibilità di immaginare e praticare un mondo diverso, migliore, in cui la medicina sia messa realmente al servizio delle esigenze delle persone. Le lotte che stanno crescendo in questi giorni a Roma, nel Lazio, in Italia, sono forse il preludio di una battaglia più grande e più dura che dovremo combattere nei prossimi anni per riprendere in mano le nostre vite, i nostri corpi, la nostra felicità. Le misure imposte alla Grecia, al Portogallo, alla Spagna, sono già pronte per colpire l’Italia, e lo stanno già facendo (e infatti i maggiori tagli dell’ultima spending review riguardano proprio il campo della spesa sanitaria). Ci vediamo sulle barricate.

Ci piacerebbe cominciare chiedendoti un breve racconto della vostra esperienza. Attraverso questo racconto vorremmo indagare sia circa i cambiamenti prodotti dalla crisi nel sistema sanitario greco, sia come il vostro progetto è stato trasformato da questi cambiamenti.

Dunque, il progetto è iniziato dopo la rivolta di dicembre 2008. Durante la ribellione c’era un gruppo di lavoratori della sanità, dottori e farmacisti, che si sono uniti con altre persone che a quel tempo non avevano niente a che fare con il sistema sanitario e hanno deciso di aprire una discussione circa l’autorganizzazione nella sanità. Abbiamo discusso di molte cose… della situazione negli ospedali, di come la situazione dell’assistenza sanitaria ha effetti sociali e di come le condizioni sociali influenzano la sanità. Insomma, abbiamo aperto un discorso sulla salute in senso generale. Uno dei progetti era quello di occupare un ambulatorio abbandonato da anni dallo stato, in un quartiere di Atene. Il progetto è cominciato nel marzo del 2009. Lo abbiamo portato avanti insieme all’assemblea locale di questo quartiere di Atene, chiamato Petralona. Petralona è un quartiere di circa 15-20.000 persone. Nonostante ciò, ospita una delle più grandi e storiche assemblee locali. Alcune persone facenti parte dell’assemblea dei lavoratori della sanità di cui sopra erano anche membri di questa assemblea locale. Così ci hanno invitato a partecipare e nel marzo del 2009 c’è stata l’occupazione. La nostra idea originaria non si era ancora scontrata con la crisi, poiché non era così ovvio ciò che sarebbe successo nei mesi e negli anni successivi. Il nostro scopo principale non era soltanto offrire un servizio a quella parte di società che non era coperta da un’assicurazione [sanitaria] o che non aveva accesso agli ospedali e all’assistenza sanitaria. Il nostro scopo principale era, in maniera più generale, un diverso approccio alla sanità. Quindi noi volevamo esistere in una maniera diversa, approcciarci ai pazienti diversamente e avere prospettive differenti. Per esempio, noi crediamo che la salute sia qualcosa di cui tutti dovrebbero preoccuparsi, perché chiunque nel corso della propria vita può avere un problema con il proprio stato di salute e aver bisogno di assistenza medica o di un ricovero. Inoltre, dovremmo anche considerare che la salute ha a che fare quasi con ogni cosa: è quello che respiriamo, quello che mangiamo, quello che pensiamo, lo stato delle relazioni con la famiglia, con gli amici… il modo in cui lavoriamo. La depressione sul lavoro è una cosa molto importante che causa danni sanitari, questo è affermato anche dalla letteratura medica ufficiale. La salute è allo stesso tempo qualcosa di veramente generico e di molto complesso, perciò abbiamo cercato di approcciarci alle cose dalla radice, sin dall’inizio. La nostra priorità non è dare un antidolorifico a chi ha dolore, la nostra priorità è mostrare al quartiere quali sono i problemi di salute che possono venire fuori da alcune industrie, dall’aria inquinata, dai ristoranti e dai bar che hanno la musica ad un volume alto e non permettono ai bambini di giocare perché hanno le sedie nel mezzo delle strade, cose del genere. Così è come abbiamo cominciato. Nel corso degli anni le cose sono cambiate ed ora, se parliamo di successo in termini numerici, vanno anche molto meglio: molte più persone vengono da noi perché non hanno accesso al sistema sanitario ufficiale.

Questo ci concede l’opportunità di parlare con loro, di aprire alcune discussioni, rispetto a come questa situazione si è generata, a chi ne ha le responsabilità, a come il potere, e intendo i governi e le persone che prendono le decisioni, abbiano lasciato andare le cose in questa direzione. Allo stesso tempo, abbiamo la possibilità di discutere della nostra responsabilità, non soltanto quella di aver lasciato che queste cose accadessero a causa della neutralità, a causa dell’isolamento nelle case, della chiusura nel privato, della mancanza di partecipazione alla resistenza sociale, dell’aver lasciato che altra gente, i partiti, le autorità prendessero le decisioni più importanti sulle nostre vite. Anche il passo successivo è stato qualcosa di davvero delicato, perché tocca le nostre posizioni personali sulla salute e le nostre esperienze personali circa quest’ultima. Intendo dire che tutti siamo stati influenzati politicamente e culturalmente dall’ambiente sociale in cui viviamo, perciò quando stiamo male o quando siamo malati abbiamo paura di morire e vediamo i dottori come degli dei che faranno miracoli per farci continuare a vivere. Questa è una parte. L’altra parte è che allo stesso tempo siamo lavoratori, e il nostro capo ci chiede di essere in salute per essere produttivi, così ci curano meccanicamente. Un altro fattore è che quando siamo vecchi, attorno ai 75-80 anni, vogliamo vivere anche solo un altro giorno, a qualsiasi costo. Così la questione della qualità della vita è molto delicata perché le persone potenti la tirano fuori quando si tratta di abbattere i costi dell’assistenza sanitaria, ma tale questione è basata su un concetto sociale e culturale che abbiamo nelle nostre menti, nel profondo della nostra mentalità. Ovviamente noi siamo troppo piccoli per dire a tutti che dovrebbero affrontare questo genere di decisioni in un modo diverso, ma quello che proviamo a fare è aprire la discussione con ogni uomo, ogni donna che arriva da noi. Ecco, in sostanza è questo il nostro obiettivo. Un obiettivo radicato nel regno del desiderio: il desiderio di cambiare la nostra vita, il nostro modo di lavorare, di relazionarci ai pazienti, di relazionarci con chiunque, perfino quando il nostro status socioeconomico era differente rispetto a quello che abbiamo ora.

Ok. Una delle cose più interessanti per noi è che il vostro progetto prova ad andare oltre le categorie di dottore e paziente, cambiando in questo modo lo stesso lavoro del medico. Per esempio, facendo circolare alcune conoscenze fra le persone che arrivano da voi. Quindi vorremmo capire meglio come il lavoro nella clinica occupata è diverso dal lavoro di un medico negli ospedali pubblici e nel sistema sanitario ufficiale. Praticamente, quali sono le maggiori differenze? E come cambia il comportamento dei pazienti che arrivano lì?

Se vuoi vedere a che punto sei e valutare il tuo lavoro, devi anzitutto capire quali sono i tuoi obiettivi. Durante questo processo dell’assemblea e dell’occupazione abbiamo avuto un ricambio, un nuovo inizio, perché troppe persone sono andate via e abbiamo stretto una connessione più forte con l’assemblea che sentiva di dover ri-orientare quello che eravamo e quello che stavamo cercando di realizzare. Noi abbiamo una storia di tre anni e mezzo, quasi a metà di questa storia abbiamo effettuato questa rivalutazione ed era perfettamente chiaro, a quel tempo, che noi eravamo un gruppo di lavoro dell’assemblea locale. É stato proprio quello il momento in cui ci siamo prefissati quattro differenti obiettivi. Il primo obiettivo era il più ovvio: offrire aiuto medico alle persone che lo cercavano. Ovviamente questo è solo un titolo, c’è da dire di più. Questo punto potrebbe facilmente essere caratterizzato come un obiettivo tecnico e, per questo motivo, è considerato come il meno importante di tutti. Si tratta di qualcosa che, chiaramente, non abbiamo inventato noi. Un progetto che può essere realizzato anche da un’organizzazione non governativa pienamente finanziata dallo stato o dalle aziende (ovviamente noi non abbiamo nessun tipo di relazione con le istituzioni ufficiali). Era chiaro fin dall’inizio che offrire semplicemente aiuto medico, senza un chiaro progetto politico dietro, senza una lotta contro le decisioni politiche che distruggono la sanità e senza la solidarietà con le altre parti del movimento antagonista, poteva facilmente scivolare nella carità ed era qualcosa che non ci interessava. Il secondo obiettivo era combattere la vacuità della relazione tra medico e paziente, che è una relazione profondamente autoritaria. Come ho spiegato in precedenza, quando il dottore ti visita è come un teatro: lui indossa vestiti costosi, ha un sacco di attestati al muro per mostrare di essere una persona veramente importante, che tu devi tenere in considerazione e di cui, magari, devi anche aver paura. Ti esaminerà quanto più velocemente possibile e ti getterà una diagnosi in faccia dicendo “questa è la mia opinione e dovresti prendere queste pillole. Ciao, ciao”. Magari è una brava persona e ti chiederà della tua famiglia. Questo è quanto!

Ed è proprio quello che vogliamo combattere, per diverse ragioni. Non perché noi non crediamo nella medicina occidentale, perché nei movimenti sociali ci sono tante discussioni su questo. Noi crediamo fortemente nella medicina occidentale, ma crediamo che sia stata invasa dalla commercializzazione, così profondamente da aver cambiato i suoi stessi tratti distintivi. Cosa intendo dire? Sappiamo per certo, e persino loro lo ammettono, che ci sono degli studi clinici, grandi e seri studi clinici, che sono soggetti a errori sistematici, che sono soggetti all’influenza del danaro elargito dalle compagnie che vogliono dimostrare che i loro prodotti sono efficaci. Quindi come medici, come scienziati, bisogna stare veramente attenti ad estrarre le informazioni affidabili dall’oceano di informazioni pubblicate ogni giorno su internet o inviate da compagnie ed istituzioni mediche. Questa è una cosa. Un’altra cosa è che noi vogliamo rompere con quello che ho descritto prima: questo teatro del medico che è qualcuno al di sopra di tutto il resto. E la prima cosa, forse la più importante, è provare ad attivare la responsabilità delle persone rispetto a loro stessi, ai loro corpi, alla loro salute. Quindi quello che proviamo a fare è dare loro delle informazioni che riteniamo affidabili. Così allo stesso tempo noi siamo tecnici (è vero che abbiamo un tipo di conoscenza specifica), amici, compagni, qualcuno di cui potersi fidare. Noi diamo loro alcune informazioni e proviamo a capire insieme cosa può essere meglio per loro. Questo non è semplice come si potrebbe pensare. In particolar modo con le persone che non hanno a che fare con l’attivismo, con la politica, o con quello che ti pare, è davvero difficile di primo impatto renderli attivi, perché di solito ti dicono “tu sei il dottore… tu devi dirmi!”. E quindi tu devi fare un passo indietro e dire “ok, questa è la mia opinione ma io ho basato questa opinione su uno, due, tre avvenimenti della mia esperienza, ma anche tu hai un’opinione!”. A volte tu [come dottore] hai un’opinione molto forte e definita.

Ma è davvero molto comune che un problema di salute non abbia una soluzione definita. Se stiamo parlando di assistenza medica di base, probabilmente la maggior parte delle patologie sono auto-limitanti o possono essere controllate senza l’ausilio di medicine. Ci sono tre gradi dell’assistenza medica, e in questo caso noi stiamo parlando solo del primo. Il terzo grado è un ospedale veramente grande, fantastico, con competenze chirurgiche e macchinari per le TAC e le risonanze magnetiche. Questo è davvero importante e molte vite sono salvate in questi luoghi ogni giorno, ma è una piccola parte dei problemi di salute, è solo la punta dell’iceberg, ciò che è visibile e riconoscibile. Per noi focalizzarci sulla base, sul primo grado dell’assistenza sanitaria, è stata una scelta oculata. Abbiamo preso questa decisione non solo perché è più semplice in termini materiali (ovviamente era difficile procurarsi della tecnologia medica costosa o occupare una sala operatoria), non solo perché ci dà l’opportunità di essere coinvolti nella vita quotidiana di un quartiere, ma principalmente perché crediamo fermamente che sia l’approccio più valido alla sanità. Un approccio che mette l’uomo al centro, che previene i problemi ed assicura salute psicologica. L’80% delle persone ha semplicemente bisogno del primo grado di assistenza sanitaria. E l’80% di questo 80% rimane lì, senza bisogno di andare oltre, negli altri gradi. Questo è qualcosa di risaputo nella letteratura medica e noi l’abbiamo riscontrato: su 10 persone che vengono da noi 8 ci restano, nel senso che possiamo dare loro una soluzione. Quindi questo è il nostro secondo obiettivo, ne ho parlato a lungo perché è probabilmente il più importante. L’altra cosa che facciamo rispetto a questo obiettivo riguarda le persone dell’assemblea che non lavorano nella sanità, ma lavorano con noi ogni settimana, ogni volta che siamo aperti. Loro sanno come riconoscere ciò che è veramente importante, come raccogliere le storie cliniche in maniera affidabile e sanno quali sono i loro limiti. Perché magari qualcuno potrebbe pensare di poter fare completamente il lavoro di un medico, che ovviamente non è ciò che noi vogliamo. Nonostante questo, possono avere delle competenze specifiche, che sono davvero importanti perché riguardano malattie molto comuni. Per esempio, possono misurare la pressione o la glicemia, conoscono il primo soccorso. Sono quindi nella posizione di poter raccogliere la storia clinica in maniera affidabile. Questa è l’apertura ai membri dell’assemblea e l’apertura al pubblico, alle altre persone che non vogliono far parte della nostra assemblea. Ogni mese teniamo una lezione, una “anti-lezione”, qualcosa che a volte è tenuta da un medico o a volte da un medico e un non-medico che finge di aver preso delle medicine che hanno avuto effetti negativi o che ha problemi con le medicine… cose del genere. O magari qualcuno che non è un medico trova qualcosa nella letteratura [medica] e lo presenta, e a noi tocca, insieme al medico, discutere se questo qualcosa è affidabile, se è buono. Quindi è una specie di workshop su come puoi trovare informazioni affidabili, e devi sapere che puoi farlo, ma devi anche conoscere i tuoi limiti. In un altro mondo, in un mondo libero, le persone potrebbero prendersi cura di loro stesse fin dove riescono a farlo e, allo stesso tempo, senza essere pericolose.

Ritengo che questa sia la cosa più importante che abbiamo da offrire: quando arriva un paziente noi gli proponiamo di discutere il suo problema in maniera assembleare. Quindi ci sediamo e, se lui è d’accordo, procediamo in questo modo. Nell’assemblea ci sono sia medici, che non medici. In questo modo proviamo a capire se c’è una prospettiva sociale, che è davvero, davvero comune. A volte le persone che non sono medici possono dare una soluzione perché hanno esperienze simili. A volte, e questo è veramente importante, organizziamo gruppi di pazienti con la stessa malattia, malattie croniche intendo, che in qualche modo li definiscono [socialmente] perché impongono loro un certo modo di vivere. Abbiamo gruppi di persone con la depressione. Si incontrano ogni settimana. Alcuni di loro hanno una definizione psichiatrica, altri no, sentono semplicemente le voci. E loro lo trovano d’aiuto, al momento dura da un anno. L’ultima cosa che vorrei dire su questo è che la grande maggioranza dei nostri pazienti ha problemi psicologici. È la causa principale per cui i pazienti vengono da noi. Quindi questo era il secondo obiettivo, davvero grande. Il terzo è veramente piccolo. È che noi ci consideriamo come un collettivo politico, quindi non dimentichiamo che siamo in uno spazio che ha due nemici: un nemico è lo stato, che attacca l’assistenza sanitaria, attacca i diritti delle persone e dei pazienti, quindi noi dobbiamo resistere in qualche modo. Uno dei canali di resistenza è l’ambulatorio stesso. Partecipiamo anche ad altri canali di resistenza, come i sindacati del servizio sanitario, ma [l’attività che svolgiamo nell’ambulatorio] è qualcosa di profondamente diverso perché vogliamo spronare le persone che non sono professionalmente coinvolte nella sanità a reagire, perché questo è un diritto. Quindi noi discutiamo, andiamo negli ospedali e diamo volantini, sia ai pazienti sia ai medici. Quando per la prima volta è stato introdotto un ticket per farsi visitare in ospedale, siamo stati i primi ad andare là e a bloccare le casse, a bloccare questa procedura. Questa azione ha avuto una risonanza talmente grande che praticamente ogni gruppo coinvolto nella resistenza sociale, perfino i partiti del Parlamento, la hanno replicata: bloccare le casse degli ospedali è diventata una pratica veramente comune. Questo è qualcosa che abbiamo offerto al campo della resistenza sociale.

Ed è qualcosa che noi non dimentichiamo. Questo è un nemico: lo stato. Gli altri nemici siamo noi stessi, la parte migliore di noi stessi. Nella nostra occupazione abbiamo diversi gradi di libertà, che non è totale, ma ci sono alcuni gradi di libertà, così noi proviamo a rendere tutto e noi stessi sempre migliori. Per questo dobbiamo fare i conti con le nostre prospettive, con le nostre possibilità e con le cose che succedono fuori. Il quarto obiettivo è che noi vogliamo questa cosa: lavorare come un faro, come un esempio per gli altri affinché prendano la parte buona ed eliminino la cattiva, affinché gli altri facciano meglio, rendano più grande quello che facciamo e non si limitino soltanto a replicare o a copiare… Io sono stato uno di quelli che hanno proposto questo progetto, nonostante non credessi che sarebbe durato a lungo e non credessi in alcun tipo di successo. Quello che avevamo veramente in testa era un esperimento per gli altri che sarebbero venuti dopo. Fortunatamente è [un progetto] ancora vivo, che ha offerto alcune cose, che ha fallito in molte più cose di quelle in cui ha avuto successo. Ma l’aspetto più importante è che altre persone lo hanno visto, hanno condiviso l’esperienza, sono stati lì, hanno visto quello che abbiamo fatto e, perfino vedendo soltanto il nostro blog, hanno realizzato qualcosa di simile. Così ora abbiamo circa dieci occupazioni simili di cliniche sociali, già pronte o quasi pronte.

…dieci ad Atene o in tutta la Grecia?

Dieci in tutta la Grecia. La più grande è a Salonicco. Ce ne sono anche a Rethymno, a Volos e in altri cinque o sei quartieri di Atene. Quindi sono quasi dieci. E anche a Patrasso. Un punto veramente importante è che noi siamo stati criticati, in primo luogo, perché questa cosa poteva essere facilmente incorporata dal sistema, perché era facile che qualcuno considerasse questa cosa come carità. É qualcosa che molti altri hanno provato a fare, soprattutto negli ultimi anni, con la crisi che incalza ed esplode ogni giorno. Sono state realizzate alcune cliniche simili, dalla chiesa o dalle associazioni mediche, che in modi diversi sono state pubblicizzate bene e hanno avuto grande supporto dalla Tv che le mostrava continuamente, dicendo: “guardate queste persone! Loro stanno cercando di aiutare”. Ma alcune persone conoscono la differenza e vengono da noi proprio perché sanno che c’è qualcosa di veramente diverso. Questo è il nostro quarto obiettivo. Penso che in qualche modo li abbiamo raggiunti tutti. Per questo siamo convinti di aver fatto qualcosa che ha avuto successo, nonostante i tanti fallimenti che ho già menzionato. Allo stesso tempo devo ammettere che abbiamo così tante idee, così tante speranze, che non potranno mai uscire fuori tutte quante. Quindi, se vogliamo dare un segno è positivo, ma ci sono anche degli aspetti molto negativi dai quali proviamo a trarre insegnamento, per noi e per tutti coloro che sono interessati.

Un’altra domanda riguarda il modo in cui vi relazionate alle altre nove esperienze simili alla vostra. Solo per capire quali sono i punti in comune e quali le differenze, e se c’è un livello di coordinamento dell’attività politica fra queste dieci cliniche sociali delle quali hai parlato.

Lo scorso maggio si è tenuta ad Atene una conferenza in cui abbiamo invitato tutte queste cliniche. Alcune non sono potute venire per questioni materiali, ma abbiamo comunicato con tutte. Abbiamo proposto di creare una rete su due livelli: il primo livello è quello locale, rispetto a cui abbiamo provato a connetterci con le altre cliniche di Atene per scambiare medicine o servizi medici, perché noi abbiamo molte medicine e alcune persone ne hanno bisogno nelle altre cliniche. Atene è una città veramente grande, di oltre 4 milioni di persone, quindi proviamo a scambiarci: a) medicine; b) magari anche alcuni medici, che hanno particolari specializzazioni e vanno in più di uno di questi ambulatori. Il secondo livello è con le cliniche in tutta la Grecia, cui abbiamo proposto di scambiare lezioni. E loro hanno accettato. Intendo che se noi abbiamo una presentazione pronta, la diamo a loro. Quindi è un campo aperto, siamo solo all’inizio, la maggior parte delle altre cliniche sono veramente recenti o ancora non sono state presentate, ma tutte ci hanno contattato per condividere qualcosa, quindi non so cosa accadrà il prossimo anno.

Quali sono le caratteristiche particolari del vostro ambulatorio rispetto agli altri? Siete specializzati in alcuni campi medici o no?

Questa domanda ha due livelli. Il primo livello è tecnico, intendo quanti dottori partecipano e che tipi di servizi possono offrire. A Salonicco hanno molti più dottori di noi, ed hanno strutture che noi non abbiamo. Per esempio, loro hanno un dentista con attrezzi odontoiatrici che noi non abbiamo. Noi abbiamo un elettrocardiografo che ci è stato donato da un sindacato, perché uno dei membri di questo sindacato è venuto da noi ed ha risolto i suoi problemi. Quindi, non per gratitudine ma per solidarietà, ha preso l’iniziativa di raccogliere soldi tra i membri del sindacato. Così ci hanno comprato l’elettrocardiografo. Questo rispetto al livello tecnico, che io ritengo sia secondario. Qualcuno potrà dire che le principali differenze non sono poi così grandi, ma allo stesso tempo sono importanti e riguardano il livello politico. Per esempio, la nostra clinica ha deciso in maniera chiara e definitiva che non vuole nessuna relazione con qualsiasi tipo di istituzione, come lo stato, i ministeri, i municipi, le aziende, gli sponsor, i partiti politici, e cose di questo genere. Come ho già spiegato ci sono due tipi di cliniche ambulatoriali, tra quelle simili a noi credo che nessuna voglia avere niente a che fare con le istituzioni, però, per esempio, la clinica di Salonicco ha accettato l’offerta del rappresentante del sindacato di prendere un edificio.

Stai parlando dell’ospedale occupato a Kilkìs, vicino Salonicco?

No, a Kilkìs hanno occupato l’ospedale dove già lavoravano. L’ospedale è stato occupato dai lavoratori per poche settimane. È stato qualcosa di diverso. E dopo questo, l’associazione medica locale ha provato qualcosa di simile ad un ambulatorio. Ma [la clinica sociale di] Salonicco è qualcosa di diverso, perché loro hanno parecchi dottori di vari ospedali e hanno rilasciato molte interviste alla televisione, cosa che noi abbiamo deciso di non fare. Comunque questa non è la cosa più importante. Non voglio dividere questo tipo di esperienze. È solo un diverso punto di vista. Non abbiamo niente da condividere, ma abbiamo tante cose in comune.

Rispetto al livello tecnico che hai appena menzionato, ci piacerebbe sapere come riuscite a farlo funzionare. Ad esempio, come rimediate le medicine? Come ottenete le apparecchiature?

Precedentemente non ho detto che siamo stati avvicinati da importanti canali televisivi stranieri. Dalla Grecia mai, ma dall’estero sono arrivate la BBC e TV5, dalla Francia, per un’intervista, e ovviamente noi abbiamo declinato. Abbiamo declinato ed abbiamo spiegato il perché. Soprattutto il giornalista francese era così sconvolto che non riusciva a capire la ragione per la quale ci rifiutavamo di parlare con lui. Ma quando gli abbiamo spiegato il perché, ha detto: “Ok, avete ragione!”. Abbiamo detto che noi crediamo che sia un’istituzione che aiuta il nemico. E alla fine della conversazione lui ha detto: “Per come l’avete messa, sì, avete ragione”. Quindi, dicevamo… come troviamo gli strumenti tecnici. In primo luogo, siamo in un edificio che era usato fino a cinque anni prima che vi entrassimo come un’unità di assistenza sanitaria di primo grado. Quindi le persone ci andavano per i vaccini, c’era un ginecologo, c’erano lezioni per le mamme, cose così. Ma è stato abbandonato dallo stato. È stato chiuso, quindi noi abbiamo provato ad entrare sia simbolicamente, che praticamente, per affermare che lo stato aveva promesso qualcosa, lo stato mente, e noi, le persone, tutti, senza nessun tipo di gerarchie, apertamente, in modalità assembleare, stiamo provando a prendere le nostre vite nelle nostre mani e il primo passo è prenderci cura della nostra salute. Quindi alcune cose le abbiamo ereditate da questa unità di assistenza sanitaria che lavorava lì. Il secondo modo te l’ho già accennato: sono offerte delle persone. In particolar modo le medicine. Molte persone arrivano con pacchi di medicine. E dei sindacati. E di altri gruppi che appartengono alla galassia della resistenza sociale. In entrambi i casi ci danno soldi, o molti di loro ci danno attrezzature. Mi sembra di averlo detto in maniera chiara: la solidarietà è la nostra arma.

Un’altra domanda riguarda il tipo di persone che frequentano la clinica. Per esempio, appartengono ad una classe sociale in particolare? Sono giovani, migranti, persone anziane? E stiamo parlando sia degli attivisti, che dei pazienti che la frequentano. Abbiamo inteso che si tratta di una specie di categoria mista…

In primo luogo, dichiaro l’obiettivo che ci siamo posti. Il titolo del nostro volantino di benvenuto è: “nella casa della salute, tutti sono i benvenuti”. Ma quando diciamo tutti, intendiamo tutti tranne coloro i quali vogliono venire da noi e parlare o comportarsi da fascisti, razzisti o sessisti. È l’unica eccezione che facciamo. Tutti sono benvenuti. Questo significa che non puntiamo solo alle persone che non hanno assistenza medica, ai migranti, ai nullatenenti. Vogliamo anche la gente normale, quella della porta accanto, perché siamo interessati alla loro mentalità, al modo in cui pensano e vogliamo prendere alcune decisioni circa le loro vite insieme. Ovviamente molte delle persone che arrivano sono politicamente sensibili. Membri dell’assemblea, loro amici, etc. Vengono anche da altre assemblee di Atene. Ma noi teniamo un registro e ci siamo resi conto che, per ora, la maggior parte delle persone non è di questo tipo. La maggior parte di loro è gente del quartiere, senza alcun tipo di coinvolgimento politico. La maggioranza di queste persone, come vi ho detto, soffre dei problemi comuni, classici, che puoi riscontrare in un paziente ambulatoriale. E ad ogni modo, ripeto, abbiamo un sacco di gente con problemi psicologici, cosa che riflette la situazione della società in generale. Abbiamo un aumento dei suicidi, che alcuni stimano attorno al 300%. Quindi i problemi che arrivano da noi sono problemi cronici. Noi non rispondiamo ad emergenze, non abbiamo l’opportunità di coprire 24 ore, ovviamente. Siamo aperti solo per poche ore, 2-3 pomeriggi a settimana. Questo vuol dire che abbiamo a che fare con i classici problemi cronici.

Come il contesto politico generale influenza il vostro lavoro? Per esempio, in che modo la crescente repressione statale degli ultimi giorni, degli ultimi mesi, influenza il vostro lavoro quotidiano?

Per essere onesti, noi non abbiamo ricevuto nessuna minaccia e non abbiamo nessun tipo di problema con le autorità, al momento. Indirettamente, siamo coinvolti poiché assistiamo molte persone che hanno grossi problemi, problemi dovuti agli arresti e, in maniera più consistente, a quello che accade durante i cortei. Per esempio, abbiamo persone che sono state seriamente ferite alla testa. Uno di loro era in uno stato di pericolo veramente serio, rischiava perfino la morte. E ora rimarrà stordito per mesi. Altre persone hanno perso l’udito a causa delle esplosioni. Quindi abbiamo vittime della repressione della polizia. O persone con problemi ortopedici, gambe rotte, braccia rotte. Qualcosa con cui abbiamo a che fare davvero spesso.

Magari vuoi dire qualcosa di cui non abbiamo ancora parlato…

Solo una cosa. Ho detto abbastanza, credo. Ma vorrei ringraziare tutti quelli che ci mostrano solidarietà dall’estero, è qualcosa di davvero importante per noi. Dimostra che ciò che facciamo, almeno, è qualcosa che viene conosciuto, che viene rispettato dalle persone che vivono negli altri paesi. Vorrei dire che se volete essere davvero solidali con noi, non ne parlate con una sorta di ammirazione, non ritenete sufficiente inviare soldi o materiali. Dovreste fare qualcosa di simile. È qualcosa di praticabile, e vale la pena provarci...

Scritto da Assemblea di Medicina e Anomalia Sapienza

Fonte: http://www.unicommon.org/index.php?option=com_content&view=article&id=4003:resistiamo-in-salute-dallambulatorio-occupato-di-petralona-ad-atene&catid=86:speciali

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Spagna: la difesa della sanità pubblica. Intervista al dottor Marciano Sanchez Bayle

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Ultimo aggiornamento Martedì 25 Dicembre 2012 16:07

Perchè il debito pubblico con Monti è aumentato?

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Da più di un anno si è affermata la vulgata secondo cui l'aumento del debito pubblico porta alla crescita degli interessi sul debito pubblico e dello spread, il differenziale con i tassi tedeschi. A questo concetto è connessa l'idea che una politica di rigore, riconducendo sotto controllo il debito, può ridurre spread e interessi. Il Presidente Napolitano, proprio allo scopo di risolvere la situazione di crescita del debito e salvare l'Italia dall'insolvenza e dal baratro, ha nominato Monti che ha applicato una politica di rigore.
Di Domenico Moro
Resistenze
Ora, però, a distanza di una anno dal suo insediamento accade una cosa strana: il debito pubblico è aumentato ancora. E di molto: la soglia psicologica dei 2mila miliardi è stata sfondata, raggiungendo i 2.014.693 miliardi di euro. La cosa più bizzarra, però, è che nell'anno montiano, tra novembre 2011 e ottobre 2012, il debito è aumentato del 5,3%, mentre tra novembre 2010 e ottobre 2011, Berlusconi presidente, il debito era cresciuto del solo 2%. In assoluto con Monti il debito è aumentato di quasi 102 miliardi, mentre nell'anno precedente l'aumento fu di 38 miliardi.
Altro fenomeno, apparentemente inspiegabile secondo la logica imperante, è il fatto che lo spread sia diminuito.
Ma andiamo per ordine. Perché il debito è aumentato? La politica di aumento dell'imposizione fiscale di Monti ha portato ad un incremento delle entrate fiscali, tra gennaio e ottobre 2012, di 8,75 miliardi rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. In termini percentuali l'aumento delle entrate fiscali è stato del 2,9%, mentre nel 2011 sul 2010 fu dell'1,5%. Forse allora sono state le spese ad essere aumentate in misura tale da annullare l'effetto delle maggiori imposte? Neanche questo è vero, o meglio non del tutto, perché le spese, tra gennaio e ottobre 2012, sono cresciute di 10,5 miliardi. In percentuale l'aumento è stato del 3%, mentre tra 2011 e 2010 fu del 3,7%.
Se andiamo a scartabellare il Bollettino della Banca d'Italia ci accorgiamo, però, che c'è una tabella in cui si evidenziano le erogazioni dello stato italiano a favore dei vari fondi salva stati, in particolare attraverso accordi bilaterali o direttamente all'EFSF. Tali erogazioni passano dai 3,9 miliardi del 2010, ai 13,12 del 2011 e crescono velocemente per tutto il 2012 fino ad arrivare alla bella cifra di 30,2 miliardi. Bisogna osservare che, quando uno stato presta all'EFSF, i fondi vengono ascritti come passività al suo debito pubblico, che di conseguenza ne risulta aumentato.
Ecco, dunque, che la "povera" Italia, in predicato di finire nel baratro, in realtà si è fatta finanziatrice di altri Paesi, senza prendere nulla dall'Europa ed anzi dando un contributo decisivo a mettere le pezze ad un sistema che fa acqua da tutte le parti. Un po' strano per un Paese che doveva ridurre il proprio debito innanzi tutto. Un'altra conclusione da trarre è che nei fatti non esiste una correlazione diretta e necessaria tra aumento del debito ed aumento dei tassi di interesse e dello spread, come le vicende di altri Paesi, dal Giappone agli Usa dimostrano.
Infatti, nonostante l'aumento del debito in assoluto ed in percentuale sul Pil, spread e tassi d'interesse sono diminuiti. Tale diminuzione dipende più che da Mario Monti dall'altro Mario, Draghi, che ha deciso l'intervento della Bce mediante strumenti anti-spread ed ha erogato liquidità alle banche dei vari Paesi, che hanno acquistato titoli di stato, riducendone i tassi d'interesse. Infatti, i tassi, scesi subito dopo l'arrivo di Monti, sono risaliti dopo poco, e sono scesi ancora e definitivamente solo dopo i vari interventi della Bce.
Comunque, il calo dei tassi di Bot e Btp non ha giovato granché al miglioramento delle condizioni di prestito a famiglie e piccole e medie imprese. Anche la rinnovata fiducia degli investitori internazionali, grazie alla ritrovata credibilità italiana, anche questa attribuita al solito e sobrio Monti, sembra essere alquanto esagerata. Infatti, i titoli italiani in mano ad investitori esteri sono scesi dai 796,85 miliardi del 2010 ai 721,7 del 2011 e ancora ai 676,5 di settembre 2012. Viceversa, i titoli detenuti dai nostri istituti finanziari sono saliti dai 541 miliardi del 2010 ai 698 del settembre 2012, quelli della Banca d'Italia da 66 miliardi a 99 miliardi, e quelli in mani di altri residenti da 145 a 197 miliardi.
Non vogliamo dire che debito, spread o alti tassi d'interesse sono una stupidaggine. Vogliamo dire che sono volutamente esagerati o comunque utilizzati come strumento sia per attaccare le posizioni del lavoratori (salario e stato sociale) e dei settori non monopolistici della società sia per regolare conti interni ai gruppi dominanti. Inoltre, certamente non si risolvono con politiche di rigore del tutto inutili. Dietro chi appoggia Monti e in genere dietro chi si fa promotore della agenda "europeista" ci sono forze che utilizzano l'Europa per una profonda ridefinizione degli assetti istituzionali, sociali ed economici continentali.
20 dicembre 2012
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Ecco i maya: gli zapatisti in marcia dai caracoles

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In silenzio migliaia di maya dalle basi d'appoggio dell'Ezln hanno manifestato nelle piazze teatro della rivolta del '94. Si aspetta un messaggio

zapatisti_marciaNel momento in cui molti sprovveduti credevano che il mondo sarebbe finito, le comunità maya dalle basi di appoggio dell'EZLN, con il volto coperto, molti i giovanissimi, perfettamente formati in silenzio, sono restati in attesa sotto una pioggia persistente e insolita.

Migliaia di sostenitori zapatisti da cinque caracoles (i municipi autonomi degli indios) di buon'ora hanno occupato le piazze centrali di Ocosingo, San Cristobal de las Casas e Las Margaritas, le città teatro della rivolta del 1994.

Alle 6:30 locali erano in seimila fuori Ocosingo e hanno cominciato a riunirsi nei pressi di Forest University, e da lì hanno marciato verso il centro della città. Nella piazza principale, dove hanno creato un santuario sono restati circa tre ore durante le quali sono tranquillamente saliti sul palco per sfilare con il pugno alzato e poi si sono ritirati in completo silenzio. Secondo i rapporti, erano ancora di più a Las Margaritas, almeno 7000 indios. Si prevede che il Comitato Indigeno Rivoluzionario Clandestino Generale dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) emetta un messaggio nelle prossime ore.

Guarda il video

Link: Marcos svela «il rumore del mondo che crolla»

Checchino Antonini

tratto da http://www.globalist.it

22 dicembre 2012

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Ultimo aggiornamento Lunedì 24 Dicembre 2012 13:41

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