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Francia. Perché le classi popolari votano le Pen

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Perché le classi popolari votano Marine Le Pen

le_pen_marine_sondaggiChristophe Guilluy, ricercatore di geografia sociale, disegna il nuovo atlante del Paese in vista delle prossime elezioni presidenziali François Hollande e Nicolas Sarkozy si rivolgono all'élite delle grandi città mascherando un reale imbarazzo nei confronti dei nuovi emarginati

I due principali candidati alle presidenziali francesi, il socialista François Hollande e Nicolas Sarkozy, che non ha ancora ufficializzato la sua partecipazione alla corsa all'Eliseo del 22 aprile e 6 maggio, si scontrano sulle «classi medie» e si accusano a vicenda di non volerle proteggere. I due principali candidati mascherano, con l'espressione «classi medie», che il sociologo Louis Chauvel descrive «alla deriva», un reale imbarazzo nei confronti della classi popolari.
Sarkozy, che nel 2007 aveva vinto grazie al voto di operai e impiegati, convincendoli con la promessa di un aumento del potere d'acquisto grazie al «lavorare di più per guadagnare di più», ha ormai consumato il divorzio con questa parte della popolazione. Dice Jérôme Fourquet dell'istituto di sondaggi Ifop: «Oggi, soltanto il 10% degli operai sarebbe pronto a votare Sarkozy al primo turno e tra il 30 e il 35% al secondo, contro il 50% del 2007».
Il Ps, secondo l'economista Bruno Amable, dalla svolta del rigore dell'83, ha girato le spalle alle classi popolari: «La scelta di abbandonare una politica di rilancio contro la disoccupazione a vantaggio della deflazione competitiva non è stata solo l'espressione del vincolo esterno o della volontà di restare in Europa. È stata una scelta politica che ha privilegiato le attese delle classi medie e superiori a detrimento di quelle delle classi popolari». Oggi, i sondaggi indicano che le intenzioni di voto degli operai sono al 40% per Marine Le Pen, seguite da Hollande al 35%. Sarkozy sarebbe alla pari con il candidato del Front de Gauche, Jean-Luc Mélénchon, per attirare il 10% del voto delle classi popolari.

Come è cambiata la situazione della società francese negli ultimi anni? Come ha influito la mondializzazione, in un paese che nel 2005 aveva stupito l'Europa votando «no» al Trattato costituzionale europeo, affossato da quel rifiuto (che si era aggiunto al «no» olandese)? Lo abbiamo chiesto al ricercatore di geografia sociale Christophe Guilluy, autore, tra l'altro, dell'Atlas des nouvelles fractures sociales en France (Autrement, 2004) e di Fractures françaises (Bourin, 2010).
L'organizzazione sociale del XXI secolo, che vediamo in Francia, ma anche in altri paesi, Usa compresi, ci mette di fronte a grandi città mondializzate, aperte, che accolgono dall'alto la ricchezza e dal basso l'immigrazione. Da una quindicina di anni c'è stato un rinnovamento della sociologia delle grandi metropoli, che votano per i socialisti o per i Verdi. Questa situazione pone la questione sul cosa sia la sinistra oggi e ci mostra il divorzio tra sinistra e classe operaia, classi popolari. Si tratta di un divorzio geografico e culturale. La sinistra è universalista, aperta al mondo, ha dimenticato la questione sociale: questo ha favorito che fosse mangiata dalla logica neoliberista. È uno choc culturale gigantesco rispetto al passato. La questione sociale è stata dimenticata e sostituita dai dibattiti di società. C'è una dimensione geografica: la sinistra non è più in contatto con le classi popolari. Mélenchon, certo, riporta nel discorso politico la questione sociale, ma lo fa con una visione che era quella del Pcf degli anni '70, come se in trent'anni non fosse successo nulla.

È la mondializzazione che ha cambiato tutto, nel senso che le classi popolari sono le perdenti di questa trasformazione, con le delocalizzazioni e la disoccupazione, mentre l'élite delle grandi città ha solo i vantaggi di questo mondo dove tutto è a portata di mano?
Dopo vent'anni di mondializzazione, la divisione dominante non è più destra/sinistra, ma tra classi popolari e classi dominanti. Non c'è la stessa percezione culturale della mondializzazione. Gli abitanti delle grandi città che votano a sinistra, anche se nei discorsi non lo dicono, erigono di fatto delle barriere, delle frontiere culturali: lo si vede nella scelta delle scuole per i figli, dei condomini dove abitare. Gli operai non hanno i mezzi per erigere queste frontiere e chiedono allo stato di farlo. La gente, confusa dalla perturbazione dell'identità, ha bisogno di ritrovarsi. Tutti pensano del resto che l'identità sia importante, che i valori siano importanti. Ma in alto si sa cosa non si deve dire. Vengono fatti discorsi moralizzatori a sinistra su coloro che sono confusi dal multiculturalismo, ma questa è più una questione sociale che filosofica: la percezione de multiculturalismo è diversa se si guadagnano 800 o 10mile euro al mese. Da vent'anni, le classi popolari votano più o meno uguale, No all'Europa di Maastricht, Le Pen nel 2002, Sarkozy nel 2007, oggi Marine Le Pen, e dicono sempre la stessa cosa, servendosi dei partiti. Negli anni '80, il Fronte nazionale era liberista, era votato dalla vecchia borghesia cattolica, quando negli anni '90 gli operai hanno cominciato a votarlo non appartenevano alla sua cultura che non aveva nulla a che vedere con la lotta di classe. Poi il Fn ha adattato il discorso, così come la sinistra adatta il discorso al suo elettorato.

Ma i due partiti dominanti, Ump e Ps, si rivolgono soprattutto alle classi medie. Come mai?
È un concetto legato al periodo dei Trenta gloriosi, quando nel momento della crescita sociale tutti erano destinati a diventare classe media. A ciascun periodo di mutazione economica corrisponde un paesaggio sociale e una classe sociale. Dopo il periodo della Francia rurale, con i contadini al centro, fece seguito quello della rivoluzione industriale, con la classe operaia, i quartieri operai e il Pcf. Nei trenta gloriosi emerge la classe media, che abita nei pavillon, nelle villette, creando un paesaggio urbano diffuso. Dalla fine degli anni '80 emergono i quartieri etnici, i ghetti che si contrappongono ai pavillon delle classi medie. Oggi, dopo vent'anni di mondializzazione, c'è stata una ricomposizione del territorio. Le classi medie sono esplose. Le classi popolari sono composte non solo da operai, ma anche da impiegati, dal terziario, dai precari: rappresentano il 60% della popolazione. I grandi partiti hanno capito che queste categorie soffrono enormemente a causa della mondializzazione, ne sono i perdenti. Hanno bassi salari, sono precari, vivono in territori non ben definiti, sono stati cacciati dalle grandi città, vivono ai margini delle zone dove si produce ricchezza, a differenza degli operai di una volta. Vivono una una no man's land culturale e non è un caso se emergono qui i partiti populisti. Da vent'anni le classi popolari hanno un'immagine culturale deteriorata, svalorizzata. Si tratta della Francia periferica, sia dal punto di vista della logica geografica che culturale. In queste zone vivono molti giovani, ma nessuno li vede: secondo un sondaggio Ifop, il 28% di questi giovani tra i 18 e i 24 anni vota Fronte nazionale. Questo vuol dire che, mentre lo zoccolo elettorale dell'Ump sono i pensionati, del Ps i funzionari, la popolazione attiva lo è del Fronte nazionale. È un immenso problema.

La sinistra, il Ps in particolare, come mai ha voltato le spalle alle classi popolari?
Negli anni '80, la sinistra è andata verso il liberismo. Ha abbandonato la questione sociale, sostituendola con l'antirazzismo. Il Pcf è scomparso, è rimasto il Ps che è sempre stato borghese e ha scelto delle tematiche che potenzialmente possono venire difese anche dalla destra, le questioni di società, la scelta della bicicletta invece dell'auto ecc..

Lei parla di Francia divisa in tre: città mondializzate, Francia di provincia e banlieues. Come si situano oggi le banlieues, dove vive una parte della classe popolare?
La figura dell'immigrato ha sostituito a sinistra la figura dell'operaio. Ma la maggior parte degli operai in Francia non sono immigrati. La carta della povertà ci rivela che l'80% dei poveri non vivono nelle banlieues, ma nei pavillon e nelle zone rurali. Le banlieues sono state molto mediatizzate, a causa delle cattiva coscienza coloniale. Le banlieues sono però territori molto mobili, dive si entra e si esce con grande frequenza. Quindi la fotografia che si fa a un momento dato delle banlieues è sempre sfasata: l'immigrato precario arriva, mentre il francese di origine immigrata se ne va. La disoccupazione resta forte, ma non sono le stesse persone a essere senza lavoro. Chi riesce, e sono in molti, se ne va, diventa classe media. Nelle banlieues si riproduce la storia delle classi popolari, si parte dal basso, una maggioranza ci resta, mentre una minoranza riesce e prende l'ascensore sociale. Finora, il modello assimilazionista era basato sul fatto che l'altro diventa sé. In una generazione, italiani, spagnoli ecc. si sono assimilati. Ma, senza dirlo, dagli anni '80 l'assimilazione è stata abbandonata. Pensavamo di essere più furbi degli americani o degli inglesi, ma l'altro è rimasto l'altro. Siamo entrati in un mondo multiculturale. Ma chi è stato proiettato in questo nuovo mondo senza le istruzioni per l'uso? Le classi popolari. Ai tempi del Pcf, c'era un'integrazione culturale, oggi questo non esiste più e per questo il Fn recupera terreno. Prima, gli immigrati abitavano negli stessi quartieri degli operai francesi, oggi non è più così. L'immigrazione recente vive nelle grandi città, nelle banlieues, mentre l'immigrazione anziana e i bianchi non vivono più negli stessi luoghi. Hanno subito uno choc culturale enorme, quando sono diventati minoranza sul loro territorio. C'è un effetto-specchio, tra la rivendicazione identitaria dei giovani di origine immigrata e quella dei giovani bianchi di estrazione popolare. C'è un comportamento razionale delle classi popolari, rispetto a quello che hanno vissuto negli ultimi vent'anni, non bisogna disprezzarle. Ho l'impressione che i grandi partiti, che si limitano a fare proposte tecniche, tendano a fare in modo che le classi popolari non votino più neppure alla presidenziale. Del resto, già disertano le urne per gli altri appuntamenti elettorali.

Anna Maria Merlo

tratto da Il Manifesto del 2 febbraio 2012

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Usa, nuove manifestazioni e scontri

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occupy-oakland-kaiser-convention-4Il movimento "Occupy" non ferma il suo cammino. A Washington e Oakland questo sabato sono riprese le proteste che da mesi in tutti gli Stati Uniti si battono contro la finanza e il modello capitalistico.

A Oakland era stato lanciato il "Move-In Day" e l'obiettivo era quello di occupare un nuovo spazio per farne un presidio fisso del movimento. Lo scorso ottobre, infatti, i manifestanti erano stati sgomberati da Frank H. Ogawa Plaza su ordine del sindaco Jean Quan.

In quell'occasione il sindaco Jean Quan dopo aver appoggiato il movimento, ordinò lo sgombero per poi concedere nuovamente la piazza dopo alcune violenze della polizia ma togliendo ancora una volta il permesso dopo sole due settimane.

Nel pomeriggio di sabato circa 300 manifestanti sono scesi in strada per occupare all’Henry J. Kaiser Convention Center, un centro per conferenze abbandonato, e costruire in quello stabile un nuovo presidio fisso della mobilitazione.

Gli agenti per impedire l'occupazione hanno effettuato cariche e usato gas lacrimogeni, ma la resistenza attiva dei manifestanti e il passaparola su Twitter ha fatto crescere la manifestazione con il passare delle ore,  fino ad arrivare a circa 2mila persone, che hanno circondato una sede della Young Men’s Christian Association, una organizzazione cristiana ecumenica, per occupare i suoi spazi esterni, prima di riscontrarsi nuovamente con la polizia.

A questo punto sarebbero stati arrestati oltre 100 manifestanti e molti altri manifestanti sono stati fermati dopo che in serata hanno fatto irruzione nel municipio della città, nonostante gli agenti a sua difesa, e hanno bruciato una bandiera americana.

A Washington, invece,circa in 200 invece hanno manifestato davanti a un grand hotel dove si trovava il presidente  Barack Obama e la moglie Michelle. I manifestanti protestavano contro la minaccia di sgombero della loro tendopoli a McPherson Square, non lontano dalla Casa Bianca.

Il video

tratto da www.infoaut.org

30 gennaio 2012

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Egitto: "Stiamo tornando a piazza Tahrir"

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egitto_piazza_tahrirE' il 25 gennaio egiziano, della rivoluzione egiziana. Decine, centinaia di migliaia di manifestanti nelle strade di tutto il paese. Piazza Tahrir al Cairo è stata presidiata fin dalla notte da numerosi attivisti che hanno ricostruito le strutture della piazza rivoluzionaria pronta ad accogliere i milioni di manifestanti della grande giornata di lotta. Non si tratta di una festa o di una celebrazione ma di un nuovo appuntamento del movimento rivoluzionario. E' vero: gli occhi dei manifestanti brillano di soddisfazione in questa bella giornata di sole invernale ma puntano anche dritti verso gli obiettivi della rivoluzione ancora da conquistare. Primo tra tutti: lo scioglimento della giunta militare al potere da quando Mubarak è uscito di scena ed è finito nelle aule dei tribunali. Lo slogan che come un tuono ripete Piazza Tahrir in queste ore è: “yaskut hokm el-askar, e7na el-sh3eb el-khat el-a7mar!” che tradotto in italiano sta per “abbasso la giunta militare, noi, il popolo siamo la linea rossa!”, e poi ancora il minaccioso “ya mushir, ya mushir, we are returning to Tahrir” rivolto a Tantawi, il capo della giunta. A fare eco agli slogan di Piazza Tahrir c'è il resto dell'Egitto che da nord a sud, da est ad ovest, tra città e paesi manifestata con la stessa intensità e partecipazione di massa della capitale. 

Ad abbassare i toni, come c'era da aspettarsi, non sono serviti gli annunci di Tantawi che ha dichiarato la fine dello stato d'emergenza in vigore da decenni, salvo poi rettificare che il provvedimento non si applica sui casi di teppismo. Come hanno fatto notare numerosi militanti politici e attivisti per i diritti dell'uomo la rettifica conferma le modalità fin ora conosciute della gestione dell'ordine pubblico e della repressione che ad esempio durante le mobilitazioni di novembre e dicembreha fatto largo uso di armi da fuoco e gas nervini per attaccare le manifestazioni. Per tentare di depotenziare la piazza lo Scaf ha anche ordinato la liberazione di alcuni militanti del movimento ma anche in questo caso la manovra dell'ultima ora non ha sortito nessun effetto visto che molti di loro non appena tornati a casa hanno pubblicato su youtube video di fuoco contro la giunta militare puntando il dito sulle ingiustizie sociali che ancora attanagliano l'egitto post-Mubarak.

Intanto a piazza Tahrir sono arrivati tutti i cortei che dalla periferia hanno portato in centro città la variegata composizione sociale e politica del movimento rivoluzionario egiziano. Sui palchi si susseguono gli interventi compresi quelli dei Fratelli Musulmani che con il resto delle formazioni islamiste più o meno radicali si sono conquistati i due terzi dei seggi del neo-eletto parlamento.

La giornata sembra essere appena iniziata e diverse voci parlano che queste ore di protesta e contestazione contro lo Scaf potrebbero essere solo i primi momenti di una ben più lunga ondata di movimento rivoluzionario.

Seguiranno aggiornamenti

tratto da www.infoaut.org

25 gennaio 2012

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Ultimo aggiornamento Giovedì 26 Gennaio 2012 11:42

Brasile: la resistenza di Pinheirinho

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pinheirinhoAll'alba di questa mattina le squadre antisommossa della polizia militare di San Paolo sono entrare in azione per sgomberare la favela di Pinheirinho a San Jose dos Campos. Almeno 7 i morti negli scontri ancora in corso tra abitanti e polizia. Lo sgombero è avvenuto dopo che il giudice federale Carlos Alberto Antonio si era pronunciato favorevole a prendere possesso dell'area occupata dalla favela, respingendo i ricorsi, ma rimandando la decisione definitiva ad altre cariche del sistema giudiziario brasiliano. D'altronde con il fallimento dell'impresa immobiliare Selecta le autorità dello stato federale di San Paolo non si erano mostrate inclini ad evitare lo sgombero e a continuare il percorso di riqualificazione urbana partecipato e avviato da un pezzo con la comunità degli abitanti. Per qualcuno dopo l'uscita di scena degli speculatori di Selecta il territorio di Pinheirinho deve aver assunto la forma del dollaro! 

Ed i primi ad accorgersene sono stati proprio gli abitanti che già lo scorso 11 gennaio durante una grande assemblea avevano deciso ad acclamazione che la parola d'ordine e la pratica di lotta contro lo sgombero sarebbe stata “resistenza!”, e così è stato. [il video degli ultimi minuti dell'assemblea]

Da settimane si sono svolte numerose iniziative di lotta per denunciare il rapporto tra speculazione edilizia e sgombero: occupazione dell'autostrada, volantinaggi, iniziative sotto i palazzi delle autorità, presidi e tentativi di apertura di trattative. In questo modo il movimento di Perheirinho è riuscito a crescere e diverse organizzazioni di lotta e sindacati si sono uniti alla protesta portando le ragioni del movimento anche fuori lo stato federale di San Paolo.

Ieri in un volantino distribuito a San Jose dos Campos si poteva leggere: “la presenza fisica di tutti è fondamentale in questo momento. Le iniziative degli avvocati e le vie legali sono importanti, ma la presenza fisica è decisiva! Lo sgombero potrebbe arrivare in qualsiasi momento. Domani vogliamo tutti gli attivisti presenti. Facciamo appello a tutte le organizzazioni e movimenti ad uscire domani per la città di San Jose dos Campos e partecipare alla resistenza di Pinheirinho. Questa è la nostra lotta! 100% Pinheirinho!”. I 9000 abitanti dell'immensa periferia facevano appello alla solidarietà e invitavano a salire sulle alte barricate di pneumatici che il movimento stava allestendo per resistere allo sgombero ormai percepito come imminente.

I plotoni dei reparti antisommossa della polizia militare hanno fatto ingresso nel grande quartiere coperti dall'alto da alcuni elicotteri ed hanno intimato di abbandonare immediatamente le case, le strade e le piazze. La risposta degli abitanti non si è fatta attendere e i primi cordoni di manifestanti hanno tentato di farsi strada per difendere le barricate. Protetti da scudi e caschi e con in pugno bastoni la prima fila della resistenza di Pinheirinho ha fronteggiato per ore l'incredibile dispositivo repressivo prima di fare i primi passi indietro. Lanci di pietre e pneumatici in fiamme da una parte e gas lacrimogeni sparati dagli elicotteri e dai celerini dall'altra. Poi le fucilate e i primi manifestanti cadono a terra uccisi dalla polizia (secondo le fonti del movimento si tratta di 7 ragazzi ma nelle prossime ore il conto potrebbe aumentare). I Feriti sono numerosissimi, tra loro bambini e donne incinta. Le associazioni per i diritti dell'uomo brasiliane parlano di un vero e proprio massacro che non sta risparmiando nessuno tra anziani e minori. Mentre la polizia tenta di avanzare e sigilla le case che sono finite sotto il suo controllo la prefettura di San Jose dos Campos non ha ancora inviato nessun funzionario che dia almeno qualche indicazione alle famiglie sgomberate. Il mix letale preparato dalle autorità contro gli abitanti di Pinheirinho sembra essere composto da repressione omicida e abbandono totale. Una vera e propria punizione esemplare contro una periferia ribelle che sta osando di opporre giustizia sociale e dignità agli interessi degli speculatori.

Seguiranno aggiornamenti.

Traduzione di una lettera scritta da una compagna al movimento.

GENTE, UNA COMPAGNA DELLA ZONA SUD DI SAO JOSE DOS CAMPS HA INVIATO UN RACCONTO SULLA SITUAZIONE DELLA GUERRA DEL PINHEIRINHO. QUESTO RACCONTO RIGUARDA LE ULTIME ORE.

Helena Silvestre 

Continuano ad uccidere, picchiare,aggredire e umiliare donne, bambini, persone anziane qui a Pinheirinho. Siamo qui dalle 10 del mattino e già abbiamo visto cose assurde. Gente ferita per strada e ci lanciano bombe di gas urticante dagli elicotteri. Ci sono compagni morti, ancora non sappiamo il numero esatto ma almeno 3 sono confermati. Il numero dei feriti è impossibile da calcolare. Spari in ogni momento contro di noi. L'aria è irrespirabile tanti i lacrimogeni e il gas urticante. I Bambini non smettono di piangere. Il popolo è ferito ma è ancora forte. Siamo in lotta per i nostri diritti e per una società in cui non dobbiamo morire per avere una casa. Chi vuole solidarizzare, per favore, divulghi queste notizie attraverso e-mail e Facebook e pagine varie. Io ritorno in guerra.

Traduzione di una poesia sulla battaglia di Pinheirinho scritta in queste ore 

I Pini Rossi

I pini del mondo hanno perso il loro verde caratteristico
Li ha fatti diventare rossi un maledetto politico!
Sangue di lavoratore
Nelle terre di uno speculatore
Neanche il profumo delle Arabie puliranno
Questo vile e codardo tradimento
Ne siamo certi: no, non ci saranno rielezioni!
Piange Pinheirinho!
Piange il Brasile! Piange il mondo
Reagisci Pinheirinho! Reagisci Brasile!
Si ribelli il Mondo

tratto da www.infoaut.org

22 gennaio 2012

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La scintilla di Bucarest: scatta la protesta in Romania

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romania-riotsDopo le dimissioni di Raed Arafat (ex sottosegretario alla sanità, romeno di origine palestinese) scatta la protesta in tutta la Romania. I suoi sostenitori si sono radunati nelle prime ore del pomeriggio di venerdì scorso per manifestare la propria contrarietà alla riforma della sanità voluta dal premier Basescu e a cui Arafat si era pubblicamente opposto. Ma se i primi slogan erano tutti a favore di Arafat già in serata il tono delle manifestazioni era profondamente mutato: Basescu veniva definito dittatore e si rivendicavano elezioni anticipate. Nei giorni successivi la contestazione è aumentata di numero coinvolgendo non solo famiglie e pensionati ma anche il proletariato giovanile che soprattutto a Bucarest nel fine settimana ha fatto sentire alle autorità il rifiuto alle politiche di austerity del governo Basescu (che con una certa ironia potrebbe essere definito il più berlusconiano d'europa sia per lo stile politico del premier che per i contenuti delle riforme fin qui promosse). Duri scontri si sono protratti fino a notte tra le forze di polizia e i manifestanti raggiunti anche dai gruppi ultras della capitale. Decine di arresti, fermi e feriti non hanno però intimidito la piazza che dopo il fine settimana di rivolta rilancia nei prossimi giorni la mobilitazione. Bucarest in fiamme e più di 40 città in agitazione è il risultato con cui si è concluso il weekend di lotta contro la crisi e per le dimissioni del premier. 

La bandiera romena con il buco al centro, già simbolo della rivolta anti-Ciausescu, è tornata a sventolare in Romania legando almeno simbolicamente la contestazione al potere di diverse generazioni di romeni. Questa volta però ad essere al centro della dura contestazione e della rabbia dei manifestanti è la crisi neoliberista che in Romania negli ultimi mesi ha significato tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni feroci. Da parte sua l'FMI non sembra turbato dai recenti eventi e con una nota ha confermato la prossima visita nel paese, tra il 25 gennaio e il 6 febbraio, invitando le istituzioni ad accelerare le riforme, specialmente in materia sanitaria, per allinearsi alle indicazioni del piano di aggiustamento.

L'opposizione politica ha stigmatizzato l'eccessiva violenza delle forze dell'ordine accusando il governo e dichiarandolo ormai senza più consensi. “Al potere ci sono dei gendarmi” ha dichiarato il leader del Partito Nazionale Liberale aggiungendo che “delle violenze non sono responsabili le migliaia di persone che hanno manifestato pacificamente”.

Intanto lunedì sono rientrati dalle vacanze gli studenti degli istituti superiori e delle università invitati dal movimento a raggiungere e ad allargare la protesta. Nei prossimi giorni sapremo se le quattro giornate di Bucarest sono solo l'inizio di una lunga lotta contro la riduzione dei salari, delle pensioni e dei sussidi sociali... insomma se anche nell'Est Europa la scintilla della lotta contro la crisi può già divenire un incendio.

tratto da www.infoaut.org

18 gennaio 2011

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