Ci sono dei giornalisti presenti in Grecia che raccontano che, una volta intervistati telefonicamente, molti greci si sono messi ad insultare chiunque chiedesse loro quale voto avessero intenzione di esprimere alle elezioni di domenica 6 maggio. La difficoltà di classificare l'insulto come intenzione di voto ha evidentemente alterato i risultati dei sondaggi. Per cui il due partiti liberisti, Nuova Democrazia e Pasok, alla fine si sono trovati con attribuzioni di voti reali che sono di gran lunga inferiori alle già pessime previsioni. La realtà si è quindi rivelata in questo modo: niente maggioranza risicata proliberista in Grecia, come da sondaggi, ma un rompicapo di difficile soluzione.
Il riflesso in borsa di queste previsioni sbagliate, visto che gli operatori usano i sondaggi per investire sui titoli di un paese o meno, si è fatto subito sentire. Per capire come funzionano le cose dopo le elezioni in Europa si consideri che, realizzata la sostanza reale del voto greco, da Pimco, una delle maggiori agenzie di investimento finanziario del mondo, è arrivato subito il messaggio che si sarebbe operato in modo da alzare gli spread in area europea. Pimco, per capire il livello e la composizione di chi opera tutti i giorni sulla crisi europea, è un'agenzia che si chiama Pacific Investment, possiede il maggior fondo di investimenti del mondo (Total Return) ma è controllata dalle assicurazioni tedesche Allianz. Così si comprende come ci sia un'ibridazione tra capitali tedeschi e apolidi che rappresenta la spaventata, e interessata, base materiale delle politiche di bilancio. Una base materiale che, dopo le elezioni francesi e greche, non trova politiche continentali di riferimento.
Così Pimco, e altre decine di grandi fondi di investimento, in queste ore stanno spostando capitali in modo da alzare gli spread, compreso quello italiano, cercando di monetizzare su nuovi alti tassi di interesse quello che credono di perdere sul valore reale dell'acquisto di debito pubblico. Ma, al di là degli aspetti tecnici, siamo alla più classica contraddizione tra democrazia e moneta. All'indomani del voto francese e greco, e di una tornata delle ammnistrative tedesche, il mercato radicalizza subito qualsiasi possibile difficoltà futura emersa dal risultato delle urne in Europa.
Eppure la forza, e il pericolo, della finanza globale non è fenomeno che si scopre oggi. Piuttosto questa situazione, di una nuova primavera-estate di serie turbolenze economiche e sociali a causa del comportamento dei mercati, era già ampiamente prevedibile dallo scorso autunno. Quando, una volta caduto Berlusconi, era evidente (per chi lo voleva vedere) che sullo scenario europeo sia il consenso che la base materiale per le politiche di austerità proprio non c'erano. All'epoca il presidente Napolitano, che rappresenta una concezione dell'economia logora da decenni, scelse di perfezionare un incarico a Monti (già vicino ad essere nominato durante l'estate) scommettendo proprio sul contrario di queste previsioni. E cioè che l'unica base materiale per le politiche economiche erano i fondi tipo Pimco (capitali apolidi, controllo tedesco, supporto delle istituzioni di Berlino) e che la società italiana ed europea si sarebbe adeguata. E' andata a finire che, sul piano continentale, queste politiche di austerità non sono passate, nessun elettorato sovrano vota per farsi impoverire da poteri sovranazionali, e che l'Italia ha finito per fare sacrifici di bilancio completamente inutili. Visto anche che lo spread è risalito oltre il livello di guardia, il debito pubblico sotto Mario Monti è aumentato e le previsioni economiche del governo per il giugno 2012 sono già irrealizzabili. L'Europa su cui hanno scommesso Monti e Napolitano, una gabbia d'acciaio per lo stato sociale e per i salari, alla fine non è risultata appetibile nemmeno per gli investitori.
Adesso, giusto per dargli un ruolo, i media italiani parlano di Mario Monti come "mediatore" tra la Merkel e Hollande. Ma la realtà è un'altra: il voto francese, nonostante il mitterandismo moderato di cui Hollande è espressione, combinato a quello greco mettono subito in difficoltà la sostanza delle politiche europee da due anni a questa parte. Politiche che consistevano nel mettere sotto severa tutela la Grecia e costruire un'Europa neorigorista a guida liberale tedesca che si rivelasse un solido, leggi profittevole, investimento per i player finanziari mondiali (e che ribadisse il primato dell'economia esportatrice tedesca sulle altre in Europa). Monti è stato chiamato a fare il presidente entro questo scacchiere. Che non solo è già saltato, per le difficoltà della Francia e per il suo voto popolare, ma che rischia un serio colpo finale con il prossimo referendum irlandese sul fiscal compact (l'architrave fiscale pensata dalla Germania per l'Europa neorigorista).
Su Hollande deve essere chiara una cosa: i suoi chief economist da mesi stanno girando l'Europa e il mondo, parlando con amministratori statali e di grandi fondi di investimento, cercando di rassicurare sia la Germania che i grandi investitori sulla bontà sistemica delle loro intenzioni. E' che la situazione oggettiva, con il 10 per cento del Pil francese investito in debito pubblico di cui quasi il 60 in mano ad investitori stranieri, rischia di mettere in rotta di collisione Berlino con Parigi. Specie se, come accaduto ad aprile, la borsa tedesca emette titoli speculativi che hanno affossato i bond francesi dopo il primo turno delle presidenziali. E qui ci sarebbe una buona volta da chiarire la natura della Germania di oggi. Che sta a metà tra lo stato neorigorista che tutela interessi e banche nazionali, la nazione che supporta con grande forza le esportazioni e lo scatenato trader speculativo che opera, con spregiudicatezza, sui mercati finanziari. Un pò troppo per essere sopportato a lungo dagli alleati europei e anche per non essere un attore interessato ad impedire quella separazione tra banche d'affari e di investimento (che limiterebbe il potere speculativo delle banche europee) che i socialisti francesi chiedono fermamente come indirizzo politico del continente.
Insomma, l'Europa di Napolitano e Monti non esiste più dalla Grecia a Parigi. Fatto che mostra l'assoluta cecità del centrosinistra italiano che, trovatosi a novembre nelle condizioni di poter anticipare un processo antiliberista (senza martorizzare il paese con il rigore di bilancio), si è invece convinto che il ciclo liberista fosse eterno e senza contraddizioni. E soprattutto governabile con un centro che esiste più nei telegiornali che nella realtà. Si apre quindi una fase molto mobile, in Italia e in Europa, i cui esiti non sono prevedibili. Di sicuro mancherà la noia. (red.)
7 maggio 2012
| < Prec. | Succ. > |
|---|













