Il telefono comincia a squillare presto. Arrivano richieste di aggiornamenti sulla protesta davanti al cantiere ENI e ETAP di Tazarka, dove per una settimana, 28 lavoratori, tra cui un tecnico italiano, sarebbero stati trattenuti all’interno della struttura. Ma dalla capitale è difficile avere ulteriori notizie. E’ una realtà un po’ chiusa in se stessa - mi dicono gli amici - e il filtraggio delle notizie è enorme.
“I pensieri veloci” del responsabile di Nawaat, che durante la mia visita alla sede ha ricevuto l’informazione e attivato per l’intera giornata i canali diplomatici e mediali, aprono scenari non ancora esattamente definiti. Nella mia testa comincia un andirivieni di coppie di parole che attualmente restano in gioco sul terreno infuocato di Tazarka e non contribuiscono a portare la luce necessaria a irradiare i chiaroscuri della vicenda. Chi dirige l’iniziativa? Miliziani o cittadini indignati? Quale forma ha assunto la protesta? E’ una manifestazione o un’azione banditesca? I lavoratori sono stati ostaggi o hanno deciso di non uscire dalla fabbrica, evitando di contrapporsi con chi premeva ai cancelli? E soprattutto, quali sono le reali rivendicazioni del gesto?
Il sito di Nawaat non ha difficoltà a ribadire la natura criminale dell’operazione in corso, i rischi per l’incolumità della regione in caso di incidenti e l’inettitudine di media, politici e operatori della sicurezza. Pubblica un articolo sul suo sito che circolerà abbondantemente sui profili dei social network e riceverà commenti contrastanti. Stampa e radio locali continuano a non produrre articoli originali e seguono in linea di massima i medesimi contenuti, spesso indirizzati dal comunicato del Ministero dell’Industria e della Tecnologia.
Con i pochi giornalisti italiani a Tunisi sparsi tra gli alberghi e i caffè della Bourguiba valutiamo l’idea di andare sul posto, nonostante le raccomandazioni alla prudenza arrivino ad ogni chiamata. Del resto non c’è soluzione, per aggiungere tasselli a un rebus che va risolto. L’appuntamento è per il tardo pomeriggio alla Torre dell’Orologio, ma il traffico rallenta la partenza. La macchina a noleggio parte finalmente intorno alle 20, diretta nella regione di capo Bon, a 60 km da dove ci troviamo. Alla vista del cartello Tazarka, il telefono passa nella mani dell’unico giornalista che parla arabo che chiama un mio contatto sul posto disponibile ad accoglierci e accompagnarci al cantiere. E’ buio e la strada scorre tra gli alberi. Dai finestrini le luci della centrale ENI ci fanno da navigatore.
Z. ci aspetta davanti al ristorante La Sirena, all’ingresso del paese. Baci e strette di mano di rito, poi si entra nel locale dove alcuni dei manifestanti hanno appena finito di cenare. Tra questi Ridha Ben Salha, il portavoce del gruppo che ci dà appuntamento al cantiere. Intanto Z. ci dà qualche anticipazione: “La presenza di Eni doveva garantire lavoro e sviluppo per Tazarka, invece le cose stanno andando diversamente. Il 90% del personale è stato assunto perché ha pagato per farlo, mentre il sistema ecologico soffre la presenza di Eni. La protesta è iniziata da una settimana, dopo che sono non state esaudite le richieste fatte ad Eni”.
Davanti ai cancelli più di cento persone si alzano per venirci incontro. Tra strette di mani e saluti, i presenti, che non lesinano l’utilizzo dell’italiano ci invitano a raggiungere il “capo”. Ridha, berretto in testa e sorriso accennato sulle labbra, ci fa entrare in una piccola tenda ai piedi di un albero, a una decina di metri dal cancello del cantiere. “Faccio il litografo. Dormo qui almeno tre giorni la settimana – attacca anche lui in un agile italiano - gli altri torno dalla mia famiglia. Ho sei figli, tre maschi e tre femmine, il più grande ha appena tredici anni”. Ci accalchiamo ai suoi lati, prendendo posto sui materassi e tutta la massa ci segue e copre ogni squarcio di luce. Sa bene il motivo della nostra visita e attacca: “Dopo la Rivoluzione abbiamo cambiato l’amministrazione comunale e ci siamo accorti che Eni non hai dato i contributi promessi affinché si realizzassero delle infrastrutture. I soldi sono stati presi dai funzionari del Comune. Le trattative per metterci a un tavolo con Eni sono iniziate più di un mese fa. Dopo che alcuni appuntamenti in cui il Comune aveva garantito la presenza di Eni sono andati a vuoto, e dopo aver aspettato mercoledì scorso una risposta che non è arrivata, venerdì siamo venuti al cantiere. Avevamo richiesto alla compagnia di versare 3.00.000 di dinari alla municipalità di Tazarka, e 3.000 dinari per tutte famiglie che vivono con il rischio della presenza di Eni più 100 posti di lavori per la gente del posto e 170.000 dinari per tutte le organizzazioni che fanno qualcosa per i giovani”. Chiarisce di non essere interessato personalmente ai soldi, di avere un reddito più che soddisfacente, ma di partecipare alle proteste per amore della sua gente. Il Comune ha annunciato di essere d’accordo con la richiesta di denaro, ma rifiuta di appoggiare la protesta. E così la quota destinata alla municipalità è stata tagliata. “Abbiamo cambiato ancora. Ora vogliamo cento posti di lavoro e 3.000 dinari per le circa 300 famiglie povere che sono qua e 160.000 per associazioni. Non chiediamo più nemmeno 3.000 dinari per tutte le famiglie, ma solo per le 300 che partecipano alla protesta e per quei 200-300 operai che non hanno studiato e non trovano lavoro”. E le 120 famiglie degli operai che lavorano? “Sono con noi, ma non partecipano per paura della ditta”. Il direttore è del sud del paese. “Sono state assunte solo 21 persone del posto che vengono impiegate come giardinieri. I tecnici vengono tutti da fuori, guarda caso, dal sud della Tunisia. Ci rispondono di aver di preso personale qualificato, come se a noi mancassero queste figure. In ogni caso, non era meglio investire sul personale locale e formarlo? In questo modo si è tolto risorse al sud e non si è investito sul locale”. Il vero problema, ammette Ridha, è la corruzione dilagante. Ci alziamo per andare a vedere i presidi alle altre porte. Ridha si mette al centro, guarda la telecamera e dice: “Io faccio io il miracolo italiano, faccio un milione di posti. Ma poi li ha fatti?”. Lasciamo perdere.
Tocca a noi fare un po’ di domande. Cosa è successo venerdì scorso? “Abbiamo cominciato il blocco dei camion, quelli che trasportano i prodotti estratti dalle piattaforme off-shore di Maamoura e Baraka e che poi vengono lavorati all’interno del cantiere e trasportati a Skhira. In seguito ci siamo distribuiti ai cancelli e abbiamo detto ai lavoratori che potevano andare a lavorare, ma che se fossero usciti, non gli avremmo più fatti rientrare, fino al prossimo turno settimanale. Tutti hanno deciso di restare, non ci sono state violenze. Ma gli abbiamo lasciati senza mangiare per diversi giorni”. Quattro persone sono state trasferite all’ospedale. La risposta è pronta: “Un’ambulanza è venuta, ma non ha raccolto nessuno, è stata solo un’azione di discredito organizzata dalla ditta”. Spunta tra le mani di uno dei ragazzi un video della giornata che riprende un elicottero che monitora il cielo sopra la centrale. Dallo sportellone aperto si intravede l’arma di un soldato. “La polizia è intervenuta?”. Ridha afferma con tranquillità che la polizia passa ogni giorno al cantiere, controlla le operazioni e va via. “Capiscono le nostre situazioni”. In ogni caso, Ridha è stato denunciato, “perché portavoce della protesta” ed è stato convocato nei prossimi giorni dalle autorità locali. Chiedo una piattaforma scritta della protesta. Non c’è. Dati e documenti sull’inquinamento. Nessuno li ha raccolti. “Ma i problemi ambientali ci sono. Ora la fabbrica lavora in sottoproduzione, al 20%. A pieno regime il rumore dei macchinari non ci fa dormire”. Ridha e i manifestanti denunciano perdite di gas nell’aria. Costeggiamo un rivolo. “Sono gli scarichi della centrale che vanno a mischiarsi con l’acqua che beviamo”. Anche i campi destinati all’agricoltura hanno avuto problemi. “I fumi della fabbrica hanno completamente annerito un campo di fragole di un contadino. Ha perduto tutto il raccolto e ha avanzato una richiesta di 35.000 dinari di risarcimento”. Il secondo cancello è presidiato da un gruppo di giovani che bivacca per terra. Al nostro passaggio salutano e invitano a scattare delle foto. Si va avanti. Prima di arrivare al terzo cancello c’è una tenda. Dentro si smazzano le carte per avviare una sfida, praticamente al buio. Altre foto al cancello. Pochi sorveglianti al primo, al secondo, e al terzo accesso. E’ questo che la maggior parte delle agenzie stampa tunisine ritengono grave.
Torniamo verso l’entrata principale. Scopro che Ridha ha lavorato per tre anni nella mia città. Un’esperienza al mercato centrale, per poi proseguire al nord Italia, Cremona e Milano. “Il bandito” che la stampa tunisina descrive, se esiste è ben camuffato in queste strade sterrate che girano intorno al complesso petrolifero. Mi chiede del porto della mia città, della crisi del lavoro, dei ragazzi tunisini che arrivano in Italia. Poi mi racconta della rivoluzione. “A Tazarka nessuno si è mosso e così sono andato a Tunisi e ho partecipato alle manifestazione della Casbah 1. E’ stato un gran momento per il mio paese e ne sono orgoglioso. Quando c’è la libertà succedono le cose belle”. Non crede alla politica istituzionale, ma ha votato Ennahdha, perché poco compromesso con il precedente regime. Arriva il momento dei saluti. Gli altri hanno fretta di rientrare a Tunisi. “Tornate quando volete, di giorno soprattutto, troverete molte più persone. Vedrete quanta solidarietà”. Poi si fa spazio davanti ai cancelli, fa arretrare tutti di qualche passo e ai nostri piedi compare una scritta sull’asfalto. Recita: siamo qua, o moriamo o vinciamo.
Alessandro Doranti
tratto da Il manifesto
28 ottobre 2011
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