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Morales, due buone notizie

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Il presidente della Bolivia è l'unico che si oppone all'accordo di Cancùn e l'unico, al mondo, che decide di ridurre l'età pensionistica da 65 a 58 anni

moralesIn questi giorni sono arrivate due notizie che incoraggiano decisamente l’ottimismo rispetto alla Bolivia di Evo Morales: una appena parzialmente trapelata sui grandi mass media: la Bolivia ha rifiutato il compromesso di Cancún sull’ambiente, unico e solo paese contro il “consenso” degli altri 193.
L’altra è stata anche più sistematicamente taciuta: una legge riduce l’età per andare in pensione in Bolivia dagli attuale 65 anni a 58 anni per tutti, che possono scendere anche a 55 per le lavoratrici madri e i lavori usuranti, ma potranno abbassarsi di un ulteriore anno per ogni due trascorsi all’interno delle miniere, arrivando perfino a 51 anni. L’ha annunciato personalmente Evo, che ha premuto sul parlamento per far approvare la nuova normativa in pochi giorni, per fare un “regalo di Natale” ai più poveri. Evo ha sottolineato che un lavoratore a 55 anni può essere già molto logorato, e che la speranza di vita nel paese raggiunge appena i 63 anni (una media rialzata notevolmente dallo strato urbano benestante, che magari può vivere anche cento anni…). E non si tratta solo di chi lavora nelle miniere: sul numero 876 del 10/12/10 di “Internazionale” c’è un impressionante articolo sulle condizioni di vera e propria schiavitù a cui sono ancora sottoposti i guaranì nei latifondi a poca distanza da Camiri, capoluogo della provincia della Cordillera, roccaforte della destra.

La misura voluta da Evo Morales è dunque sorprendente, perché va assolutamente controcorrente: non solo la Francia, la Grecia, l’Italia e decine di altri paesi hanno prolungato l’età pensionabile, ma perfino Cuba ha annunciato il passaggio da 55 a 60 anni per le donne, e da 60 a 65 per gli uomini, con una decisione che i giornali conservatori boliviani e di tutto il continente contrappongono al presunto “estremismo” di Evo Morales.
Evo Morales ha per giunta deciso contemporaneamente la nazionalizzazione dei fondi pensione privati gestiti da BBVA e Zurich, e ha sottolineato che oggi molti lavoratori, non solo in Bolivia, non arrivano affatto a beneficiare della pensione semplicemente perché muoiono prima. Per giunta i fondi privati coprivano solo la classe media e gli strati superiori “garantiti” della classe operaia, mentre lasciavano fuori il 60% dei lavoratori, che sono “informali” e quindi quasi sempre senza pensione.

Evo Morales si è impegnato personalmente anche a Cancún, dove si è recato per sostenere la battaglia della delegazione boliviana che ha retto a tutte le pressioni, e non ha avuto paura di restare isolata. Pablo Solón, capodelegazione della Bolivia alla conferenza sull’ambiente, aveva contestato il fatto che le “deboli aspettative” che i negoziatori dichiarano di avere in questi giorni rispetto ai risultati del Vertice possano essere accettate da quel milione di persone che vivono nella città boliviana di El Alto, che stanno fronteggiando un impoverimento cronico delle falde acquifere a causa dello scioglimento progressivo dei ghiacciai.
Solón aveva chiesto ai paesi industrializzati di tagliare le emissioni di gas serra del 50% prima del 2017. Una proposta concreta, ha concluso Solón, sulla quale il suo Governo insisterà come risposta al tentativo di spostare tutta la lotta alle emissioni verso le misure finanziarie, con l’invenzione di specifici pacchetti di prestiti “che servono a far soldi più che a cambiare il nostro clima”.

Morales appena arrivato a Cancún ha dichiarato in una conferenza stampa che non si tratta più di dire “Patria o morte”, ma “Pianeta o morte”, e ha fatto riferimento alla riunione di organizzazioni sociali di tutto il mondo tenutasi in aprile a Tiquipaya (Cochabamba), che chiedevano la riduzione dei gas serra del 50% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020. Un obiettivo lontanissimo da quello che si sta discutendo a Cancún. “Non mi interessano le soluzioni intermedie proposte dall’ONU o dal ministro degli Esteri messicano Patricia Espinosa” (grande mediatrice a Cancún, naturalmente elogiatissima dalla nostra stampa), ha detto, ricordando che il costo della mancata soluzione lo pagheranno i paesi meno sviluppati, e si misurerà in vite umane. La storia giudicherà severamente…

Antonio Moscato

La versione integrale dell'articolo è disponibile su www.antoniomoscato.altervista.org

13 dicembre 2010

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