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INTERNAZIONALE

I soldi delle primarie repubblicane

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NEW YORK. C'era una volta la democrazia in America. Che se ne stia scappando a gambe levate, pare se ne siano accorti per il momento solo i giovani di Occupy Wall Street. Ha ancora senso nel 2012 lo slogan “una testa, un voto?” Disse Mitt Romney, l'attuale favorito nella corsa contro Obama: “Le aziende sono persone, amico mio!” rispondendo alla domanda trabocchetto di un’attivista, che gli chiedeva se fosse giusto che le donazioni elettorali da parte delle aziende siano illimitate. E confluiscano tutti nel mostro giuridico chiamato Super PAC.

No, non è una versione 2.0 di Pacman, il videogame. Anche se, un po' come nel videogame, questo Super PAC mangia soldi senza sosta, in un labirinto normativo, aggirando tutte le norme di buon senso. Vediamo come funzionano questi oggetti misteriosi del desiderio di ogni politico.

In principio fu la famigerata sentenza “Citizens United” della Corte Suprema. I giudici stabilirono il seguente sillogismo demenziale: le aziende hanno libertà di parola come le persone, nel caso vogliano decidere di appoggiare un candidato; le aziende si esprimono non con le parole, ma con il denaro, dunque le aziende possono donare somme illimitate ai candidati. Un ragionamento molto semplice. Persino secondo John McCain, candidato repubblicano che perse contro Obama nel 2008, questa sentenza è “una delle decisioni peggiori della storia della Corte Suprema, che con la sua assoluta ignoranza della politica” ha determinato “un'inondazione di denaro nelle campagne elettorali, non trasparente e non rintracciabile.”

Un qualunque cittadino può registrare il suo Super PAC presso la commissione elettorale federale, dichiarando il sostegno per uno dei candidati. Una volta creato, il Super PAC può raccogliere qualsiasi donazione, da parte di persone o aziende, senza alcun limite di finanziamento. Per esempio, Goldman Sachs potrebbe aver donato un miliardo di dollari al Super PAC che sostiene Mitt Romney. La cosa divertente è che nessuno lo saprebbe. Infatti l'unico obbligo è di rendere note le donazioni ogni tre mesi, ma basta scegliere la scadenza dei tre mesi in modo oculato. I candidati repubblicani hanno deciso di pubblicare la lista dei donatori non prima, ma dopo le recenti primarie in Iowa, tanto per essere sicuri che i loro elettori del Tea Party, infuriati con le grandi banche, non scoprissero che i portafogli dei loro beniamini sono stracolmi di soldi di Wall Street.

Ci sono persino casi ai confini della realtà, come quello del Super PAC della mitica Sara Palin. Com'è possibile che anche lei abbia un Super PAC, visto che non si è candidata? In realtà, Sara Palin o chi per lei registrò un bel Super PAC l'anno scorso, che iniziò a incanalare un grossissimo volume di denaro per far partire la campagna elettorale. La Palin usò le donazioni per comprare un bus e finanziare il suo viaggio attraverso i luoghi storici degli Stati Uniti e una lunga serie di comizi in tutto il Paese. Peccato che, venuto il momento di annunciare la sua candidatura, Sara Palin decise di... non farlo. Lasciando tutti di stucco, con una colossale figuraccia. A parte un piccolo particolare: si è tenuta i soldi!

L'attuale legislazione sui Super PAC è talmente scandalosa che il famoso comico Stephen Colbert ha deciso di farne un colpo di teatro. Dopo aver ottenuto l'autorizzazione dalla commissione elettorale ad aprire il suo Super PAC, ha deciso di usarlo per “sostenere” la campagna del governatore repubblicano del Texas Rick Perry, noto con il nomignolo “George Bush con gli steroidi.” Chiedendo donazioni ai telespettatori del suo seguitissimo programma di satira The Colbert Report, il comico continua a raccogliere decine di migliaia di dollari. Usati per mandare in onda finti spot elettorali in favore di Perry, che in realtà sbugiardavano le bassezze fasciste e l'ignoranza bieca del candidato repubblicano. Chiedendo fra l'altro ai suoi telespettatori di andare a votare per lui e di scrivere sulla scheda non Perry ma “Parry con la A, come in America!”

Risultato: centinaia di voti per Rick Parry nella fiera dell'Iowa “straw poll,” un'anteprima delle primarie, voti che però sono stati conteggiati comunque a favore del governatore del Texas. Un vero spasso.

Luca Mazzucato

tratto da http://altrenotizie.org

9 gennaio 2012

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USA e Israele alle grandi manovre, obiettivo Teheran

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iranSaranno le esercitazioni più imponenti della storia dell’alleanza militare tra Stati Uniti d’America ed Israele e vedranno schierati decine di batterie missilistiche, cacciabombardieri, tank, sistemi radar, unità navali e migliaia di soldati provenienti dai reparti d’élite dei due paesi. Da fine gennaio in poi, ogni giorno potrebbe essere quello buono per l’avvio di Austere Challenge 12, il war game che rischia d’inasprire ulteriormente le tensioni politiche nella regione mediorientale. L’annuncio arriva una decina di giorni dopo le grandi manovre navali iraniane nello Stretto di Hormuz, conclusesi con il lancio sperimentale di tre missili a breve e medio raggio; Washington e Tel Aviv negano però, con non poca ambiguità, che l’esercitazione congiunta sia indirizzata contro Teheran. “Lo scenario comprenderà aventi simulati e addestramenti nel campo e non è una risposta ad alcuna situazione odierna”, ha spiegato un portavoce militare israeliano all’agenzia France Press. “Il comando delle forze armate USA in Europa, Eucom, e le forze armate israeliane conducono periodicamente esercitazioni in Israele, nel quadro di una lunga e stabile partnership strategica, finalizzate a migliorare i loro sistemi difensivi”.

Nel corso di Austere Challenge 12 sarà testato il funzionamento di “sistemi multipli di difesa aerea contro l’arrivo di missili e razzi” e, secondo il Jerusalem Post

(che ha citato il generale USA Frank Gorenc, comandante del Third Air Force), più che di un’esercitazione si tratterà di un vero e proprio “dislocamento” di reparti e unità navali statunitensi in Israele. “Mentre le truppe USA stazioneranno nel paese per un tempo non specificato, personale militare israeliano sarà distaccato in Germania presso il Comando delle forze armate USA in Europa”, aggiunge il quotidiano.

Nel 2009 fu tenuta in Israele un’altra importante esercitazione (Jupiter Cobra 10) che aveva visto la partecipazione, tra gli altri, del 5th Battalion, 7th Air Defense Artillery dell’US Army con base a Kaiserslautern, unità di pronto intervento specializzata nella difesa aerea e missilistica in ambito NATO ed extra-NATO. Fu simulato un attacco missilistico nucleare iraniano combinato al lancio di missili a corto raggio dal territorio siriano e libanese e i reparti specializzati statunitensi ed israeliani riuscirono ad abbattere in volo un vettore balistico.

Tel Aviv è impegnata da diverso tempo nello sviluppo e nell’implementazione di un articolato “scudo” anti-missile e anti-aereo con il supporto USA. Elemento chiave dell’alleanza strategico-industriale è il sistema Arrow che dovrebbe intercettare e distruggere i missili balistici “nella stratosfera e lontano da Israele”, come spiegano i manager della holding industriale Boeing, prime contractor del programma. L’Arrow nasce a partire del 2002 dalla ricerca congiunta dell’agenzia missilistica militare USA e del ministero della difesa israeliano. Il sistema d’arma è composto da un centro di comando e di lancio, da un radar di controllo e dal missile-intercettore che distrugge i target con una testata a frammentazione. Assemblato in Israele dall’industria aerospaziale IAI (Israel Aerospace Industries), l’Arrow è stato sperimentato “con successo” la prima volta nel 2007 e successivamente nell’aprile 2009 e nel febbraio 2011. In quest’ultima occasione, il vettore avrebbe individuato, intercettato e distrutto un missile lanciato da una piattaforma off shore della US Navy, nella costa californiana. Attualmente, Boeing e IAI stanno sviluppando un intercettore tecnologicamente più sofisticato e di gittata maggiore, l’Arrow 3. Al programma partecipano pure altre aziende USA: General Dynamics, L3 Ordinance, GW Lisk e Honeywell.

A partire della primavera del 2011, le forze armate israeliane hanno pure dispiegato l’Iron Dome, un sistema d’arma mobile per la “difesa contro i razzi d’artiglieria a corto raggio” di infrastrutture militari e piccole città. L’Iron Dome sarebbe in grado di “rispondere a molteplici minacce simultaneamente e in tutte le condizioni meteo”, intercettando fino a 70 km di distanza vettori di media velocità e proiettili di artiglieria da 155 e 180 mm. Il sistema si basa su tre distinte componenti: un radar per il rilevamento e l’inseguimento del target; il centro di controllo e gestione del campo di battaglia; le unità di fuoco mobili dotate di missili intercettori “Tamir”, con sensori elettro-ottici e dal costo record di 50.000 dollari l’uno. “Si utilizza un unico intercettore con una speciale testata che distrugge in aria ogni obiettivo in pochi secondi, in aree neutrali, in modo da ridurre i danni collaterali in zone protette”, spiegano i militari israeliani.

Ad oggi, sarebbero già operative tre postazioni Iron Dome: due vicine alla Striscia di Gaza, nei pressi delle città di Ashkelon e Be’erSheva; la terza nella città meridionale di Ashdod. L’aeronautica militare israeliana ha però annunciato di voler installare una quarta batteria nei primi mesi del 2012, mentre entro la fine dell’anno potrebbero essere consegnati altri tre sistemi anti-missile. Crisi economica permettendo, si punterebbe ad installare non meno di una dozzina di postazioni ai confini settentrionali e meridionali del paese. L’Iron Dome è interamente prodotto da industrie nazionali: prime contractor la Rafael Advanced Defense Systems Ltd., mentre radar e componenti elettroniche sono appannaggio di Elta Systems, l’azienda che ha fornito alla Guardia di finanza i famigerati radar anti-migranti in via d’installazione nelle coste di Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. 

Altro segmento strategico per lo “scudo” israeliano è il radar di produzione statunitense “X-Band”, entrato in funzione recentemente nella base aerea di Nevatim, nel deserto del Negev. Il sistema, installato e gestito da un centinaio di militari USA, consente di “raddoppiare o anche triplicare il raggio di azione con cui Israele può individuare, inseguire e infine intercettare i missili iraniani, sino ad una distanza di 2.900 miglia”. Grazie al supporto operativo e finanziario del Genio dell’esercito USA, Nevatim si è trasformata nella più grande e moderna base militare israeliana: nel 2010 sono stati spesi più di 50 milioni di dollari per realizzare il quartier generale delle forze aeree più una serie di hangar protetti per i cacciabombardieri. Il Genio militare statunitense ha inoltre stanziato 40 milioni di dollari per contribuire ai lavori di ammodernamento e ampliamento del porto di Haifa e 20 milioni per installare impianti elettronici e di guida elicotteri nella base aerea di Ramon.

Washington sta infine contribuendo alla costruzione di diversi hangar nella base aerea di Palmachim (nei pressi di Rishon LeZion e Yavne), già utilizzata per i lanci dei missili Arrow e destinata ad ospitare alcuni dei più grandi velivoli senza pilota UAV esistenti al mondo, gli Eitan (14 metri di lunghezza, 26 di larghezza, 5,5 tonnellate di peso). Noti anche con il nome di Heron TP, i velivoli possono volare ininterrottamente per oltre 36 ore a medie altitudini, con un raggio operativo superiore ai 4.000 km. Prodotti dalle industrie aerospaziali IAI, gli Eitan sono in grado di trasportare apparecchiature elettroniche per un ampio spettro di missioni operative e d’intelligence (sensori elettro-ottici, antenne radar per la sorveglianza terrestre, visori laser, relè radio, ecc.). I primi UAV sono divenuti operativi ne dicembre 2010 nella base aerea di Tel Nof.

Antonio Mazzeo

tratto da antoniomazzeoblog.blogspot.com

9 gennaio 2012

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Audit, in Europa si fa così

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In Francia l'appello ha superato le 50 mila adesioni, in Belgio le associazioni Attac e Cadtm hanno fatto ricorso al Consiglio di Stato contro i 54 miliardi per salvare la banca Dexia, in Grecia c'è un comitato attivo da un anno. Incontriamoci anche in Italia

debitoArticolo dopo articolo, grazie anche all'attenzione che il manifesto sta ponendo, la questione dell'audit sul debito pubblico, cioè l'indagine su come è stato formato il debito, come viene gestito, quali interessi soddisfa e quali bisogni comprime, sta diventando un nodo del dibattito politico. E, forse, può diventare un tema di iniziativa politica, iniziativa democratica soprattutto, legata alla partecipazione e allo sviluppo di un movimento di massa. Sugli aspetti tecnici e anche sulla necessità di mettere al centro la partecipazione democratica, in particolare dal basso e a livello locale, hanno ben scritto Guido Viale e Francesco Gesualdi (li trovi su www.rivoltaildebito.org).

Vale la pena rafforzare quelle analisi con uno sguardo più generale perché anche in Europa il tema dell'audit, in funzione di una ristrutturazione, rinegoziazione o annullamento del debito pubblico illegittimo, sta diventando un elemento dell'attività di associazioni, sindacati e partiti. In Francia, ad esempio, l'appello rilanciato in Italia da Rivolta il debito ha già superato le 50 mila adesioni mentre in Belgio, solo pochi giorni fa le associazioni Attac e Cadtm - in prima linea nell'impegno per l'annullamento del debito illegittimo - hanno presentato un ricorso legale al Consiglio di Stato per annullare gli aiuti da 54 miliardi di euro deliberati dal governo transitorio - da oltre un anno - a favore della banca Dexia (già fallita una volta e salvata dallo Stato e ora di nuovo a rischio fallimento). Ma l'attività più interessante è forse quella realizzata in Grecia dove un Comitato è stato insediato circa un anno fa e una vera e propria campagna ha accompagnato le mobilitazioni degli ultimi mesi. Come scrive uno dei fondatori del comitato greco, George Mitralias, la campagna ha contribuito a precisare «le ambizioni e la missione delle campagne per l'audit del debito pubblico» ben sapendo che l'Unione europea «non è l'Ecuador di Rafael Correa», dove l'audit è stato effettuato con successo nel 2007.

È bene non nascondersi questo aspetto, per non peccare di ingenuità o di astrattezza degli obiettivi: non esiste, al momento, una forza politica, nazionale o europea, in grado di farsi carico della proposta. Che quindi compete a un'iniziativa autodeterminata e autorganizzata. Del resto, un movimento che ponesse la questione della trasparenza del debito e la sua gestione democratica porrebbe già un problema di democrazia e di partecipazione alternative all'autoritarismo di cui è intrisa la costruzione europea e la politica della troika (Ue, Bce, Fmi). Ma contribuirebbe anche ad affermare un principio semplice e complicato allo stesso tempo: il debito non è un dato inspiegabile e nemmeno un totem a cui sacrificare il modello sociale europeo. Se lo si guarda in profondità si legge la materialità delle politiche economiche degli ultimi venti-trenta anni e la stratificazione delle diseguaglianze.

Per questo non è un affare per soli esperti. E proprio per gli ostacoli che un'indagine seria, competente, indipendente, potrebbe avere, l'audit non avrebbe senso, né efficacia, senza una mobilitazione diretta, una partecipazione attiva e una consapevolezza diffusa. In questo senso va sviluppata l'idea dei comitati locali per l'audit, che si muovano a partire dai debiti locali, indagando come funzionano gli enti locali, le società di servizio pubblico ma anche le imprese private dove spesso i lavoratori si vedono mettere alla porta, o in cassa integrazione, per ragioni di bilancio. Tutto questo può e deve divenire oggetto di una campagna diffusa in cui si affermi l'idea che lavoratori, studenti, precari, cittadini e cittadine sono in grado di occuparsi del proprio futuro e in grado di gestire consapevolmente anche le tematiche economiche e di bilancio. In Grecia, ad esempio, la diffusione dell'iniziativa ha permesso anche di creare un'iniziativa specifica di donne «contro il debito e l'austerità». Insomma, l'audit deve e può rappresentare un'occasione di dibattito ampio e di iniziativa di partecipazione e anche di autodeterminazione. Ma, appunto, senza nascondersi la dimensione globale della gestione della crisi, la proposta, se vuole collegare la resistenza all'austerità su scala internazionale, per lo meno europea, deve darsi anche una dimensione sovranazionale. Del resto, il ritardo con cui i movimenti sociali, i sindacati, le forze della sinistra, si muovono su scala mondiale e regionale, in un mondo dominato dalla globalizzazione, è più che colpevole e la stessa esperienza fatta dieci anni fa con i Social forum sembra essersi diradata.

Un'iniziativa verso l'audit, anche su scala europea, è la spinta che sta cercando di dare il Cadtm, il Comitato per l'annullamento del debito del terzo mondo che ha organizzato a metà dicembre a Liegi, un seminario ad hoc sul tema in cui un contributo notevole è stato offerto dalla relazione di Maria Lucia Fattorelli (disponibile in italiano su www.rivoltaildebito.org e su www.cnms.it/campagna_congelamento_debito). Un testo in cui è disponibile un dato finora sfuggito alla grande informazione (ne ha parlato in un articolo Riccardo Petrella): l'impegno astronomico da parte della Fed statunitense, tra il 2007 e il 2010, per salvare dal crack le grandi banche e le grandi imprese. Circa 16.000 miliardi di dollari (più dell'intero debito pubblico Usa stimato in 14.500 miliardi di dollari) spesi segretamente e dirottati su aziende come Merrill Lynch, Morgan Stanley, Goldman Sachs, Citigroup, Bank of America ma anche, in un mondo globale, Deutsche Bank, Credit Suisse, Royal bank of Scotland, Ubs e Bnp Paribas. Il dato è stato reso pubblico il 21 luglio scorso, guarda caso da un... audit istituzionale realizzato dal Government Accountability Office, una commissione di inchiesta del Congresso Usa incaricata della contabilità pubblica.

Oltre a rendere evidente come il servizio del debito sia un affare «molto redditizio» per il sistema finanziario privato - i cosiddetti "mercati" che impongono le manovre di austerità - questa informazione chiarisce meglio l'impatto che potrebbe avere su una ampia opinione pubblica una procedura di indagine accurata sui debiti sovrani. L'operazione va però fatta anche sui bilanci delle banche, di cui non è mai stato reso pubblico, finora, l'ammontare dei titoli tossici detenuto (informazione ben conosciuta dai tecnocrati europei oltre che dai dirigenti delle banche stesse e che spiega la gran parte delle manovre finanziarie). Lungi dall'essere recuperato, il debito pubblico viene quindi ancora alimentato dalle nuove manovre di salvataggio. «Un audit del debito - scrive Fattorelli - rappresenta una opportunità per ottenere la documentazione relativa all'indebitamento e per mostrare la vera natura di ciò che viene chiamato pubblico. I risultati dell'audit possono spingere delle azioni concrete in tutti i campi: popolare, parlamentare, giuridico e la messa in opera di politiche differenti".

Gli aspetti di trasparenza, di partecipazione democratica, di svelamento della natura privata del debito pubblico, non sono ovviamente fini a se stessi ma servono a definire una politica alternativa a quella dominante ben sapendo che nella prima ricaduta operativa dell'audit, cioè la rinegoziazione e/o l'annullamento del debito illegittimo, risiede una prima misura di grande portata. Annullare o ridurre (il nobel Roubini propone di ristrutturare il debito riducendone il valore almeno del 25 per cento) significa far pagare una "vera" patrimoniale a tutta quella montagna di fortune accumulate illecitamente o indebitamente: evasione fiscale, profitti a man bassa, interessi privati, rendite finanziarie, somme detenute all'estero e in paradisi fiscali, etc. Patrimoni che, secondo il premier Mario Monti, non si possono misurare e quindi colpire ma che se fossero intaccati significativamente da un'operazione sul debito potrebbero finalmente contribuire, come è giusto, a risanare i conti pubblici ma soprattutto a redistribuire significativamente il reddito, l'unica via d'uscita dalla condizione attuale. Ma per far questo serviranno anche politiche alternative robuste come la nazionalizzazione delle banche, la riforma fiscale, la riduzione dell'orario di lavoro, l'istituzione di un reddito sociale, un ampio intervento di risanamento del territorio.

L'audit, quindi, non è una proposta "tecnica" o un espediente da economisti e/o esperti ma uno strumento politico per una iniziativa di massa. E a questo punto vale la pena avanzare una proposta precisa: coloro che sono d'accordo nel cimentarsi con questa ipotesi, firmatari dei vari appelli circolati in queste settimane, decidano rapidamente di incontrarsi per capire quale proposta concreta avanzare e quale piano di lavoro comune è possibile approntare. L'urgenza della crisi, la natura epocale dei cambiamenti in atto richiede una capacità supplementare di iniziativa e una innovazione delle idee e delle pratiche. Vale la pena provarci.

Salvatore Cannavò
da Il Manifesto
8 ottobre 2012
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Prigionieri a casa! Una marea umana scalda Bilbao

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Una manifestazione colossale sta riempiendo le strade di Bilbao. Almeno 100 mila persone per chiedere la fine della repressione contro i prigionieri politici baschi e contro i loro familiari e amici. Per chiedere una pace vera e giusta.

bilbao_manif_prigionieriUna vera e propria marea umana sta attraversando Bilbao. Almeno 100 mila persone, la manifestazione più grande mai realizzata nei Paesi Baschi negli ultimi decenni (secondo i rigorosissimi metri di valutazione locali, con il metro italiano i partecipanti diventerebbero due o tre volte di più). 
“Kolosala izango da” è stata la parola d’ordine che nelle ultime settimane ha mobilitato tutta la società basca su iniziativa della piattaforma Egin Dezagun Bidea. Uno slogan che è risuonato sui quotidiani e sulle riviste locali, nei video autoprodotti in ogni quartiere ed in ogni località e incollati su face book e su twitter, sugli striscioni appesi ovunque. “Sarà colossale”, era la promessa. Mantenuta. Alle 17.30 c’era tanta di quella gente in piazza nel centro nuovo della maggiore città di Euskal Herria che le decine di migliaia di manifestanti non riuscivano a muoversi. Poi pian piano l’enorme serpentone ha cominciato ad avanzare, in un clima di enorme emozione per un evento che ha un carattere storico. Davanti a tutti migliaia di parenti e amici di prigionieri e prigioniere politici baschi. Giovanissimi e anziani, col fazzoletto al collo per reclamare il rimpatrio dei loro cari e un cartello in mano con la foto di chi è rinchiuso nelle carceri spagnole o francesi. O di chi è stato costretto all’esilio da una persecuzione giudiziaria e politica contro la sinistra basca che non ha subito modifiche, al massimo inasprimenti.

Immagini mandate in diretta dall'emittente tv Hamaika Telebista e dal sito del quotidiano Gara, slogan in euskera, castigliano e francese ritrasmessi da decine di radio comunitarie in tutta la geografia basca. Organizzazioni politiche della sinistra basca mischiate ai sindacati, i movimenti di donne e di studenti insieme agli agricoltori e ai pastori, gli intellettuali con i militanti e gli attivisti sociali. E tanta, tanta gente normale. Emozionata, determinata e stufa della punizione e della vendetta che Parigi e Madrid esercitano su tutta la società attraverso i prigionieri e le prigioniere.

Nonostante la fine definitiva della lotta armata annunciata e confermata dall’Eta in più occasioni, nonostante la esplicita rinuncia ad ogni forma di violenza politica da parte delle organizzazioni della sinistra indipendentista, nulla finora si è mosso nel governo spagnolo e nei suoi apparati di sicurezza. Nulla ancora è stato fatto o annunciato per rimuovere una violazione sistematica e scientifica dei diritti dei prigionieri politici baschi che già il governo socialista di Felipe Gonzales e poi tutti i suoi successori hanno adottato e indurito come strumento di ulteriore repressione. Repressione nei confronti di chi è finito in carcere per aver militato nell’organizzazione armata, ma anche semplicemente e sempre più spesso negli ultimi anni di chi è finito in cella perché sindacalista, giornalista, scrittore, cantante, ecologista, femminista. Una repressione che colpisce i prigionieri e i loro familiari, obbligati a percorrere migliaia di chilometri al mese per poter visitare i propri cari in galera, con colloqui che spesso saltano all’ultimo momento per imperscrutabili decisioni dei direttori delle carceri, con decine di persone morte o gravemente ferite in incidenti stradali sulle autostrade che portano ai penitenziari allungando così la lista delle vittime del conflitto. Un conflitto che un po’ di coraggio e di lungimiranza da parte della classe politica spagnola e da parte dell’oligarchia basca avrebbe potuto chiudere anni fa, risparmiando a tutti inutili sofferenze. A parte qualche dichiarazione conciliante di qualche esponente politico socialista – facile ora che il Psoe è stato sbattuto all’opposizione! – nulla all’interno degli eredi del franchismo fa pensare che Rajoy e i suoi vogliano cambiare rotta. Ma i baschi non si danno per vinti, e sono tornati per l’ennesima volta oggi a riempire le strade e le piazze delle loro città. E a gridare uno slogan che è risuonato instancabile negli ultimi decenni, da quando le galere spagnole e francesi hanno ricominciato immediatamente a riempirsi di dissidenti politici dopo la brevissima pausa seguita alla transizione dal franchismo alla ‘democrazia’. “Presoak etxera” e “Amnistia” hanno detto, forte e chiaro, decine di migliaia di baschi ma anche di catalani, di aragonesi, di galiziani, perfino di castigliani e di andalusi arrivati con gli autobus e le loro macchine a Bilbao. Intanto “Prigionieri a casa”. Così come prescrive una legge spagnola sistematicamente violata sulla base di una decisione politica bipartisan che ha visto destra e sinistra concordi nello sparpagliare in decine di carceri, le più lontane possibile dal Paese Basco, quei 700 e più attivisti politici tuttora prigionieri. “A casa” quelli che hanno scontato i tre quarti della loro pena (sono 175), o che soffrono infermità incompatibili con la galera e l’isolamento.

A casa, per ricominciare tutti insieme a costruire un paese nuovo, solidale, aperto e giusto. Con le armi della politica, della partecipazione e della passione. Quella stessa passione che ha reso oggi le strade di Bilbao troppo strette e le sue piazze troppo piccole.

Link: Madrid risponde al colossale corteo di Bilbao: "niente amnistia"

tratto da http://www.contropiano.org

7 gennaio 2012

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 11 Gennaio 2012 10:51

Il buon esempio dell'Ecuador: Chevron dovrà pagare 18 miliardi per l'inquinamento della foresta amazzonica

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petrolio_inquina_forestaUna buona notizia dal paese sudamericano che con la nuova sentenza della Corte d'appello ecuadoriana obliga il gigante petrolifero al pagamento di 18 miliardi di dollari di indennizzo per danni ambientali. I querelanti hanno ribadito in un comunicato che la decisione del tribunale si basa su prove scentifiche presentate durante il processo, da cui risulta che per decenni rifiuti tossici furono riversati in fiumi. «La Corte si è basata su prove che dimostrano che Chevron ha violato i diritti delle comunità in cui ha lavorato»

La conferma è arrivata martedì quando i giudici hanno ribadito la sentenza emessa a febbraio 2011: Texacon, acquisita da Chevron nel 2001, è responsabile di danni ambientali dal 1972 al 1992. La nuova sentenza ordina a Chevron di “chiedere scuse pubbliche alle vittime”, pena il pagamento del doppio dell’importo fissato dalla Corte per i danni attribuiti all’allora Texaco (la fusione con Chevron Corporation avvenne nel 2001), che operò in Ecuador tra il 1964 e il 1990.

Ora per l’Ecuador il problema sarà riuscire ad incassare i soldi da Chevron. I querelanti avvieranno azioni legali in differenti Stati in cui opera la multinazionale, ormai assente dal territorio ecuadoriano. E si sa di quali poteri,ramificazioni e sovrapposizioni ai poteri politici godano le multinazionali del petrolio. Dopo il primo grado, la Chevron decise di fare ricorso, definendo la prima sentenza “illegittima e inapplicabile”; annunciò inoltre di volersi rivolgere ad organi giudiziari al di fuori dell’Ecuador, in particolare all’Aia.

Ma i giudici equadoregni non mollano: “Ci sono elementi legali, convenzioni internazionali e norme che permettono il giudizio in vari Paesi. Non c‘è nulla di nuovo nè straordinario e lo faremo. Non sconteremo a Chevron nemmeno un centesimo” ha detto Pablo Fajardo, che rappresenta 30.000 cittadini dell’Ecuador.

I colpiti dall'inquinamento avrebbero voluto rimborsi maggiori: Luis Yantza, coordinatore dell’Asamblea de Afectados por Texaco, che promuove il movimento di denuncia, si mostra insoddisfatto della sentenza, perché “ciò che la Corte ha deciso è di non accettare il nostro ricorso” per aumentare l’indennizzo, riferisce AFP. Tuttavia essa “apre il cammino verso la giustizia e il risanamento delle zone contaminate da Texaco”. Yantza non esclude l’ipotesi di una terza istanza “per punire più severamente Chevron”.

Entusiasta invece il presidente ecuadoriano Rafael Correache commenta: “Dal momento che la sentenza di seconda istanza è stata notificata, non posso non esprimere la mia soddisfazione. È stata fatta giustizia, è innegabile il danno arrecato da Chevron in Amazzonia”, ha detto ai media locali, aggiungendo che “la comunità amazzonica si è battuta per il rispetto dei propri diritti, ottenendo una storica vittoria nei tribunali”.

Cosa direbbero i governanti italiani in una situazione simile ?

tratto da www.infoaut.org

5 gennaio 2012

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Ultimo aggiornamento Venerdì 06 Gennaio 2012 20:51

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