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INTERNAZIONALE

Non facciamo diventare Sirte una nuova Guernica

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guernicaLa Guernica libica sarà forse Sirte, o le altre città “nemiche” non ancora conquistate dalla Nato-Cnt? “In Libia i bombardamenti e la guerra continuano. Ci sono Sirte, Ben Walid, Sebha, Brega” dice dalla capitale della - ex? - Jamahiriya un amico sub-sahariano che adesso aspetta l’evacuazione.

Mobilitiamoci in piazza almeno ora. Nei prossimi giorni. Se non ci si indigna per la guerra per cosa lo si farà mai?

La Guernica libica sarà forse Sirte, o le altre città “nemiche” non ancora conquistate dalla Nato-Cnt? “In Libia i bombardamenti e la guerra continuano. Ci sono Sirte, Ben Walid, Sebha, Brega” dice dalla capitale della - ex? - Jamahiriya un amico sub-sahariano che adesso aspetta l’evacuazione.

Acqua e viveri tagliati

Alla popolazione di Sirte, la Nato e il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) hanno concesso alcuni giorni per la resa, pena l’assalto finale. Secondo il messaggio – certo non verificabile - alla rivista Argumenti.ru, mentre le forze del Cnt assistite da forze speciali estere circondano l’area e respingono dentro le famiglie di civili che cercano di fuggire, dall’alto piovono i bombardamenti dell’operazione Unified Protector, che sotto il mandato dell’Onu che imponeva una no-fly zone “deve continuare la sua missione di proteggere i civili” come ha affermato il 30 agosto la sempre surreale portavoce Nato Oana Longescu.

Secondo la denuncia del superstite portavoce governativo Mussa Ibrahim all’agenzia cinese Xinua, a Sirte una pioggia di razzi piovuti sui fedeli nell’ultimo giorno di ramadan avrebbe ucciso un migliaio di persone. Se anche fossero cento, o cinquanta, sarebbe comunque troppo.

Non solo: i bombardamenti hanno azzerato gli approvvigionamenti in acqua, cibo ed elettricità. Ecco l’analogia con la sorte di Falluja, che nell’ottobre 2004 fu privata di tutto prima dell’assalto finale dei marines che uccise migliaia di persone arrivando a usare il fosforo bianco.

In grado minore anche Tripoli prima dell’attacco del 21 agosto è stata sottoposta a mesi di assedio: bombardamenti a infrastrutture, sabotaggi di condutture, embargo navale hanno causato carenze di gas, cibo, farmaci, benzina, elettricità e acqua, con conseguenti disagi anche pesanti. Come precisa il sito warisacrime.org, l’assedio viola le Convenzioni di Ginevra, così come i bombardamenti su obiettivi civili; che da luglio la nato considera ufficialmente legittimi.

Misrata e Bengasi: casus belli

Gli armati asserragliati a Sirte e nelle altre città saranno accusati di usare i civili come scudi umani. Invece quando a Misrata erano i ribelli a nascondersi nelle case, la colpa dei morti nel fuoco incrociato e sotto le bombe Nato fu tutta addossata all’esercito libico che circondava la città: si veda il rapporto di Amnesty International Misrata under Siege, dello scorso aprile. Eppure, molte famiglie di Misurata avevano scelto di rifugiarsi nelle zone lealiste e non a Bengasi.

Dopo due mesi di scontri a terra e guerra dai cieli, Human Rights Watch stimava in alcune centinaia le vittime civili della guerra a Misrata. Proteggere i civili di Misrata era il pretesto fornito dalla Nato per continuare a bombardare la Libia. A Sirte le vittime civili potrebbero già essere molte di più. Ma gli assediati non sono tutti uguali.

Del resto la guerra della Nato è ufficialmente iniziata per rispondere all’assedio di un’altra città: Bengasi. Ricostruisce gli eventi il docente statunitense Maximilian Forte un articolo su Counterpunch proprio richiamando il recente ultimatum: “Tripoli, Sirte e Sabha possono essere sacrificate, e non ci sono proteste nemmeno di fronte ai recenti massacri a Tripoli. Invece Bengasi era per i leader dell’Unione Europa la città sacra”. Obama, Cameron e Sarkozy insieme scrivevano ai giornali: “Con la nostra rapida risposta abbiamo fermato l’avanzata delle forze di Gheddafi. Abbiamo evitato il bagno di sangue che egli aveva promesso alla città assediata. Abbiamo protetto decine di migliaia di vite umane”.

Però allora, sottolinea Forte, “non solo i jet francesi hanno bombardato una colonna di militari libici che era in ritirata, ma si trattava di una colonna ridotta che comprendeva camion e ambulanze”. E soprattutto, a parte la retorica di Gheddafi, “non c’erano prove che Bengasi sarebbe stata sterminata: lo deduceva molti mesi fa un altro docente statunitense, Alan J. Kuperman, nel suo articolo “False pretense for war in Libya?” pubblicato sul Boston Globe: “Quando le truppe di Gheddafi hanno riconquistato in gennaio in tutto o in parte diverse città – Zawiya, Misurata, Adjabya, con una popolazione totale ben superiore a quella di Bengasi, non sono avvenuti genocidi…malgrado la diffusa presenza di cellulari per fare video e fotografie, non c’è prova di un massacro deliberato”: in effetti i diecimila morti denunciati ni primi giorni di proteste, nelle successive stime della stessa Corte penale erano scesi a circa duecento (più o meno equamente suddivisi fra le due parti).

Proseguiva Kuperman: “E del resto Gheddafi non aveva minacciato di sterminio nemmeno Bengasi. Il suo ‘senza pietà’ del 17 marzo, secondo lo stesso New York Times si riferiva solo ai ribelli armati, mentre per quelli che si disarmavano era promessa una amnistia”.

Conclude Monteforte: per una amara ironia, le prove dei massacri in Libia si riferiscono alle fasi successive all’intervento Nato. E soprattutto agli ultimi giorni. Lo dimostrano gli stessi reportage da Tripoli dei media mainstream che pure avevano appoggiato la rivolta (una sintesi degli stessi in www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=26334).

Insomma, come sintetizza Peacelink, la guerra iniziata per salvare Bengasi termina con un altro assedio. La guerra iniziata per “proteggere i civili” termina in un bagno di sangue. La guerra iniziata per i diritti umani termina con la violazione generalizzata degli stessi (persecuzione di neri e “sconfitti”). E la guerra iniziata per la “democrazia” termina con il Cnt che non riconosce in Libia l’esistenza di una parte della popolazione non allineata: “Non abbiamo bisogno di forze dell’Onu per la sicurezza. Qui non è in corso una guerra civile, è un tutto un popolo contro un dittatore” ha dichiarato giorni fa il capo dello stesso Cnt Abdel Jalil.

A metà maggio Aisha Mohamed era in transito nella tunisina Djerba. Aveva finito un anno di specializzazione in Gran Bretagna e aveva scelto di andare a condividere la guerra con la sua famiglia, che stava subendo la guerra. A Sirte. Se è ancora là, Aisha è in trappola.

tratto da http://www.contropiano.org

4 settembre 2011

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Parigi, gli amici del greggio

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nato_vertice_parigiMentre le forze “ribelli” si apprestano all’assalto finale contro la roccaforte della resistenza di Gheddafi a Sirte, ìeri a Parigi è andata in scena la conferenza dei cosiddetti “Amici della Libia”, fortemente voluta dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dal primo ministro britannico David Cameron. Alla presenza di 60 delegazioni tra governi e organizzazioni internazionali, i leader dei paesi NATO protagonisti dell’aggressione militare hanno discusso il futuro del paese nordafricano con il Consiglio Nazionale di Transizione, rappresentato dal segretario Mustafa Abdel Jalil e dal primo ministro Mahmoud Jibril.

Alla conferenza parigina - organizzata significativamente nello stesso giorno in cui 42 anni fa Gheddafi saliva al potere rovesciando la monarchia di re Idris - hanno partecipato anche i rappresentanti di Germania, Cina e Russia. Tutti e tre questi paesi si erano astenuti nel voto al Consiglio di Sicurezza ONU del 17 marzo scorso con cui venne approvata la risoluzione 1973 che ha fornito il pretesto per aprire le ostilità contro il regime di Gheddafi e, in particolare Cina e Russia, avevano successivamente criticato la NATO per essere andata al di là del mandato ONU per proteggere la popolazione civile.

Ora, tuttavia, nessuno di questi governi intende rimanere indietro nella corsa alla spartizione delle risorse libiche che si sta per scatenare. Allo stesso modo, a motivare la loro condotta è il tentativo di salvare quanto possibile i contratti nei settori energetico ed edilizio che avevano stipulato con il governo di Tripoli prima del conflitto. A conferma dell’atteggiamento pragmatico adottato da questi governi di fronte alla cambiata realtà sul campo, proprio giovedì Mosca ha annunciato il riconoscimento ufficiale del CNT come rappresentante legittimo della Libia.

Assente dal vertice di Parigi è stato invece il Sud Africa, il quale, pur avendo votato a favore della risoluzione ONU come membro provvisorio del Consiglio di Sicurezza, rimane critico verso il comportamento dei paesi NATO, accusati tra l’altro di aver boicottato i ripetuti sforzi del governo del presidente Jacob Zuma per trovare una soluzione pacifica alla crisi libica.

Le discussioni, in ogni caso, hanno riguardato principalmente le azioni da intraprendere al termine della campagna militare e l’instaurazione di un governo docile che sia in grado di superare le divisioni che già stano emergendo in tutta la loro gravità tra i “ribelli” a poco più di una settimana dalla presa di Tripoli.

“Il lavoro non termina con la fine di un regime oppressivo”, ha avvertito il Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, ai convenuti a Parigi. “Vincere una guerra non offre garanzie di pace. Quello che accadrà nei prossimi giorni sarà d’importanza cruciale”. Come hanno sottolineato ampiamente i media in questi giorni, la preoccupazione dei governi occidentali è quella di evitare una deriva settaria e violenta come quella dell’Iraq all’indomani dell’invasione americana del 2003.

Anche se esclusa ufficialmente dall’ordine del giorno, la spartizione delle ricchezze energetiche libiche e l’assegnazione degli appalti per la ricostruzione hanno verosimilmente rappresentato due dei punti centrali nei colloqui tra le potenze NATO e il CNT. In questo senso sarà da verificare quanto terreno dovrà cedere l’ENI in Libia, dove con Gheddafi aveva goduto di una posizione di assoluto privilegio.

Nonostante la salvaguardia degli interessi energetici italiani sia stato il motivo principale per il quale il governo Berlusconi si è accodato a Parigi e a Londra nella guerra alla Libia, è probabile che soprattutto l’intraprendenza transalpina determinerà un cambiamento degli equilibri nel paese. I francesi, infatti, oltre ad aver orchestrato la ribellione contro il regime di Gheddafi, si sono mossi in fretta per stabilire rapporti con il governo provvisorio. Almeno a partire da giugno, ad esempio, i dirigenti di alcune grandi aziende come Total hanno iniziato a frequentare Bengasi per gettare le basi di futuri contratti.

Sempre a Parigi, inoltre, nel mese di settembre è in programma un incontro tra i vertici del CNT e le compagnie francesi operanti in Libia per discutere di nuovi possibili progetti. “Dobbiamo fare un passo per volta”, ha detto chiaramente il numero uno della Camera di Commercio franco-libica, Michel Casals, alla Reuters, “ma dobbiamo trarre vantaggio da questo clima favorevole per le compagnie francesi, anche se i nostri concorrenti - turchi, cinesi o europei - sono molto agguerriti”.

Da parte sua, il segretario del CNT Jalil ha presentato la roadmap per la nuova costituzione, da sottoporre a referendum, e per le elezioni, da tenere entro 18 mesi. Per il CNT la questione più pressante è però quella dello sblocco dei beni libici congelati sui conti esteri di numerosi paesi occidentali. I vari governi partecipanti alla conferenza hanno già ottenuto di recente il via libera per qualche miliardo di dollari ma, soprattutto, stanno studiando nuove soluzioni per aggirare gli ostacoli legali che bloccano la gran parte dei fondi e chiedendo alla commissione ONU per le sanzioni di approvare apposite misure per poterli sbloccare definitivamente e trasferirli nelle casse del nuovo regime.

Sul fronte militare, intanto, i “ribelli” si sono posizionati alle porte di Sirte, città natale di Gheddafi e centro principale della tribù di cui il colonnello fa parte (Gaddafa). Il CNT ha lanciato un ultimatum - puntualmente rifiutato - alla resistenza del rais per arrendersi pacificamente entro sabato così da evitare un assalto militare. L’ultimatum è stato poi posticipato di una settimana, per consentire il proseguimento dei colloqui in corso tra il CNT e i capi tribù di Sirte. Nel frattempo, le forze “ribelli”, appoggiate da reparti speciali britannici e del Qatar, hanno annunciato un cessate il fuoco unilaterale di tre giorni, in occasione della festa per la fine del Ramadan (Id al-fitr).

Quello che si prospetta per Sirte e Bani Walid - una città di 50 mila abitanti nel deserto a sud-est di Tripoli dove secondo alcuni membri del CNT potrebbe trovare rifugio Gheddafi - se non si troverà una soluzione concordata è un bagno di sangue, preannunciato dai bombardamenti NATO degli ultimi giorni. Secondo il resoconto, peraltro senza riscontri indipendenti, del portavoce di Gheddafi, Moussa Ibrahim, in queste due località le bombe occidentali avrebbe già fatto oltre mille vittime.

L’imminente assedio di Sirte rischia di trasformarsi così in quell’evento (l’assedio di Gheddafi contro Bengasi, appunto) che la NATO pretende di aver evitato con l’intervento militare seguito alla risoluzione ONU di marzo. Lo scrupolo per la sorte dei civili da parte dei “ribelli” è apparsa d’altra parte evidente dalla dichiarazione fatta durante una recente conferenza stampa da Ali Tarhouni, numero due del CNT. Per quest’ultimo, infatti, “qualche volta per evitare una carneficina è necessario che ci sia comunque uno spargimento di sangue”.

Il massacro di civili che si prospetta andrebbe ad aggiungersi al già lungo elenco di crimini ascritti alle forze “ribelli” e alla NATO stessa in questi mesi, nonostante i media occidentali abbiano raccontato quasi unicamente la repressione del regime, come i bombardamenti indiscriminati su Tripoli ed altre città controllate da Gheddafi o l’uccisione e il linciaggio dei fedeli di quest’ultimo e degli immigrati africani di colore accusati di essere mercenari al suo servizio.

Mentre a Parigi si festeggia la buona riuscita dell’impresa libica, è proprio il CNT da Bengasi a dare un’idea più accurata del risultato dell’operazione. Secondo un portavoce, il bilancio provvisorio di quasi sei mesi di combattimenti per rovesciare il regime è di qualcosa come 50 mila morti tra civili e combattenti. Una cifra ben più pesante di qualsiasi repressione che si intendeva evitare e che la dice lunga sugli scopi “umanitari” dell’intervento NATO.

Michele Paris

tratto da http://www.altrenotizie.org

2 settembre 2011

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Libia, le fonti della guerra

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libia_avvoltoiLa Libia non è né la Tunisia né l'Egitto. Il gruppo dirigente (Gheddafi) e le forze che si battono contro di lui non hanno nessuna analogia con i loro omologhi tunisini o egiziani. Gheddafi non è mai stato altro che un buffone la cui vuotaggine di pensiero trova l'espressione più compiuta nel suo famoso Libro verde. Muovendosi in una società ancora arcaica, Gheddafi ha potuto permettersi di tenere discorsi, ripetuti e privi di agganci con la realtà, «nazionalisti e socialisti», per poi proclamarsi il giorno dopo un «liberale». Lo ha fatto «per compiacere gli occidentali», come se la scelta del liberalismo non avesse effetti sociali. Però li ha fatti e, molto banalmente, ha peggiorato le difficoltà sociali della maggioranza dei libici. La redistribuzione molto accentuata della rendita petrolifera ha lasciato il posto alla sua confisca da parte della piccola clientela del regime, inclusa la famiglia del leader. Condizioni che hanno portato all'esplosione che abbiamo visto, di cui hanno immediatamente approfittato l'Islam politico e le pulsioni regionaliste.

Come nazione la Libia non è mai davvero esistita. È una regione geografica che separa l'occidente arabo dall'oriente arabo, il Maghreb dal Mashreq. La linea di confine passa esattamente nel mezzo della Libia. La Cirenaica storicamente è stata greca ed ellenistica, poi è divenuta mashreqina. La Tripolitania, al contrario, è stata latina ed è poi divenuta maghrebina. Quindi, i regionalismi nel paese sono sempre stati molto forti.

Nessuno sa bene chi sono davvero i membri del Consiglio nazionale transitorio di Bengasi. Il presidente del Cnt non è altri che Mustafa Mohammed Abdel-Jalil, il presidente della Corte d'appello libica che confermò la condanna a morte delle cinque infermiere bulgare. Per questo, nel 2007, fu ricompensato e nominato ministro della giustizia, posto che ha conservato fino al febbraio 2011. Il primo ministro bulgaro, Boikov, per questa ragione ha rifiutato di riconoscere il Cnt ma gli Stati uniti e i paesi europei non hanno voluto tenere in alcuna considerazione la cosa.

Forse fra loro ci sono dei democratici, ma di certo ci sono degli islamisti, e alcuni fra i peggiori, e dei regionalisti.

In Libia fin dalle sue origini, «il movimento» ha preso la strada di una rivolta armata contro l'esercito, piuttosto che quella di un'ondata di manifestazioni civili. E questa rivolta armata ha chiesto immediatamente l'intervento in suo aiuto della Nato.

Così si è offerta l'occasione per un intervento militare alle potenze imperialiste.

Il loro obiettivo non era certamente quello di «proteggere i civili» né «la democrazia», ma il controllo del petrolio e delle risorse d'acqua sotterranee, e l'acquisizione di una base militare strategica nel paese. Naturalmente da quando Gheddafi ha abbracciato il «liberalismo», le compagnie petrolifere occidentali avevano già il controllo del petrolio libico. Ma con Gheddafi non si può mai essere sicuri di niente. E se lui domani avesse di nuovo cambiato di campo e si fosse messo a giocare la partita con cinesi e indiani? Più importanti ancora del petrolio sono le enormi risorse d'acqua sotterranee della Libia. Esse avrebbero potuto essere usate a beneficio dei paesi africani del Sahel. Ma questo ormai è un capitolo chiuso. Ora delle multinazionali francesi ben note avranno con ogni probabilità l'accesso a quelle risorse (questa senza dubbio è la ragione dell'immediato intervento della Francia) e le useranno in modo molto più «redditizio», forse per produrre agro-combustibili.

Nel '69 Gheddafi pretese che gli inglesi e gli americani lasciassero le basi che avevano montato in Libia fin dalla fine della seconda guerra mondiale. Oggi gli americani hanno bisogno di trasferire in Africa l'Africom (il comando militare Usa per l'Africa, un pezzo importante del dispositivo di controllo militare sul pianeta, finora basato a Stuttgart, in Germania!). L'Unione africana rifiuta di accettarlo e fino a oggi nessun paese africano si è azzardato a farlo. Un lacché messo in piedi a Tripoli (o a Bengasi) sarebbe evidentemente pronto a soddisfare tutte le richieste di Washington e dei suoi alleati subalterni della Nato. La base è una minaccia permanente d'interventi diretti contro l'Egitto e l'Algeria.

Detto questo, rimane difficile prevedere come «il nuovo regime» libico sarà capace di governare il paese. La disintegrazione della Libia sul modello della Somalia è possibile.

Samir Amin

tratto da Il Manifesto del 31 agosto 2011

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L’Italia spende 16 miliardi per l’F35. Ma il nuovo supercaccia ancora non funziona

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f35_aereoSulle nostre teste, e soprattutto sui nostri conti pubblici, incombe un impegno di spesa per l’acquisto di un nuovo cacciabombardiere a decollo verticale, l’F35. L’Italia, con diversi governi (Prodi, Berlusconi, D’Alema, Prodi e nuovamente Berlusconi) si è impegnata ad acquistare 131 velivoli per un costo complessivo di 16 miliardi di euro nel miraggio di ritorni occupazionali ed economici per le aziende che partecipano al consorzio guidato da Lockheed Martin e Base System che coinvolge anche l’italiana Finmeccanica. Ma quello del supercaccia si è rivelato un progetto con grossissimi problemi tecnici e costi completamente fuori controllo, tanto da spingere gli Stati Uniti a ripensare e addirittura mettere in forse l’intero programma.

Lo scorso 2 agosto, dopo un black out al sistema di controllo di uno dei veivoli, il Joint Program Office ha deciso di tenere a terra tutti gli esemplari in prova nelle basi di Edwards e Patuxent. L’episodio, ennesimo di una lunga serie di gravi problemi tecnici che affliggono il costosissimo progetto, è stato tenuto sotto silenzio sino a quando la stampa specializzata ha cominciato a far filtrare la notizia. I caccia sono rimasti a terra sino al 18 agosto, quando il sito della Lockheed Martin ha pubblicato la notizia della ripresa dei voli di prova confermando che una valvola del sistema di alimentazione e condizionamento si è bloccata e che i costruttori, d’intesa con il Pentagono, stanno ancora indagando sulle cause.

Il faraonico programma di costruzione e acquisto del nuovo cacciabombardiere è a rischio da mesi, almeno da quando il Gao (Governement Accountability Office) ha pubblicato un voluminoso rapporto che mette in luce come tempi e costi di progettazione siano fuori controllo: secondo l’ultima revisione il ritardo è di 5 anni e il budget è cresciuto a 56,4 miliardi di dollari (+26%). Dopo nove anni di sviluppo e quattro di produzione, non si è ancora riusciti a dimostrare che la progettazione del velivolo sia stabile, che i processi produttivi siano maturi e che il sistema – in sintesi – possa dirsi affidabile. Solo il 3% dei 32 test condotti a terra è affidabile e il 4% delle potenzialità dei Joint Strike Fighter è stato scientificamente dimostrato da test di volo o in laboratorio.

Rispetto a quelli oggi in dotazione all’aeronautica militare il nuovo cacciabombardiere ha una fortissima accentuazione sul ruolo di attacco pur mantenendo la definizione “multiruolo” per tutte le tre versioni F-35A, F-35B, F-35C : convenzionale (CTOL), a decollo corto e atterraggio verticale (STOVL), imbarcata (CV). Ovviamente l’F-35 può trasportare anche armi nucleari secondo la logica dell’US Air Force ed è anche il primo caccia sottoposto al Chemical and Biological Program, al fine di ottenere il requisito necessario che assicuri sia una capacità di sopravvivenza all’equipaggio, sia una capacità di resistenza alla degradazione del velivolo dopo un attacco chimico o biologico. La crescita dei costi dell’F-35 viene paragonata a quella dell’F-22 Raptor, programma terminato anzitempo proprio per la elevata spesa: il prezzo unitario del velivolo si attesta su una media di 92,4 milioni di dollari contro i 50 previsti nel 2002, l’intero programma ha già raggiunto la cifra di 382 miliardi di dollari in 25 anni per l’acquisto di 2.457 aerei.

In sostanza il budget è stato sforato del 64% rispetto alle previsioni, oltre il limite del 50% stabilito dalla legge Nunn-McCurdy che prevede la cancellazione di un programma.  Dunque per continuare si deve definire questo programma vitale per la sicurezza del paese. La Gran Bretagna, per esempio, ha deciso come si evince dal bilancio 2011 della MoD (Ministry of Defence) di rinunciare alla versione a decollo corto e atterraggio verticale, per le sue portaerei e punta solo al modello C convertendo le Queen Elizabeth con cavi d’arresto e catapulte.

A Fort Worth il processo di assemblaggio finale non è ancora completato e Lockheed Martin si difende rispetto ai ritardi nella produzione (almeno 13 mesi) e alla contrazione dei requisiti richiesti, promettendo di abbassare i costi della versione A dal 2016-2017 a 60 milioni per aereo, escluso il motore. Il costo unitario di un motore sarebbe di oltre 30 milioni ed anche il budget in dotazione all’azienda motoristica è stato ampiamente sforato. Il costo dello sviluppo è stimato attorno ai 7,28 miliardi contro i 4,8 previsti.

Nel 2011 il segretario alla difesa americano Robert Gates ha deciso di eliminare il motore alternativo della Rolls-Royce. Un solo F-35 completo verrebbe a costare circa 80 milioni di dollari, ma non si conta il fatto che il Pentagono ha deciso di diminuire il numero di velivoli da finanziare che significa un aumento dei costi. A ciò bisogna aggiungere i nuovi problemi emersi sulla componente software dell’aereo che ha fatto decidere al Pentagono l’aut-aut: o tutto si risolve entro il 2011 o si sospendono i finanziamenti. Le esitazioni dei paesi che si sono impegnati a comprare il nuovo cacciabombardiere e la decisione di mettere la versione a decollo corto e atterraggio verticale (STOVL) in stand-by, rende la pianificazione della produzione incerta.

Sia la Marina USA che quella italiana, che nel dicembre 2010 ha svolto a bordo della portaerei Cavour una riunione con rappresentanti delle agenzie governative americane e italiane insieme ai rappresentanti delle ditte Lockheed-Martin, Fincantieri e Selex Sistemi integrati, non hanno un piano B nel caso di una soppressione del velivolo. L’Italia ha deciso per ora di comprare 22 F-35B e nella riunione si sono cercate le soluzioni tecniche più idonee per consentire l’imbarco del velivolo a partire dal 2016.

Andrea Di Stefano

tratto da Il Fatto Quotidiano del 29 agosto 2011

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La campagna di Peacelink

Articolo di Gianni Alioti, segretario della Fim-Cisl contro gli F35

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Ultimo aggiornamento Martedì 30 Agosto 2011 11:19

La Primavera arriva in Cile

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Cresce la protesta dei cileni, il sindaco di Santiago fa appello all'esercito per evitare che la commemorazione dell'11 settembre 1973 (data del colpo di stato contro Allende) diventi oggetto di disordini. [Al fondo nota della redazione di Infoaut]

cile_scontri_agosto_2011Mai, dalla fine della dittatura, nel 1990, il paese aveva conosciuto mobilitazioni di questa portata. Mai, dal 1956, un governo democratico aveva affrontato una contestazione popolare così imponente. Gli studenti, all'origine del movimento di protesta, hanno messo il governo di Sebastian Piñera (di destra) in una posizione delicata: la sua popolarità (-26%) ha fatto di lui il presidente meno popolare dal ritorno della democrazia. Eppure, questa lunga striscia di terra che costeggia l'Oceano pacifico era l'ultimo paese della regione in cui ci si aspettava un'effervescenza simile. Il «giaguaro» latinoamericano, «modello tipicamente liberale» non aveva l'ammirazione dei più noti editorialisti? La stabilità politica vi era assicurata - spiegavano - perché «la realtà aveva finito per erodere i miti e le utopie della sinistra, portandola sul terreno della concretezza, raffreddando i suoi passati furori e rendendola ragionevole e vegetariana ». Tuttavia, il 28 aprile 2011, gli studenti hanno mostrato i denti. E non i molari.

Quel giorno, gli studenti degli istituti pubblici e privati hanno denunciato il livello di indebitamento necessario per accedere all'istruzione superiore. In un paese in cui il salario minimo ammonta a 182.000 pesos (meno di 300 euro) ed il salario medio a 512.000 pesos (meno di 800 euro), i giovani (e le famiglie) sborsano mensilmente tra i 170.000 ed i 400.000 pesos (tra i 250 ed i 600 euro) per seguire un corso universitario. Di conseguenza, il 70 % degli studenti si indebita, ed il 65 % dei più poveri interrompe gli studi per ragioni economiche.

Questa prima manifestazione, che ha riunito 8.000 persone, non sembra, a priori, avere un futuro. Essa va tuttavia a gonfiare il fiume della protesta sociale alimentata da diverse mobilitazioni che hanno luogo in tutto il paese: a favore di una migliore redistribuzione dei profitti legati all'estrazione del rame a Calama, per il blocco del prezzo del gas a Maganelles, per il risarcimento delle vittime del terremoto del gennaio 2010 sulla costa, per il rispetto degli indigeni Mapuche nel sud e, ancora, della diversità sessuale a Santiago. Nel mese di marzo, il progetto HydroAysèn aveva anch'esso contribuito a unire un po' di più i cileni contro di lui.

Pilotato dalla multinazionale italiana Endesa- Enel, associata al gruppo cileno Colbún, e sostenuto dal governo, dai partiti della destra e da alcuni dirigenti della Concertación (centrosinistra), questo progetto di costruzione di cinque immense dighe in Patagonia era stato approvato senza la minima consultazione dei cittadini. Di fronte all'ampiezza delle mobilitazioni (oltre 30.000 persone attraverso il paese), il governo si trova in una situazione complicata.

Nel giugno, la mobilitazione studentesca raggiunge la sua velocità da crociera: il 16 si svolge la prima manifestazione di 200.000 persone - la più grande dal periodo della dittatura. I manifestanti, organizzando scioperi di massa e bloccando diversi licei, denunciano la «mercificazione dell'educazione» e rivendicano «un'istruzione gratuita e di qualità»: una richiesta che mette in discussione le fondamenta stesse del «modello cileno» ereditato dalla dittatura. Nelle strade, gli studenti non si sbagliano mentre gridano «Cadrà, cadrà l'educazione di Pinochet!», riferendosi agli slogan ascoltati vent'anni prima, all'epoca delle manifestazioni contro la dittatura.

Perché il Cile ha costituito un «laboratorio» per le politiche neoliberiste, anche nell'ambito dell'educazione. A partire dal momento della presa del potere, i generali hanno lavorato per il sogno che l'economista monetarista Milton Friedman delineava nel 1984. Gli istituti privati, rari nel 1973, accolgono attualmente il 60% degli allievi della scuola primaria e secondaria. Meno del 25% del sistema educativo è finanziato dallo stato, i bilanci delle scuole dipendono, al 75 %, dalle tasse di iscrizione. Inoltre, lo stato cileno destina appena il 4,4 % del Prodotto interno lordo (Pil) all'istruzione, molto al di sotto del 7 % raccomandato dall'Unesco. Per quanto riguarda l'università - caso unico in tutta l'America latina - non esiste nessun istituto pubblico gratuito. Secondo il sociologo Mario Garcés, le riforme di Pinochet - mantenute e consolidate dai diversi governi successivi alla caduta della dittatura - hanno pervertito la missione del sistema educativo: originariamente mirava a favorire la mobilità sociale; oggi garantisce la riproduzione delle disuguaglianze.

Ma - si interrogano gli studenti, a cui non sono sfuggiti i discorsi soddisfatti sullo «sviluppo» dell'economia cilena (che ha aperto le porte dell'Ocse nel dicembre 2009) - se l'educazione era gratuita quarant'anni fa, quando il Cile era povero, perché dovrebbe essere a pagamento oggi, se il paese è diventato (più) ricco? Una domanda sufficiente a rovesciare il ragionamento, e la cui portata supera evidentemente l'ambito dell'educazion, come dimostrano le rivendicazioni studentesche: l'organizzazione di un'Assemblea costituente per promuovere un'autentica democrazia, la rinazionalizzazione del rame e, ancora, la riforma fiscale. Si tratta, in ultima analisi, «di finirla con l'era Pinochet». I manifestanti, sospettosi di fronte a dirigenti politici che non ispirano loro più nessuna fiducia, esigono che il futuro del sistema educativo sia sottoposto ad un referendum (tuttavia vietato dalla Costituzione).

Denunciare i partiti politici non significa necessariamente promuovere una sorta di apoliticità beat. Gli studenti hanno occupato la sede della catena televisiva Chilevisión, quella dell'Unione democratica indipendente (Udi- il partito sorto dal pinochettismo) e quella del Partito socialista, identificati come tre simboli del potere. I discorsi apologetici di una sinistra istituzionale che si dice volentieri colpevole di avere «chiesto troppo»- scatenando così nel 1973 l'inevitabile collera dei possidenti - e quelli finalizzati a promuovere la ritirata dello stato non sembrano avere presa su una generazione che non ha conosciuto il golpe. I manifestanti non esitano, inoltre, a riabilitare la figura del vecchio presidente Salvador Allende: i suoi discorsi sull'educazione, pronunciati più di quarant'anni fa, hanno recentemente battuto i record di consultazione su internet; la sua immagine appare nuovamente nelle manifestazioni, in cui i cartelli proclamano che «i sogni di Allende sono a portata di mano».Tale chiarezza politica non ha indebolito il movimento studentesco, semmai il contrario. Il movimento ha ricevuto il sostegno degli universitari, degli insegnanti della scuola secondaria, delle associazioni dei genitori degli alunni, di diverse organizzazioni non governative (Ong) riunite nell'Associazione cilena delle Ong, Accion. E dei maggiori sindacati (professori, funzionari, personale sanitario, eccetera). Spesso, la solidarietà si organizza per sostenere i manifestanti che occupano un istituto, sotto la forma di cestini di cibo che vengono portati agli occupanti, per esempio. Secondo i sondaggi, benché ordinati da media molto vicini al potere, gli studenti godono del sostegno del 70-80 % della popolazione.

Perché ora? Certo, il Cile ha già conosciuto mobilitazioni studentesche, soprattutto la «rivoluzione dei pinguini» del 2006, sotto la presidenza di Michelle Bachelet (centrosinistra). Tuttavia, mai le manifestazioni avevano coinvolto tante persone: per due decenni, i governi di centrosinistra della Concertación avevano amministrato l'eredità della dittatura riducendo la povertà. Ma accentuando le disuguaglianze: attualmente, il Cile figura tra i quindici paesi più iniqui del pianeta. Poco a poco, le speranze di trasformazione connesse alla caduta della dittatura si sono smorzate, mentre si accumulavano i debiti degli studenti. L'ingiustizia del sistema è forse apparsa sotto una luce più vivida con l'arrivo al potere di Piñera, il quale si è presto dato l'obiettivo di rafforzare - ulteriormente - le logiche di mercato nel sistema educativo. I conflitti di interesse all'interno del gabinetto hanno inoltre evidenziato alcune derive: il ministro dell'istruzione di Piñera, Joaquin Lavin, era anche fondatore ed azionista dell'Università dello sviluppo, un istituto privato.

La risposta del governo per ora consiste nel cercare di criminalizzare i manifestanti. La stampa non manca di sottolineare le devastazioni compiute dalle frazioni violente, talvolta infiltrate da poliziotti in borghese (come hanno dimostrato numerosi video e fotografie. Il 4 agosto, affermando che c'è «un limite a tutto», Piñera faceva vietare una manifestazione sull'avenida Alameda : la repressione è arrivata puntuale e sistematica, con più di 870 fermi. Ma la violenza poliziesca non ha fatto che aumentare il sostegno popolare ai manifestanti. La sera stessa, i cacerolazos (cortei nel corso dei quali tutti battono una casseruola) risuonavano in tutto il paese: l'intransigenza governativa aveva trasformato la manifestazione in una «protesta nazionale». Gli studenti continuano ad essere mobilitati. Con l'insieme dei loro sostenitori - che non si limitano alle classi medie - si sono uniti allo sciopero generale dichiarato il 24 agosto, nella speranza di allargare la breccia aperta.

di Victor de La Fuente, Direttore dell'edizione cilena de Le Monde Diplomatique

Traduzione di Alyosha Matella per Il Manifesto

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Nota della redazione a corollario dell'articolo di La Fuerte

L'editoriale di Victor de La Fuente crediamo sia un ottimo scritto di ragionamento e contestualizzazione sull'onda che sta attraversando il Cile, che riteniamo sia da condividere con i lettori e le lettrici di Infoaut.org, perchè pensiamo sia estremamente utile come strumento per guardare e comprendere da altre latitudini i processi insorgenti de Chile. Ciò ovviamente non ci esonera dal notare quanto il network de Le Monde Diplomatique sconti la pesantezza ideologica e incantata e viziosa, caratteristica maggioritaria delle sinistre dell'oggi.

Tre gli elementi che saltano all'occhio leggendo l'articolo (soprattutto nella sua conclusione), quindi ricordandosi di quanto l'inviato di Infoaut.org ha tanto ben descritto nei suoi reportage: 1. la potenza di una composizione sociale interessantissima, arricchita da giovani avversari della mediazione, del compromesso, del concordato al ribasso 2. la rottura del movimento studentesco con gli apparati burocratici partitici e sindacali (nonostante facili innamoramenti che hanno colpito pure la redazione de Il Manifesto: anche la Camila Vallejo, certo bravissima nella capacità di comunicare e di 'essere notizia', certo bella giovane educata e grintosa, ma il movimento sembra direzionato altrove dalle passeggiate che ogni volta lei sponsorizza su Twitter!), 3. lo scontro, la dinamica conflittuale che imprime scioperi manifestazioni e blocchi, che sta caricando di forza politica chi è in piazza contro Pinera e la crisi, non è risolvibile col fantasma degli infiltrati, dei complotti e del vittimismo.

Che il governo non ci stia andando alle leggere nel confronto con la piazza è poco ma sicuro, l'omicido di strada dell'altro giorno lo testimonia implacabile, oggi però il presidente Pinera ha paura ed invoca pubblicamente per la trattativa, staremo a vedere... ma dopo la primavera araba, i riots di Londra, la piazza cilena ci restituisce una 'fotografia nella crisi' del conflitto sociale meravigliosa!

Link: ProiettiliChile. Pinera vuole trattare, il sindacato pure, la piazza no

tratto da http://www.infoaut.org

28 agosto 2011

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Ultimo aggiornamento Lunedì 29 Agosto 2011 21:44

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