Ecco un aggiornamento della rubrica che avevo scritto agli inizi del mese scorso sul mio autista/fixer/amico iracheno scomparso, Salam, che lo scorso anno è sparito all’interno del sistema carcerario di Baghdad. Il "reato" che ce l’aveva fatto finire era la sua lotta contro il settarismo confessionale: aveva fatto una soffiata ai soldati Usa e a quelli iracheni su una famiglia di miliziani sciiti estremisti dell’Esercito del Mahdi che stavano uccidendo i sunniti nel suo quartiere. (Salam è sciita ma odiava vedere assassinati iracheni innocenti di qualsiasi appartenenza). La famiglia aveva agganci nell’esercito e nei servizi di sicurezza iracheni, e l’aveva fatto arrestare non appena le truppe Usa avevano lasciato la sua zona.
La lotta di Salam è il prisma attraverso il quale si dovrebbe guardare alle prospettive dell’Iraq dopo le elezioni parlamentari di questo fine settimana. La scorsa settimana è riuscito a telefonarmi dalla prigione in cui si trova, e la sua era una triste storia.
A gennaio, dopo aver passato un anno dietro le sbarre, un magistrato lo aveva giudicato innocente delle accuse inventate. Ma non appena aveva messo piede fuori dal carcere, due veicoli militari iracheni gli si erano avvicinati, ed era stato afferrato e portato in un’altra prigione. Nei suoi confronti erano state presentate altre accuse false da parte della stessa famiglia di appartenenti all’Esercito del Mahdi.
Salam pensa che un secondo magistrato lo scagionerà. Tuttavia, se le forze confessionali sono in grado di manipolare così facilmente il sistema di sicurezza, non c’è alcuna garanzia che venga liberato.
Gli analisti stanno discutendo con veemenza se le elezioni di domenica dimostreranno che la democrazia sta mettendo radici in Iraq. Non c’è dubbio che la sicurezza sia migliorata, e che l’Iraq sia arretrato dall’abisso della guerra civile generalizzata. E in Medio Oriente, un cambiamento di potere tramite la scheda invece che il proiettile dovrebbe essere applaudito.
Ma questo da solo non produce una democrazia funzionante. L’Iraq di oggi politicamente è uno spoil system nel quale i partiti confessionali lottano per la ricchezza petrolifera ma non ne danno i benefici al popolo. I ministri vengono scelti in base all’etnia e alla confessione religiosa invece che alla competenza, e la corruzione è dilagante. I deputati, dopo un periodo minimo trascorso in Parlamento, hanno la garanzia di pensioni remunerative vitalizie.
Senza dubbio, queste sono le difficoltà iniziali di un Paese che sta emergendo da decenni di dittatura, guerra, e sanzioni. Tuttavia il nuovo sistema iracheno – distorto da contractor internazionali corrotti, abusato da politici avidi – non è riuscito a creare un governo che funzioni.
"Dove sono le istituzioni della democrazia, i controlli e contrappesi, i tribunali?", chiede Ali Allawi, che è stato ministro delle Finanze e della Difesa agli inizi del periodo del dopo-Saddam, ed è uno dei più acuti analisti politici iracheni. "Qui la politica è più libera che in altre parti del Medio Oriente, e c’è libertà di espressione. Ma quanto a istituzioni funzionanti che sono necessarie a una moderna vita civile, non credo che si possa dire che è meglio".
Anche le speranze iniziali che le coalizioni politiche che si sfidano in queste elezioni superino le divisioni confessionali si stanno affievolendo. Un anno fa, il Primo Ministro sciita, Nuri al-Maliki, sembrava pronto ad allargare la sua coalizione per includervi leader tribali sunniti influenti. Ma il contributo sunnita si è ridotto.
Invece, Maliki ha acconsentito mentre a molti candidati sunniti veniva vietato di presentarsi alle elezioni in base all’accusa secondo cui sarebbero stati membri del partito Ba’ath di Saddam Hussein (al quale doveva appartenere chiunque volesse far carriera). Gli sciiti sono in effetti preoccupati (eccessivamente) di una rinascita del Ba’ath, ma questa spinta verso la de-Ba’athificazione è più manipolazione politica che vera paura.
Ci sono segnali che la nuova campagna di de-Ba’athificazione possa allargarsi a cacciare centinaia di ufficiali di carriera dell’esercito iracheno che sono sunniti per sostituirli con ex membri delle milizie sciite. L’esercito – una istituzione che sarebbe potuta servire ad armonizzare il Paese – potrebbe degenerare, e diventare uno strumento utilizzato per punire coloro che non sono d’accordo con uno Stato apertamente confessionale.
Se l’Iraq non riuscirà a superare le sue divisioni confessionali, probabilmente potrà tirare avanti alla bell’e meglio, ma non ci sarà stabilità. Se queste divisioni non verranno colmate, potrebbero volerci mesi perché il Parlamento riesca a formare un governo dopo il voto.
E se i politici iracheni continueranno a concentrarsi su una divisione confessionale del bottino, invece che sulla governance, "la democrazia parlamentare verrà screditata", dice Allawi – aggiungendo: "Ci sarà nostalgia per una figura che incarni l’autorità", e l’Iraq potrebbe tornare ad essere un tipico modello mediorientale di governo autoritario.
Ecco perché ritengo la sorte di Salam simbolica della direzione che prenderà il suo Paese. E’ stato incarcerato perché le milizie sciite hanno tuttora potere e legami con le forze di sicurezza, mentre i leader politici sono conniventi e i magistrati onesti restano impotenti.
Dunque aspettiamo ad esultare per la democrazia irachena, e vediamo se Salam sarà liberato. Il giorno in cui tornerà a casa sano e salvo crederò che c’è speranza per la democrazia in Iraq.
di Trudy Rubin (Traduzione di Ornella Sangiovanni)
Philadelphia Inquirer, 4 marzo 2010
fonte: www.osservatorioiraq.it
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