Link: Kosovo, Le macerie del diritto
Link: Si chiama Caucaso il Kosovo della Russia
A Pristina il Pdk - il Partito democratico del primo ministro, il
terrorista Hashim Thaci dell’Uck - prende il potere e dichiara il
Kosovo terra sovrana, staccata dalla Serbia. Nasce nel cuore
dell’Europa - nel clima di una retorica nazionalpopolare - uno stato
fantoccio filiale dell’Albania, benedetto e sponsorizzato dall’America
di Bush mentre varie diplomazie internazionali manifestano inquietudine
per questa manovra che - usando ogni mezzo di ricatto e pressione -
destabilizza la geopolitica mondiale. Pronta e decisa - come sempre -
la reazione dei serbi che, praticamente, scendono sul piede di guerra,
con dichiarazioni e forme dirette di protesta. Non si accetta il
“distacco” dalla madre-patria e si ricorda al mondo che dal luglio 2006
il Kosovo è tenuto sotto occupazione delle truppe della Nato con una
azione che, di fatto, è stata una vera guerra “contro” la Serbia con
l’obiettivo di far cadere Milosevic e al fine di installare -
politicamente e militarmente - l’Alleanza e gli americani nel
territorio ex yugoslavo. Ed ecco che in queste ore il governo serbo
approva l' “annullamento'' della dichiarazione unilaterale
d'indipendenza preannunciata dalla provincia a maggioranza albanese.
Considera illegale ogni azione che contribuirà a rompere l’equilibrio
geo-politico del territorio. E questo atto, largamente preannunciato, è
destinato a cancellare - dal punto di vista serbo - tutti gli effetti
della secessione perché Belgrado non intende riconoscere lo “strappo”
di Pristina.
Intanto nel documento che i serbi presentano al mondo si
sottolinea che ''la Serbia è uno Stato internazionalmente riconosciuto
e membro fondatore dell'Onu'' e che si attiene al rispetto della
''Carta dell'Onu, la quale garantisce la sovranità e l'integrità
territoriale degli Stati indipendenti entro i loro confini
internazionalmente riconosciuti''. Si ricorda inoltre che la
Costituzione serba definisce ''la provincia autonoma del Kosovo come
parte integrante della Serbia'' dotata di ''uno status di vasta
autonomia''. Pertanto - così insiste il governo di Belgrado - ''la
proclamazione d'indipendenza del Kosovo e il riconoscimento da parte di
qualsiasi Paese rappresentano una violazione grossolana del diritto
internazionale, in particolare della Carta dell'Onu, dell'Atto finale
di Helsinki e della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza''.
Belgrado, comunque, non accenna ad azioni di ritorsione. Ma si sa che
le stazioni di polizia che si trovano ai confini con il Kosovo sono
state allertate. Si temono scontri e manifestazioni di protesta. Ma c’è
anche una seria preoccupazione per eventuali attentati ed azioni
terroristiche. Ed è stato d’allerta anche per le truppe d’occupazione
nello stesso Kosovo. Qui l’amministrazione militare dell’Onu (Unmik)
che gestisce la provincia dalla guerra del 1999, e il comando del
contingente a guida Nato della Kfor hanno già dato il via ad uno
speciale piano denominato “Operazione Status” che vede coinvolta la
Kfor al fianco della polizia kosovara fedele al nuovo potere del
terrorista Thaci.
Situazione ad alto rischio, quindi, mentre in tutto il Kosovo si alzano
le bandiere con l’aquila nera dell’Albania. C’è - a livello popolare -
un clima di euforia e, allo stesso tempo, di rivincita contro quella
Serbia che oggi viene considerata come nazione “canaglia” colpevole di
tutti i misfatti commessi nelle terre del Kosovo albanese. Si
dimenticano - con la copertura dell’occidente - i crimini dell’Uck.
Nella foto: la Base Usa/Nato (Camp Bondstell) più grande d'Europa che si trova in Kosovo
Ora tutto è deciso mentre i diplomatici occidentali - che di fatto
hanno già approvato la secessione - attendono solo “l’ora X” per
avviare la fase di riconoscimento internazionale del nuovo stato. Sarà
il parlamento di Pristina a far scattare l’attenzione di tutto il mondo
con un annuncio solenne e congiunto delle maggiori autorità (il
presidente Fatmir Sejdiu che nei giorni scorsi ha consegnato il “suo”
Kosovo nelle mani del papa tedesco) e lo speaker dell'assemblea Jakup
Krasniqi.
Il programma del D-Day prevede poi feste di piazza con le bandiere
albanesi (rosse dominata da un’aquila nera) e quelle a stelle e strisce
dei veri vincitori: gli americani. Ma nello stesso tempo si
registreranno altre manifestazioni di segno opposto. Intanto c’è la
posizione di Mosca che rende sempre più forti i serbi. Il Cremlino ha
annunciato di considerare “nulla ed illegale” qualsiasi azione di
Pristina. E non si sa ancora come si muoverà concretamente la
diplomazia di Putin in una crisi che si presenta sempre più difficile e
pericolosa.
Intanto in tutto il Kosovo e nelle zone di confine della Serbia gli
osservatori internazionali notano cavalli di frisia e posti di
controllo rafforzati. C’è un clima pesante. Con quello che resta della
minoranza serba che si raduna a Mitrovica nord per ribadire la propria
estraneità allo “strappo”. Ma nello stesso tempo si parla anche della
eventuale nascita di uno “stato-fazzoletto”, come ultima trincea in un
terra - culla della fede e della civilizzazione serba - già svenduta.
Ed è qui, appunto, che i monasteri ortodossi, attaccati in questi anni
dalla furia dei terroristi dell’Uck, si ergono come monumenti in rovina
a testimonianza di una lontana civiltà.
E non è un caso se oggi c’è chi ricorda quel famoso discorso che
Milosevic pronunciò a Gazimstan, nella piana kosovara del “Campo dei
merli” il 28 giugno del 1989 in occasione del seicentesimo anniversario
della omonina battaglia. In quella occasione venne sottolineato che la
Serbia si era difesa eroicamente anche in nome dell’Europa. Ma lo
“strappo” di queste ore cancella pagine di storia. E non si sa quali
saranno le conseguenze.
Giuseppe Zaccagni
tratto da www.altrenotizie.org
17 febbraio 2008
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