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INTERNAZIONALE

Fiscal compact. La Ue accetta la follia "rigorista"

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Euronervi a fior di pelle

Il Consiglio mette mano all'ultima stesura del trattato della discordia, che impone la disciplina di ferro sui bilanci pretesa dalla Germania. Repubblica ceca e Polonia minacciano di non ratificarlo

euro_castello_soldiNella lettera di invito che il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha inviato ai 27 capi di stato e di governo per il vertice informale di ieri pomeriggio a Bruxelles la situazione doveva tornare a una relativa normalità nell'Europa sempre saldamente ancorata all'ortodossia neoliberista: dopo l'austerità, nell'agenda del summit c'erano la riforma del mercato del lavoro e l'occupazione giovanile, con il corollario della flessibilizzazione del mercato del lavoro.
L'allarme occupazione è difatti enorme e se ne sono accorti anche nelle varie capitali: in Europa la disoccupazione è complessivamente al 9,8%, una cifra storica, ma per i giovani siamo a una media del 22%, con 15 paesi al di sopra di questa percentuale (tra cui la Francia) e otto paesi, (Italia, assieme a Spagna, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Portogallo e Slovacchia), che superano il 30% (il record è spagnolo, con il 45%). E la recessione minaccia l'Europa. Van Rompuy voleva discutere della destinazione di 82 miliardi di euro che sono nelle casse, pronti per gli aiuti regionali e per la piccola e media impresa, che negli ultimi dieci anni ha creato nella Ue l'85% dei nuovi posti di lavoro.

I governi che, stando alle affermazioni di Sarkozy, pensavano che «con prudenza, si può dire che gli elementi di una stabilità finanziaria siano posti», sono stati accolti dallo sciopero generale del Belgio, una mobilitazione che non si vedeva da vent'anni. E la crisi greca ha messo fuoco alle polveri. La Grecia non è arrivata a Bruxelles con in mano l'accordo con la lobby delle banche private, come invece era stato previsto (e sperato). Anche se pare che l'accordo, a piccoli passi, si avvicini, con le banche che dovrebbero accettare oltre a un pesante hair cut superiore al 50% anche dei tassi inferiori al 4% per le nuove obbligazioni che sostituiranno i vecchi crediti svalutati.

Ma i nervi sono a fior di pelle, su un fronte e sull'altro. Atene non riesce a rispettare gli impegni presi e già si profila un aumento del secondo piano di aiuti della Ue e dell'Fmi, che da 130 miliardi dovrebbe salire a 145. Ma Germania e Francia in testa non vogliono sentir parlare di sborsare nuovi soldi. In ogni caso, il varo del secondo piano è sospeso all'accordo con le banche private. Ma senza aiuti, la Grecia non potrà rimborsare i 14,5 miliardi di debiti che arrivano a scadenza il 20 marzo e lo spettro del default si avvicina se non verrà trovato un accordo entro l'eco-fin del 13 febbraio. Forse un vertice sulla Grecia si terrà l'8 febbraio.

In questo contesto, sabato è arrivata la proposta-bomba della Germania (appoggiata da Olanda e Svezia): mettere chiaramente sotto tutela Atene, intensificando la sorveglianza, al punto di nominare un commissario con l'incarico di vegliare sul bilancio greco, con poteri di veto per imporre la purga messa a punto a Bruxelles (diminuzione dei salari, tagli alla sanità e ai servizi pubblici, maggiore flessibilità del lavoro). Il governo greco ha reagito con forza: «Chiunque ponga a un popolo il dilemma tra aiuto finanziario e dignità nazionale ignora gli insegnamenti storici fondamentali», ha affermato il ministro delle finanze, Evangelos Venizelos. La proposta tedesca è stata criticata da molti partner. «Inaccettabile» per il premier lussemburghese e capo dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker. «Non molto sana», per il ministro degli esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn, che suggerisce a Berlino di «fare attenzione a non ferire più del necessario». Per il cancelliere austriaco Werner Faymann «nessuno in politica ha bisogno di essere offensivo». Di fronte a queste reazioni, la Germania ha fatto un mezzo passo indietro: si tratta solo di «una riflessione generale» per «vedere cosa è possibile fare quando un programma di riforme continua a slittare», spiegano i portavoce del governo Merkel. Preoccupazione anche per il Portogallo, in piena recessione, che potrebbe aver bisogno di un nuovo aiuto nel 2013 per evitare il default, mentre i tassi sono saliti al 14%. Mario Monti, invece, continua ricevere felicitazioni. Oggi ritirerà a Parigi, all'Assemblea nazionale, il premio di «Politico europeo del 2011».

Il Consiglio informale ha messo mano all'ultima stesura del nuovo trattato definito «inutile» dal nuovo presidente dell'europarlamento e rifiutato dalla Gran Bretagna, il socialdemocratico Marin Schultz, il super-Maastricht che incide nel marmo la "regola aurea" della disciplina di ferro dei bilanci: deficit strutturale massimo dello 0,5% del pil (contro il 3% del deficit congiunturale di Maastricht), con multe semiautomatiche per chi deroga (0,1% del pil), che la Germania vorrebbe estendere dal deficit al debito eccessivo (Francia e Italia sono i principali oppositori). La Polonia, con la Repubblica ceca, minaccia di non ratificare il nuovo trattato, se i paesi non-euro non verranno invitati ai due vertici annuali dell'eurozona. Ma chi non ratifica non potrà ricevere aiuti dalla Ue. Il Fondo monetario preme perché l'Europa aumenti la forza del firewall (parafiamme) Mes, che entrerà in vigore a metà anno ed è dotato, per ora, di 500 miliardi. Ma la Germania non ne vuole sapere. Una decisione verrà presa al Consiglio europeo di marzo. Sul tappeto c'è l'idea di un consolidamento dei bilanci «intelligenti», che significherebbe non imporre tagli alla cieca, evitare di colpire gli investimenti per l'avvenire, come la scuola, la ricerca, le energie rinnovabili. Schultz ha insistito sull'opportunità della tassa sulle transazioni finanziarie, difesa anche dalla Francia.

Anna Maria Merlo
tratto da Il manifesto del 31 gennaio 2012
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Usa, nuove manifestazioni e scontri

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occupy-oakland-kaiser-convention-4Il movimento "Occupy" non ferma il suo cammino. A Washington e Oakland questo sabato sono riprese le proteste che da mesi in tutti gli Stati Uniti si battono contro la finanza e il modello capitalistico.

A Oakland era stato lanciato il "Move-In Day" e l'obiettivo era quello di occupare un nuovo spazio per farne un presidio fisso del movimento. Lo scorso ottobre, infatti, i manifestanti erano stati sgomberati da Frank H. Ogawa Plaza su ordine del sindaco Jean Quan.

In quell'occasione il sindaco Jean Quan dopo aver appoggiato il movimento, ordinò lo sgombero per poi concedere nuovamente la piazza dopo alcune violenze della polizia ma togliendo ancora una volta il permesso dopo sole due settimane.

Nel pomeriggio di sabato circa 300 manifestanti sono scesi in strada per occupare all’Henry J. Kaiser Convention Center, un centro per conferenze abbandonato, e costruire in quello stabile un nuovo presidio fisso della mobilitazione.

Gli agenti per impedire l'occupazione hanno effettuato cariche e usato gas lacrimogeni, ma la resistenza attiva dei manifestanti e il passaparola su Twitter ha fatto crescere la manifestazione con il passare delle ore,  fino ad arrivare a circa 2mila persone, che hanno circondato una sede della Young Men’s Christian Association, una organizzazione cristiana ecumenica, per occupare i suoi spazi esterni, prima di riscontrarsi nuovamente con la polizia.

A questo punto sarebbero stati arrestati oltre 100 manifestanti e molti altri manifestanti sono stati fermati dopo che in serata hanno fatto irruzione nel municipio della città, nonostante gli agenti a sua difesa, e hanno bruciato una bandiera americana.

A Washington, invece,circa in 200 invece hanno manifestato davanti a un grand hotel dove si trovava il presidente  Barack Obama e la moglie Michelle. I manifestanti protestavano contro la minaccia di sgombero della loro tendopoli a McPherson Square, non lontano dalla Casa Bianca.

Il video

tratto da www.infoaut.org

30 gennaio 2012

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La dichiarazione conclusiva dell’Assemblea dei Movimenti al Forum Sociale Tematico di Porto Alegre: oggi più che mai contro le crisi e l’imperialismo

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Porto_Alegre_2012Noi, popoli di tutti i continenti, riuniti nell’Assemblea dei movimenti sociali durante il Forum Sociale tematico Crisi capitalista, Giustizia sociale e ambientale, lottiamo contro le cause di una crisi sistemica che si esprime in una crisi economica, finanziaria, politica, alimentare e ambientale che mette a rischio la sopravvivenza stessa dell’umanità. La decolonizzazione dei popoli oppressi e lo scontro con l’imperialismo è la  principale sfida dei movimenti sociali di tutto il mondo. Ci siamo riuniti in questo spazio a partire dalle nostre diversità, per costruire insieme agende ed azioni comuni contro il capitalismo, il patriarcato, il razzismo e ogni tipo di discriminazione e sfruttamento. Per questo riaffermiamo i nostri assi comuni di lotta, adottati nella nostra Assemblea a Dakar nel 2011.

Lotta contro le multinazionali. Lotta per la giustizia climatica e per la sovranità alimentare. Lotta per l’eliminazione della violenza sulle donne. Lotta per la pace, contro la guerra, il colonialismo, le occupazioni e la militarizzazione dei nostri territori.

I popoli di tutto il mondo soffrono oggi gli effetti dell’aggravamento di una profonda crisi del capitalismo, nella quale i suoi agenti (banche, multinazionali, conglomerati mediatici, istituzioni internazionali e governi al loro servizio) cercano di aumentare i loro profitti a costo di una politica interventista e neocolonialista. Guerre, occupazioni militari, trattati neoliberisti di libero commercio e “misure di austerità” espresse in pacchetti economici che privatizzano beni, abbassano i salari, riducono i diritti, moltiplicano la disoccupazione e sfruttano risorse naturali. Queste politiche colpiscono duramente i Paesi meno ricchi del Nord, aumentano le migrazioni, gli spostamenti forzati, gli sfratti, l’indebitamento e le disuguaglianze sociali.

La logica escludente di questo modello serve solamente ad arricchire una piccola élite, sia nei Paesi del Nord che in quelli del Sud, a detrimento della grande maggioranza della popolazione. La difesa della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli, la giustizia economica, ambientale e di genere, sono la chiave per affrontare e superare la crisi, rafforzando il protagonismo di uno Stato libero dalle corporazioni e al servizio dei popoli.

Il riscaldamento globale è il risultato del sistema capitalista di produzione, distribuzione e consumo. Le multinazionali, le istituzioni finanziarie, i governi e gli organismi internazionali al loro servizio, non vogliono ridurre le loro emissioni di gas ad effetto serra. Ora cercano di imporci l’“economia verde” come soluzione per la crisi ambientale e alimentare, cosa che, oltre ad aggravare il problema, ha come conseguenza a mercificazione, la privatizzazione e la finanziarizzazione della vita. Respingiamo tutte le false soluzioni per queste crisi, come i biocarburanti transgenici, la geo-ingegneria e i mercati del carbonio, che sono nuovi mascheramenti del sistema.

La realizzazione del Río+20, nel mese di giugno a Río de Janeiro, passati 20 anni dalla Eco ’92, rafforza la centralità della lotta per la giustizia ambientale in opposizione al modello di sviluppo capitalista. Il tentativo di “tingersi di verde” del capitalismo, accompagnato dall’imposizione di nuovi strumenti dell’“economia verde”, è un campanello d’allarme affinché noi movimenti sociali rafforziamo la resistenza e assumiamo il protagonismo nella costruzione di vere alternative alla crisi.

Denunciamo la violenza contro le donne esercitata regolarmente come strumento di controllo delle loro vite e dei loro corpi, così come l’aumento dello sfruttamento del loro lavoro per attenuare l’impatto della crisi e mantenere costanti i margini di profitto delle imprese. Lottiamo contro la tratta di donne e bambini, le relazioni forzate e il pregiudizio razziale. Difendiamo la diversità sessuale, il diritto all’autodeterminazione di genere e lottiamo contro l’omofobia e la violenza sessista.

Le potenze imperialiste utilizzano basi militari straniere per fomentare conflitti, controllare e saccheggiare le risorse naturali e promuovere dittature in vari Paesi. Denunciamo il falso discorso in difesa dei diritti umani, che molte volte giustifica le occupazioni militari. Ci esprimiamo contro la permanente violazione dei diritti umani e democratici in Honduras, specialmente nel Bajo Aguán, l’assassinio di sindacalisti e partecipanti a lotte sociali in Colombia e il criminale blocco a Cuba che dura da 50 anni. Lottiamo per la liberazione dei 5 cubani detenuti illegalmente negli Stati Uniti, l’occupazione illegale delle Isole Malvine da parte dell’Inghilterra, le torture e le occupazioni militari promosse dagli Stati Uniti e dalla NATO in Libia e in Afghanistan.

Denunciamo il processo di neo-colonizzazione e militarizzazione che vive il continente africano e la presenza della Africom. La nostra lotta è diretta anche all’eliminazione di tutte le armi nucleari e contro la NATO.

Esprimiamo la nostra solidarietà alle lotte dei popoli del mondo contro la logica depredatrice neocoloniale delle industrie estrattive e minerarie transnazionali, in particolare con la lotta del popolo di Famatina in Argentina, e denunciamo la criminalizzazione dei movimenti sociali.

Il capitalismo ha distrutto la vita delle persone. Per questo, ogni giorno nascono molteplici lotte per la giustizia sociale, per eliminare le conseguenze lasciate dal colonialismo e perché tutti e tutte abbiamo una qualità della vita dignitosa. Ognuna di queste lotte implica una battaglia di idee che rende imprescindibili azioni per la democratizzazione dei mezzi di comunicazione, controllati oggi da grandi conglomerati, e contro il controllo privato della proprietà intellettuale. Allo stesso tempo esige lo sviluppo di una comunicazione indipendente che accompagni strategicamente i nostri processi.

Impegnati nelle nostre lotte storiche, difendiamo il lavoro dignitoso e la riforma agraria come unica strada  per promuovere l’economia familiare, contadina e indigena, e un passaggio centrale per raggiungere la sovranità alimentare e la giustizia ambientale. Riaffermiamo il nostro impegno nella lotta per la riforma urbana come strumento fondamentale per la costruzione di città giuste e con spazi partecipativi e democratici. Difendiamo la costruzione di un’altra integrazione basata sulla logica della solidarietà, e il rafforzamento di processi come l’ UNASUR e l’ALBA.

La lotta per il rafforzamento dell’educazione, della scienza e delle tecnologie pubbliche al servizio dei popoli, così come la difesa dei saperi tradizionali, diventano urgenti nella misura in cui si assiste alla loro mercificazione e privatizzazione. Manifestiamo la nostra solidarietà e appoggio agli studenti cileni, colombiani, portoricani e di tutto il mondo, che continuano a mobilitarsi in difesa di questi beni comuni.

Affermiamo che i popoli non devono continuare a pagare per questa crisi e che non c’è via d’uscita all’interno del sistema capitalista. Si trovano in agenda grandi sfide che esigono che articoliamo le nostre lotte e che ci mobilitiamo in massa. Ispirati dalla storia delle nostre lotte e dalla forza rinnovatrice di  movimenti come la Primavera Araba, Occupy Wall Street, gli indignati e la lotta degli studenti cileni, l’ Assemblea dei Movimenti Sociali fa appello alle forze e agli attori popolari di tutti i Paesi a realizzare azioni di mobilitazione coordinate a livello mondiale. Dobbiamo contribuire all’emancipazione e all’auto-determinazione dei nostri popoli, rafforzando la lotta contro il capitalismo.

Chiamiamo tutte e tutti a rafforzare l’Incontro internazionale sui diritti umani in Solidarietà con l’Honduras e a costruire il Forum sociale Palestina Libera, rafforzando il Movimento globale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro lo Stato di Israele e la sua politica di apartheid contro il popolo palestinese.

Prendiamoci le piazze a partire dal giorno 5 di giugno in una grande giornata di mobilitazione globale contro il capitalismo. Chiamiamo a promuovere il Vertice dei Popoli per la giustizia sociale e ambientale, contro la mercificazione della vita e in difesa dei beni comuni, in vista della Rio+20.

Se il presente è di lotta il futuro è nostro!

Porto Alegre, 28 gennaio 2012

Assemblea dei Movimenti Sociali

Fonte: http://otramerica.com/radar/declaracion-de-la-asamblea-de-los-movimientos-sociales/1414

Traduzione Andrea Grillo

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Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Gennaio 2012 13:20

L'incubo nucleare globale di Fukushima: una catastrofe censurata

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fukushima_radiation_nuclear_fallout_mapdi Michel Chossudovsky

Introduzione

 Il mondo si trova a un bivio cruciale Il disastro di Fukushima in Giappone ha portato in primo piano i pericoli di un inquinamento radioattivo mondiale.

La crisi in Giappone è stata descritta come "una guerra nucleare senza una guerra" dal famoso scrittore Haruki Murakami:

"Questa volta nessuno ci ha lanciato una bomba... Abbiamo creato il contesto, abbiamo commesso il crimine con le nostre stesse mani, stiamo distruggendo le nostre stesse terre, e stiamo distruggendo le nostre stesse vite".

L’inquinamento radioattivo -che minaccia la vita sul pianeta Terra- non è una notizia da prima pagina  rispetto al più insignificante episodio di pubblico interesse, compresa la cronaca nera locale o il gossip dei tabloid sulle celebrità di Hollywood.

Le conseguenze a lungo termine del disastro nucleare della Fukushima Daiichi, che ancora non sono state  del  tutto calcolate, appaiono molto più gravi di quelle causate dal disastro di Chernobyl, in Ucraina, nel 1986, che ha provocato quasi un milione di morti (1).

Inoltre, mentre tutti gli sguardi erano rivolti alla centrale Fukushima Daiichi, la copertura mediatica sia in Giappone che a livello internazionale ha mancato di dare piena informazione sull’impatto di una seconda catastrofe alla centrale nucleare Fukushima Daini della TEPCO (Tokyo Electric Power Co. Inc.).

C’è uno zoppicante consenso politico sia in Giappone che negli Stati Uniti che in Europa Occidentale sul fatto che la crisi di Fukushima sia stata contenuta.

La realtà tuttavia è diversa. Fukushima 3 stava rilasciando quantità non confermate di plutonio. Secondo la  Dr.ssa Helen Caldicott, "Un milionesimo di grammo di plutonio se ingerito causa il cancro".

Un sondaggio del maggio 2011 ha confermato che più dell’80% della popolazione giapponese non crede alle informazioni governative sulla crisi nucleare (2).

L’impatto in Giappone

Il governo giapponese è stato obbligato a dichiarare che "il livello di gravità della sua crisi nucleare (...) è pari a quello del disastro di Chernobyl del 1986". Con amara ironia, comunque, si può dire che questa tacita ammissione delle autorità giapponesi ha dimostrato di far parte della strategia di occultamento di una catastrofe notevolmente più grande, sfociata in un processo di contaminazione e inquinamento radioattivo globale:

"Pur essendo Chernobyl un enorme disastro senza precedenti, ha coinvolto solo un reattore e rapidamente è avvenuto il melt down. Una volta raffreddato, si è riusciti a coprirlo con un sarcofago di cemento che è stato costruito da 100.000 lavoratori. C’è un’impressionante quantità di 4.400 tonnellate di barre di combustibile nucleare a Fukushima, che è gigantesca rispetto alle dimensioni totali delle fonti radioattive a Chernobyl" (3)

Contaminazione a livello mondiale

Il rilascio di acque altamente radioattive nell’Oceano Pacifico costituisce un potenziale detonatore per un processo di inquinamento radioattivo globale. Elementi radioattivi sono stati individuati non solo nella catena alimentare in Giappone, ma anche in California dove sono state registrate piogge radioattive:

"Pericolosi elementi radioattivi rilasciati in mare e nell’aria intorno a Fukushima si accumulano a vari livelli della catena alimentare (per esempio nelle alghe, crostacei, pesci piccoli, pesci più grandi, poi negli esseri umani; o nel suolo, nell’erba, nella carne e nel latte dei bovini e poi negli umani). Introducendosi nel corpo, questi elementi -chiamati emittenti interni- migrano verso organi specifici come la tiroide, il fegato, le ossa e il cervello continuando a irradiare piccole quantità di cellule con alte dosi di radiazioni alfa, beta e/o gamma, e nel giro di molti anni spesso inducono il cancro" (4).

Mentre veniva rilevata con indifferenza la diffusione di radiazioni sulla West Coast del Nordamerica, i primi dispacci di agenzia (AP e Reuters) "citando fonti diplomatiche" dichiaravano che solo "piccole quantità di particelle radioattive erano arrivate in California ma senza costituire una minaccia per la salute umana".

"Secondo le agenzie di stampa, fonti non dichiarate hanno accesso ai dati di una rete di stazioni di misurazione gestite dalla Comprehensive Test Ban Treaty Organization delle Nazioni Unite. (...) Greg Jaczko, presidente della U.S. Nuclear Regulatory Commission, ha detto a reporter della Casa Bianca giovedì scorso (17 marzo) che questi esperti “non vedono alcun aspetto dei livelli delle radiazioni che potrebbe essere dannoso qui negli Stati Uniti o in qualcuno dei territori statunitensi”.

Il disastro per la salute pubblica. Impatto economico

Quello che ne viene fuori è un occultamento organizzato. Il disastro per la salute pubblica in Giappone, la contaminazione dell’acqua, dei terreni agricoli e della catena alimentare, per non parlare delle più ampie implicazioni economiche e sociali, non sono state ancora pienamente fatte conoscere né pubblicate in forma generale e significativa dalle autorità giapponesi.

Il Giappone è uno Stato nazionale che è stato distrutto. La sua terra e le sue acque territoriali sono contaminate. Parte del territorio è inabitabile. Alti livelli di radiazioni sono stati registrati nell’area metropolitana di Tokyo, che ha una popolazione di 39 milioni di abitanti (2010), più della popolazione del Canada, che è di circa 34 milioni (2010). Ci sono indicazioni che la catena alimentare è contaminata in tutto il Giappone:

Cesio radioattivo eccedente i limiti di legge è stato individuato nel tè prodotto da una fabbrica di Shizuoka City, più di 300 chilometri dalla centrale nucleare Fukushima Daiichi. La Prefettura di Shizuoka è una delle più famose aree di produzione del tè in Giappone.

Un distributore di tè a Tokyo ha riferito alla prefettura di aver rilevato alti livelli di radioattività nel tè  arrivato in nave dalla città. La prefettura ha ordinato alla fabbrica di astenersi dalla spedizione del prodotto. Dopo l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, la contaminazione radioattiva delle foglie del tè e nel tè processato è stata rilevata in una vasta area intorno a Tokyo (5).

La base industriale e manifatturiera del Giappone è in ginocchio. Il Giappone non è più una potenza industriale di punta. Le esportazioni del Paese sono crollate. Il governo di Tokyo ha annunciato il suo primo deficit commerciale dopo il 1980.

Mentre i media del mondo degli affari si sono incentrati limitatamente sull’impatto dei black out e delle carenze energetiche sul ritmo dell’attività produttiva, il più ampio tema relativo all’evidente contaminazione radioattiva della base infrastrutturale e industriale del Paese è un "tabù scientifico" (per esempio l’irradiazione degli impianti industriali, dei macchinari e delle attrezzature, edifici, strade ecc). Un rapporto realizzato nel gennaio 2012 mette in evidenza la contaminazione di materiale edilizio usato nell’industria delle costruzioni, comprese le strade e gli edifici residenziali di tutto il Giappone (6).

Un "rapporto riservato" del Ministero dell’Economia, Commercio e Industria (Maggio 2011), intitolato "Economic Impact of the Great East Japan Earthquake and Current Status of Recovery"presenta "la ripresa economica" come un fatto compiuto. Anche qui si mette da parte il tema delle radiazioni. L’impatto dell’irradiazione nucleare della forza lavoro e della base industriale del Paese non sono citati. Il rapporto sostiene che la distanza tra Tokyo e Fukushima Dai-ichi è dell’ordine di 230 km e che i livelli delle radiazioni a Tokyo sono più bassi che a Hong Kong e a New York City (7).

NuclearPlume_2011Questa conclusione viene fatta senza nessuna prova che la supporti e in aperta contraddizione con analisi indipendenti delle radiazioni a Tokyo (vedere la mappa idel link più in basso). Di recente, la Sohgo Security Services Co. sta lanciando un lucroso "servizio di misurazione delle radiazioni diretto alle famiglie di Tokyo e di quattro prefetture dei dintorni".

Una  ‘Mappa dei livelli delle radiazioni misurati dai cittadini' mostra la radioattività distribuita in una forma complessa che riflette il terreno montagnoso e i venti che soffiano attraverso una vasta area del Giappone a nord di Tokyo che è il centro della parte inferiore della mappa.

Il limite delle radiazioni comincia a essere superato appena al di sopra degli 0,1 microsieverts/ora (blu). Il rosso è circa cinquanta volte il limite civile delle radiazioni, 5,0 microsieverts/ora. Dato che i bambini sono molto più sensibili degli adulti, questi risultati sono una grande preoccupazione per i genitori di bambini nelle aree potenzialmente colpite.

(Fonte : Science Magazine )

Fukushima_evacuation_zonesLa domanda fondamentale è se la vasta gamma di beni industriali e di componenti "Made in Japan" -compresi i componenti hi-tech, i macchinari, l’elettronica, i motoveicoli, ecc.- esportati in tutto il mondo siano contaminati. Se così fosse, l’intera base industriale dell’Oriente e del Sud-Est Asiatico -che dipende in modo pesante dai componenti e dalla tecnologia industriale giapponese- sarebbe colpita. L’impatto potenziale sul commercio internazionale sarebbe estesissimo. In quest’ottica, in gennaio funzionari russi hanno sequestrato automobili e ricambi giapponesi irradiati nel porto di Vladivostok in vendita nella Federazione Russa. Com’è ovvio, incidenti di questa natura in un contesto di concorrenza globale potrebbero portare al fallimento dell’industria automobilistica giapponese che è già in crisi. 

Mentre la maggior parte dell’industria automobilistica si trova nel Giappone centrale, la fabbrica di motori Nissan è nella città di Iwaki, a 42 km dalla centrale Fukushima Daiichi. La forza lavoro della Nissan è colpita? La fabbrica di motori è contaminata? L’impianto si trova per circa 10-20 km all’interno dell’area governativa di evacuazione dalla quale circa 200.000 persone sono state evacuate (vedere la mappa qui sotto).

Energia nucleare e guerra nucleare

La crisi in Giappone ha portato anche allo scoperto un’occulta relazione tra energia nucleare e guerra nucleare.

L’energia nucleare non è un’attività economica civile. È un’appendice dell’industria di armamenti nucleari controllata dai cosiddetti contractors della Difesa. I potenti interessi corporativi che esistono dietro l’energia nucleare e gli armamenti nucleari si accavallano.

In Giappone al momento del disastro "l’industria nucleare e le agenzie governative si affannavano per impedire la scoperta delle installazioni per la ricerca sulla bomba atomica nascoste all’interno delle centrali nucleari civili giapponesi" (8).

Si deve notare che l’incuranza tanto dei media quanto del governo verso i pericoli delle radiazioni nucleari si ritrova sia nel caso dell’industria nucleare energetica sia per l’uso delle armi nucleari. In entrambi i casi, gli impatti devastanti delle radiazioni nucleari sulla salute sono negati con indifferenza. Armi nucleari tattiche con una capacità esplosiva fino a sei volte quelle della bomba di Hiroshima sono classificate dal Pentagono come "innocue per le popolazioni civili dei dintorni".

Nessuna preoccupazione è stata espressa a livello politico per le probabili conseguenze di un attacco USA-NATO-Israele all’Iran, con l’uso di armi nucleari tattiche "innocue per i civili” contro uno Stato non- nucleare.

Un’azione del genere avrebbe come conseguenza "l’impensabile": un olocausto nucleare su un’estesa area del Medio Oriente e dell’Asia Centrale. Un incubo nucleare, comunque, ci sarebbe anche se non venissero usate armi nucleari. Il bombardamento delle installazioni nucleari dell’Iran con l’uso di armi convenzionali contribuirebbe a scatenare un’altro disatro stile Fukushima con un fall out radioattivo estensivo. (Per ulteriori dettagli vedere Michel Chossudovsky, Towards a World War III Scenario, The Dangers of Nuclear War, Global Research, Montreal, 2011).

The Online Interactive I-Book Reader su Fukushima: Una guerra nucleare senza una guerra

 A causa dell’occultamento ufficiale e della campagna di disinformazione dei media, i contenuti degli articoli e dei video-reportage di questo Online Interactive Reader non sono stati diffusi al grande pubblico.

Questo Online Interactive Reader su Fukushima contiene un insieme di articoli analitici e scientifici, video reportage, notizie più brevi e dati a supporto. 

La Parte I mette a fuoco il Disastro nucleare di Fukushima: Com’è successo? LaParte IIè relativa al devastante impatto sanitario e sociale in Giappone. La Parte III si accentra sulla "Catastrofe nucleare nascosta", precisamentesull’occultamento da parte del governo giapponesee dei media corporativi. La Parte IV parla del tema dell’Inquinamento radioattivo mondiale e la Parte V riassume le implicazioni del disastro di Fukushima per l’Industria Globale dell’Energia Nucleare.

Di fronte alla continua disinformazione dei media, questo Global Research Online I-Book sui pericoli dell’inquinamento radioattivo nucleare globale intende rompere il silenzio dei media ed elevare la consapevolezza del pubblico, oltre a mettere in evidenza la complicità dei governi, dei media e dell’industria nucleare.

Facciamo appello ai nostri lettori di diffondere queste informazioni.

Invitiamo gli insegnanti delle università e delle scuole superiori di rendere questo Interactive Reader su Fukushima disponibile per i loro studenti.

25 gennaio 2012

NOTE

1) (New Book Concludes - Chernobyl death toll: 985,000, mostly from cancer Global Research, 10 settembre 2010. Vedere anche Matthew Penney e Mark Selden  The Severity of the Fukushima Daiichi Nuclear Disaster: Comparing Chernobyl and Fukushima, Global Research, 25 maggio 2011)

2) citato in Sherwood Ross, Fukushima: Japan's Second Nuclear Disaster, Global Research, 10 novembre 2011

3) Extremely High Radiation Levels in Japan: University Researchers Challenge Official Data, Global Research, 11 aprile 2011)

4) Helen Caldicott, Fukushima: Nuclear Apologists Play Shoot the Messenger on Radiation, The Age,  26 aprile 2011)

5) Vedere 5 More Companies Detect Radiation In Their Tea Above Legal Limits Over 300 KM From Fukushima, 15 giugno 2011

6) Vedere FUKUSHIMA: Radioactive Houses and Roads in Japan. Radioactive Building Materials Sold to over 200 Construction Companies, January 2012)

7) Ministry of Economy, Trade and Industry, Impact of the Great East Japan Earthquake and Current Status of Recovery, p.15)

 8) Vedere Yoichi Shimatsu, Secret Weapons Program Inside Fukushima Nuclear Plant? Global Research,  12 aprile 2011)

Fonte: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=28870

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo

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Ultimo aggiornamento Sabato 28 Gennaio 2012 00:43

Egitto: "Stiamo tornando a piazza Tahrir"

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egitto_piazza_tahrirE' il 25 gennaio egiziano, della rivoluzione egiziana. Decine, centinaia di migliaia di manifestanti nelle strade di tutto il paese. Piazza Tahrir al Cairo è stata presidiata fin dalla notte da numerosi attivisti che hanno ricostruito le strutture della piazza rivoluzionaria pronta ad accogliere i milioni di manifestanti della grande giornata di lotta. Non si tratta di una festa o di una celebrazione ma di un nuovo appuntamento del movimento rivoluzionario. E' vero: gli occhi dei manifestanti brillano di soddisfazione in questa bella giornata di sole invernale ma puntano anche dritti verso gli obiettivi della rivoluzione ancora da conquistare. Primo tra tutti: lo scioglimento della giunta militare al potere da quando Mubarak è uscito di scena ed è finito nelle aule dei tribunali. Lo slogan che come un tuono ripete Piazza Tahrir in queste ore è: “yaskut hokm el-askar, e7na el-sh3eb el-khat el-a7mar!” che tradotto in italiano sta per “abbasso la giunta militare, noi, il popolo siamo la linea rossa!”, e poi ancora il minaccioso “ya mushir, ya mushir, we are returning to Tahrir” rivolto a Tantawi, il capo della giunta. A fare eco agli slogan di Piazza Tahrir c'è il resto dell'Egitto che da nord a sud, da est ad ovest, tra città e paesi manifestata con la stessa intensità e partecipazione di massa della capitale. 

Ad abbassare i toni, come c'era da aspettarsi, non sono serviti gli annunci di Tantawi che ha dichiarato la fine dello stato d'emergenza in vigore da decenni, salvo poi rettificare che il provvedimento non si applica sui casi di teppismo. Come hanno fatto notare numerosi militanti politici e attivisti per i diritti dell'uomo la rettifica conferma le modalità fin ora conosciute della gestione dell'ordine pubblico e della repressione che ad esempio durante le mobilitazioni di novembre e dicembreha fatto largo uso di armi da fuoco e gas nervini per attaccare le manifestazioni. Per tentare di depotenziare la piazza lo Scaf ha anche ordinato la liberazione di alcuni militanti del movimento ma anche in questo caso la manovra dell'ultima ora non ha sortito nessun effetto visto che molti di loro non appena tornati a casa hanno pubblicato su youtube video di fuoco contro la giunta militare puntando il dito sulle ingiustizie sociali che ancora attanagliano l'egitto post-Mubarak.

Intanto a piazza Tahrir sono arrivati tutti i cortei che dalla periferia hanno portato in centro città la variegata composizione sociale e politica del movimento rivoluzionario egiziano. Sui palchi si susseguono gli interventi compresi quelli dei Fratelli Musulmani che con il resto delle formazioni islamiste più o meno radicali si sono conquistati i due terzi dei seggi del neo-eletto parlamento.

La giornata sembra essere appena iniziata e diverse voci parlano che queste ore di protesta e contestazione contro lo Scaf potrebbero essere solo i primi momenti di una ben più lunga ondata di movimento rivoluzionario.

Seguiranno aggiornamenti

tratto da www.infoaut.org

25 gennaio 2012

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Ultimo aggiornamento Giovedì 26 Gennaio 2012 11:42

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