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Obama, premio Nobel per cosa???

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obama.jpgL’anno scorso al momento dell’elezione del presidente afro-americano le grandi speranze di cambiamento concernenti la politica estera degli Stati Uniti erano sostanzialmente tre.

La prima era una nuova politica verso l’America Latina, cioè il definitivo abbandono della dottrina Monroe, quella per cui l’intero continente doveva essere il “cortile di casa” degli USA. Quella concezione che ha provocato alcune delle più grandi tragedie della storia, come i colpi di Stato, la “miseria pianificata” e l’emigrazione forzata per i popoli latinoamericani. E in particolare si sperava in una nuova politica verso Cuba, oppressa da quasi cinquant’anni da un blocco illegale condannato innumerevoli volte dall’ONU ma sempre rimasto in vigore.

La seconda speranza riguardava la questione israelo-palestinese, dove la politica estera statunitense è sempre stata caratterizzata da un appoggio incondizionato a Tel Aviv anche a causa della fortissima influenza delle lobby sioniste e dei think-tank neocon che agiscono a Washington e che avevano spadroneggiato all’epoca di Bush con i loro deliri sulla guerra preventiva e sul “new american century”.

La terza era l’abbandono delle avventure militari in Iraq e in Afghanistan, Paesi dove l’occupazione militare ha portato alla distruzione di qualsiasi parvenza di legame sociale e infrastruttura istituzionale, gettando la popolazione nell’incubo della violenza di bande armate di ogni tipo, dai militari della NATO ai mercenari stile Blackwater a qualche signore della guerra locale, e dove i morti tra civili si contano ormai a milioni.

E a dire la verità, Obama ha fatto anche qualche discorso importante, lasciando intendere che davvero si stesse aprendo un’epoca nuova, e che la politica estera USA degli anni a venire sarebbe stata tanto innovativa quanto il look e l’origine etnica del nuovo presidente. Ma su questo sito abbiamo spesso messo in guardia i nostri lettori da facili entusiasmi, e i fatti purtroppo ci hanno dato ragione.

Per quanto riguarda l’America Latina, nella nostra edizione cartacea di settembre parlavamo dell’accordo tra Washington e il governo narcofascista della Colombia per l’utilizzo di sette nuove basi in territorio colombiano. Una escalation militarista che ha provocato l’indignazione degli altri Paesi latinoamericani e che dà un segnale chiaro sulle “nuove” relazioni che gli USA vogliono intrattenere con i loro vicini del Sud.
In occasione del colpo di Stato in Honduras, Obama ha riconosciuto il diritto del presidente legittimo Zelaya di ritornare al potere e ha dichiarato conclusa per sempre l’epoca dell’appoggio USA ai militari golpisti, ma a parole, perché intanto sembra accertata la connivenza di settori dell’esercito USA con i gorilla di Tegucigalpa e proseguono le relazioni commerciali, diplomatiche e persino militari tra Washington e la giunta fascista.

Intanto il blocco illegale a Cuba resta in vigore, se si eccettua l’abolizione di alcune restrizioni imposte da Bush sulle rimesse degli emigrati cubani negli USA che avevano provocato il malcontento anche dei settori più reazionari dei cubani di Miami, i quali alle ultime elezioni per la prima volta si sono schierati con i democratici risultando probabilmente decisivi per l’elezione di Obama. Ma le altre disposizioni del blocco rimangono, così come rimangono in carcere i cinque agenti dell’antiterrorismo cubano illegalmente detenuti negli USA.

Medio Oriente: gli israeliani avevano fatto ad Obama il favore di attaccare Gaza prima del suo insediamento, ma le immagini del neopresidente in vacanza alle Hawaii del tutto disinteressato a quanto avveniva a Gaza non sono stati un bel biglietto da visita. Tanto meno le sue dichiarazioni secondo cui Israele aveva il diritto di difendersi (da chi? Dai bambini che stava massacrando?). E l’ottimismo si è dovuto arrendere quando tra i suoi consiglieri Obama (che del resto in campagna elettorale si era mostrato molto sensibile ai consigli dell’AIPAC, la più potente lobby filo-israeliana che opera negli USA) ha nominato alcuni tra i più noti esponenti dei think tank sionisti.

Che dall’Iraq ci sarebbe stato un disimpegno era ormai chiaro fin dall’epoca di Bush e l’annunciato e programmato ritiro dal Paese mediorientale non può essere considerato una svolta vera e propria, anche perché erano gli stessi consiglieri militari che suggerivano uno sganciamento dall’Iraq per concentrarsi nella zona Afghanistan-Pakistan ritenuta più importante dal punto di vista strategico. E qui sfidiamo chiunque a dire che la situazione dall’elezione di Obama è migliorata. Né si vede via d’uscita.

Ci sarebbe poi il problema delle relazioni con l’Iran, ma a parte il discorso del Cairo che effettivamente ebbe una risonanza clamorosa (quello in cui Obama faceva gli auguri agli iraniani nella loro lingua) tutto rimane in stallo e le trattative sul nucleare sono in alto mare.
E il rapporto tra una superpotenza e i Paesi poveri non lo determina solo sua la politica estera, ma anche la sua politica economica. E qui gli infami trattati di libero commercio e la rapina delle risorse umane e materiali di mezzo mondo continuano ad affamare miliardi di persone.

Per tutti questi motivi la concessione del Premio Nobel per la pace a Barack Obama ci fa veramente sorridere. Forse ha ragione Gennaro Carotenuto, quando lo paragona a «Noemi Letizia, la presunta amante minorenne di Silvio Berlusconi, alla quale a Venezia hanno dato un premio “al talento futuro”».    

Ma d’altronde se questo premio lo ha vinto anche Henry Kissinger, l’uomo che aveva promosso e sostenuto tutti i colpi di Stato più sanguinosi dell’America Latina, e proprio nell’anno in cui i militari assassini di Pinochet rovesciavano il governo Allende grazie alla sua consulenza, che lo vinca Obama o qualcun altro non fa differenza. Semplicemente, dovremmo ignorare la cosa.

Per senzasoste.it Nello Gradirà

9 ottobre 2009

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