Barack Obama svolta verso l'energia nucleare. Che viene riciclata nella lotta al cambiamento climatico come energia che produce "emissioni zero". Il Sole 24 ore, quotidiano di Confindustria, applaude e spinge il centrodestra a risolvere le proprie contraddizioni interne per realizzare in tempi certi il nucleare in Italia. Quanto a Obama tra salvataggio del sistema speculativo di Wall Street, rilancio della guerra in Afghanistan e nucleare mostra una politica di destra attenta alle esigenze delle lobby della finanza, del militare e dell'energia. In quest'ultimo campo c'è solo da sperare che, allucinato dalla sua politica d'immagine, qualcuno non lo proponga per il nobel all'ambienteL'atomo di Obama, tutta un'altra scoria
Otto miliardi di dollari per due centrali e 3.500 posti di lavoro (di cui solo 800 stabili): è annunciata ma fa impressione la svolta nucleare del presidente americano. Dopo 30 anni, nuovi reattori negli Usa Due nuovi impianti in Georgia, «ed è soltanto l'inizio» Dopo pacifisti e sindacati, Obama rompe anche coi verdi
Marco d'Eramo
L'aveva già ampiamente preannunciata nel suo discorso sullo Stato dell'Unione, ma impressiona lo stesso la svolta nuclearista di Barack Obama. Soprattutto perché gli 8 miliardi di dollari di garanzia pubblicamente promessi martedì alla Southern Co. perché costruisca due reattori atomici nello stato meridionale della Georgia «non sono che un inizio», per usare le parole del presidente Usa. Non era proprio a questo che pensavano gli studenti francesi quando 42 anni fa coniarono lo slogan «ce n'est qu'un début».
E di una vera svolta si tratta, se pensiamo che da più di trent'anni negli Usa nessuna centrale era stata costruita: dall'incidente di Three Miles Island del 1979. E soprattutto, che dei 253 reattori ordinati negli Usa dagli anni 1950, 121 (il 48%) erano stati cancellati, 28 (l'11%) erano stati disattivati prematuramente e 35 (il 14%) avevano subito interruzioni di funzionamento per un anno o più. In tutto, tra affidabili e meno affidabili, sono in funzione oggi negli Stati uniti 104 centrali atomiche.
D'altronde neanche il nuclearista George Bush jr. era mai riuscito a trasformare in realtà le sue intenzioni, nonostante varie leggi a favore. Dei 26 permessi per nuove centrali chiesti a tutto marzo 2009, solo 6 hanno avuto seguito: sono già state cancellate una centrale in Texas, una in Missouri e una in Idaho. Tutti i costruttori hanno comunque già annunciato che avrebbero rinunciato senza finanziamenti pubblici (che negli Usa assumono la forma di garanzie statali ai prestiti). Soldi che ora Obama ha sbloccato.
Il problema è capire perché Obama ha deciso questa svolta apparentemente suicida: della coalizione che lo aveva sospinto e portato alla vittoria nel 2008 (e che comprendeva in particolare pacifisti, ambientalisti e sindacati), quella verde era l'unica componente che il presidente non si era ancora alienato, dopo aver rotto con i pacifisti sull'Afghanistan e aver scontentato i sindacati sul pasticcio della riforma sanitaria. Ancora a fine 2009 i verdi aspettavano con fiducia i milioni di posti di lavoro ambientali, i green jobs che Obama aveva promesso durante la campagna elettorale. Ma poi a gennaio era arrivata la doccia fredda del discorso sullo Stato dell'Unione in cui Obama, in nome dell'ambiente, aveva aperto al «carbone pulito», al «nucleare di nuova generazione» e alle perforazioni marine al largo («bisognerà prendere decisioni difficili»), che hanno sempre scandalizzato i verdi e che sono il simbolo della battaglia ambientalista.
Con il riavvio del programma nucleare Obama rompe definitivamente non solo con i verdi dal fiore in bocca tanto derisi dai petrolieri filo-repubblicani, ma anche con i potenti gruppi di pressione e di opinione, a partire dal Sierra Club.
C'è da chiedersi perché Obama accetta di rompere con la propria base. Non vale l'argomento da lui addotto, e brandito da altri nuclearisti, secondo cui l'atomo è l'unica forma di energia che non produce effetto serra: oggi il nucleare conta per l'8% nel consumo Usa di energia (l'85% viene dai fossili e il 7% da fonti rinnovabili, essenzialmente idroelettriche). Per quanto riparta il programma, il nucleare non inciderà mai più che di un qualche punto percentuale, cioè sarà praticamente irrilevante ai fini ambientali. Né creerà molti posti di lavoro. Lo stesso Obama ha detto che lo stanziamento di 8 miliardi di dollari (6 miliardi di euro) genererà 3.500 posti di lavoro in fase di costruzione e (solo) 800 posti permanenti in seguito. A questo prezzo, per creare i 10 milioni di posti necessari a riassorbire la disoccupazione, non basterebbe il doppio dell'intero Pil americano!
Per quanto poco romantica, resta solo l'ipotesi che Obama stia usando il nucleare come merce da barattare, in quella politica del voto di scambio (alla Camera e al Senato) che il suo capo dello staff della Casa Bianca, Rahm Emanuel, ha dimostrato di voler perseguire a qualunque costo. Si sa che il nucleare ha un appeal quasi irresistibile per i senatori perché garantisce grosse commesse localizzate con precisione (lo stato, la contea in cui sarà realizzata la centrale), a gestione centralizzata, cioè con pochi passaggi nel pagamento delle commissioni (leggi tangenti). Tanto l'insolubile problema dello smaltimento delle scorie prodotte dalle centrali atomiche non riguarda i parlamentari. E sembra non toccare neanche Obama, che a fine giugno dell'anno scorso ha bloccato (adducendo timori di proliferazione nucleare) un'iniziativa ambientale per riprocessare le scorie radiattive, cosa che avrebbe permesso di ridurre il problema dello stoccaggio.
Certo che se questi 800 posti in una centrale atomica nel profondo sud erano quello che Obama intendeva per green jobs, l'ironia è davvero crudele e lascia in bocca un sapore amaro, come d'uranio.
Marco D'Eramo
tratto da Il Manifesto del 18 febbraio 2010
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