Oggi si svolgono nella Repubblica Democratica del Congo le elezioni presidenziali, un evento importantissimo non solo per l'immenso Paese africano, ma per l'intero continente e forse anche per gli equilibri geopolitici globali. La Repubblica Democratica del Congo è infatti un Paese ricchissimo e sull'appropriazione violenta delle sue materie si giocano partite di grande rilievo in cui sono implicati numerosi Stati e imprese multinazionali.
L'opposizione cerca di sconfiggere l'attuale presidente Kabila, che viene considerato il garante degli interessi stranieri nel Paese. Sostenuto dal Ruanda (l'Israele dell'Africa Centrale), Kabila ben difficilmente lascerà il potere, e le speranze di cambiamento si sommano alla paura di una nuova terribile guerra come quelle che negli anni scorsi hanno portato allo sterminio di milioni di persone.
Rimandiamo per un approfondimento della situazione congolese all'articolo http://www.senzasoste.it/internazionale/la-regione-dei-grandi-laghi-di-sangue-il-saccheggio-del-congo.
Nonostante l'importanza di queste elezioni, è quasi impossibile trovare notizie e commenti anche sui siti tradizionalmente più attenti agli avvenimenti di politica internazionale e alla realtà dei Paesi extraeuropei, a dimostrazione di un inguaribile provincialismo di cui soffrono i media, e non solo quelli "mainstream". Proponiamo quindi la traduzione di un articolo tratto dal sito globedia. Quanto al riferimento che nell'articolo si fa a Reporters Sans Frontieres, è d'obbligo ricordare ai lettori che quando parla Rsf parla la CIA (red.)
RDC: Kabila cerca di confermarsi in carica in elezioni minacciate dalla violenza e dai brogli
Il presidente Joseph Kabila parte come principale favorito nelle elezioni presidenziali di oggi nella Repubblica Democratica del Congo, i secondi comizi multipartitici dopo l’indipendenza del Paese nel 1960, caratterizzati dalla mancanza di trasparenza, problemi di organizzazione, minacce di accuse di brogli e violenza politica, questioni tutte derivate in un modo o nell’altro dall’atroce guerra civile nel Paese africano (1998-2003), che è costata la vita di cinque milioni di persone e ha ridotto il Paese in macerie.
Alle elezioni si presentano 18.500 candidati per 417 partiti, per dividersi 500 seggi (una media di 37 candidati in competizione per ogni seggio), tra i quali stelle del pop e un leader ribelle Mai Mai, Ntabo Ntaberi Sheka, che viene accusato di aver ordinato lo stupro di massa di quasi 400 donne l’anno scorso nella regione del Kivu (est del Paese), e che questa settimana è comparso trionfalmente in un villaggio di questa stessa zona con la passività della polizia e a meno di tre chilometri da una base delle Nazioni Unite.
Le settimane che hanno preceduto le elezioni sono state dominate dalla violenza tra i sostenitori di Kabila e quelli del suo principale rivale, il veterano leader dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS), Etienne Tshisekedi –vecchio oppositore imprigionato dal regime del cleptocrata Mobutu Sese Seko- settantottenne, l’unico insieme al presidente dell’Unione per la Nazione Congolese (UNC) ed ex alleato di Kabila, Vital Kamerhe, che può minacciare l’indiscusso trionfo dell’attuale presidente congolese.
L’altro grande nome delle elezioni è un illustre assente: l’ex leader ribelle Jean Pierre Bemba, attualmente sotto processo presso il Tribunale Penale Internazionale (TPI) per crimini di guerra, e che dalla sua cella ha chiesto "unità" all’opposizione per battere Kabila. Un compito particolarmente difficile, soprattutto dopo la riforma costituzionale realizzata da Kabila lo scorso mese di febbraio che riduce le elezioni a un solo turno nel caso di un margine di vantaggio sufficientemente ampio, incrementando così le sue possibilità di vittoria.
Bisogna anche citare l’ex leader ribelle Bosco Ntaganda, accusato di crimini di guerra dal TPI per l’arruolamento forzato di bambini sotto i 15 anni in conflitti armati e che ora vanta un’alta carica militare militare nell’Est del Paese. A quanto scrive il 'New York Times', le sue forze stanno obbligando i residenti della regione a votare per Kabila sotto la minaccia delle armi.
Questi comizi si tengono in un contesto completamente diverso da quelli di cinque anni fa, quando le Nazioni Unite legittimarono il processo elettorale grazie a una stretta supervisione. Questo scenario non si ripeterà ora. Con la firma nel 2009 dell’accordo di pace con il Ruanda, l’ONU "ha perso il suo ruolo di primo piano" nel gigantesco Paese africano, secondo l’opinione del quotidiano 'The Economist', e con ciò la "sua capacità di salvare il Congo -il Paese meno sviluppato del mondo e dove tre persone su quattro vivono sotto la soglia della povertà- da se stesso".
L’INIZIO DEL DRAMMA
Il gruppo di esperti International Crisis Group (ICG) crede che i problemi logistici siano la principale minaccia che affrontano questi comizi. I candidati potrebbero utilizzare lo svolgimento irregolare del processo elettorale come pretesto per accusare Kabila di brogli. Il peggiore dei casi sarebbe che si concludessero con un risultato “aggiustato”, cosa che permetterebbe a più di un candidato di attribuirsi la vittoria. E mentre il caso fosse discusso negli inefficienti tribunali congolesi, potrebbe esserci un bagno di sangue per le strade.
"Chiunque vinca, ci sarà violenza", ha dichiarato il direttore dell’Associazione Africana per la Difesa dei Diritti Umani, Jean Claude Katende. Violenza che è già scoppiata tra i sostenitori di Kabila e quelli di Tshisekedi, così come tra gruppi armati nelle regioni del Kivu Nord e Sud.
E violenza, per concludere, contro i giornalisti, come ha denunciato Reporters Senza Frontiere questa settimana, che dispone di informazioni dall’interno del Paese che denunciano "senza dubbi di nessun genere" l’esistenza di "pressioni e attacchi contro i giornalisti, chiusura di media e la trasformazione di altri in strumenti di propaganda, aumentando la tensione di un clima "che già di per sé era drammaticamente peggiorato nelle ultime settimane".
DIFFICOLTA’ LOGISTICHE
Il ricco bilancio di 500 milioni di dollari di cui dispone la Giunta Elettorale per organizzare le elezioni potrebbe non essere sufficiente per garantire l’arrivo delle schede –stampate in Sudafrica- e delle urne -un totale di 62.000, importate dalla Cina- alla totalità di un Paese le cui dimensioni si avvicinano a quelle dell’ Europa Occidentale.
La carenza delle infrastrutture e dei servizi di trasporto potrebbero creare serie difficoltà all’apertura dei seggi o allo spostamento degli elettori, particolarmente nel Kivu, dove ci sono state anche delle lamentele sulle liste elettorali incomplete e la mancanza di seggi elettorali.
Proprio questa settimana ci sono state diverse manifestazioni nella regione di Shabinda, dove sono stati allestiti solo quattro dei 27 seggi previsti. Secondo stime di Radio Okapi, fino a un 32 per cento dei residenti della regione potrebbe rimanere escluso dal voto.
PROTESTE PER BROGLI
Il livello di retorica esibito dai candidati durante la loro campagna, rileva Azad Essa per Al Jazeera, è stato così intenso che sembra poco probabile che i rivali di Kabila accettino la sconfitta di buon grado, dato soprattutto che si sospetta che il presidente della Giunta Elettorale è un buon amico del presidente.
La stessa Unione Europea (UE) ha denunciato mercoledì scorso la mancanza di trasparenza nel procedimento che verrà svolto dal Tribunale Supremo del Paese per ratificare i risultati. "Tanto i cittadini che gli osservatori elettorali hanno la necessità di conoscere tutti i decreti relativi alla competizione elettorale, e disgraziatamente per ora non è così", ha lamentato l’UE.
Anche il Centro Carter degli Stati Uniti si è fatto portatore della petizione dell’UE e chiede da parte sua al Supremo di rendere pubbliche le decisioni che assumerà sulle proteste formali che potrebbero essere presentate da parte dei candidati.
TENSIONE NEL FINE SETTIMANA
La Polizia congolese ha impedito sabato scorso a Tshisekedi di partecipare a un meeting che aveva in programma, dopo che i poliziotti lo hanno fermato nell’aeroporto di Kinshasa. Le forze di sicurezza, di fronte ai tumulti scoppiati durante tutto il fine settimana nel Paese, che avrebbero provocato almeno due morti, hanno impedito lo svolgimento di meeting nel Paese.
"Faccio appello alla popolazione di Kinshasa perché venga qui", ha affermato Tshisekedi, circondato da poliziotti sulla porta d’uscita dall’aeroporto. Tshisekedi ha ribadito che continuerà "a lottare", alludendo alla sfida lanciata dal suo partito contro la proibizione del Governo di tenere gli incontri di fine campagna.
A due giorni dalle elezioni presidenziali e parlamentari, fazioni rivali hanno ingaggiato combattimenti per le strade, lanciandosi pietre e scambiandosi colpi d’arma da fuoco a Kinshasa, la capitale.
Il saldo di questa violenta giornata, esacerbata dalla dispersione di una massiccia manifestazione, è di due morti. Fonti delle Naziones Unidas hanno informato di una vittima ma al momento non c’è né conferma ufficiale della morte né ulteriori informazioni sulle circostanze.
Inoltre un giornalista della Reuters ha visto un corpo senza vita sulla strada per l’aeroporto della capitale. Invece il terzo candidato presidenziale, Vital Kamerhe, ha assicurato alla Reuters che sono morte quattro persone.
Fonte: http://globedia.com/kabila-intentara-revalidar-cargo-comicios-amenazados-violencia-fraude
Traduzione Andrea Grillo




L'ultima volta che gli egiziani furono chiamati a eleggere il parlamento il risultato fu di quelli bulgari. Il Partito nazionale democratico (Pnd) dell'ex presidente Hosni Mubarak conquistò l'81% delle preferenze. È passato un anno da quel 25 novembre 2010, un anno in cui la rivoluzione dei 18 giorni ha fragorosamente aperto le porte per una transizione verso la democrazia. Le prime elezioni libere da 60 anni a questa parte avrebbero dovuto essere una tappa decisiva in questo processo. Ma dopo una settimana di violenta repressione che ha provocato più di 40 morti al Cairo, Suez e Alessandria, l'appuntamento elettorale rischia di essere percepito come una farsa per coprire la realtà di un paese sotto dittatura militare. Gli elettori egiziani sono chiamati a eleggere i 498 membri del Maglis al-Shabab, l'Assemblea del popolo, e i 270 della Shura, la camera alta. A loro volta gli eletti dovranno nominare un gruppo ristretto di rappresentanti con il compito di scrivere la nuova costituzione egiziana. Il sistema elettorale è estremamente tortuoso e suddiviso in tre turni elettorali. Si comincia lunedì e martedì a Cairo, Alessandria, Luxor e Porto Said. Il 14 dicembre sarà la volta di Suez, Aswan, Ismailyia, fino ad arrivare al 3 gennaio quando tocca al Sinai e alla costa mediterranea. Due terzi dei seggi saranno riempiti dalle liste di partito. Il resto verrà colmato da candidati indipendenti in un sistema che rischia di favorire il riciclaggio di personalità del vecchio regime. Il panorama politico alla vigilia del voto è molto frammentato con un totale di 40 partiti e quattro coalizioni. A fare la parte del leone è Hurreya ua Adala (Libertà e giustizia), il braccio politico dei Fratelli musulmani che accompagna un riferimento ai principi etici dell'Islam con un'orientamento economico di stampo liberale. Il loro serbatoio di voti è soprattutto la grande massa dei poveri urbani e rurali tra cui gli «ikhwan» sono ben radicati grazie alle loro iniziative di beneficienza. Per dissipare le accuse di fondamentalismo i Fratelli hanno dato a vita ad una «Alleanza democratica» che comprende il partito liberale Ghad el-Gedid (Nuovo domani), capeggiato dal candidato alle presidenziali e perseguitato dell'era Mubarak, Ayman Noor, e i nasseristi moderati di Karama (Dignità). Nelle parlamentari del 2005, meno manipolate di quelle del 2010, i Fratelli riuscirono a conquistare 88 rappresentanti alla Maglis al-Shabab, tutti eletti come indipendenti. Questa volta puntano alla maggioranza. A fargli concorrenza a destra ci penseranno gli islamisti duri e puri dei salafiti dell'Hizb al-Nour, (Partito della luce), sui cui manifesti campeggiano candidati con lunghe barbe e «zibibba», il bernoccolo scuro in mezzo alla fronte, certificato di lunghe e intense preghiere. Il loro programma è riassunto nello slogan «il popolo vuole il volere di Dio»: sharia legge di stato. La loro roccaforte è l'Alto Egitto rurale. Al loro fianco si schiera il partito «Costruzione e sviluppo», filiazione di al-Gamaa al-Islamiya, organizzazione protagonista in passato di attentati contro turisti.A fare da diga contro gli islamisti al centro si colloca l'alleanza «Blocco per l'Egitto» di orientamento laico, egemonizzata dai liberali di El-Masriin El-Ahrrar, che vanta tra i fondatori l'imprenditore delle telecomunicazioni Naguib Sawiris, già proprietario di Wind e di religione copta. I loro principali alleati sono il partito social-democratico egiziano e il Tagammu, che si presenta come difensore delle conquiste sociali e delle nazionalizzazioni della rivoluzione del 1952, invise a imprenditori come Sawiris.Se c'è un'alleanza che più delle altre ambisce a farsi portavoce di piazza Tahrir è quella denominata la «Rivoluzione continua». Il suo motore principale è l'alleanza socialista popolare che raggruppa partitini socialisti, comunisti e trotzkisti. Ma dentro ci sono pure gli «islamisti sociali» di Al Tayar Al-Masry, partito fondato da giovani dissidenti dei Fratelli musulmani, e i liberali di Masr al-Hurreya guidati dall'intellettuale Hamzawy. Mentre in queste ore i partiti vanno a caccia di voti non si placa la violenza del regime militare. Due attivisti sono stati uccisi ieri di fronte alla sede del consiglio di ministri dove protestavano contro la nomina del nuovo premer Al-Ganzuri che promette di varare il nuovo esecutivo in 3 giorni. Di ieri anche la notizia dell'arresto di tre ragazzi italiani, con l'inverosimile accusa di aver incendiato una palma. Una storia che ricorda il recente arresto di tre studenti americani (poi rilasciati) a cui veniva addirittura imputato di aver lanciato molotov contro la polizia nei recenti scontri attorno a piazza Tahrir. In molti temono che la rabbia generata dalla repressione sanguinosa della giunta militare contro le manifestazioni di protesta di questa settimana riesploda lunedì e martedì. Del resto in precedenti tornate elettorali si sono spesso verificati disordini, come nel 2010, quando si registarono 10 morti per violenze in prossimità dei seggi. Quest'anno il bilancio rischia di essere molto più pesante.
Le foto
Su Damasco si moltiplicano le pressioni in un contesto che assomiglia sempre di più alla preparazione di un’aggressione militare. Ad offrire una sponda a Francia e Turchia, che per ora sembrano guidare lo schieramento favorevole ad un intervento militare ‘limitato’ contro Damasco, sono stati i ribelli del cosiddetto ‘Esercito Siriano Libero’. Ieri pomeriggio infatti Riad al-Assad, il leader dell’organizzazione militare composta da miliziani anti Assad e soldati disertori, ha chiesto alle potenze straniere di intervenire con ‘raid aerei’ contro alcuni obiettivi siriani riconducibili al regime di Damasco. Una posizione che riecheggia quella assunta dai ribelli libici del CNT di Bengasi e che rappresentò il preludio ai massicci bombardamenti della Nato. Che si arrivi a quel tipo di scenario non è detto, ma la richiesta di intervento straniero da parte dei capi militari dell’opposizione è inquietante.
1. L’inverno 2011-12 non si preannuncia caldo soltanto sul piano del conflitto sociale-politico, ma anche e soprattutto sul piano dei mercati finanziari e creditizi.











