Il quotidiano di Eugenio Scalfari, diretto da Ezio Mauro, ha una storica predilezione per le avventure coloniali americane. A partire dalla prima guerra del Golfo del '90-'91 le ha appoggiate tutte. Sono i tempi in cui Paolo Garimberti, attuale presidente della Rai non sgradito a Berlusconi, istruiva il lettore di sinistra appena uscito dal crollo del muro di Berlino delle esigenze del nuovo mondo. Che finivano sempre per coincidere con le spedizioni coloniali americane che, si aggiungeva come da copione, avrebbero portato ad un nuovo equilibrio mondiale basato sulla pace.E' stato così anche per l'invasione dell'Iraq del 2003. Nonostante i dubbi, e la questione delle armi di distruzione di massa mai trovate dagli alleati occupanti, quando i guys hanno attraversato il confine dal Kuwait il quotidiano romano non ha fatto mancare il suo appoggio.
Contribuendo, con cronache ispirate, all'invenzione dell'occupazione di Baghdad dell'aprile del 2003 grazie allo show dell'abbattimento della statua di Saddam Hussein nel centro della capitale irachena. La realtà, fatta di durissimi e strazianti scontri di ogni tipo per anni, era ovviamente un'altra. Che è stata progressivamente messa in ombra al lettore italiano. Man mano che non c'erano elementi che in qualche modo potessero legittimare l'unica trama narrativa che interessa alla redazione del quotidiano romano: gli americani che portano democrazia, civiltà, mercato e progresso. L'Iraq è quindi sparito dalle cronache salvo ricomparire per lo scoppio di qualche autobomba di grosse dimensioni o per le elezioni immancabilmente, e frettolosamente, descritte come avvento della democrazia.
Oggi sulla sua home Repubblica parla di truppe Usa ritirate dall'Iraq con un sottotitolo da Time della fine della seconda guerra mondiale "dopo 7 anni non si combatte più". Un metodo orwelliano per parlare della politica internazionale, mutuato dai tg: lunghi silenzi sulla situazione reale sul campo e titoli improvvisi sui successi delle truppe che si appoggiano. Così si ha solo l'impressione che la guerra "vada bene". Non occupa la quotidianità e le notizie di valore storico sono sempre e solo positive (presa di Baghdad, elezioni e oggi ritiro). Qualche attentato fa parte della rappresentazione della guerra basta che non si ecceda nella foliazione sennò si dà
l'impressione che la guerra è fuori controllo (come lo è in realtà).
A suo modo tutto questo è geniale perchè si trasforma una delle più evidenti disfatte politiche e militari degli Usa, corredato da massacri spaventosi (e spaventosamente occultati) nei confronti dei civili, in una vittoria in nome della democrazia e della chiarezza.
Andiamo però ad occuparci della realtà
1) In Iraq restano 50.000 militari americani. Con il compito di supportare le truppe ufficiali irachene nel continuare la guerra. Quello che Repubblica ha venduto come fine della guerra è solo l' "iraqizzazione del conflitto", ovvero la guerra continuata nei punti più caldi da irakeni pro-Usa contro gli altri. Con le truppe Usa a difesa dei punti sensibili e a supporto militare in caso di emergenza.
2) In Iraq non c'è più un governo da mesi. Le elezioni, vendute come "stabilizzazione democratica dell'Iraq" hanno provocato una radicale frattura tra le parti in causa. Infatti si è sull'orlo di una nuova guerra civile, dopo quella 2006-7, da diverse fazioni e giocata in funzione antiamericana. La mossa del "ritiro anticipato di una settimana" serve ad attribuire, da ora in poi, il caos irakeno non al fallimento dell'occupazione Usa ma alla "violenza settaria"
3) Le forze militari irachene, in accordo i militari americani a stretto contatto con loro, hanno ufficialmente chiesto agli Usa di mantenere i 50.000 soldati americani sul luogo ben oltre il 2011. Proprio a causa della situazione difficilissima sul terreno. E' evidente che la guerra è finita solo per Repubblica: è stata esternalizzata a forze indigene che non si sentono neanche in grado di continuarla
4) Il comandante in capo delle truppe americane in Iraq, Ray Odierno, ha detto alla Reuters che nel nord del paese la situazione è difficilissima, al limite del collasso. Il comandante delle forze irachene, Babakir Zebari, ha detto alla stessa agenzia di stampa che le sue truppe non saranno pronte a controllare il paese prima del 2020.
E' evidente che si sta giocando una mossa militare e una di comunicazione. La prima è quella dell'esternalizzazione della guerra agli indigeni, già fallita in Vietnam, mentre la seconda è l'istituzione del reality globale della "fine della guerra". Reality globale al quale Repubblica partecipa con entusiasmo, l'importante è nutrire la grande epica delle gesta epocali di Obama. In una convinta distorsione tra portata misera e reale dei fatti e sforzo di chi li descrive con i toni dell'epica. Si comprende perchè Berlusconi ha sempre avuto come nemico naturale il gruppo Caracciolo-Repubblica. Perchè è un concorrente naturale sul piano della trasformazione della comunicazione politica in zona ai confini della realtà. L'unica zona che permette al potere di essere verticale.
Link: Iraq, la grande fuga
per Senza Soste, Bill Shankly
19 agosto 2010
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