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INTERNAZIONALE

La manovra non ci salverà: unica soluzione il ritorno alla Lira

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Cosa sono 70 miliardi di euro di fronte a un debito pubblico di quasi 2 mila miliardi? L'unica soluzione è il default programmato e il ritorno alla Lira. Solo così possiamo uscirne

lireLa manovra di Tremonti in realtà serve a ben poco. Prima di tutto perché è troppo piccola, 60/70/80 miliardi di Euro non bastano sicuramente a rassicurare i mercati nei confronti di un debito complessivo italiano di 1.800 miliardi di Euro, il che vuole dire che il debito pubblico dell'Italia è maggiore della somma del debito di tutti gli altri paesi Pigs, quindi parliamo del Portogallo, Grecia, Irlanda e Spagna. In più questa è una manovra che avrà un impatto reale, quindi dal punto di vista proprio delle entrate dello Stato, nel 2013 e nel 2014. Sicuramente troppo lontano. ricordiamoci che l'anno prossimo l'Italia si deve presentare sul mercato dei capitali nuovamente e deve contrarre una serie di contratti, quindi deve vendere una serie di Bot a un mercato che questa settimana gli ha quasi voltato le spalle. E in più abbiamo da luglio fino alla fine dell'anno, altri 80 miliardi di Euro che dobbiamo racimolare su questo stesso mercato.

Questa è una manovra che in un certo senso è stata osannata, proprio perché siamo un po' alla fine della situazione. Qui ci vuole una nuova politica. E quale può essere questa politica? Sicuramente non quella che sta seguendo il governo. Capisco che molti italiani sono preoccupatissimi all'idea di un default, però in realtà questa potrebbe essere la soluzione migliore. Se noi avessimo una classe politica di persone veramente esperte di queste cose, quindi di professionisti, ci avrebbe già pensato e vi spiego perché:

L'Italia è molto diversa dalla Grecia. la Grecia prende soldi in prestito per poter sostenere la propria economia, noi invece prendiamo soldi in prestito regolarmente e semplicemente per pagare gli interessi sul debito, il che vuole dire che un default non avrebbe un impatto sulla crescita economica del paese, noi non dipendiamo dai mercati dei capitali per crescere, noi dipendiamo dai mercati dei capitali per pagare gli interessi. Un default ordinato, ragionato com'è stato fatto per esempio in Islanda potrebbe garantire tutti quanti i Bot acquistati dagli italiani. Quindi dividiamo il debito in due parti che è esattamente quello che hanno fatto gli islandesi, la parte internazionale, la parte sottoscritta dalle banche internazionali, viene messa da parte e viene organizzato per questo un pagamento posticipato che può essere una ristrutturazione del debito.
Per quanto riguarda invece la parte detenuta dai risparmiatori italiani, proprio per non penalizzare gli italiani che hanno sostenuto lo Stato in tutti questi anni, rimane costante, quindi il governo si impegna a onorare quella parte di debito. Dopodiché si torna alla lira o a qualsiasi moneta vogliamo adottare e si produce una svalutazione della moneta, chiaramente sarà una svalutazione molto, molto grande e questo ridarà automaticamente competitività alla nostra economia. Dal punto di vista del commercio internazionale, non cambierà nulla, anzi molto probabilmente i nostri importatori, chi importa dall'Italia, sarà ben contento di pagare meno di quanto paga adesso, quindi le esportazioni italiane avranno sicuramente un effetto benefico. Diversa sarà la situazione delle importazioni. Dobbiamo essere disposti a fare dei sacrifici, ma tanto in ogni caso questi sacrifici li dovremo fare lo stesso, l'obiettivo però è fare dei sacrifici per poter riuscire a uscire da questa situazione, non per poter affondare ulteriormente nella situazione debitoria.

Le critiche a questo tipo di politica drastica sono tutte relazionate a un modo di far politica che è ancora tipico dell'Italia, svalutazione selvaggia, attitudini nei confronti dei mercati internazionali anche queste selvagge etc.. Una decisione di questo tipo, quindi un default ragionato, un default preparato, sicuramente porterebbe a un cambiamento della classe politica, perché questa classe politica una politica di questo tipo non la fa. In Islanda è successo esattamente questo, il governo è stato fatto fuori completamente dalla popolazione e una nuova classe politica, gente che non aveva mai fatto politica fino a ora, è salita al potere e ha organizzato questo tipo di default. I sacrifici sicuramente, le conseguenze di brevissimo periodo di una politica di questo tipo saranno tremende. Noi avremo una contrazione del Pil, ci sarà un aumento della povertà, sarà sempre più difficile riuscire a arrivare una fine del mese. Però questo sarà un periodo limitato, come abbiamo visto addirittura in Argentina dove non c'è stato un default ragionato ma un default improvviso. Nel caso dell'Argentina c'è stata una contrazione del Pil del 20% nel 2002 quindi l'anno dopo del default, dal 2003 in poi l'economia ha ripreso a crescere dal 7,5% e continua a crescere al 7,5%.
Penso che noi dobbiamo prenderci le responsabilità di 50 anni, perché qui non si tratta di 10 anni, qui si tratta di 50 anni di politiche sbagliate e è giunto il momento di prendersi queste responsabilità, pagheremo perché dobbiamo pagare, però che questo pagamento non sia un pagamento che finisce nel tasche delle banche internazionali, che sia invece un pagamento che finisce nelle tasche degli italiani, che dà la possibilità all'economia italiana di riprendersi perché altrimenti così noi nel giro di 6 mesi, 9 mesi, un anno, sicuramente andremo in bancarotta e da allora sarà ancora più difficile riprenderci!

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Loretta Napoleoni
tratto da www.cadoinpiedi.it

16 luglio 2011

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Ultimo aggiornamento Lunedì 18 Luglio 2011 13:13

Israele: addio democrazia

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israeli_apartheidIl Parlamento israeliano ha approvato in via definitiva una nuova legge che comprime la libertà di espressione nel paese e legittima gli insediamenti nei territori occupati, ritenuti illegali secondo il diritto internazionale. La “Knesset” ha infatti licenziato nella giornata di lunedì un provvedimento che trasforma in reato civile il solo appello al boicottaggio contro lo stato di Israele e i suoi insediamenti.

Quello che per gli oppositori della nuova legge non è altro che un ulteriore passo verso una preoccupante deriva anti-democratica di Israele, è stato approvato con 47 voti a favore e 38 contrari. La misura, definita “Boycott Prohibition Law”, colpirà chiunque inviterà al boicottaggio economico, culturale e accademico dello stato di Israele, delle sue istituzioni e di qualsiasi area sotto il suo controllo. Una definizione quest’ultima che fa riferimento agli insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati.

Nelle dichiarazioni ufficiali, gli esponenti della maggioranza hanno sostenuto che la legge sarà uno strumento per combattere la campagna di delegittimazione in atto nei confronti di Israele. Una delegittimazione agli occhi del mondo che il governo israeliano contribuisce peraltro ad autoinfliggersi, come confermano iniziative come quella appena approvata.

Ad ogni modo, coloro che violeranno la nuova legge potranno andare incontro a sanzioni economiche, mentre aziende o organizzazioni che sosterranno un boicottaggio saranno a rischio di esclusione dalle aste per gli appalti pubblici. Allo stesso modo, le ONG potranno perdere i benefici fiscali di cui godono attualmente.

A presentare il testo di legge in Parlamento è stato il deputato Ze’ev Elkin del partito del premier Netanyahu (Likud), uscito dalla formazione centrista Kadima nel 2008 perché trasformatasi ormai, a suo parere, in un partito “di sinistra”. Alla votazione di lunedì erano assenti sia lo stesso Netanyahu che il ministro della Difesa Ehud Barak e altri esponenti di spicco del governo.

Le discussioni sull’opportunità di presentare una misura di questo genere erano state molto accese alla vigilia del voto. Lo speaker della Knesset, Reuven Rivlin del Likud, aveva ad esempio espresso non poche perplessità sui contenuti della legge e alcuni suoi emendamenti per attenuarne l’impatto sono stati poi bocciati in aula. Ancora più ferma era stata l’opposizione del consigliere legale del parlamento, Eyal Yinon, il quale aveva definito la legge al limite della costituzionalità e affermato senza mezzi termini che avrebbe minato la libertà di espressione.

Nonostante l’assenza, Netanyahu aveva dato il suo pieno appoggio alla legge. Nella giornata di domenica, il primo ministro si era incontrato con lo stesso Rivlin e il primo firmatario del provvedimento, il deputato Elkin, per discuterne il percorso parlamentare. Liquidando gli avvertimenti del vice-premier, Dan Meridor, per possibili ripercussioni negative sulla riunione del cosiddetto Quartetto per la pace in Medio Oriente (USA, UE, Russia e Nazioni Unite), andata in scena proprio lunedì a Washington, il capo del governo israeliano alla fine non ha riscontrato alcun motivo per ritardare il voto in Parlamento.

Gli appelli al boicottaggio di Israele e delle sue compagnie - in particolare quelle operanti nei territori occupati - si sono moltiplicati negli ultimi anni e hanno avuto come protagonisti sia palestinesi che attivisti israeliani. Numerosi artisti e intellettuali stranieri si sono poi rifiutati di esibirsi o tenere conferenze in Israele per protestare contro la politica di Tel Aviv nei confronti dei palestinesi. L’indignazione a livello internazionale era cresciuta soprattutto in seguito all’assalto condotto dalle forze di sicurezza israeliane nel maggio del 2010 contro sei navi di attivisti dirette a Gaza per rompere l’assedio nella Striscia e che fece nove morti.

Sul fronte interno, gli appelli al boicottaggio sono stati spesso clamorosi. Lo scorso anno, ad esempio, un gruppo di artisti di teatro si rifiutò di esibirsi in un nuovo centro culturale costruito nell’insediamento illegale urbano di Ariel, in Cisgiordania centrale. Successivamente, molti altri accademici, scrittori e intellettuali israeliani hanno scelto di disertare corsi e lezioni ad Ariel e in altri insediamenti della Cisgiordania.

A rendere ancora più insensata la legge sul boicottaggio sono le modalità con cui dovrà essere applicata. Secondo il testo del provvedimento, infatti, non sarà necessario provare che un appello al boicottaggio abbia provocato effettivi danni allo stato o a un’istituzione di Israele, bensì sarà sufficiente ipotizzare eventuali danni derivanti da un invito al boicottaggio. Su questa ipotesi un tribunale dovrà valutare potenziali danni economici e imporre un risarcimento.

Contro la legge si sono scagliate le associazioni israeliane per i diritti civili, che hanno immediatamente annunciato un ricorso alla Corte Suprema per chiederne l’annullamento. Secondo il direttore dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele, Hagai El-Ad, questa misura “rappresenta l’apice di una deplorevole ondata di leggi anti-democratiche che sta progressivamente compromettendo le fondamenta democratiche di Israele”.

Le conseguenze negative per l’immagine del paese sono state sottolineate, tra gli altri, dal deputato del partito di centro-sinistra Meretz, Nitzan Horowitz, per il quale la legge è un motivo di “imbarazzo per la democrazia israeliana. In tutto il mondo ci si chiederà se esiste veramente una democrazia nel nostro paese”.

Il deterioramento del clima politico in Israele è andato di pari passo con il crescente disagio della comunità internazionale nei confronti dell’unico (presunto) paese democratico del Medio Oriente. Un’evoluzione che sta portando a sempre più drastiche restrizioni della libertà di espressione e di critica verso il governo, di cui il “Boycott Bill” ne è appunto un esempio.

Come ha sottolineato un duro editoriale del quotidiano Haaretz, la nuova legge dipinge come “atto criminale ogni boicottaggio, petizione o articolo di giornale… I legislatori cercano di cancellare una delle forme più legittime di protesta democratica e di restringere la libertà di espressione e di associazione di quanti si oppongono alla violenza dei coloni”.

“Molto presto”, prosegue l’editoriale della testata progressista israeliana, “ogni dibattito politico verrà messo a tacere. I membri della Knesset che hanno votato per questa legge appoggiano il soffocamento delle proteste nel quadro di uno sforzo teso a liquidare la democrazia. Iniziative di questo genere vengono vendute come necessarie per proteggere Israele ma, in realtà, non fanno altro che aggravare l’isolamento internazionale del Paese”.

Michele Paris

tratto da www.altrenotizie.org

15 luglio 2011

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Come si conquista un Paese: l'attacco della finanza internazionale all'Italia

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freccetteL'attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria. Chi continua a parlare dei "mercati finanziari" come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi "mercati finanziari" hanno nomi e cognomi. Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.
L'Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell'Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.
L'Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all'euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l'ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall'altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.
L'Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di democracy building all'americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.
Infine, l'Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.
Il potere politico che il capitalismo finanziario mondializzato ha acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto interi Stati, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni, dall'Argentina alla Grecia, dipende da una premessa fondamentale che è stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta, assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e nell'allocazione dei capitali. Il classico concetto dell'economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente, dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato.
Nel caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che all'aumentare del prezzo di un prodotto, giacché i produttori ne accrescono la produzione in vista di maggiori ricavi, i consumatori riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente sui prezzi stessi. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso del mercato "tradizionale" dei beni, come è stato dimostrato a suo tempo da Rudolf Steiner, un'arbitraria semplificazione di un meccanismo assai più complesso ed articolato(1) - nel caso dei mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione. Scrivono infatti alcuni economisti "non allineati":
"Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare non una riduzione ma una crescita della domanda! Infatti, prezzi crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono azioni, a motivo dell'incremento di valore del capitale investito. La salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all'aumento. La promessa di dividendi spinge i trader ad incrementare ulteriormente il movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina l'inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo diventa di massa, determina un "contraccolpo" che peggiora gli iniziali squilibri. Una bolla speculativa consiste quindi di un aumento cumulativo dei prezzi, che si auto-alimenta. Un processo di questo tipo non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati"(2).
La visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non dipenda in qualche modo da questa ristrettissima élite di signori del denaro, i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, costituito dalle agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque, delle quali tre hanno un monopolio di fatto del settore.
Moody's e Standard&Poor's hanno rappresentato nell'attacco all'Italia, come già avvenuto nel caso della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e propria "voce del padrone". Sono stati infatti gli outlook (previsioni) di queste due agenzie di rating, emanati a fine giugno, a dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva colpire ora l'Italia. Personaggi come Alexander Kockerbeck, vice-presidente di Moody's, o come Alex Cataldo, responsabile Italia della stessa agenzia, emettono nelle loro interviste vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per poterlo fare.
La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero valutare obiettivamente prodotti e performance.
"Il primo azionista di Moody's, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009, secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity, uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody's. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&Poor's: ecco nell'azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende?"(3).
Queste agenzie non hanno alcuno status giuridico, nemmeno negli Stati Uniti; il loro ruolo è stato reso possibile semplicemente dal fatto che il governo degli Stati Uniti le ha definite Nationally Recognized Statistical Rating Organizations (NRSRO) e lo stesso ha fatto la Securities and Exchange Commission (SEC), agenzia governativa che vigila sui mercati azionari(4). Nonostante le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come pochi giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana, senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso, Moody's, Standard&Poor's e Fitch continuano da anni a macinare profitti incredibili, sebbene le loro previsioni si siano dimostrate semplicemente ridicole, come mostrano il caso del crollo della Enron o quello di Lehman Brother's, quando di queste aziende le agenzie in questione hanno continuato a dare fino ad un minuto prima del crack valutazioni di altissima affidabilità. In merito ai loro profitti, diamo di nuovo la parola al già citato giornalista de Il Sole 24 Ore:
"Moody's, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38. Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione, quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell'assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi. Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d'oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e
nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato. Un'enormità: 1,26 miliardi di margine su 2 miliardi di fatturato. Se poi si va all'utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody's ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi"(5).
Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente profitto! Quale affidabilità possano avere e quale valore di regolazione giuridica di mercato, lo lasciamo facilmente dedurre al lettore.
"Stimare il valore di un prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento "t" il futuro non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei trader è ciò che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di valutazione.
Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è neutrale: influisce sull'oggetto che intende valutare, dà avvio e costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l'instabilità come fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa bancarotta che hanno annunciato"(6).
Se dunque il mito dell'efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l'incredibile strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie, occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell'attuale critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai poco noto al largo pubblico, vale a dire che il Trattato di Maastricht, nel quadro delle politiche iper-liberiste allora di gran moda, ha fatto un oggettivo regalo ai poteri del capitale finanziario internazionalizzato, allorché ha sancito le modalità che gli Stati membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.
"A livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le banche centrali hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa "punizione monetaria" è accompagnata dal processo di "liberalizzazione finanziaria", che è l'esatto opposto delle politiche adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la "repressione finanziaria" (vale a dire severe restrizioni alla libertà di azione della finanza) e "liberazione monetaria" (con la fine del gold standard). Lo scopo dei trattati europei è di assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti"(7).
Ecco quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i "mercati finanziari", accolto acriticamente ma interessatamente dalle élite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in Europa all'uso politico del potere del denaro, giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, provincie e comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari, proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta.
Questo non significa affatto voler sorvolare sulle oggettive responsabilità di classi dirigenti, tra cui quella italiana, che non vogliono affrontare radicalmente la questione dell'efficienza delle pubbliche amministrazioni, per il semplice fatto che il pubblico impiego rappresenta un gigantesco serbatoio clientelare che di fatto perpetua la loro sopravvivenza politica, altrimenti inspiegabile. Significa semplicemente dire, in modo chiaro e definitivo, che l'inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che continuano a sprecare somme enormi senza alcuna contropartita sul piano collettivo, non è una valida giustificazione per tollerare le ripetute aggressioni della speculazione internazionale.
Quando giornalisti, che per mestiere dovrebbero disporre di informazioni e dati assai più completi e articolati di quelli che arrivano al largo pubblico, scrivono ancora, su autorevoli quotidiani nazionali, che "quella che continuiamo a chiamare speculazione internazionale in realtà non è altro che la logica di mercato che cerca di sfruttare le occasioni", non è sciocco chiedersi se si tratta di mala fede o di semplice ottusità: abbiamo infatti già visto che la cosiddetta "logica di mercato" è una logica ideologica e politica. Il mercato, come sacro regolatore dell'economia, non esiste, mentre esistono attori che nel mercato operano, tra i quali, non certo sacri ma a quanto pare intoccabili, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi sono, cosa fanno e perché.
Se fossero semplicemente i deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a giustificare le "ghiotte occasioni" per la speculazione, questi giornalisti dovrebbero allora chiedersi come mai la speculazione finanziaria colpisca l'Europa e non gli Stati Uniti, il cui debito pubblico è assai più alto di quello medio europeo, e come mai gli attacchi si dirigano contro l'Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato americano che è in conclamata bancarotta da anni! Se fossero semplicemente il debito pubblico e la cattiva amministrazione a giustificare questi attacchi, ci si dovrebbe chiedere come mai siano sotto tiro grandi imprese bancarie e assicurative italiane, che hanno applicato alla lettera da anni i più avanzati dettami del capitalismo finanziario globalizzato. Qualcuno dei responsabili di queste aziende sembra cominci ad accorgersene, ora che si trova sotto tiro, stando almeno a quanto ha dichiarato il 9 giugno Giovanni Perissinotto, amministratore delegato del gruppo Generali:
"C'è necessità di una risposta centralizzata e coordinata a livello europeo contro attacchi speculativi, anch'essi coordinati, che stanno investendo alcuni Paesi mediterranei ma che si propongono anche di mettere in discussioni la stessa stabilità dell'euro. (...) Nei ribassi di questi giorni le imprese sono impotenti. Noi siamo disciplinati, promuoviamo l'efficienza, tagliamo i costi. In tutti i Paesi seguiamo una politica di investimenti coerente con gli impegni assunti con gli assicurati. Ma non possiamo continuare ad essere così duramente colpiti dai mercati perché difendiamo il nostro Paese. In una parola perché continuiamo ad investire in titoli di Stato italiani dove sono residenti una parte significativa dei nostri clienti"(8).
Viene quindi finalmente in evidenza, ed è forse l'unico aspetto positivo della tempesta che si annuncia nei prossimi mesi sull'Italia, la necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è demandata a rappresentanti eletti dal popolo. In questa prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite a livello territoriale e basate su principi di semplificazione burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale, spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari; questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in modo proporzionale ai volumi posseduti ed all'ampiezza della loro utilizzazione.
Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, è a nostro avviso oggi necessario richiedere con urgenza l'apertura di un'inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating, da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate, dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal modo, in definitiva, all'attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionali che deve essere oggi considerata l'irrinunciabile presupposto per intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via per riscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito.

tratto da http://www.clarissa.it

10 luglio 2011


1) R. Steiner, I capisaldi dell'economia, Milano, 1982, pp. 110-111.
2) Aa.Vv., "Crisis and debt in Europe: 10 pseudo "obvious facts", 22 measures to drive the debate out of the dead end", Real-world economics review, Issue no. 54, 27 September 2010, p. 19.
3) F. Pavesi, "Moody's, S&P e Fitch, ecco chi comanda nelle agenzie di rating", Il Sole 24 Ore, 9 maggio 2010.
4) F. William Engdahl, "The Financial Tsunami: Sub-Prime Mortgage Debt is but the Tip of the Iceberg", Global Research, November 23, 2007.
5) F. Pavesi, loc. cit.
6) Aa.Vv., "Crisis and debt in Europe", cit., p. 23.
7) Ivi, p. 26.
8) G. Perissinotto, "Serve una risposta europea agli attacchi", Il Sole 24 Ore, 9 luglio 2011

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Noam Chomsky: Israele, allarme tsunami

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noam_chomskyNoam Chomsky

La Jornada

A maggio, durante una riunione a porte chiuse di molti leader dell’imprenditoria israeliana, Idan Ofer, magnate di società finanziarie, ha lanciato l’allarme: “Ci stiamo trasformando velocemente in un Sudafrica. L’impatto economico delle sanzioni sarà avvertito da tutte le famiglie d’Israele”.

La preoccupazione principale degli uomini d’affari era la sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU il prossimo settembre, nella quale l’Autorità Palestinese ha in programma di presentare una richiesta di riconoscimento di uno Stato palestinese.

Dan Gilleman, ex ambasciatore d’Israele alle Nazioni Unite, ha avvertito i partecipanti che la mattina successiva all’annuncio anticipato del riconoscimento dello Stato palestinese, inizierà un processo doloroso e drammatico di sudafricanizzazione, e con ciò ha voluto dire che Israele diventerebbe uno Stato  paria, soggetto a sanzioni internazionali.

In questa e nelle successive riunioni, gli oligarchi hanno esortato il governo a iniziare tentativi basati sulle proposte saudite (della Lega Araba) e sull‘accordo non ufficiale di Ginevra del 2003, nel quale i negoziatori israeliani e palestinesi di alto livello definirono i dettagli di un accordo di due Stati che fu accolto favorevolmente dalla maggior parte del mondo, respinto da Israele e ignorato da Washington.

A marzo il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha avvisato che la  potenziale azione dell’ONU sarebbe uno tsunami. Il timore è che il mondo condanni Israele non solo per aver violato il diritto internazionale, ma anche per aver commesso i suoi atti criminali in uno Stato occupato riconosciuto dall’ONU.

Gli Stati Uniti e Israele stanno portando avanti intense campagne diplomatiche per impedire questo tsunami. Se falliscono, il riconoscimento dello Stato palestinese è molto probabile.

Più di 100 Stati hanno già riconosciuto la Palestina. Il Regno Unito, la Francia e altre nazioni europee hanno elevato la qualifica della delegazione generale palestinese a quella di missioni diplomatiche e ambasciate, status riservato normalmente agli Stati, osserva Victor Kattan, sull’American Journal of International Law.

Inoltre la Palestina è stata ammessa nelle organizzazioni delle Nazioni Unite a parte l’Unesco e l’ Organizzazione Mondiale della Sanità, che hanno evitato di fare questo passo per timore di perdere i fondi degli Stati Uniti, cosa che non è un'astratta minaccia.

A giugno, il Senato statunitense ha approvato una risoluzione che minaccia di sospendere gli aiuti all’Autorità Palestinese se persiste con la sua iniziativa all’ONU. Susan Rice, ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, ha avvisato che non c’è minaccia più grande per il finanziamento degli Stati Uniti alle Nazioni Unite che la prospettiva che il riconoscimento come Stato della Palestina sia supportato dagli Stati membri, informa il Daily Telegraph (Londra). Il nuovo ambasciatore d’Israele all’ONU, Ron Prosor, ha informato la stampa israeliana che il riconoscimento dell’ONU porterebbe alla violenza e alla guerra.

L’ONU presumiblemente riconoscerebbe la Palestina entro le frontiere internazionalmente riconosciute, incluse le Alture del Golan, la Cisgiordania e Gaza. Le Alture furono annesse da Israele nel dicembre 1981, in violazione degli ordini del Consiglio Generale di Sicurezza dell’ONU.

In Cisgiordania, gli insediamenti israeliani e le attività in loro sostegno costituiscono chiaramente una violazione del diritto internazionale, secondo il Tribunale Mondiale e il Consiglio di Sicurezza. Nel febbraio del 2006, gli Stati Uniti e Israele hanno imposto il blocco a Gaza dopo che il partito  sbagliato -Hamas- vinse in Palestina elezioni riconosciute libere e giuste. Il blocco è diventato molto più severo nel giugno del 2007, dopo il fallimento di un golpe militare appoggiato dagli  Stati Uniti destinato ad abbattere il governo eletto.

Nel giugno 2010 il blocco di Gaza è stato oggetto di una condanna da parte del Comitato Internazionale della Croce Rossa -che di rado emette tali report- come una punizione collettiva imposta in chiara violazione del diritto umanitario internazionale. La BBC ha informato che il CICR descrive una situazione critica delle  condizioni a Gaza; ospedali con personale insufficiente, interruzioni di energia elettrica che durano diverse ore ogni giorno, acqua potabile non adatta al consumo e, naturalmente, una popolazione segregata.

Il criminale blocco estende la politica di Stati Uniti e Israele, imposta dal 1991, di separare Gaza dalla Cisgiordania, assicurandosi che lo Stato palestinese rimarrebbe, di fatto, circondato da potenze ostili: Israele e la dittatura giordana. Gli accordi di Oslo, firmati da Israele e dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nel 1993, vietano di separare Gaza dalla Cisgiordania.

Una minaccia più immediata che ha di fronte la politica di rifiuto di USA e Israele è la flottiglia che  cerca di sfidare il blocco di Gaza portando lettere e aiuti umanitari. A maggio 2010 l’ultimo di questi tentativi ha portato a un attacco da parte di commandos israeliani in acque internazionali -un atto criminale grave in sé- nel quale nove passeggeri furono uccisi, azioni che furono severamente condannate fuori dagli Stati Uniti.

In Israele, la maggioranza della gente è convinta che i commandos siano stati le vittime innocenti, attaccati dai passeggeri, cosa che è un altro segnale dell’irrazionalità autodistruttiva che infesta la società.

Oggi USA e Israele stanno cercando vigorosamente di bloccare la flottiglia. La segretaria di Stato Hillary Clinton ha virtualmente autorizzato l’uso della violenza, dichiarando che gli israeliani hanno il diritto di difendersi se le flottiglie cercano di provocare delle azioni entrando in acque israeliane, ossia nelle acque di Gaza, come se Gaza appartenesse a Israele.

La Grecia ha accettato di impedire che le navi salpassero dai suoi porti (cioè le navi che non sono state ancora sabotate), anche se, a differenza della Clinton, la Grecia si è correttamente riferita all’area marittima di Gaza.

Nel gennaio 2009 la Grecia si era distinta per aver rifiutato di permettere che armi statunitensi fossero inviate via mare a Israele da porti greci durante il crudele attacco di USA e Israele a Gaza. La Grecia, che non è più un Paese indipendente nella sua attuale crisi finanziaria, evidentemente non può permettirsi un’integrità così insolita.

Alla domanda se la flottiglia sia una provocazione, Chris Gunness, portavoce dell’Agenzia per Aiuti e le Opere dell’ONU, principale agenzia di aiuti per Gaza, ha descritto la situazione come disperata. Se non ci fosse una crisi umanitaria, se non ci fosse una crisi in quasi tutti gli aspetti della vita a Gaza, non ci sarebbe necessità della flottiglia... Il 95 per cento dell’acqua a Gaza non è potabile, il 40 per cento delle malattie sono trasmesse dall’acqua... Il 45,2 per cento della forza lavoro è disoccupato, l’80 per cento dipende dagli aiuti; è triplicato il numero dei poveri dall’inizio del blocco. Eliminiamo questo blocco e non ci sarà bisogno di nessuna flottiglia.

Le iniziative diplomatiche come la strategia statale palestinese e, in generale, le azioni non violente, minacciano quelli che hanno un monopolio virtuale della violenza. Gli Stati Uniti e Israele cercano di mantenere posizioni indifendibili: l’occupazione che sovverte lo schiacciante consenso a favore di un accordo diplomatico.

Noam Chomsky (nella foto) è professore emerito di linguistica e filosofia all’Istituto Tecnologico del Massachusetts (MIT) a Cambridge, Mass. Il suo libro più recente, con il suo coautore Ilan Pappe, è Gaza in crisi.

Fonte: http://www.jornada.unam.mx/2011/07/11/index.php?section=opinion&article=029a1mun

Traduzione Andrea Grillo

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Si taglia tutto meno che la guerra: le folli spese di guerra dell’amministrazione Obama

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Mentre vara una finanziaria "lacrime e sangue" per ridurre lo spaventoso debito pubblico, l’amministrazione statunitense approva un bilancio della difesa da record

obama_in_guerraL’amministrazione degli Stati Uniti d’America sfida l’opposizione repubblicana e una parte del Partito democratico e annuncia per il 2012 una manovra finanziaria "lacrime e sangue" per ridure lo spaventoso debito pubblico di oltre 14.000 miliardi di dollari. All’orizzonte si profilano nuove tasse sui consumi e tagli alla spesa sociale e sanitaria per 4.000 miliardi ma il complesso militare industriale e i signori del Pentagono potranno comunque dormire sogni tranquilli. Il Congresso, infatti, con 336 voti favorevoli e 87 contrari, ha varato per il prossimo anno un bilancio della difesa record: 649 miliardi di dollari in nuove armi e missioni di guerra, 8,9 miliardi in meno di quanto aveva richiesto il presidente Obama ma 17 miliardi in più di quanto previsto nel budget 2011. Restano fuori dalla difesa perché computate sotto altre voci del bilancio federale, le spese per la cosiddetta "sicurezza nazionale", quelle per la ricerca e la sperimentazione di nuovi strumenti bellici e quelle per la realizzazione di installazioni militari nazionali e d’oltremare, per le abitazioni da assegnare al personale o per la produzione degli ordigni nucleari destinati ai cacciabombardieri strategici o ai missili a medio e lungo raggio imbarcati nei sottomarini.

Anche se il Congresso ha confermato in buona sostanza il piano finanziario approntato dal Dipartimento della difesa, sono stati approvati una serie di emendamenti che comportano il trasferimento di risorse da un programma militare all’altro, la cancellazione di alcuni progetti "chiave" del Pentagono e l’acquisizione di sistemi d’arma non richiesti dai militari ma offerti dalle generose e potenti lobby dei fabbricanti. I congressisti hanno decretato un incremento medio dell’1,6% degli stipendi del personale militare e delle spese per l’acquisto di unità navali, aerei da combattimento e velivoli da trasporto C-17, concedendo fondi straordinari per lo sviluppo dei bombardieri B-1 e di un nuovo prototipo di bombardiere strategico dell’US Air Force. Di contro, sono stati tagliati i programmi per alcuni aerei senza pilota, 114 milioni di dollari in meno per l’UAV MQ-9 "Reaper", protagonista dei sanguinosi raid contro obiettivi civili e militari in Afghanistan e Pakistan e 115 milioni in meno per l’UAV MQ-8B "Fire Scout" della US Navy. Altro rilevante taglio è stato decretato al programma di acquisizione di un nuovo velivolo da guerra terrestre (Ground Combat Vehicle), mentre aumenta di 272 milioni l’importo destinato all’aggiornamento del carro armato M1A2 "Abrams" dell’US Army. Pienamente esaudite invece le richieste del Pentagono di finanziamento dei nuovi cacciabombarideri F-35, di una nuova classe di sottomarini nucleari dotati di missili balistici e dei velivoli per il pattugliamento marittimo P-8 (destinati in parte alla base siciliana di Sigonella).

Un "premio extra" di 335 milioni di dollari è stato concesso inoltre per l’acquisto di due satelliti del Wideband Global System, il sistema di telecomunicazioni satellitari che il Dipartimento della difesa sta sviluppando in cooperazione con le forze armate australiane (complessivamente il sistema assorbirà nel 2012 investimenti per 804 milioni di dollari). Inatteso stop invece al programma trilaterale Stati Uniti-Germania-Italia per la sostituzione dei missili Partiot e Nike Hercules con un nuovo sistema di "difesa anti-aerea e anti-missilili" denominato Medium Extended Air Defense System (MEADS).Il Congresso ha decurtato di 149 milioni di dollari l’apporto USA alla joint venture produttrice con sede ad Orlando (Florida) e composta dal colosso statunitense Lockheed Martin, dalla società tedesca Lenkflugkorpersysteme e da MBDA Missile Systems, consorzio europeo di cui l’italiana Finmeccanica detiene il 25% del capitale. Il programma MEADS, avviato nel maggio 2005, prevede investimenti finanziari per oltre 3,4 miliardi di dollari. Affari d’oro invece per le società impegnate nella realizzazione del sistema missilistico e "anti-aereo" Iron Dome: per il 2012 il Congresso ha infatti approvato una spesa di 205 milioni di dollari a favore del programma di sviluppo che vede insieme Stati Uniti d’America e Israele.

Centosettanta miliardi di dollari vengono destinati infine alle operazioni all’estero delle forze armate USA (4 miliardi in più del 2011), 119 dei quali per le guerre in Iraq, Afghanistan e Pakistan. Al Pentagono andranno inoltre 11,6 miliardi per l’addestramento delle forze armate afghane, 1,5 miliardi per quello delle forze di sicurezza irachene e 75 milioni di dollari per la formazione e l’equipaggiamento delle forze "anti-terorismo" yemenite. Poco chiaro invece quanto accadrà sul fronte libico. Anche se nessuno degli emendamenti approvati impone all’amministrazione Obama la revisione delle modalità d’intervento a fianco della coalizione dei volenterosi a guida NATO, la maggioranza dei congressisti ha chiesto al Dipartimento della difesa di "non utilizzare fondi per fornire equipaggiamento militare, addestramento o consulenze a favore di gruppi o singoli impegnati in attività all’interno o contro la Libia". Il 20 aprile scorso, tuttavia, Washington ha concesso ai ribelli del Transitional National Council 25 milioni di dollari in "equipaggiamenti non letali" (apparecchiature mediche, uniformi, stivali, tende, impianti radio e molto probabilmente armi leggere) e altri 53 milioni in non meglio specificati "aiuti umanitari" a favore del popolo libico.

Secondo un recente studio pubblicato dall’Eisenhower Research Project della Brown University di Rhode Island, dall’11 settembre 2001 ad oggi le forze armate statunitensi hanno speso 4.400 miliardi di dollari per le operazioni in Afghanistan, Iraq, Pakistan e Yemen, una cifra di per sé stratosferica ma che non comprende gli interessi sui debiti contratti dalle autorità federali USA con le banche. Secondo il gruppo di ricerca "le guerre sono state finanziate quasi per intero con l’assunzione di prestiti; sino ad oggi sono stati pagati interessi per 185 miliardi di dollari, ma altri 1.000 miliardi potrebbero essere pagati per le spese di guerra da qui all’anno 2020".

Solo il conflitto iracheno, scoppiato nel 2003, avrebbe comportato una spesa di 1.000 miliardi di dollari. Secondo quanto annunciato dal presidente Obama, entro la fine del 2011 tutti i 46.000 militari USA impegnati dovrebbero essere ritirati dall’Iraq, ma c’è chi al Pentagono sta già pensando a mantenere nel paese, almeno sino alla fine del 2012, un contingente di 8.500-10.000 uomini per "continuare l’addestramento delle forze armate irachene", come riporta l’agenzia The Associated Press. "L’estensione della presenza militare USA in Iraq avverrà solo dopo un’eventuale richiesta da parte della autorità di Baghdad e dipenderà dalla prontezza che le forze di sicurezza locali avranno acquisito contro i rinnovati attacchi delle milizie", spiegano i portavoce della Casa Bianca. "Senza una richiesta formale, solo 200 uomini rimarranno in Iraq a disposizione dell’ambasciata USA in qualità di consulenti militari, un compito comune a quello di tutte le altre missioni diplomatiche all’estero".

Antonio Mazzeo

tratto da www.ilmegafonoquotidiano.it

12 luglio 2011

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