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INTERNAZIONALE

Tutte le banche centrali si stanno trasformando in bad banks

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Intervista con Ernst Lohoff e Norbert Trenkle sulla crisi economica e finanziaria (I parte) a cura di Reinhard Jellen, apparsa originariamente su Telepolis, Heise Zeitschriften Verlag (1.8.2012)

Nuvole nere all’orizzonte: mentre in Europa le economie rischiano di cadere come le pedine del domino e la fine dell’euro è in vista, le contro-misure politiche adottate(1) sembrano per contro – nonostante le dimensioni assurde della crisi (la Germania ha, ad esempio, attualmente(2) per un debito complessivo € 644.000.000.000) – destinate ad essere sempre meno efficaci.

crisi_toxic_assetsQualsiasi soluzione al problema sembra trasformarsi di fatto in un problema ancora più grande e continuare ad aggravare ed approfondire la crisi economica, debitoria e finanziaria. Questa crisi,(3) con la prospettiva del crollo dell’ultima bolla finanziaria rimasta, cioè quella del credito statale con la minaccia dell’inflazione, potrebbe far apparire il Venerdì nero del 1929 come una piacevole passeggiata in una soleggiata Domenica di Pasqua. Pubblichiamo qui un colloquio con Ernst Lohoff e Norbert Trenkle del gruppo Krisis, che individuano nel loro libro “La grande svalutazione”(4) la nostra epoca come il momento storico in cui l’economia borghese incontra i suoi limiti definitivi.

-Che cosa si capisce con Marx sulla crisi attuale(5) meglio che con altri teorici?

Ernst Lohoff:
Innanzitutto è necessario tenere presente il dibattito attuale sulla crisi, che è caratterizzato da una bizzarra discrepanza. Da un lato si afferma che si tratta di una crisi di “proporzioni storiche”, e ogni due settimane c’è un nuovo vertice alla fine del quale i principali leader annunciano che avrebbero salvato l’economia mondiale proprio poco prima della caduta definitiva. D’altra parte, però, le spiegazioni per questo drammatico sviluppo sono estremamente scarse. Il dibattito ufficiale sulla crisi si muove al livello dell’idraulico dilettante che ripara qua e là un paio di tubi, mentre al piano inferiore la cantina è allagata. Vengono discusse tutta una serie di misure finanziarie e tecnologiche, ma nessuno sa esattamente che cosa ne verrà fuori, perché manca un’analisi teoreticamente fondata del processo di crisi in corso.

Gli esperti delle dottrine economiche prendono apertamente atto del fallimento della loro disciplina. Per esempio, il professore di Harvard ed ex capo economista del FMI, Kenneth Rogoff, ha detto recentemente in una rivista di settore,(6) che i molto eleganti modelli economici, che hanno dominato il mondo accademico per decenni, sono, in pratica, “molto, molto inutili. Quando il grande shock è arrivato, hanno dimostrato di essere senza valore”.

-A che cosa è dovuto questo fallimento totale?

Ernst Lohoff:
Noi pensiamo che sia già nel modo di porre la questione. La questione fondamentale della nostra epoca di crisi è davvero evidente. Perché una società, la cui capacità produttiva è esplosa, dove cioè si può produrre una ricchezza infinita, si renderebbe conto che probabilmente “ha vissuto oltre le proprie possibilità”? La risposta a questa domanda si trova in Marx – sempre che lo leggiamo criticamente e contro l’interpretazione del marxismo tradizionale e della cosiddetta “Marx-Renaissance”, a cui stiamo assistendo proprio adesso.

“Il capitale” di Marx non inizia con l’antagonismo tra capitale e lavoro, ma con la “forma elementare” della società capitalistica: la merce. Marx mostra che la contraddizione fondamentale si trova già proprio nella merce, ed è attraverso questa contraddizione che si possono spiegare le crisi del capitalismo in generale e la crisi attuale in particolare. È la contraddizione tra due diverse forme di ricchezza: la ricchezza materiale, che si esprime nella produzione di beni, e la ricchezza astratta, che viene rappresenta nella categoria del valore e gestita come denaro.

Sotto le condizioni del moderno modo di produzione delle merci, cioè nella società capitalistica, la ricchezza materiale viene sempre e solo prodotta nella misura in cui può anche esistere come valore, nella misura cioè in cui essa contribuisce alla valorizzazione del capitale. La produzione di beni è qui sempre e solo un mezzo per un fine, ad essa esterno, cioè al fine autoreferenziale di fare più soldi dai soldi. Se tale obiettivo non può essere soddisfatto in quanto l’impiego di capitale non trova sbocchi, si blocca anche la produzione di ricchezza materiale: vengono così distrutte merci perché non più vendibili, nonostante bisogni di masse enormi rimangano insoddisfatti. Ad esempio, le persone devono vivere in tende, mentre le loro case restano vuote, solo perché esse non sono più in grado di pagare i loro prestiti.

-Che cosa caratterizza la crisi economica della società borghese, rispetto ad altre epoche?

Norbert Trenkle:
In linea di principio si può dire che le crisi nel capitalismo non nascono dalla mancanza, ma sorgono dall’eccesso e in mezzo a questa abbondanza. Questa è una follia, che l’economia politica ufficiale non può spiegare, perché essa naturalizza la produzione di ricchezza astratta. La produzione di merci le appare come una forma quasi naturale di attività economica umana. Pertanto, non ha occhio per la contraddizione interna tra produzione di ricchezza materiale e produzione di ricchezza astratta ed è cieca sulle cause di fondo(7) del processo di crisi.

-Che tipo di crisi economica è esattamente quella presente?

Ernst Lohoff:
Marx distingue tra le crisi generali e specifiche, ed afferma: “Tutte le contraddizioni della produzione borghese vengono collettivamente ad esplosione nelle crisi mondiali generali, nelle crisi particolari (particolari secondo il contenuto e l’estensione) solo in maniera dispersa, isolata, unilaterale”.(8) Di conseguenza, nessuna crisi nella storia del capitalismo si è meritata il titolo di “crisi generale” come l’attuale, quella cioè che si è manifestata dopo il crollo del 2008. Si tratta di un intero sistema di crisi parziali che sono reciprocamente dipendenti, sovrapposte e costruite l’una sull’altra.
Ci sono due livelli che devono essere tenuti separati analiticamente. Prima di tutto, vi è una crisi strutturale della produzione di valore reale. Ciò almeno già dagli anni ’70, anche se in modo “sotterraneo”, e questa crisi non è mai stata superata e nemmeno può esserlo, perché deriva dal fatto che la produttività è troppo alta per tenere in piedi il processo di valorizzazione del capitale. Il capitale deve moltiplicarsi, altrimenti cessa di essere capitale, e per far ciò un numero sempre crescente di lavoratori deve essere impiegato nella produzione di merci. Al tempo stesso, però, la concorrenza incoraggia una inarrestabile corsa verso la produttività, la quale comporta la sostituzione di forza lavoro vivo con beni strumentali. Questa è la contraddizione interna di base del modo di produzione capitalistico, che alla fine si rivolge necessariamente contro di esso. Vale a dire, se la produttività è così alta che la forza lavoro di massa è in esubero, vengono messi in discussione i fondamenti stessi della valorizzazione del capitale. Proprio questo è ciò che costituisce il nucleo fondamentale della crisi strutturale, nella quale il sistema capitalistico mondiale è incappato dalla fine del boom del secondo dopoguerra.

-E qual è l’altra componente essenziale della crisi?

Norbert Trenkle:
Questa crisi appena descritta è stata ignorata per decenni grazie alla bolla dei mercati finanziari. Dopo le crisi degli anni 1970 l’accumulazione di capitale sociale complessivo tornò di nuovo in pista e l’economia mondiale in crescita. Tale crescita, tuttavia, non proveniva più dalla produzione di valore effettivo grazie all’utilizzo di forza lavoro, ma dalla crescita esplosiva del capitale finanziario industriale. Poiché il settore finanziario ha messo sempre più titoli (di debito, di capitale, derivati) in circolazione, con questo trucco ha trasformato valore futuro, cioè valore che non ancora prodotto – e forse non lo sarà mai – in ricchezza astratta.

Questa accumulazione di capitale attraverso l’anticipazione di valore, che da lungo tempo ha assunto proporzioni astronomiche, è però essa stessa finita in crisi. Il costante aumento dei titoli, senza i quali il capitalismo non può più sopravvivere, procede, anzi accelera ancora di più, ma solo perché questa attività è ora gestita dagli stati, e soprattutto dalle banche centrali. Gli stati spingono il loro debito al massimo e le banche centrali concedono eccessivo credito alle banche private con tassi di interesse pari a zero, mentre allo stesso tempo acquistano titoli di Stato, che altrimenti nessuno acquisterebbe più. Ma anche qui vengono lentamente raggiunti i limiti, come la crisi dell’euro(9) mostra.

-Come è cambiato il ruolo delle banche centrali nel corso della crisi finanziaria?

Ernst Lohoff:
Con il termine “capitale fittizio” ognuno pensa innanzitutto alla forma fittizia del capitale nelle mani di attori economici del settore privato, alle pretese delle banche commerciali verso i loro debitori, alle azioni e ai titoli di stato che sono nelle mani delle compagnie di assicurazione, dei fondi pensione o degli investitori privati. Nella misura però in cui le valute si sono sganciate dall’oro, è diventato importante un altro attore per la formazione di capitale monetario nel settore finanziario e industriale, e cioè la banca centrale. La politica monetaria non significa altro che le autorità monetarie possono determinare l’ammontare del capitale monetario fittizio. Questo può essere fatto indirettamente, ad esempio attraverso la costituzione di riserve minime che le banche commerciali non possono dare in prestito.

Molto più importante però è un altra cosa: le banche centrali stesse scendono in campo in quanto operatori di mercato sui mercati monetari e dei capitali e accumulano capitale fittizio. La cosiddetta “creazione di moneta” consiste nel fatto che le banche centrali concedono prestiti alle banche commerciali, in modo da acquistare promesse di pagamento. Quando la banche centrali riducono gli interessi su tali prestiti, alimentano la formazione di capitale fittizio. L’aumento dei tassi di interesse ha invece l’effetto contrario. Questa politica dei tassi di interesse ha svolto fino ad oggi un ruolo centrale per il superamento delle crisi nell’era del capitale fittizio. Anche per esempio nella grave crisi della “new economy” all’inizio del nuovo millennio, dove è stato possibile rivitalizzare l’accumulazione privata del capitale fittizio attraverso drastici tagli dei tassi di interesse.

Nutrita dal credito a basso costo è nata però la bolla immobiliare, la quale ha fatto tornare in crisi la già debole economia reale. Nella crisi attuale però si vede qualcosa di ancora diverso. Al fine di evitare il collasso del sistema finanziario, le banche centrali devono adottare una politica di zero tassi di interesse, la quale fornisce poi la materia prima per nuove bolle, e accollarsi insieme sempre più titoli tossici e concedere prestiti su larga scala dove nessuno altrimenti lo farebbe più. Durante la fase acuta della crisi nell’autunno del 2008, esse si sono limitate a sostituire il mercato interbancario crollato. Normalmente sono le banche internazionali a prestarsi l’un l’altra, in tempi brevi, denaro che in quel momento non usano. Dopo il fallimento di Lehman Brothers, però, la reciproca diffidenza era così grande che questo tipo di flusso di denaro si prosciugò e le banche private potettero ricevere credito oramai solo dalle banche centrali.

Ancora più grave di questo salvataggio a breve termine è che le banche centrali sono diventate, su larga scala, acquirenti di titoli di Stato al fine di evitare che il mercato di questi titoli crolli e gli Stati dichiarino bancarotta uno dopo l’altro. Ma la crisi del sistema bancario continua a covare sotto la cenere. Le banche centrali stanno rischiando molto alimentando le banche in difficoltà commerciali con finanziamenti a lungo termine, che naturalmente devono poi essere ammortizzati in caso di fallimento.

Siano esse la Fed o la BCE, tutte le banche centrali si stanno trasformando in bad banks. Esse stanno pompando come pazze capitale monetario nel sistema bancario mentre la qualità delle loro riserve si sta rapidamente deteriorando, poiché esse consistono in una sempre più alta percentuale di titoli tossici invendibili. Anche se questo acquisto, dettato dall’emergenza, di “promesse di pagamento” negli ultimi quattro anni ha evitato il collasso del sistema finanziario, tuttavia la necessaria svalutazione è stata solo rimandata e, al tempo stesso, scaricata sul sistema sociale.

-Quanto sono alte le possibilità che si inneschi un processo inflazionistico?

Norbert Trenkle:
La stabilità monetaria è minacciata su due fronti: da un lato le banche centrali iniettano sempre più capitale monetario nel sistema bancario. Fino a quando questo capitale viene impiegato dalle banche e dai loro clienti di nuovo come capitale, quindi per l’acquisto di titoli o investito in modo produttivo, non ci sono serie conseguenze per la stabilità monetaria. La cosa cambia, invece, quando fluisce nei mercati dei beni e viene considerato come un mero denaro in avanzo di fronte alle merci scambiate. Quando questo accade in larga misura, la bolla della sovrastruttura finanziaria si trasforma, a causa del venir meno della redditività del capitale, in una svalutazione del mezzo monetario, vale a dire nell’inflazione. Allo stesso tempo, come già indicato, questo condurrà presto o tardi a una aperta svalutazione delle riserve valutarie. L’offerta iper-gonfiata di moneta si troverà così di fronte a crediti senza più valore.

Il problema non è quindi, in questo contesto, se si daranno processi inflazionistici, ma quando si daranno e in quale forma. Ad oggi, il rincaro inflazionistico si è limitato, almeno in Germania, ai metalli preziosi e agli immobili, che servono come investimento alternativo nel mondo dei beni materiali. Nella quotidianità questo appare come maggiore redditività sotto forma di affitti più alti. Non durerà comunque a lungo.

In un certo senso tutto ciò significa un ritorno allo stato in cui l’economia mondiale si trovava prima del grande decollo del capitale fittizio. Gli anni ’70 sono stati caratterizzati, nei paesi centrali del capitalismo, da un fenomeno che gli economisti hanno chiamato “stagflazione”. Cifre di crescita deboli erano accompagnate da tassi di inflazione di circa il 10 per cento. Rispetto alla situazione di allora le dimensioni della crisi sono state dilazionate. Ma la crescita debole adesso è probabile che si trasformi in depressione manifesta, e l’inflazione in iperinflazione. Dilazionare la crisi ha un suo prezzo.

traduzione a cura di Massimo Maggini

(testo originale qui: http://www.krisis.org/2012/alle-zentralbanken-sind-dabei-sich-in-bad-banks-zu-verwandeln)

marzo 2013

***

note:
1- http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2011/10/2011-10-24-esm-efsm-efsf.html
2- http://de.statista.com/statistik/daten/studie/232839/umfrage/gesamthaftung-von-deutschland-in-der-euro-krise/
3- http://www.streifzuege.org/2011/was-sie-schon-ber-die-krise-wissen-wollen-aber-nie-zu-fragen-wagten
4- http://www.unrast-verlag.de/die-grosse-entwertung-297-detail
5- http://www.streifzuege.org/2012/wer-ist-schuld-am-krisenausbruch-2
6- http://www.handelsblatt.com/unternehmen/management/koepfe/star-oekonom-fordert-neuorientierung-der-wirtschaftswissenschaften/6097068.html
7- http://www.linksnet.de/de/artikel/27645
8- http://www.streifzuege.org/2012/alle-zentralbanken-sind-dabei-sich-in-bad-banks-zu-verwandeln#a1. Il passo di Marx citato si trova in “Teorie sul plusvalore”, qui: http://www.criticamente.com/marxismo/plusvalore/Marx_Karl_-_Teorie_sul_plusvalore_-_II.pdf (p.388). In lingua originale, “Theorien über den Mehrwert”, qui: http://www.dearchiv.de/php/dok.php?archiv=mew&brett=MEW262&fn=K17_14.262&menu=mewinh
9- http://www.krisis.org/2012/in-der-eurofalle

***

Testo pubblicato anche qui:

- http://www.contropiano.org/en/featured-primo-piano/item/14761-tutte-le-banche-centrali-stanno-per-trasformarsi-in-%E2%80%9Cbad-banks%E2%80%9D
- http://www.infoaut.org/index.php/blog/global-crisis/item/7176-tutte-le-banche-centrali-stanno-per-trasformarsi-in-%E2%80%9Cbad-banks%E2%80%9D
- http://www.cobaspisa.it/tutte-le-banche-centrali-stanno-per-trasformarsi-in-bad-banks/
- http://it.wordpress.com/#!/read/topic/capitalismo-e-crisi
- http://vecchia-talpa.blogspot.it/2013/03/tutte-le-banche-centrali-stanno-per.html
- http://www.sinistrainrete.info/finanza/2647-elohoff-e-ntrenkle-tutte-le-banche-centrali-stanno-per-trasformarsi-in-bad-banks.html
- http://gossip.libero.it/search/norbert-trenkle

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Paese Basco. L'ETA avverte: "Madrid rifiuta trattativa, ci saranno conseguenze"

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I negoziati tra Madrid e organizzazione armata sono a un punto morto, perchè la Spagna non vuole trattare. Un comunicato dell’ETA avverte: “se Madrid rifiuta la trattativa ci saranno conseguenze”.

Che il processo di pace nel Paese Basco sia completamente paralizzato in una impasse che dura dal suo inizio è ormai evidente a tutti. Da quando l’Eta – l’organizzazione armata da più tempo attiva nel continente europeo – ha annunciato la fine definitiva della sua attività il 20 ottobre del 2011 di tempo ne è passato molto. E all’interno della sinistra indipendentista basca è avvenuta una vera e propria rivoluzione copernicana, con l’accettazione dell’azione politica come unica via per la trasformazione sociale e la costruzione nazionale, il ricambio della classe dirigente e la fondazione di un nuovo partito che non si può certo considerare la continuazione di Batasuna con un altro nome.

Ma dall’altro lato della barricata, il governo di Madrid e gli apparati dello Stato Spagnolo non hanno compiuto alcun passo. Proprio nessuno. Già il ‘socialista’ Zapatero si lasciò sfuggire pochi anni fa la soluzione che l’ETA e la sinistra basca gli offrirono su un piatto d’argento. Ed ora il ‘popolare’ Rajoy non si sogna proprio di fare come il suo collega conservatore britannico John Major, che intavolò serie trattative con l’Esercito Repubblicano Irlandese, permettendo poi al suo successore Tony Blair di ottenere la rapida smobilitazione dell’IRA. In tempi di crisi economica e sociale poter continuare ad agitare lo spettro del ‘terrorismo’ e del ‘separatismo’ basco deve apparire ai politici spagnoli una risorsa da tenersi buona e da non dilapidare attraverso trattative e negoziati che una parte consistente dell’opinione pubblica di quel paese, abituata al discorso del ‘nemico interno’, non gradirebbero.

E così nonostante le rassicurazioni da più parti venute sulla reale volontà da parte del gruppo armato di portare fino in fondo, fino al disarmo e alla smobilitazione il processo iniziato nel 2011, il governo spagnolo non ha compiuto nessun passo nella direzione della soluzione negoziale del conflitto. Non ha avvicinato i prigionieri baschi – dispersi in centinaia di carceri tra Spagna, Francia e un’altra decina di paesi – a Euskal Herria; non ha scarcerato quelli in gravissime condizioni di salute; non ne vuole sapere di rinunciare alla ‘dottrina Parot’, un aberrante meccanismo che concede ai magistrati di prolungare di parecchi anni le condanne già scontate dai prigionieri politici.

E poi, negli ultimi mesi, su un negoziato già più che monco sono cadute due enormi tegole. A metà febbraio il governo della Norvegia ha espulso tre dirigenti dell’organizzazione armata - Josu Ternera, David Pla e Iratxe Sorzabal – incaricati di portare avanti trattative con il governo che Madrid non ha voluto mai iniziare. E poi pochi giorni fa, un incomprensibile annuncio da parte della cosiddetta Commissione di Verifica internazionale, un comitato composto da personalità di rilevanza internazionale che la Spagna non ha mai riconosciuto, e che però ha fatto sapere di concedere all’ETA solo fino a settembre per  portare avanti un processo di smantellamento dei suoi arsenali che evidentemente non è possibile senza una contropartita da parte di Madrid. In caso di mancato disarmo entro settembre, ha fatto sapere Ram Manikkalingam a nome della Commissione, il comitato cesserà la sua azione di verifica sul processo negoziale e si scioglierà.

Proprio ieri un gruppo di 12 personalità di fama internazionale – tra i quali la senatrice colombiana Piedad Cordoba, Nora Morales delle madri di Plaza de Mayo, alcuni esponenti del Anc e dei movimenti antiapartheid sudafricani, il segretario della Federazione Sindacale Mondiale George Mavrikos ed altri – avevano diffuso un manifesto in cui chiedevano al governo spagnolo “di intraprendere il cammino della pace e di rispettare i diritti dei prigionieri”, incitando Madrid a liberare immediatamente il portavoce della sinistra basca, Arnaldo Otegi, da anni incarcerato per motivi di opinione.

Senza ottenere alcuna risposta da parte dell’esecutivo di Mariano Rajoy.

E ieri il lungo silenzio dell’ETA si è interrotto, con un lungo comunicato pubblicato dal quotidiano ‘Gara’ in cui l’organizzazione annuncia ‘conseguenze negative’ dopo che il governo spagnolo si è rifiutato di intavolare negoziati diretti con i suoi rappresentanti poi espulsi dalla Norvegia, episodio sul quale interviene diffusamente. Accusando il governo Rajoy di “distruggere lo spazio di dialogo e di negoziato” e di portare la trattativa indietro ‘ritardando così e rendendo difficile la risoluzione del conflitto’.

Nel comunicato l’organizzazione informa anche che la questione del disarmo non è mai stata inserita all’interno dei colloqui tra l’ETA e la Commissione Internazionale di Verifica.

Resta da vedere se il comunicato dell’organizzazione armata debba essere letto come un semplice altolà nei confronti di Madrid e Parigi o se invece espliciti un cambiamento di prospettiva rispetto al cammino intrapreso fin qui. Il comunicato, in realtà, conferma la volontà da parte dell'ETA di "lavorare per costruire una soluzione definitiva" e di mantenere l'attività della delegazione che ha designato a tale scopo. "Non cederemo di fronte alle difficoltà perchè Euskal Herria merita e ha bisogna di pace e libertà" dice nelle ultime righe il comunicato datata 17 marzo.

Sta di fatto che, se è vero che la pace si fa in due, Madrid non sembra affatto disponibile a compiere nessun passo concreto. E diventano sempre di più coloro, che all’interno della sinistra indipendentista basca, cominciano a ritenere che sia venuto il momento di pensare ad un ‘piano B’.

Marco santopadre

tratto da http://www.contropiano.org

28 marzo 2013

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Apre il Forum Sociale a Tunisi, per la prima volta in un paese arabo

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social-forum-tunisiSi è aperta il 26 marzo a Tunisi la tredicesima edizione del Forum sociale mondiale, ospitato per la prima volta in un paese arabo e per la terza volta, dopo Nairobi e Dakar, nella capitale di un paese del continente africano. “Il Forum è una straordinaria consacrazione della primavera araba”, scrive El Watan.

Il Forum sociale mondiale è un incontro dei movimenti della società civile che ogni anno, dal 2001, viene organizzato in contrapposizione al Forum economico mondiale che si svolge Davos, in Svizzera, con l’obiettivo di trovare soluzioni alternative ai modelli di sviluppo economico dominanti. Il tema di quest’anno è la “dignità”.

“Come i giovani arabi che hanno fatto cadere una dittatura, le 70mila persone attese a Tunisi aspirano a un rovesciamento della dittatura neoliberale del mercato”, scrive il quotidiano tunisino La Presse.

L’occidente contestato
“Democrazia, giustizia sociale, lavoro, lotta contro la corruzione”, sono alcuni dei temi che saranno affrontati durante la settimana del Forum. “Ma la contestazione dell’occidente, in un contesto di austerità economica e di piani di salvataggio a ripetizione per le banche indebitate, sarà al centro del dibattito”, scrive Libération.

Secondo l’associazione francese Attac (Association pour la taxation des transactions financières et pour l’action citoyenne) il forum dovrebbe aiutare a stringere legami tra i paesi del nord e del sud del mondo per “trovare delle alternative al modello neoliberale”.

Largo spazio sarà dato alle esperienze dei movimenti come Occupy Wall street, gli indignati di Spagna e Grecia o le rivoluzioni del mondo arabo, le cui rivendicazioni sono comuni, dalla richiesta di giusizia sociale e della ripartizione equa delle risorse alla lotta “contro il diktat del mondo della finanza”.

L’assemblea delle donne
La condizione delle donne, in particolare nel mondo arabo, è il primo tema affrontato nell’edizione 2013 del forum. Si è tenuta questa mattina l’Assemblea delle donne, con l’obiettivo di esprimere il “rifiuto del capitalismo selvaggio e del modello di sviluppo che marginalizza e favorisce la discriminazione femminile”, riporta Le Point.

I partecipanti hanno espresso “la loro solidarietà con le donne tunisine e le donne di tutta la regione araba in lotta affinché il processo rivoluzionario in corso sia quello dei diritti e delle libertà e della distribuzione equa della ricchezza”.

In Tunisia, dopo due anni dalla rivoluzione che ha dato origine alla primavera araba, numerose associazioni della società civile contestano il modo in cui gli islamisti del partito Ennahda al governo vorrebbero eliminare i diritti acquisiti delle donne in Tunisia.

Oggi le tunisine beneficiano di ampi diritti grazie a una legge del 1956 che garantisce l’uguaglianza dei sessi in alcuni ambiti, una situazione unica nel mondo arabo. Le donne però restano discriminate in molti casi, soprattutto in tema di matrimonio e diritto di famiglia.

Il sito ufficiale del fsm2013:

http://www.fsm2013.org/

tratto da internazionale


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Cipro: Draghi usa il blocco monetario

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Il "blocco monetario" contro Cipro che è stato appena applicato dalla BCE è un atto di straordinaria gravità, le cui conseguenze devono essere attentamente esaminate. La decisione del signor Mario Draghi ha due parti: prima di tutto la BCE non alimenta più la Banca Centrale di Cipro con banconote (cosa che non sembra essere così importante a causa della riserva in "contanti" delle banche cipriote) e, di seguito, ha sospeso le transazioni delle banche con il resto del sistema bancario dell'Eurozona. Ed è questa misura la più grave. Da una parte, condanna a breve termine le banche cipriote (ma anche le aziende che hanno la propria sede a Cipro, che siano cipriote o meno) dal momento che esse non possono più fare transazioni con il resto dell'Eurozona. D'altra parte, la misura equivale a un "blocco" economico, in altre parole, dal punto di vista del diritto internazionale, costituisce un'azione che equivale a un "atto di guerra". Diventa quindi ovvia la gravità della decisione presa da Mario Draghi, che potrebbe essere contestata di fronte ai tribunali internazionali. Questo vuol dire anche che lo stesso presidente della BCE potrebbe in futuro trovarsi davanti a un tribunale internazionale o nazionale per la responsabilità di questa decisione.

Sull'interruzione delle relazioni tra le banche cipriote e l'Eurozona, l'argomento che viene invocato è che si tratta di banche di "incerta solvibilità". In realtà è un pretesto chiaro, in quanto questi "dubbi" c'erano già da giugno scorso. Tutto il mondo sapeva che le conseguenze del "taglio" imposto ai creditori privati della Grecia, ha reso vulnerabili le banche cipriote. La BCE non aveva reagito allora, non considerando il problema della ricapitalizzazione delle banche come urgente. Ha deciso però di farlo, il giorno successivo del rigetto da parte del Parlamento cipriota del testo di accordo imposto a Cipro dall'Eurogruppo e dalla Troika. Νοn potrebbero essere più chiari. Il messaggio di Mario Draghi è questo: o ottemperete a quanto NOI abbiamo deciso, o ne subirete le conseguenze. Non è soltanto un messaggio, è un ultimatum. È facile capire come tutte le dichiarazioni sul "consenso" o l' "unanimità" raggiunta all'Eurogruppo non sono che una copertura di quello che in realtà si è dimostrato essere Diktat.

Jacques Sapir - 24 marzo 2013

tratto da

http://atenecalling.blogspot.it/2013/03/cipro-draghi-usa-il-blocco-monetario.html

vedi anche

Il comunicato della Commissione Europea del 20 Marzo 2013
European Commission statement on Cyprus
Since the autumn of 2011, the possibility of assistance to Cyprus under a programme has been under discussion by the Cypriot authorities with the Commission. In July 2012, Cyprus formally asked for assistance under a programme. The need for assistance comes essentially from problems in the Cypriot banking sector which was unsustainably large for the size of the Cypriot economy. However, it was not possible to conclude negotiations on a programme with the previous Cypriot government.
Finally, last Saturday, in the Eurogroup, there was a unanimous agreement between the Member States including Cyprus on a programme that met the conditions fixed by the Member States, the ECB and the IMF, agreeing to lend EUR 10 bn to Cyprus. These conditions included reaching an acceptable level of debt sustainability and the corresponding financing parameters.
Whilst this programme did not in all its elements correspond to the Commission’s proposals and preferences, the Commission felt the duty to support it since the alternatives put forward were both more risky and less supportive to Cyprus’s economy.
This programme was not accepted by the Cypriot parliament.
It is now for the Cypriot authorities to present an alternative scenario respecting the debt sustainability criteria and corresponding financing parameters. The Commission has done its utmost to assist Cyprus and to work for a Constructive and managed solution. However, decisions are taken by the Member States and no decision can be taken without their cooperation including Cyprus itself. The Commission continues to stand ready to facilitate solutions and is continuing contacts with Cyprus, the other Member States in the Eurogroup, the EU institutions and the IMF.
Regarding the one off levy on deposits BELOW 100.000 €: The Commission made it clear in the Eurogroup BEFORE the vote in the Cypriot parliament, that an alternative solution respecting the financing parameters would be acceptable, preferably without a levy on deposits below 100.000 €. The Cypriot authorities did not accept such an alternative scenario.
C'è però ancora un altro messaggio dentro il messaggio. Mario Draghi riesce, in un colpo solo, ad agitare il mito di una decisione collettiva dentro la BCE. E questo perchè il Presidente della Banca Centrale di Cipro non ha dato il suo accordo (sull'esclusione). Le regole non sono state rispettate. In questo modo Draghi ha affermato al resto del mondo che le decisioni non sono state prese dall'Eurogruppo o dall'Unione Europea, ma soltanto da lui stesso, funzionario designato e non eletto, irresponsabile nel senso più politico del termine. La natura profondamente tirannica delle istituzioni attuate dentro il quadro europeo si rivela pienamente con questo incidente. I grandi discorsi sulla cooperazione e sulla competenza cedono il posto alle relazioni fredde sulla forza ed il sentimento di potere.
Si mette fine all'ipocrisia delle varie dichiarazioni europee che parlavano di un accordo deciso all'unanimità (con la pistola alla tempia). Ed è lo stesso con il "rispetto del voto" del Parlamento cipriota, del quale Mario Draghi ci ha fatto vedere che se ne frega proprio. Ormai le cose sono chiare e, in un certo senso, è tanto meglio. Ma non bisognerà più sorprendersi se se i partiti, spesso qualificati come "populisti", che si sono opposti alle istituzioni europee aumenteranno rapidamente nei sondaggi. Nello stesso modo, non si può più essere sorpresi se aumenterà rapidamente la violenza contro le istituzioni europee e i loro rappresentanti nei paesi che sono stati più toccati dalla crisi. Perché è nella natura delle cose che la tirannide chiama violenza.
In ogni caso, le conseguenze di questa decisione saranno drammatiche. È possibile che il Parlamento cipriota si pieghi sotto la pressione, ma allora entrerà in una crisi aperta con il suo popolo. La tradizione della violenza politica che c'è a Cipro, non deve trascurata. È altrettanto possibile che la crisi evolva in modo catastrofico e che Cipro venga espulso de facto dall'Eurozona come conseguenza della decisione di Mario Draghi. Il precedente che è stato creato (da questo intervento della BCE) avrà delle conseguenze anche per tutti gli altri paesi. Nelle successive 48 ore ci saranno alcune indicazioni sul corso degli eventi.
Traduzione di atenecalling
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Ultimo aggiornamento Lunedì 25 Marzo 2013 12:04

Cosa sta succedendo a Cipro? Rischio default fra interessi russi, britannici e tedeschi

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La parte meridionale di Cipro è la repubblica ufficiale riconosciuta dall’Onu ed è la Cipro greca, parte integrante della Ue e la cui moneta ufficiale è l’euro. Cipro rappresenta appena lo 0,2% del Pil dell’Eurozona, ma ha la particolarità di avere un ipertrofico sistema bancario con depositi che raccolgono risparmi per una cifra superiore a circa 6 volte quella del Pil. La protezione del segreto bancario e la fiscalità bassa per le imprese ne hanno fatto una delle più importanti piazze d’affari del Mediterraneo, nonché una centrale internazionale del riciclaggio di denaro sporco soprattutto russo e britannico. La Gran Bretagna possiede due enclavi sul suo territorio: Akrotiri e Dhekelia, basi militari sovrane. Greci, russi, turchi e inglesi gravitano intorno alla piccola isola del Mediterraneo, ancora più strategica dopo la scoperta di enormi giacimenti di gas naturale.

La crisi per Cipro arriva dopo la ristrutturazione del debito greco. Le banche cipriote erano molto esposte ai titoli e all’economia greca in generale. Come ovvio, sono state martoriate dal crac del paese ellenico. A quel punto si rendono necessari gli aiuti internazionali per sostenerne il sistema finanziario. Nell’estate 2011 arriva il prestito di 2,5 miliardi di euro dalla Russia, uno dei giocatori principali di questa partita. Secondo alcune stime Cipro rappresenta un deposito offshore di circa 20 miliardi di euro per cittadini e società russe. Il prestito di Putin non basta, ad oggi servono altri 10 miliardi per evitare il crac del sistema finanziario cipriota.

Al dicembre 2012 il rapporto debito/Pil cipriota ammontava a circa l’86%. Con una immissione di 10 miliardi di denaro pubblico, sarebbe schizzato al 142%. Insostenibile per una qualsiasi economia. La Bce e l’Eurogruppo propongono allora un bailout vincolato ad alcune rigidissime condizioni. Per bailout si intende la situazione in cui un soggetto vicino alla bancarotta riceve un'iniezione di liquidità, al fine di soddisfare i suoi obblighi a breve termine. Il prestito di 10 miliardi del Fondo Salva Stati potrà essere erogato se e soltanto se i cittadini ciprioti pagheranno immediatamente 5,8 miliardi di euro. A quel punto quei geniacci dei tecnocrati europei avranno pensato: e cosa c'è di meglio di un prelievo forzoso sui conti corrente?

E infatti propongono a Cipro questa pistola puntata alla tempia. Per sbloccare il prestito da 10 miliardi, si devono trovare 5,8 miliardi attraverso un prelievo forzoso del 6,75% sui depositi fino ai 100mila euro e del 9,90% su quelli superiori, si badi bene su tutti i depositi, non solo quelli dei cittadini ciprioti. Questo ha generato il panico e manifestazioni di protesta a Cipro, con i cittadini impossibilitati a recuperare i propri risparmi alle banche e ai bancomat, perché per questo blitz è stato scelto un periodo di festività religiosa in cui gli esercizi pubblici sono chiusi.

Nel frattempo il governo ha disposto il congelamento dei conti per evitare fughe di capitali ed ha imposto alle banche la chiusura fino a giovedì 21. Durissime le reazioni dalla Russia, dove Putin denuncia l’ingiustizia del provvedimento e Medvedev rincara la dose affermando: ”è una decisione controversa e assomiglia a una confisca di fondi stranieri”. Dalla Germania invece il ministro delle finanze Wolgang Schauble nega ogni responsabilità tedesca per l’imposizione del prelievo forzoso sui redditi inferiori ai 100mila euro. Una mezza ammissione in pratica. A suffragare la tesi della “manina tedesca" sulla decisione dell’Eurogruppo ci pensa il settimanale Der Spiegel, che mostra dei dati incontrovertibili. Le banche tedesche sarebbero esposte per 5,9 miliardi nei confronti di Cipro, all’incirca lo stesso ammontare richiesto col prelievo. In caso di default, questi crediti diverrebbero inesigibili. Ecco, spiegato il giochetto. Io ti salvo con 10 miliardi ma tu garantisci il mio credito con i tuoi depositi. Semplice no?

Nel frattempo nello scacchiere si è mossa anche la Gran Bretagna. Per garantire i propri concittadini di stanza nelle enclavi di Akrotiri e Dhekelia, ha inviato il 19 marzo un aereo con un milione di euro in contanti da distribuire ai propri soldati nel caso dovesse essere approvato il prelievo forzoso. Il Tesoro britannico ha inoltre sospeso il pagamento delle pensioni ai cittadini britannici che vivono a Cipro, per evitare gli effetti del prelievo. Nello stesso giorno a sorpresa, il premier cipriota Nicos Anastasiades non è riuscito a convincere la maggior parte dei parlamentari della bontà del piano. Con 39 voti contrari, il parlamento ha bocciato il diktat della Troika con i voti dell’opposizione e del partito più piccolo della maggioranza. Il piano non è stato approvato, perciò ad oggi non ci sarà nessun programma di aiuto.

Questa situazione ha creato il panico nei mercati europei, tra borse in picchiata, spread in rialzo, ma soprattutto ha generato una paura diffusa negli investitori mondiali, una crescente instabilità nell’area euro, ed il terrore che il prelievo forzoso sui depositi possa toccare agli altri paesi europei in sofferenza. Intanto secondo indiscrezioni trapelate su “Il Sole 24 Ore”, Cipro sta guardando “oltre Bruxelles” per la ricerca di ulteriori aiuti. Il ministro delle Finanze cipriota Sarris avrebbe offerto alla Russia una quota della nascente società energetica cipriota e benefici strategici nel settore del gas naturale in cambio di una tassa sui depositi russi nelle banche cipriote.

Francesco Berni

tratto da http://ilcorsaro.info

20 marzo 2013

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