Quello della solidarietà internazionale è un universo estremamente composito
che negli ultimi decenni ha conosciuto una crescita esponenziale in grado di
stravolgere in profondità tanto gli obiettivi originari dei progetti quanto
le dinamiche attraverso cui le varie organizzazioni interagiscono con le realtà
specifiche all’interno delle quali si trovano ad operare.
Si stima che nel mondo siano attive ad oggi almeno 50.000 ONG che ricevono oltre
10 miliardi di dollari annui di finanziamenti ed occupano centinaia di migliaia
di operatori distribuiti su vari livelli, più della metà dei quali provenienti
dai paesi occidentali. La sola Associazione delle ONG Italiane raggruppa 160
organizzazioni, si interessa di 3.000 progetti in 84 paesi del mondo, occupa
5.500 persone e gestisce 350 milioni di euro l’anno.
Se un tempo dedicarsi alla solidarietà internazionale rappresentava una scelta
di vita “per pochi”ardimentosi idealisti che avevano deciso di mettersi al servizio
del prossimo, oggi quello in mano alle ONG è un vero e proprio mercato economico
gestito attraverso le regole del marketing da professionisti della “solidarietà”
formati per mezzo di master universitari e corsi di specializzazione che abbracciano
le tematiche più svariate spaziando dal peacekeeping al commercio equo, alla
cooperazione allo sviluppo.
Proprio fra le pieghe del termine “sviluppo” impropriamente usato ed abusato
quale sinonimo di benessere e prosperità, si può cogliere l’approccio strumentale
attraverso il quale l’occidente interagisce nei confronti di società e culture
differenti, senza prestare alcuna attenzione alle singole specificità.
Il sistema politico ed economico occidentale, caratterizzato dal consumismo
più sfrenato, dalla mercificazione dell’esistente, dall’appiattimento dei valori
morali ed umani sull’altare dell’economicismo, viene assunto come “modello”
da esportare dappertutto in un mondo che si vuole sempre più globalizzato e
convertito ai dogmi del sistema sviluppista. Colonialismo e neocolonialismo
hanno sradicato culture millenarie ed economie di sussistenza basate sul rapporto
armonico con la natura, attraverso guerre ed invasioni spesse volte definite
ipocritamente preventive o umanitarie, causando l’impoverimento d’interi continenti,
la cui popolazione è stata costretta a “competere” nell’arena della modernità
industriale senza avere i requisiti per poterlo fare.
Il modello occidentale basato sul miraggio della crescita infinita continua
a fagocitare nuovi popoli e nuovi territori, alla perenne ricerca dell’energia
che gli consenta la sopravvivenza e del “capitale umano” necessario ad alimentare
la macchina di produzione. Si tratta di un atteggiamento invasivo e distruttivo
attuato con supponenza senza il minimo rispetto per le differenze politiche
e culturali, in totale spregio di ogni dimensione comunitaria di scambio e reciprocità
locale. La cultura dello “sviluppo” forte della propria aggressività e dei falsi
valori di civiltà di cui si fregia in maniera arbitraria ed autoreferenziale,
continua ad imporre sé stessa in totale spregio delle altre culture, degli stili
di vita differenti e del diritto all’autodeterminazione dei popoli.
L’universo della solidarietà internazionale si muove nell’alveo della cultura
sviluppista, proponendosi di porre rimedio alle devastazioni create dallo sviluppo,
proprio attraverso pratiche politiche, sociali ed economiche che si basano sullo
stesso concetto di sviluppo, il più delle volte corredato dall’aggettivo sostenibile.
Il corto circuito logico alla base di un simile progetto risulta evidente ed
esso va letto alla luce delle profonde trasformazioni che dagli anni 80 ad oggi
hanno caratterizzato le organizzazioni dedite alla solidarietà, limitandone
in profondità l’autonomia di movimento. Abbandonato lo spontaneismo le ONG hanno
dovuto nel corso degli anni assumere una veste molto più strutturata, al fine
di essere riconosciute dai grandi organismi mondiali e dai governi nazionali,
in modo da potere avere accesso ai finanziamenti e agli sgravi fiscali.
Tale trasformazione suffragata dalla necessità di evitare sprechi, disfunzioni
e malversazioni ha in realtà contribuito a rendere il settore poco trasparente,
arrivando ad incidere in maniera notevole sulla stessa natura “non governativa”
delle organizzazioni. La possibilità per le ONG di realizzare progetti di assistenza
ed aiuto accedendo ai finanziamenti necessari è infatti subordinata al riconoscimento
a loro accordato da parte dell’ONU, della UE, della Banca Mondiale e degli altri
organismi governativi. Questo fa si che i progetti delle organizzazioni umanitarie
finiscano per doversi conformare agli interessi dei propri “donatori” anziché
alle esigenze reali delle persone interessate, creando in questo modo una sorta
di sudditanza fra coloro che si propongono di lenire le sofferenze e quegli
organismi governativi che hanno contribuito al loro dilagare.
Sostanzialmente l’azione delle ONG, nonostante l’impegno e la buona fede di
molti fra coloro che in esse si adoperano, sta diventando sempre più funzionale
agli obiettivi politici ed economici dei governi e le organizzazioni umanitarie
si ritrovano sempre più spesso costrette ad assecondare le strategie militari,
fino a diventare parte integrante dei processi di “stabilizzazione” successivi
ai conflitti armati, nella misura e nei modi voluti dai vertici degli eserciti.
Così come è accaduto e sta accadendo nella ex Jugoslavia, in Afghanistan e in
Iraq le ONG hanno finito per interpretare il ruolo ambiguo di garanti del processo
di democraticizzazione ottenuto tramite “l’esportazione armata” della cosiddetta
democrazia liberale che ha imposto lo smantellamento di qualsiasi forma di democrazia
di base, partecipazione alla gestione del bene e comune e aggregazione sociale
esistente in loco.
Altrettanto spesso le ONG si ritrovano a gestire il cospicuo business degli
aiuti con la partecipazione degli elementi più opportunisti della vecchia classe
dirigente, contribuendo a creare una sorta di elite composta da una ristretta
cerchia di funzionari il cui potere è determinato dall’ingente disponibilità
di risorse finanziarie in loro possesso.
Un esempio su tutti delle contraddizioni che caratterizzano il mondo della
solidarietà ci è stato fornito dalla recente storia dell’Afghanistan. Nel 2001
tutte le ONG presenti in loco lasciarono Kabul prima dell’attacco americano,
proprio quando sarebbe stato maggiormente necessario l’intervento umanitario.
A guerra finita tornarono più numerose di prima con corredo di jeep nuove fiammanti
e grandi disponibilità di denaro, parte del quale fu usato per affittare o acquistare
immobili a prezzi di molte volte superiori a quelli di mercato.
La maggior parte del denaro donato alle organizzazioni umanitarie spesso non
raggiunge infatti coloro che soffrono ma viene dissipato nei mega stipendi e
rimborsi spese degli alti dirigenti, nella remunerazione generosa degli altri
dipendenti, negli affitti o acquisti d’immobili e autovetture e in altre spese
accessorie non sempre indispensabili, con la prerogativa di privilegiare negli
acquisti di prodotti e servizi le aziende del paese che fa le donazioni.
Il mondo della solidarietà riflette in larga misura le storture della nostra
società occidentale ed ha ormai tutti i connotati di un business in espansione
all’interno del quale molti ambiscono a ritagliarsi una “posizione” per motivi
di profitto e di prestigio. La presenza delle ONG “allineate” è gradita tanto
alla politica che attraverso di esse purifica la propria immagine e la propria
coscienza, quanto agli apparati militari che ne sfruttano le capacità stabilizzatrici,
quanto ai grandi poteri economici e finanziari che usano le organizzazioni umanitarie
come teste di ponte per cogliere le grandi opportunità connesse alla ricostruzione.
Nonostante molte persone siano animate dalle migliori intenzioni ed operino
in totale buona fede, larga parte delle ONG si è ormai discostata dagli obiettivi
di solidarietà ed aiuto del prossimo che dovrebbero essere la base di ogni progetto
umanitario.
Si può infatti aiutare veramente gli altri solamente riconoscendoli come tali,
rispettando la loro identità culturale e attribuendo loro la nostra stessa dignità.
Qualunque forma di solidarietà matura deve essere vissuta all’insegna della
reciprocità e non può prescindere dal rispetto delle peculiarità del prossimo,
senza la pretesa di volerlo “convertire” ed appiattire sulla falsariga del nostro
modello di società, senza doverlo per forza di cose considerare un “selvaggio”
in via di sviluppo.
Marco Cedolin
tratto da www.canisciolti.info
8 febbraio 2008
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