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INTERNAZIONALE

Noam Chomsky sulla Conferenza di Durban: in marcia verso il precipizio

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DurbanNoam Chomsky (*)

La Jornada

Uno dei compiti della Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite, che si sta svolgendo a Durban, Sudafrica, è quello di estendere le precedenti decisioni politiche, di portata limitata e solo in parte applicate.

Queste decisioni risalgono alla Convenzione del 1992 dell’ONU e al Protocollo di Kyoto del 1997, al quale gli Stati Uniti hanno rifiutato di aderire. Il primo periodo di impegni del Protocollo di Kyoto termina nel 2012. L’ambiente più o meno generale precedente alla conferenza è stato racchiuso da The New York Times in un titolo: Questioni urgenti ma scarse aspettative.

Mentre i delegati si riuniscono a Durban, un rapporto contenente una nuova sintesi aggiornata di sondaggi realizzati dal Consiglio per le Relazioni con l’Estero e dal Programma sulle Opinioni politiche internazionali (PIPA la sua sigla in inglese) rivela che il pubblico di tutto il mondo e degli Stati Uniti dice che i loro governi devono dare maggiore priorità al riscaldamento globale e sostengono con forza azioni multilaterali per affrontarlo.

La maggioranza dei cittadini statunitensi è d’accordo, anche se il PIPA chiarisce che la percentuale “è calata negli ultimi anni, per cui la preoccupazione degli Stati Uniti è significativamente più bassa della media mondiale -79 per cento rispetto all’84 per cento-”.

Gli statunitensi non percepiscono che c’è un consenso scientifico sulla necessità di azioni urgenti sul cambiamento climatico... Una grande maggioranza pensa che ci sia la possibilità di essere colpita personalmente dal cambiamento climatico, ma solo una minoranza crede di essere colpita già ora, contrariamente all’opinione della maggioranza degli altri Paesi. Gli statunitensi tendono a sottostimare il livello di preoccupazione degli altri statunitensi.

Questi atteggiamenti non sono casuali. Nel 2009 le industrie dell’energia, appoggiate dalle lobby corporative, lanciarono varie grandi campagne che sollevavano dubbi sul quasi unanime consenso scientifico sulla gravità della minaccia del riscaldamento globale indotto dagli esseri umani.

Il consenso è “quasi” unanime solo perché non comprende i molti esperti convinti che gli avvertimenti sul riscaldamento globale non siano sufficientemente forti, e a causa del gruppo marginale che nega completamente la validità della minaccia.

La copertura abituale di questo problema, si disse, si basa su quello che si chiama mantenere un equilibrio: la schiacciante maggioranza degli scienziati da un lato, e chi nega dall’altro. Gli scienziati che esprimono le avvertenze più oscure sono in maggior parte ignorati.

Un effetto di tutto questo è che un terzo scarso della popolazione degli Stati Uniti crede che esista un consenso scientifico sulla minaccia del riscaldamento globale, molto meno della media mondiale, e in modo radicalmente immotivato stando ai fatti.

Non è un segreto che il governo statunitense stia puntando i piedi sulle questioni climatiche. L’opinione pubblica di tutto il mondo ha in gran parte criticato il modo in cui gli Stati Uniti stanno gestendo il problema del cambiamento climatico secondo il PIPA. In generale, gli Stati Uniti vengono chiaramente percepiti come il Paese che ha avuto l’effetto più negativo sull’ambiente del mondo, seguiti dalla Cina. La Germania ha ricevuto le valutazioni migliori.

A volte è utile, per avere una prospettiva di ciò che sta succedendo nel mondo, adottare la posizione di osservatori extraterrestri intelligenti che contemplano gli strani avvenimenti sulla Terra. Osserverebbero, stupiti, che il Paese più ricco e potente nella storia del pianeta ora guida i lemmings nel loro allegro avanzare verso il precipizio.

Il mese scorso l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA), formata nel 1974 su richiesta del Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger, ha trasmesso il suo rapporto più recente sull’accelerato incremento delle emissioni di carbonio provenienti dall’uso di combustibile fossile.

L’AIEA ha calcolato che se il mondo continua ad avanzare sulla sua attuale rotta, il bilancio di carbonio sarà esaurito entro il 2017. Il bilancio è la quantità di emissioni che può limitare il riscaldamento globale a un livello di 2 gradi centigradi, considerato il limite di sicurezza.

L’economista capo dell’AIEA Fatih Birol, ha detto: La porta si sta chiudendo... Se non cambiamo direzione ora su come usiamo l’energia, finiremo molto al di là di quello che gli scienziati ci hanno detto che è il minimo (di sicurezza). La porta si sarà chiusa per sempre.

Sempre il mese scorso, il Dipartimento statunitense dell’Energia ha informato sulle cifre delle emissioni del 2010. Le emissioni sono aumentate nella maggior quantità registrata finora, ha riportato l’Associated Press, il che significa che i livelli di gas serra sono più elevati rispetto al peggiore degli scenari possibili previsti dal Panel Internazionale sul Cambiamento Climatico nel 2007.

John Reilly, codirettore del Programma sul Cambiamento Climatico dell’Istituto di Tecnologia (IPCC la sua sigla in inglese) del Massachusetts, ha detto all’Ap che gli scienziati hanno considerato, in generale, le previsioni dell’IPCC eccessivamente prudenti -a differenza del piccolo gruppo di negazionisti che attira l’attenzione del pubblico-. Reilly ha informato che lo scenario del peggiore dei casi era presente  nella metà circa dei calcoli dei risultati possibili diffusi dagli scienziati del MIT.

Mentre questi terribili rapporti venivano fatti conoscere, il quotidiano Financial Times dedicava un’intera pagina alle aspettative ottimistiche sul fatto che gli Stati Uniti potrebbero raggiungere l’autonomia energetica per un secolo con la nuova tecnologia per l’estrazione di combustibili fossili statunitensi.

Anche se le proiezioni sono incerte, informa il Financial Times, gli Stati Uniti potrebbero sorpassare con un balzo Arabia Saudita e Russia e diventare il maggior produttore del mondo di idrocarburi liquidi, considerando sia il petrolio greggio che i liquidi leggeri di gas naturale.

Se si verificasse questo avvenimento fortunato, gli Stati Uniti potrebbero mantenere la loro egemonia mondiale. A parte alcuni  commenti sull’impatto ecologico su scala locale, il Financial Times non ha detto nulla su quale tipo di mondo emergerebbe da queste emozionanti prospettive. L’energia va bruciata, e che l’ambiente globale vada al diavolo.

Praticamente tutti i governi stanno muovendo almeno qualche passo vacillante per fare qualcosa sulla catastrofe che si avvicina. Gli Stati Uniti guidano la classifica –al contrario. La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, dominata dai repubblicani, ora sta smantellando le misure ambientali introdotte da Richard Nixon, che in molti aspetti fu l’ultimo presidente liberal.

Questo comportamento reazionario è uno dei molti segnali della crisi della democrazia statunitense durante la generazione passata. La breccia tra l’opinione pubblica e la politica pubblica è cresciuta fino a diventare un abisso su questioni centrali del dibattito politico attuale, come quella del deficit e dell’occupazione. Tuttavia, grazie all’offensiva propagandistica, la breccia è più ridotta di quanto dovrebbe essere sulla questione più seria dell’agenda internazionale di oggi e probabilmente della storia.

Si può perdonare gli ipotetici osservatori extraterrestri se arrivano alla conclusione che a quanto pare siamo infettati da qualche forma mortale di pazzia.

Traduzione Andrea Grillo

Fonte: http://www.jornada.unam.mx/2011/12/10/opinion/022a1mun

(*)Chomsky è professore emerito di Linguistica e Filosofia all’Istituto Tecnologico del Massachusetts. Il libro più recente di Noam Chomsky è 9-11:Was there an Alternative?

Foto: dimostranti e servizio d'ordine alla conferenza di Durban

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Truffa truffa, falsità: tutti i soldi della Bce alle banche

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Corsa delle banche europee al maxi-prestito della Bce a tassi stracciati (1 per cento). Con quei soldi si ricompreranno titoli di Stato al 6 per cento. E l'inganno continua

banca-delinquenteRichieste boom per 489 miliardi di euro alla prima asta di rifinanziamento a 3 anni della Bce senza limite di ammontare e al tasso dell'1%: all'operazione hanno partecipato 523 banche che hanno ottenuto prestiti a bassisimo costo utilizzati anche per ricomprare i propri titoli o i titoli di Stato che oggi rendono anche il 6 o il 7 per cento. Un sistema ampiamente spiegato da Eric Toussaint nel libro Debitocrazia.
La borsa premia i titoli bancari con tanti segni positivi.
Nell'articolo che segue, del Sole 24 Ore, si spiega come funziona il meccanismoù

tratto da http://www.ilmegafonoquotidiano.it - 22 dicembre 2011

***

Corsa delle banche italiane all'asta Bce
di Morya Longo da Sole24ore.com

Quando oggi la Banca centrale europea aprirà i rubinetti della liquidità, gli istituti di credito italiani potranno giocare jolly nuovi di zecca per «prelevare» denaro a Francoforte: le obbligazioni bancarie garantite dallo Stato previste dalla manovra del Governo Monti. Tutte le banche italiane sono già pronte a calare questo jolly, nella speranza di superare la pesante crisi di liquidità che le sta soffocando da mesi: già oggi, secondo le indiscrezioni raccolte dal «Sole 24 Ore», gli istituti italiani hanno a disposizione qualcosa come 50 miliardi di euro di questi nuovi titoli.
Li hanno già creati. Li hanno pronti all'uso. E li utilizzeranno già oggi per andare dalla Bce: questo significa che gli istituti italiani (dai big come Intesa e UniCredit, ai medi come Veneto Banca, Credito Valtellinese, Iccrea, Popolare di Vicenza e Popolare dell'Emilia) hanno la possibilità di prelevare da Francoforte 50 miliardi in più. E, in futuro, potranno arrivare a 228 miliardi di euro. Ecco la nuova 'medicina', artificiale, contro il credit crunch.

Il 'bancomat' della Bce
Per capire questa rivoluzione bisogna partire da Francoforte. La Bce organizza regolarmente delle operazioni di rifinanziamento: si tratta di momenti in cui tutte le banche d'Europa possono prendere in prestito, al tasso super-agevolato dell'1%, tutti i soldi che vogliono. Le quantità sono illimitate. C'è però un solo «paletto»: le banche devono consegnare alla Bce obbligazioni (titoli di Stato, ma anche bond bancari o aziendali) in garanzia per tutto il tempo della durata del finanziamento. Questo negli ultimi tempi è diventato un problema, perché i titoli da dare in garanzia iniziano a scarseggiare.

Ecco perché il Governo Monti (come in altri Paesi) è intervenuto. Ha dato alle banche la possibilità di emettere nuove obbligazioni, su cui lo Stato mette una garanzia senza aumentare il debito pubblico, per un importo massimo pari al patrimonio di vigilanza di ogni istituto. Dato che, secondo Bankitalia, il patrimonio totale delle banche italiane è pari a 228 miliardi di euro, a tanto potrebbero arrivare le nuove emissioni: gli istituti possono quindi creare «artificialmente» nuovi titoli, fino a tale importo, con il solo scopo di darli in garanzia alla Bce. Proprio oggi l'istituto di Francoforte, oltre alle tradizionali operazioni a tre mesi, organizzerà il primo finanziamento illimitato della durata di tre anni: per le banche c'è dunque l'imperdibile occasione di ottenere prestiti al tasso dell'1% di durata triennale.

«Medicina» anti-crisi
Per gli istituti di credito è come manna dal cielo. Oggi, a causa della bufera finanziaria, le banche italiane non riescono infatti a finanziarsi sul mercato obbligazionario. Ieri le obbligazioni triennali di Intesa e UniCredit quotavano con tassi d'interesse anche superiori al 7%: livelli proibitivi. Questo è un grave problema: l'anno prossimo - secondo i dati di Dealogic - gli istituti italiani dovranno infatti rimborsare obbligazioni per 78 miliardi di euro. Se non riuscissero a trovare finanziamenti sul mercato, o se li trovassero a tassi d'interesse da usura, l'intera economia del Paese rischierebbe di bloccarsi.
La Bce, invece, oggi offrirà finanziamenti triennali al tasso dell'1%. Per ottenerli, gli istituti dovranno consegnare titoli obbligazionari e/o i nuovi bond auto-prodotti e garantiti dallo Stato. Considerando i costi di questi nuovi titoli (bisogna pagare una commissione allo Stato che offre la garanzia), per le banche significa comunque finanziarsi a tre anni pagando un tasso lordo intorno al 2%: si tratta di un gran risparmio. Considerando che potranno «creare» nuovi bond per 228 miliardi, questo dovrebbe metterle al riparo per tutto il 2012: «Gli importi sono importanti» spiega l'avvocato Franco Grilli Cicilioni di Clifford Chance. «Questo significa che le banche potranno fare raccolta anche se il mercato obbligazionario dovesse restare chiuso». Insomma: la Bce potrà sostituirsi al mercato e finanziare in toto le banche italiane.

Effetti collaterali
Ma gli istituti potrebbero usare i soldi, prelevati dalla Bce anche grazie ai nuovi titoli, per farne altri usi. Non solo per rimborsare i propri titoli in scadenza, ma anche ‐ testimonia un banchiere ‐ «per ricomprare parte del proprio debito sul mercato a prezzi bassi». Ma le banche potrebbero anche fare altro (caldeggiate dalle stesse Autorità): utilizzare i finanziamenti della Bce (all'1%) per comprare BTp (che rendono il 6,5%). Questo avrebbe il merito di abbassare anche i rendimenti dei BTp e di dare un sollievo allo Stato. Ma avrebbe anche l'effetto collaterale di creare un corto circuito spaventoso: lo Stato mette la garanzia sui bond bancari, le banche li usano per finanziarsi in Bce e con i soldi comprano titoli dello stesso Stato. Non serve un genio per vedere, dietro questa «manna», una potenziale bomba.

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Corea del Nord. Alla Cina il timone della transizione

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Pechino teme una Corea del sud riunificata e amica degli Usa. Per questo lavora con Washington e Seul perché la situazione della penisola coreana resti sotto controllo
corea_del_nord_parataIeri mattina il presidente Hu Jintao si è recato presso l'ambasciata nord-coreana a Pechino e ha espresso personalmente le condoglianze per la morte di Kim Jong Il. Hu ha confermato il «mantenimento della politica del governo cinese per continuare a consolidare e sviluppare le tradizionalmente amichevoli relazioni con la Corea del nord». Il giorno prima era stato spedito a Pyongyang un messaggio con mittenti il Partito comunista (Pcc), il Consiglio di Stato (l'esecutivo), la Commissione militare centrale e il parlamento. Con la massima solennità il "«fratello maggiore», che divide con la Repubblica democratica popolare di Corea (Dprk) una parte della sua storia e un confine di centinaia di chilometri ha sottolineato che «siamo scioccati nell'apprendere che il segretario generale del Partito dei lavoratori di Corea (Wpk), presidente della Commissione nazionale di difesa della Dprk e comandante supremo dell'esercito popolare di Corea (Kpa) compagno Kim Jong è venuto a mancare, per questo esprimiamo le nostre profonde condoglianze per la sua morte e mandiamo sinceri saluti al popolo nordcoreano».
E anche se fosse vero che ai funerali del «caro leader» - che si terranno il 28 e 29 dicembre a Pyongyang - non parteciperanno i vertici della Repubblica popolare, perché alle esequie non sono state invitate delegazioni straniere, è a Pechino che molti analisti e cancellerie guardano per cercare di decifrare la difficile transizione in corso a nord del 38° parallelo.
Il 75% degli scambi commerciali della Corea del nord avviene con la Cina: di fatto Pechino oltre ai e più dei donatori internazionali garantisce la sopravvivenza dello Stato nato il 9 settembre 1948 sotto l'influenza dell'Unione sovietica di Stalin. E le relazioni tra i due eserciti comunisti sono così strette che per descriverle si può utilizzare uno slogan di guerra nord-coreano degli anni '50: «Vicine come le labbra ai denti».
Ieri i media cinesi riferivano dal posto di frontiera di Dandong che dall'altro lato del confine, in quello che resta uno dei paesi più poveri del mondo, era tutto tranquillo, come in un giorno normale. Ma Pechino, ovviamente, teme lo scenario peggiore: l'implosione del regime, con una massa di profughi che si riverserebbe nelle sue province nord-orientali e la possibilità di una Corea riunificata e amica degli Stati uniti. Per questo ne prepara un altro, e non è detto che alla fine a prevalere non sia proprio quest'ultimo: una transizione morbida a base di liberalizzazioni economiche in stile cinese.
Secondo i media sud-coreani, nella sua visita in Cina dell'agosto 2010 il «caro leader» fu accompagnato proprio da Kim Jong-un, il 28enne «grande successore della causa rivoluzionaria». Ma, soprattutto, il 10 ottobre dello stesso anno, in occasione delle celebrazioni solenni per il 65° anniversario della fondazione del Partito dei lavoratori, quando Kim Jong-un apparve in pubblico in quella che sembrò l'investitura ufficiale come erede alla guida dello Stato, accanto al padre e al figlio c'era Zhou Yongkang, uno dei nove membri del comitato permanente del Politburo del Pcc.
La Cina mostra di voler dividere il fardello nordcoreano con Stati uniti e Corea del sud, di non voler fare tutto da sola per mantenere la stabilità nella penisola coreana. Per questo ieri il ministro degli esteri cinese Yang Jiechi ha parlato al telefono con il suo omologo sud-coreano Kim Sung Hwan e con il segretario di Stato americano Hillary Clinton.
I tre «hanno concordato sull'importanza di mantenere la pace e stabilità nella penisola coreana e di mantenere stretti contatti e coordinarsi con la Cina» ha riferito il portavoce del ministero degli esteri Liu Weimin.
Lo stesso Liu ha sottolineato che «la Cina e la Corea del nord si sono sempre scambiate visite ad alto livello, e noi siamo pronti ad accogliere la visita del leader nord-coreano in un momento conveniente per entrambe le parti», chiarendo che però al momento «non ha informazioni» riguardo ai tempi di un eventuale visita di Kim Jong-un.
tratto da "Il Manifesto"
20 dicembre 2011
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Ultimo aggiornamento Lunedì 26 Dicembre 2011 16:25

Palestina: rilascio dei prigionieri, rabbia e felicità tra i palestinesi

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Felicità nei territori palestinesi per la buona riuscita della seconda fase dello scambio dei prigionieri. A due mesi di distanza dalla realizzazione della prima fase dell’accordo, dello scorso 18 ottobre, altri 550 palestinesi sono stati rilasciati dalle carceri israeliane. In totale 1027 i palestinesi rilasciati in cambio della liberazione del soldato Gilad Shalit, rapito a Gaza nel 2006.

palestinesi_prigionieriI palestinesi rilasciati, tra cui alcune donne e molti bambini, sono potuti tornare dopo mesi, anni, alcuni decenni, nelle loro case. Dopo la prima fase del rilascio che ha portato alla liberazione di 450 palestinesi, degli ulteriori 550 rilasciati ieri, 506 provengono della West Bank, 40 da Gaza, due da Gerusalemme e due dalla Giordania.

Mentre nella prima fase molti tra i rilasciati erano membri di Hamas, quelli che ieri hanno lasciato le carceri israeliane appartengono soprattutto a Fatah, attuale partito di governo della West Bank, accanto ad alcuni membri al PFLP, organizzazione della sinistra rivoluzionaria palestinese.

Nella prima fase dello scambio molti dei rilasciati erano condannati all’ergastolo con l’accusa di aver portato avanti azioni militari e di aver ucciso soldati o coloni israeliani, quelli rilasciati adesso erano invece accusati di “reati minori”. Tra questi molti hanno passato anni in prigione per possesso di armi oppure perché accusati  di essere membri, a vario titolo, della resistenza palestinese.

Nonostante lo stato ebraico stia cercando di mostrarsi come un governo che rispetta gli accordi presi, la vera faccia del regime sionista si è mostrata anche in questa occasione. Nel periodo intercorso tra la prima e la seconda fase dello scambio, centinaia sono stati gli arresti dei palestinesi da parte delle forze militari israeliane, al punto che il numero dei prigionieri palestinesi detenuti è andato ad eguagliare quello precedente l’inizio dello scambio.

Da tutti i territori palestinesi quotidiane sono le notizie di arresti, sia di molti dei membri della sinistra rivoluzionaria palestinese particolarmente sotto attacco in questi giorni, che dei molti altri che quotidianamente si battono contro l’occupazione; ma vi sono stati arresti anche tra coloro che erano stati liberati durante la prima fase dello storico accordo, coloro cioè che, magari dopo decenni, hanno solo per poche ore ritrovato la libertà.

I palestinesi, molti dei quali hanno provato oggi una felicità senza precedenti nel veder liberati i propri compagni e i propri cari, vivono in una situazione di costante repressione, dal momento in cui il governo israeliano, mentre libera 450 palestinesi, ne incarcera altri 10 giornalmente. Accanto all’indubbia felicità per la liberazione di ieri, forte è anche la rabbia, pronta ad esplodere in ogni momento.

Lo si è visto ieri quando tra i familiari dei prigionieri che si trovavano di fronte la prigione di Ofer e i militari israeliani è sorto un confronto che si è concluso con feriti da parte palestinese. Situazione per molti versi simile si è avuta di fronte al check-point di Beitunia, punto di frontiera adiacente al muro di separazione tra i territori israeliani e quelli della West Bank. Anche qui, territorio in cui sarebbe dovuto avvenire il rilascio, per ore si sono avuti scontri tra i familiari dei prigionieri e le forze militari israeliane con palestinesi che lanciavano sassi ed i militari israeliani che rispondevano lanciando lacrimogeni e bombe-suono.

Dunque, mentre l’occupazione dei territori palestinesi,le uccisioni, mirate e non, le aggressioni e la violenza dei coloni continuano, la Palestina, quello stato mai riconosciuto ma che giornalmente continua a lottare, è consapevole che lo scambio dei prigionieri, come qualunque altra delle concessioni derivate dagli accordi o dal fallimentare “processo di pace”, sono nient’altro che un tentativo di fermare quella lotta che da sempre si batte per l’autodeterminazione; quella resistenza che è consapevole che nessuna pace è, e sarà mai, possibile senza una vera giustizia sociale.

Link: Vittorio, giustizia non pena capitale

Link: Guerrillaradio tornerà a vivere! Per continuare il lavoro di Vittorio...

Link: Sgomberato a Palermo il VikLab

tratto da www.infoaut.org

20 dicembre 2011

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 21 Dicembre 2011 09:01

La strategia di Berlino vista da Washington

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obama_merkelCommettiamo un errore di prospettiva quando scrutiamo la politica della Germania in un’ottica tutta europea. Nel senso che europeo è il terreno di manovra, ma mondiale è la posta in gioco. Lo si può constatare meglio se l’andamento della crisi lo si osserva non da Roma o Parigi (o persino da Londra), bensì da Washington. Gli Stati uniti non hanno infatti dimenticato la mancata adesione tedesca, questa primavera, alla campagna Nato contro la Libia. All’epoca nessuno provò a riflettere su cosa implicasse quel gesto che nel passato sarebbe stato inimmaginabile. È vero che nel 2003 Gerhard Schröder si era dissociato dall’invasione dell’Iraq, ma lo aveva fatto insieme alla Francia, in nome di una posizione comune.

Stavolta invece la Germania di Angela Merkel si smarcava proprio dai suoi partner europei.
Quel gesto lasciò trapelare, per la prima volta in modo palese, la nuova assertività della Cancelleria tedesca. Mostrò altresì che le critiche che i responsabili tedeschi da due anni non risparmiavano al capitalismo statunitense, non erano le solite ostentazioni da primo della classe che alza la mano per dire alla maestra che lui lo sapeva già. O almeno non erano solo questo.

Certo, Berlino è stata presa alla sprovvista dalla crisi finanziaria quanto tutte le altre capitali, e lo dimostrano i massicci aiuti di cui necessitarono le banche tedesche a cavallo del 2008-2009. Ma a poco a poco sulla Sprea ci si convinse che la crisi poteva essere sfruttata per conseguire infine quel che, dalla caduta del muro di Berlino (1989), rimane l’obiettivo primario di tutti i cancellieri tedeschi, quale che sia il loro colore politico perché su questo punto l’accordo dell’establishment politico tedesco è totale, e bipartisan. L’obiettivo è la reinserzione a pieno titolo della Germania nel novero delle grandi potenze planetarie, ovvero l’abrogazione totale dell’ordine uscito dalla seconda guerra mondiale e dagli accordi di Potsdam (1945).
Infatti, per capire la gestione tedesca dell’attuale crisi cosiddetta «dei debiti sovrani», bisogna tenere a mente che se oggi c’è l’euro è perché nel 1990 François Mitterrand lo pose come condizione per consentire alla riunificazione tedesca: l’euro è cioè l’ultima espressione dell’ordine mondiale post-bellico.

Una Germania unita e sganciata dall’Europa era troppo potente e troppo pericolosa per i suoi vicini. Il presidente francese pensava perciò di imprigionarla in una forzosa solidarietà europea, nella camicia di forza di una moneta comune. Ma che i tedeschi avessero una propria agenda lo si vide fin dai primi anni ‘90 dalla fretta (a volte improvvida) con cui Berlino spinse per l’allargamento a est dell’Unione europea, come per crearsi un hinterland con cui bilanciare il resto dell’Europa.
Perciò non dimentichiamo mai che l’euro è sentito dalla Germania come l’ultimo diktat derivato dalla sconfitta, come una prigione, cioè proprio quello per cui era stato pensato. Non è difficile perciò immaginare che i tedeschi provino una vera e propria Schadenfreude (termine che meravigliosamente sintetizza la ‘gioia provata per le disavventure altrui’) quando l’euro si ritorce contro chi l’aveva imposto e da camicia di forza della potenza tedesca diventa invece l’arma di punta del suo arsenale economico-finanziario.

Infatti da qualche tempo a Washington si sono convinti che l’aggravarsi della crisi del debito sia stata accolta da Berlino come un’opportunità da sfruttare. Come ha detto un esperto tedesco di un centro studi di Washington al New York Times: «La Germania aveva un interesse o un vantaggio strategico nel lasciare che la crisi nell’Unione europea giungesse alla soglia perché la Francia fosse disposta a quella cessione di sovranità cui il paese aveva sempre resistito».
Con la loro forza nell’euro i tedeschi stanno chiarendo che il duopolio franco-tedesco nell’area euro è in realtà un monopolio germanico (incombe però sempre il fatto che la Francia è una potenza nucleare - altro portato della seconda guerra mondiale - mentre la Germania no).

Ma in gioco non è solo la secolare querelle tra Parigi e Berlino, ci sono anche i rapporti con Washington e la spinosa questione del seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza. Lo si vede dalla veemenza con cui gli Usa spingono la Germania ad allentare i cordoni della borsa per salvare l’euro, tanto che perfino un filo americano come Giscard d’Estaing la considera «indebita ingerenza Usa negli affari interni europei». Lo dimostra l’apparentemente infruttuoso «giro delle sette chiese europee» del ministro del Tesoro Usa, Tim Geitner, della settimana scorsa.

Barack Obama è spinto non solo da ragioni a breve termine: se la crisi dell’euro si acuisce, e se la Germania insiste nello spingere tutto il vecchio continente a draconiane politiche di austerità, il mondo intero si avvia verso una seconda recessione, molto più grave di quella iniziata nel 2008 e allora Obama potrebbe dire addio alla speranza di essere rieletto presidente tra meno di un anno.

La ragione vera è che la Germania sta negoziando un nuovo status internazionale in cambio del salvataggio dell’euro. Lo si evince dalla relativa inerzia con cui si sta muovendo il Fondo monetario internazionale, di cui gli Usa sono azionisti di riferimento (col 17 % delle quote) e che potrebbe sostituirsi alla Germania nell’operazione di salvataggio, ma che è paralizzato appunto dallo scontro sotterraneo che oppone ora Washington a Berlino. Gli Stati uniti stanno infatti valutando se in fin dei conti, piuttosto che consentire alla Germania di stravolgere gli equilibri geopolitici, non sia meno doloroso - ancorché assai costoso - lasciare che l’euro si disintegri.

Come tutti i conflitti di potenza, anche questo dissidio è ammantato da panni ideologici, in questo caso due diverse interpretazioni del capitalismo, con i tedeschi alfieri di una visione industrialista, esportatrice, che contrappongono alla visione delocalizzatrice e finanziaria di Usa e Gran Bretagna.

L’unico guaio è che di questo conflitto rischiamo di farne le spese noi: come durante la guerra fredda le due superpotenze si scontravano attraverso proxi wars, guerre combattute per delega, così nell’epoca della globalizzazione i conflitti geo-economici si scaricano attraverso crisi finanziarie regionali. Negli anni ‘90 fu l’area asiatica a fare le spese del regolamento di conti con cui gli Usa spazzarono via le velleità di potenza del Giappone. Oggi possiamo essere noi a pagare lo show-down per voltare definitivamente pagina alla Seconda Guerra mondiale e per equiparare vincitori e vinti.

Marco d’Eramo,

tratto da Il Manifesto del 14 dicembre 2011

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Ultimo aggiornamento Domenica 18 Dicembre 2011 14:48

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