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INTERNAZIONALE

La Repubblica Democratica del Congo al voto tra speranza e paura

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congo-eleccionesOggi si svolgono nella Repubblica Democratica del Congo le elezioni presidenziali, un evento importantissimo non solo per l'immenso Paese africano, ma per l'intero continente e forse anche per gli equilibri geopolitici globali. La Repubblica Democratica del Congo è infatti un Paese ricchissimo e sull'appropriazione violenta delle sue materie si giocano partite di grande rilievo in cui sono implicati numerosi Stati e imprese multinazionali.

L'opposizione cerca di sconfiggere l'attuale presidente Kabila, che viene considerato il garante degli interessi stranieri nel Paese. Sostenuto dal Ruanda (l'Israele dell'Africa Centrale), Kabila ben difficilmente lascerà il potere, e le speranze di cambiamento si sommano alla paura di una nuova terribile guerra come quelle che negli anni scorsi hanno portato allo sterminio di milioni di persone. 

Rimandiamo per un approfondimento della situazione congolese all'articolo http://www.senzasoste.it/internazionale/la-regione-dei-grandi-laghi-di-sangue-il-saccheggio-del-congo.

Nonostante l'importanza di queste elezioni, è quasi impossibile trovare notizie e commenti anche sui siti  tradizionalmente più attenti agli avvenimenti di politica internazionale e alla realtà dei Paesi extraeuropei, a dimostrazione di un inguaribile provincialismo di cui soffrono i media, e non solo quelli "mainstream". Proponiamo quindi la traduzione di un articolo tratto dal sito globedia. Quanto al riferimento che nell'articolo si fa a Reporters Sans Frontieres, è d'obbligo ricordare ai lettori che quando parla Rsf parla la CIA (red.)

RDC: Kabila cerca di confermarsi in carica in elezioni minacciate dalla violenza e dai brogli

Il presidente Joseph Kabila parte come principale favorito nelle elezioni presidenziali di oggi nella Repubblica Democratica del Congo, i secondi comizi multipartitici dopo l’indipendenza del Paese nel 1960, caratterizzati dalla mancanza di trasparenza, problemi di organizzazione, minacce di accuse di brogli e violenza politica, questioni tutte derivate in un modo o nell’altro dall’atroce guerra civile nel Paese africano (1998-2003), che è costata la vita di cinque milioni di persone e ha ridotto il Paese in macerie.

Alle elezioni si presentano 18.500 candidati per 417 partiti, per dividersi 500 seggi (una media di 37 candidati in competizione per ogni seggio), tra i quali stelle del pop e un leader ribelle Mai Mai, Ntabo Ntaberi Sheka, che viene accusato di aver ordinato lo stupro di massa di quasi 400 donne l’anno scorso nella regione del Kivu (est del Paese), e che questa settimana è comparso trionfalmente in un villaggio di questa stessa zona con la passività della polizia e a meno di tre chilometri da una base delle Nazioni Unite.

Le settimane che hanno preceduto le elezioni sono state dominate dalla violenza tra i sostenitori di Kabila e quelli del suo principale rivale, il veterano leader dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS), Etienne Tshisekedi –vecchio oppositore imprigionato dal regime del cleptocrata Mobutu Sese Seko- settantottenne, l’unico insieme al presidente dell’Unione per la Nazione Congolese (UNC) ed ex alleato di Kabila, Vital Kamerhe, che può minacciare l’indiscusso trionfo dell’attuale presidente congolese.

L’altro grande nome delle elezioni è un illustre assente: l’ex leader ribelle Jean Pierre Bemba, attualmente sotto processo presso il Tribunale Penale Internazionale (TPI) per crimini di guerra, e che dalla sua cella ha chiesto "unità" all’opposizione per battere Kabila. Un compito particolarmente difficile, soprattutto dopo la  riforma costituzionale realizzata da Kabila lo scorso mese di febbraio che riduce le elezioni a un solo turno nel caso di un margine di vantaggio sufficientemente ampio, incrementando così le sue possibilità di vittoria.

Bisogna anche citare l’ex leader ribelle Bosco Ntaganda, accusato di crimini di guerra dal TPI per l’arruolamento forzato di bambini sotto i 15 anni in conflitti armati e che ora vanta un’alta carica militare militare nell’Est del Paese. A quanto scrive il 'New York Times', le sue forze stanno obbligando i residenti della regione a votare per Kabila sotto la minaccia delle armi.

Questi comizi si tengono in un contesto completamente diverso da quelli di cinque anni fa, quando le Nazioni Unite legittimarono il processo elettorale grazie a una stretta supervisione. Questo scenario non si ripeterà ora. Con la firma nel 2009 dell’accordo di pace con il Ruanda, l’ONU "ha perso il suo ruolo di primo piano" nel gigantesco Paese africano, secondo l’opinione del quotidiano 'The Economist', e con ciò la "sua capacità di salvare il Congo -il Paese meno sviluppato del mondo e dove tre persone su quattro vivono sotto la soglia della povertà- da se stesso".

L’INIZIO DEL DRAMMA

Il gruppo di esperti International Crisis Group (ICG) crede che i problemi logistici siano la principale minaccia che affrontano questi comizi. I candidati potrebbero utilizzare lo svolgimento irregolare del processo elettorale come pretesto per accusare Kabila di brogli. Il peggiore dei casi sarebbe che si concludessero con un risultato “aggiustato”, cosa che permetterebbe a più di un candidato di attribuirsi la vittoria. E mentre il caso fosse discusso negli inefficienti tribunali congolesi, potrebbe esserci un bagno di sangue per le strade.

"Chiunque vinca, ci sarà violenza", ha dichiarato il direttore dell’Associazione Africana per la Difesa dei  Diritti Umani, Jean Claude Katende. Violenza che è già scoppiata tra i sostenitori di Kabila e quelli di Tshisekedi, così come tra gruppi armati nelle regioni del Kivu Nord e Sud.

E violenza, per concludere, contro i giornalisti, come ha denunciato Reporters Senza Frontiere questa settimana, che dispone di informazioni dall’interno del Paese che denunciano "senza dubbi di nessun  genere" l’esistenza di "pressioni e attacchi contro i giornalisti, chiusura di media e la trasformazione di altri in strumenti di propaganda, aumentando la tensione di un clima "che già di per sé era drammaticamente peggiorato nelle ultime settimane".

DIFFICOLTA’ LOGISTICHE

Il ricco bilancio di 500 milioni di dollari di cui dispone la Giunta Elettorale per organizzare le elezioni potrebbe non essere sufficiente per garantire l’arrivo delle schede –stampate in Sudafrica- e delle urne -un totale di 62.000, importate dalla Cina- alla totalità di un Paese le cui dimensioni si avvicinano a quelle dell’ Europa Occidentale.

La carenza delle infrastrutture e dei servizi di trasporto potrebbero creare serie difficoltà all’apertura dei seggi o allo spostamento degli elettori, particolarmente nel Kivu, dove ci sono state anche delle lamentele sulle liste elettorali incomplete e la mancanza di seggi elettorali.

Proprio questa settimana ci sono state diverse manifestazioni nella regione di Shabinda, dove sono stati allestiti solo quattro dei 27 seggi previsti. Secondo stime di Radio Okapi, fino a un 32 per cento dei residenti della regione potrebbe rimanere escluso dal voto.

PROTESTE PER BROGLI

Il livello di retorica esibito dai candidati durante la loro campagna, rileva Azad Essa per Al Jazeera, è stato  così intenso che sembra poco probabile che i rivali di Kabila accettino la sconfitta di buon grado, dato soprattutto che si sospetta che il presidente della Giunta Elettorale è un buon amico del presidente.

La stessa Unione Europea (UE) ha denunciato mercoledì scorso la mancanza di trasparenza nel procedimento che verrà svolto dal Tribunale Supremo del Paese per ratificare i risultati. "Tanto i cittadini  che gli osservatori elettorali hanno la necessità di conoscere tutti i decreti relativi alla competizione elettorale, e disgraziatamente per ora non è così", ha lamentato l’UE.

Anche il Centro Carter degli Stati Uniti si è fatto portatore della petizione dell’UE e chiede da parte sua al Supremo di rendere pubbliche le decisioni che assumerà sulle proteste formali che potrebbero essere presentate da parte dei candidati.

TENSIONE NEL FINE SETTIMANA

La Polizia congolese ha impedito sabato scorso a Tshisekedi di partecipare a un meeting che aveva in programma, dopo che i poliziotti lo hanno fermato nell’aeroporto di Kinshasa. Le forze di sicurezza, di fronte ai tumulti scoppiati durante tutto il fine settimana nel Paese, che avrebbero provocato almeno due morti, hanno impedito lo svolgimento di meeting nel Paese.

"Faccio appello alla popolazione di Kinshasa perché venga qui", ha affermato Tshisekedi, circondato da poliziotti sulla porta d’uscita dall’aeroporto. Tshisekedi ha ribadito che continuerà "a lottare", alludendo alla sfida lanciata dal suo partito contro la proibizione del Governo di tenere gli incontri di fine campagna.

A due giorni dalle elezioni presidenziali e parlamentari, fazioni rivali hanno ingaggiato combattimenti per le strade, lanciandosi pietre e scambiandosi colpi d’arma da fuoco a Kinshasa, la capitale.

Il saldo di questa violenta giornata, esacerbata dalla dispersione di una massiccia manifestazione, è di due morti. Fonti delle Naziones Unidas hanno informato di una vittima ma al momento non c’è né conferma ufficiale della morte né ulteriori informazioni sulle circostanze.

Inoltre un giornalista della Reuters ha visto un corpo senza vita sulla strada per l’aeroporto della capitale. Invece il terzo candidato presidenziale, Vital Kamerhe, ha assicurato alla Reuters che sono morte quattro persone.

Fonte: http://globedia.com/kabila-intentara-revalidar-cargo-comicios-amenazados-violencia-fraude

Traduzione Andrea Grillo

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Ultimo aggiornamento Martedì 29 Novembre 2011 08:59

Egitto al voto, rivoluzione a rischio

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egitto_elezioni_dayL'ultima volta che gli egiziani furono chiamati a eleggere il parlamento il risultato fu di quelli bulgari. Il Partito nazionale democratico (Pnd) dell'ex presidente Hosni Mubarak conquistò l'81% delle preferenze. È passato un anno da quel 25 novembre 2010, un anno in cui la rivoluzione dei 18 giorni ha fragorosamente aperto le porte per una transizione verso la democrazia. Le prime elezioni libere da 60 anni a questa parte avrebbero dovuto essere una tappa decisiva in questo processo. Ma dopo una settimana di violenta repressione che ha provocato più di 40 morti al Cairo, Suez e Alessandria, l'appuntamento elettorale rischia di essere percepito come una farsa per coprire la realtà di un paese sotto dittatura militare. Gli elettori egiziani sono chiamati a eleggere i 498 membri del Maglis al-Shabab, l'Assemblea del popolo, e i 270 della Shura, la camera alta. A loro volta gli eletti dovranno nominare un gruppo ristretto di rappresentanti con il compito di scrivere la nuova costituzione egiziana. Il sistema elettorale è estremamente tortuoso e suddiviso in tre turni elettorali. Si comincia lunedì e martedì a Cairo, Alessandria, Luxor e Porto Said. Il 14 dicembre sarà la volta di Suez, Aswan, Ismailyia, fino ad arrivare al 3 gennaio quando tocca al Sinai e alla costa mediterranea. Due terzi dei seggi saranno riempiti dalle liste di partito. Il resto verrà colmato da candidati indipendenti in un sistema che rischia di favorire il riciclaggio di personalità del vecchio regime. Il panorama politico alla vigilia del voto è molto frammentato con un totale di 40 partiti e quattro coalizioni. A fare la parte del leone è Hurreya ua Adala (Libertà e giustizia), il braccio politico dei Fratelli musulmani che accompagna un riferimento ai principi etici dell'Islam con un'orientamento economico di stampo liberale. Il loro serbatoio di voti è soprattutto la grande massa dei poveri urbani e rurali tra cui gli «ikhwan» sono ben radicati grazie alle loro iniziative di beneficienza. Per dissipare le accuse di fondamentalismo i Fratelli hanno dato a vita ad una «Alleanza democratica» che comprende il partito liberale Ghad el-Gedid (Nuovo domani), capeggiato dal candidato alle presidenziali e perseguitato dell'era Mubarak, Ayman Noor, e i nasseristi moderati di Karama (Dignità). Nelle parlamentari del 2005, meno manipolate di quelle del 2010, i Fratelli riuscirono a conquistare 88 rappresentanti alla Maglis al-Shabab, tutti eletti come indipendenti. Questa volta puntano alla maggioranza. A fargli concorrenza a destra ci penseranno gli islamisti duri e puri dei salafiti dell'Hizb al-Nour, (Partito della luce), sui cui manifesti campeggiano candidati con lunghe barbe e «zibibba», il bernoccolo scuro in mezzo alla fronte, certificato di lunghe e intense preghiere. Il loro programma è riassunto nello slogan «il popolo vuole il volere di Dio»: sharia legge di stato. La loro roccaforte è l'Alto Egitto rurale. Al loro fianco si schiera il partito «Costruzione e sviluppo», filiazione di al-Gamaa al-Islamiya, organizzazione protagonista in passato di attentati contro turisti.A fare da diga contro gli islamisti al centro si colloca l'alleanza «Blocco per l'Egitto» di orientamento laico, egemonizzata dai liberali di El-Masriin El-Ahrrar, che vanta tra i fondatori l'imprenditore delle telecomunicazioni Naguib Sawiris, già proprietario di Wind e di religione copta. I loro principali alleati sono il partito social-democratico egiziano e il Tagammu, che si presenta come difensore delle conquiste sociali e delle nazionalizzazioni della rivoluzione del 1952, invise a imprenditori come Sawiris.Se c'è un'alleanza che più delle altre ambisce a farsi portavoce di piazza Tahrir è quella denominata la «Rivoluzione continua». Il suo motore principale è l'alleanza socialista popolare che raggruppa partitini socialisti, comunisti e trotzkisti. Ma dentro ci sono pure gli «islamisti sociali» di Al Tayar Al-Masry, partito fondato da giovani dissidenti dei Fratelli musulmani, e i liberali di Masr al-Hurreya guidati dall'intellettuale Hamzawy. Mentre in queste ore i partiti vanno a caccia di voti non si placa la violenza del regime militare. Due attivisti sono stati uccisi ieri di fronte alla sede del consiglio di ministri dove protestavano contro la nomina del nuovo premer Al-Ganzuri che promette di varare il nuovo esecutivo in 3 giorni. Di ieri anche la notizia dell'arresto di tre ragazzi italiani, con l'inverosimile accusa di aver incendiato una palma. Una storia che ricorda il recente arresto di tre studenti americani (poi rilasciati) a cui veniva addirittura imputato di aver lanciato molotov contro la polizia nei recenti scontri attorno a piazza Tahrir. In molti temono che la rabbia generata dalla repressione sanguinosa della giunta militare contro le manifestazioni di protesta di questa settimana riesploda lunedì e martedì. Del resto in precedenti tornate elettorali si sono spesso verificati disordini, come nel 2010, quando si registarono 10 morti per violenze in prossimità dei seggi. Quest'anno il bilancio rischia di essere molto più pesante.

Paolo Gerbaudo

tratto dail manifesto

foto dikim chi hoon

28 novembre 2011

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Ultimo aggiornamento Lunedì 28 Novembre 2011 08:52

Corsa agli sportelli bancari in Lettonia (Paese dell’Unione europea)

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lettonia_fila_sportelliLe foto sotto sono state fatte IERI davanti alle sedi in Lettonia della banca lituana Bankas Snoras AB fallita pochi giorni fa. Ai privati e’ stato concesso di poter ritirare al massimo 50 Lat al giorno (pari a 75 euro). Per le societa’ (legal entities c’e’ scritto nel comunicato) non e’ previsto alcun rimborso eprobabilmente hanno perso tutti i loro depositi. Lituania e Lettonia sono Paesi dell’Unione Europea. Intanto nelle ultime due settimane nel Baltico una buona fetta di clienti russi e molti scandinavi stanno prelevando tutti i loro averi per comprare appartamenti e terreni in contanti poiche’ non fidandosi piu’ delle banche della UE, preferiscono avere immobili piuttosto che Euro nel conto.

tratto da http://www.rischiocalcolato.it

26 novembre 2011

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Siria: è guerra civile. Ribelli all'attacco chiedono i bombardamenti come in Libia

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Cruenti combattimenti in Siria tra forze governative e miliziani dell'opposizione. L'Esercito Libero Siriano chiede alle potenze straniere di intervenire militarmente con 'bombardamenti mirati'.

siria_scontro_poliziaSu Damasco si moltiplicano le pressioni in un contesto che assomiglia sempre di più alla preparazione di un’aggressione militare. Ad offrire una sponda a Francia e Turchia, che per ora sembrano guidare lo schieramento favorevole ad un intervento militare ‘limitato’ contro Damasco, sono stati i ribelli del cosiddetto ‘Esercito Siriano Libero’. Ieri pomeriggio infatti Riad al-Assad, il leader dell’organizzazione militare composta da miliziani anti Assad e soldati disertori, ha chiesto alle potenze straniere di intervenire con ‘raid aerei’ contro alcuni obiettivi siriani riconducibili al regime di Damasco. Una posizione che riecheggia quella assunta dai ribelli libici del CNT di Bengasi e che rappresentò il preludio ai massicci bombardamenti della Nato. Che si arrivi a quel tipo di scenario non è detto, ma la richiesta di intervento straniero da parte dei capi militari dell’opposizione è inquietante.

Nel paese intanto si combatte una guerra civile cruenta che i media internazionali, basandosi sulle veline di Al Jazeera e Al Arabiya, raccontano come una repressione unilaterale dei governativi contro gli oppositori pacifici. Ben 11 tra agenti di sicurezza e soldati siriani sarebbero stati uccisi in un agguato condotto dall’Esercito Siriano Libero a Homs, uno degli epicentri della rivolta. Invece ieri era stata riferita la notizia che sette piloti militari erano stati uccisi durante un attacco condotto a Palmita da uomini armati contro il bus che li trasportava nel centro del paese. Lo hanno annunciato fonti dell'opposizione. Altri morti sarebbero stati invece provocati dalla repressione delle forze di sicurezza del regime di Assad nelle province di Homs, Hama e Idlib. L’opposizione parla di 35 vittime, tra cui una donna e due bambini, a causa dei bombardamenti governativi.

Dal punto di vista diplomatico la Lega Araba sembra in prima fila nell’aumentare la tensione nell’area. Mentre ieri Damasco sembrava aver accettato per l’ennesima volta senza particolari condizioni l’invio nel paese di una maxi delegazione di osservatori stranieri - tra cui anche militari - l’organizzazione capeggiata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi ha imposto alla Siria un nuovo ultimatum concedendo solo poche ore ad Assad per rispondere. In caso di non accettazione la Lega Araba minaccia di inasprire ulteriormente le sanzioni economiche, commerciali e diplomatiche nei confronti del paese. Domani la Lega Araba potrebbe decidere la sospensione dei collegamenti aerei civili, l'interruzione di ogni rapporto con la Banca centrale siriana, il congelamento dei conti bancari governativi e la cessazione di ogni rapporto finanziario con il paese assediato.

26 novembre 2011

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Ultimo aggiornamento Venerdì 25 Novembre 2011 15:47

Prove (conclamate) di dittatura finanziaria

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euro_castello_soldi1. L’inverno 2011-12 non si preannuncia caldo soltanto sul piano del conflitto sociale-politico, ma anche e soprattutto sul piano dei mercati finanziari e creditizi.

La situazione è aggravata paradossalmente dalla doppia velocità con cui il piano della governance istituzionale e finanziaria si muove. Quando si tratta di imporre politiche di riordino dei conti pubblici con manovre recessive del tipo lacrime e sangue, i tempi di decisione, in nome dell’emergenza, sono assai rapidi. Quando si tratta, invece, di coordinare politiche di intervento a sostegno dell’indebitamento degli stati colpiti dalla speculazione, allora i tempi si allungano a dismisura.

Tutto ciò non stupisce. Rientra nella solita politica dei due tempi. Un primo tempo di sacrifici, di subalternità alle logiche dominanti del potere economico-finanziario, in attesa di un secondo tempo, che non arriverà mai.  Aspettando la prossima crisi…

Abbiamo già visto una simile dinamica quando si è costruita l’unione monetaria europea, spacciata ideologicamente come il coronamento del sogno di una unione europea politica e sociale. Niente di più falso e oggi ne vediamo i perversi effetti. All’epoca, inizio anni ’90, l’ineluttabile necessità di ottemperare ai parametri di Maastricht (l’”emergenza di entrare in Europa”) ha segnato il turning pointdecisivo per la svolta nelle politiche di distribuzione del reddito (un travaso “istituzionalizzato” dai redditi da lavoro ai redditi da capitale) e per l’avvio irreversibile del processo di precarizzazione del lavoro e della vita. Oggi, l’emergenza  si chiama crisi del debito sovrano (l’”emergenza di restare in Europa”). E si tratta di una situazione che, a differenza di quella dei primi anni ’90, vede un vuoto di azione a livello istituzionale europeo.

I motivi che stanno alla base del costante gap decisionale delle autorità istituzionali europee e mondiali si possiamo riassumere nella volontà politica di “non decidere” (“laissez faire”). Con riferimento all’Europa, le istituzioni politico-istituzionali (Bce, Ecofin, Commissione Europea) hanno del tutto perso quella (scarsa) autonomia che potevano vantare qualche decennio fa. Nonostante le dichiarazione di Barroso (l’ultima pochi giorni fa, 21 novembre, tese a dimostrare la volontà della politica europea a risolvere la crisi, magari introducendo titoli pubblici europei (Eurobond) in grado di sostituire i titoli di stato nazionali), le istituzioni europee continuano ad essere docili strumento rispetto alle compatibilità dettate dall’oligarchia finanziaria e dalle (colluse) società di rating.

2. Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia. Se il Prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 trilioni di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 trilioni di dollari, le borse di tutto il mondo 50, i derivati 466 (otto volte di più della ricchezza reale). Tutto ciò è noto, ma ciò che spesso si dimentica di rilevare è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria”, che, come tutte le accumulazioni originarie, è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione.

Nel mercato bancario, dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500 (dati Federal Reserve). Al I° trimestre 2011, cinque società d’affari (J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche  (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati (dati OCC, Office of Comptroller of the Currency).

Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47% dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate.

Da questi dati, possiamo arguire che in realtà i mercati finanziari non sono qualcosa di imparziale e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall’essere concorrenziali, essi nascondono una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 65% dei flussi finanziari globali e, alla base, una miriade di piccoli risparmiatori e operatori finanziari che svolgono una funzione passiva. Tale struttura di mercato consente che poche società (in particolare le dieci citate in precedenza) siano in grado di indirizzare e condizionare le dinamiche di mercato. Le società di rating (spesso colluse con le stesse società finanziarie), inoltre, ratificano, in modo strumentale, le decisioni oligarchiche che di volta in volta vengono prese.

Quando si leggono affermazioni del tipo “sono i mercati a chiederlo”, “è il giudizio dei mercati” e amenità del genere, dobbiamo renderci conti che tali cosiddetti mercati, presentati ideologicamente come entità metafisica, neutra e quindi oggettiva, non sono altro che espressione di un preciso potere.

La vera governance politica non sta più nelle istituzioni politiche, ma nella gerarchia finanziaria. Essere stato fedele servitore negli anni ’90, ai tempi della costruzione monetaria e monetarista dell’Europa, non ha consentito che le istituzioni europee potessero mantenere voce in capitolo. Il servilismo si è trasformato in servitù.

3. La spirale della speculazione si muove nell’ottica del massimo guadagno a brevissimo periodo. La politica economica necessità di un arco temporale più lungo. Tale iato è uno dei fattori strutturali che rendono l’instabilità endemica. Fintanto che la governance finanziaria comanda la governance politica e fintanto che le istituzioni politiche, in nome del “laissez-faire”, operano perché tale primato permanga, la situazione di crisi economica non può essere risolta.

L’attività speculativa si concentra in quei settori economici dove si registra un aumento dei rapporti di debito e credito a maggior intensità di rischio. Dopo la crisi dei subprime, un terreno fertile si è rivelato il debito sovrano dei paesi europei: un debito (che di sovrano in realtà ha veramente poco) che si è alimentato proprio per coprire le falle del mercato finanziario in seguito alla crisi del 2008.

Il meccanismo della speculazione è il seguente. Alcune grandi società finanziarie iniziano a vendere i titoli di Stato dei paesi che, a loro giudizio (d’accordo con le società di rating) corrono il rischio di avere difficoltà di finanziamento. Ne consegue il deprezzamento del valore dei titoli, inducendo aspettative negative sul loro valore atteso nel futuro. I tassi d’interesse relativi all’emissione dei nuovi titoli inizia a crescere, ampliando il differenziale (spread) con l’interesse sui titoli di Stato considerati più sicuri (come quelli tedeschi). Tale tendenza si autoalimenta sino a creare un’emergenza (shock economy, direbbe Naomi Klein) che obbliga la Banca Centrale ad intervenire comprando i titoli di Stato in cambio di nuova liquidità monetaria e, allo stesso tempo, chiedendo e imponendo misure economiche drastiche volte fittiziamente a ridurre il deficit pubblico. E’ il segnale che la speculazione ha vinto. Tutto ciò è abbastanza noto. Ciò che è meno noto è che, in contemporanea, il valore dei titoli derivati che assicurano i titoli di Stato (Credit Default Swaps, Cds) cresce enormemente, in modo proporzionale all’ampliarsi dello spread sui tassi d’interesse. Ciò consente ai possessori dei Cds di poter lucrare elevate plusvalenze. Fin qui la spiegazione teorica. Facciamo ora i nomi degli attori di tale attività speculativa, con riferimento al caso italiano. Ad inizio 2011, Deutsche Bank, una delle 5 banche che detengono il controllo del mercato dei Cds, inizia a vendere circa 7 miliardi di titoli di Stato italiani (Btp). A seguito di ciò, il valore dei Btp italiani inizia a ridursi e lo spread con gli analoghi titoli tedeschi inizia ad aumentare sino a superiore quota 300 per arrivare a metà novembre a oltre 500. I tassi di interessi sono passati dal 3% a oltre il 7%  nel giro di pochi mesi, con un aggravio nella spesa per interessi stimato in circa 8-9 miliardi di euro. Contemporaneamente, il valore dei Cds sul debito italiano sono aumentati di quasi 5 volte, consentendo così enormi guadagni in termini di potenziali plusvalenze.

4. Le linee di politica economica che vengono imposte all’Italia e sono state imposte alla Grecia, al Portogallo, alla Spagna non hanno come obiettivo il risanamento dei conti pubblici, ma piuttosto lo scopo di sancire esplicitamente il primato del potere economico-finanziario su quello politico (dal controllo sociale politico-mediatico al controllo disciplinare della finanza). Il caso della Grecia è emblematico. Dopo quattro finanziare draconiane nel nome di un supposto risanamento, le previsioni sul Pil greco per il 2011 sono disastrose (- 5,3%), con il risultato che il rapporto deficit/pil, lungi dal ridursi probabilmente aumenterà. Il tentativo politico del governo Papandreu, anche per far fronte alle grandi manifestazioni di protesta, di indire un referendum popolare sulle politiche di austerità è durato lo spazio di un mattino. L’obiettivo di ripristinare una possibile autonomia della politica rispetto ai diktat economici-finanziari è fallito miseramente. La Grecia ha varato un governo di unità nazionale sotto l’egida dell’ex-vice-governatore della Bce, supino agli interessi della gerarchia finanziaria. Democrazia non fa rima con finanza. Non è una novità. Trenta anni di liberismo hanno fatto credere (a chi voleva e aveva interesse a crederci) che la gerarchia di mercato (ideologicamente denominata “libero mercato”) potesse essere compatibile con l’esercizio democratico, seppur formale, dell’esercizio del voto. La crisi dei debiti sovrani ha stracciato questo miserevole velo. Il re è nudo, ma nessuno (soprattutto a sinistra) sembra accorgersene.

5. La situazione italiana, pur essendo diversa dal punto di vista economico, è invece assai simile dal punto di vista politico. L’Italia è diventato un obiettivo appetibile anche perché la sua credibilità politica è molto bassa. Il modo con cui il governo Berlusconi ha affrontato l’inizio della crisi ad agosto non ha fatto che incancrenire la situazione. Paradossalmente, il governo Berlusconi si è rivelato meno affidabile agli occhi dei mercati finanziari di quanto potesse esserlo un governo di centro-sinistra. A fronte di tale situazione, un nuovo governo tecnico, di solidarietà nazionale, con a capo Mario Monti, si è insediato. E’ noto che Mario Monti, stimato economista, è, oltre che presidente europeo della Trilateral, anche International Advisordi Goldman Sachs, una delle società finanziarie che controllano, come Deutsche Bank, il mercato dei Cds. Voci dei mercati finanziari (riportate dal quotidiano Milano Finanza) confermano che proprio Goldman Sachs, così come aveva fatto nei primi mesi dell’anno Deutsche Bank, abbia innescato l’ondata di vendite di Btp all’inizio di novembre, accelerando la crisi del governo Berlusconi. Berlusconi (come Papandreu) è stato così costretto a dimettersi non dalla politica italiana ma dai potentati economici finanziari.

6. E’ interessante notare che comincia a farsi sentire l’effetto Monti. Il Ceo di Deutsche Bank, Joseph Ackermann (nonché presidente dell’Iif, l’associazione delle grandi banche internazionali), il 20 novembre, in un convegno a Berlino organizzato dal quotidiano Suddeutsche Zeitung (quotidiano conservatore), ha dichiarato che la Deutsche Bank intende aumentare l’esposizione della banca tedesca sui titoli di stato italiani da un miliardo (ciò che era rimasto dopo la forte vendita dei Btp italiani di 7 miliardi nei primi mesi dell’anno) a 2,3 miliardi (Fonte Financial Times). Qualcuno potrebbe pensare che il cambio alla direzione del governo italiano abbia sortito i primi benevoli effetti. In realtà, si tratta semplicemente del segnale che la Deutsche Bank è passata all’incasso. Occorrerà verificare nelle prossime settimane se tale segnale verrà colto anche dalle altre grandi società finanziarie. Se ciò avvenisse, significherebbe che la pressione speculativa potrebbe non prendere più di mira l’Italia, ma potrebbe spostarsi altrove, magari in Francia. Ancora una volta, ciò conferma che la speculazione ha vinto e, al riguardo, c’è poco da stare allegri: è la semplice conferma che siamo comunque in ostaggio dei poteri finanziari. L’area dell’Euro è comunque ancora a rischio.

7. La svolta politica di Grecia e Italia, infatti, conferma l’ipotesi implicita che i mercati finanziari siano intoccabili. E’ sempre più imprescindibile la necessità di controbilanciare questo potere. Dal momento che le istituzioni politiche oggi dominanti non sono in grado di farlo, occorre che qualcuno se ne faccia carico. Ed è per questo che, all’interno dei movimenti sociali si sta ponendo un’altra alternativa, quella che viene denominata “diritto al default”.

Al riguardo, occorre sottolineare che le principali società finanziarie in realtà non vogliono il default degli Stati, anzi sarebbe per loro una grave minaccia, perché verrebbe meno la materia su cui innescare i processi speculativi (sarebbe come eliminare “la gallina dalle uova d’oro”). Pertanto vi sono (teoricamente) margini di manovra per ricontrattare la struttura del debito in chiave europea, con il fine di sottrarre al mercato dei capitali una quota dei titoli di Stato che oggi sono oggetto della pressione speculativa.

Tecnicamente una simile manovra è possibile, senza che ciò comporti effetti collaterali negativi per l’Italia, anche alla luce della nuova composizione del debito pubblico italiano. Fino agli anni 90, il 50 % del debito era detenuto dalle famiglie sotto forma di risparmi (investiti in BOT ad esempio), e il 95 % di esso era comunque detenuto in Italia (famiglie e banche). A quei tempi, perseguire il default sarebbe stato assurdo e autolesionista. Ma oggi, nel 2011, il debito pubblico è detenuto per l’87% da banche e finanziarie e per oltre il 55% all’estero. Secondo Morgan Stanley, una quota del 20% di questo 87% è costituita da fondi pensioni e fondi di investimento di proprietà delle famiglie italiane, seppur gestita e controllata dalle società finanziarie; di conseguenza, considerando il 13% dei titoli detenuti direttamente dalle famiglie, solo un terzo del debito pubblico italiano ha a che fare con l’attività di risparmio. Il resto è pura speculazione, nella maggior parte dei casi, internazionale. Proprio partendo da questi dati, è possibile attivare un default controllato, tramite una modifica, unilaterale e sancita per legge, delle condizioni di un contratto di debito e credito. A tal fine si può ipotizzare la possibilità di congelare una quota di questi titoli di Stato, sottraendoli all’azione speculativa delle grandi società finanziarie e sostituendoli con titoli di stato europei (tipo Eurobond), fuori dalla libera circolazione dei capitali (applicandovi un tasso di interesse ad esempio di 1,5 o 2 punti superiore a quello ufficiale), per poi scongelarli dopo un congruo numero di anni.  Una simile proposta ha sollevato parecchie obiezioni, delle quali due appaiono rilevanti. La prima afferma che in tal modo il valore dei titoli di stato italiani si deprezzerebbe con effetti negativi sui valori patrimoniali del sistema bancario-creditizio. E’ vero, ma non ci si dovrebbe preoccupare più di tanto: in primo luogo, perché già la costituzione del Fondo Europeo Salva Stati (ESFS) prevede per i soli titoli greci un deprezzamento a carico delle banche detentrici tra il 30 e il 60%; in secondo luogo, perché in tal modo anche il sistema bancario (e non solo noi, che lo stiamo già facendo) dovrà pagare la crisi. La seconda obiezione è più rilevante: di fronte all’ipotesi di congelamento, potrebbero sorgere difficoltà nel collocamento dei nuovi titoli di debito, con il rischio di dover pagare un interesse maggiore. E’ la probabile reazione dei potentati finanziari. A ciò si può rispondere con l’obbligo di detenere un certo quantitativo di titoli di nuova emissione come quota delle riserve bancarie, in modo da garantire, ope legis, la loro riallocazione e sarebbe necessario che la Bce, recuperando il suo ruolo istituzionale di prestatore di ultima istanza, negato dal Trattato di Maastricht, se ne facesse carico in prima istanza, acquistando titoli di Stato nazionali sul mercato primario (in cambio di moneta di nuova creazione) e non solo sul mercato secondario (ovvero acquistando titoli di Stato già in circolazione) . Non siamo forse, come ci dicono, in condizioni di emergenza?

La problematicità della proposta non è tanto “tecnica”, quanto politica: si tratta, infatti, di introdurre delle restrizioni alla circolazione nel mercato dei capitali e creare una nuova agenzia europea che abbia come funzione la detenzione dei titoli “congelati”. E tale nuova agenzia europea non potrebbe né dovrebbe essere la BCE, ma piuttosto un agenzia “politica” europea, finalizzata alla costruzione di una politica fiscale comune europea che detronizzasse la sovranità fiscale nazionale in tema fiscale e di spesa pubblica. Veniamo qui, infatti, alla questione politica principale che ha favorito lo scatenarsi della speculazione finanziaria europea: la mancanza (voluta) di un’unica politica fiscale europea, con un unico budget ed un’unica legge finanziaria. Forse, in un contesto in cui diritto di signoraggio e legge di bilancio sono posizionati allo stesso livello di governance, l’attività speculativa avrebbe avuto meno gradi di libertà per agire. Ma questa è un’altra storia.

Andrea Fumagalli

tratto da http://uninomade.org

22 novembre 2011

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Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Novembre 2011 11:15

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