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INTERNAZIONALE

Tunisia, accordo sul contratto all'Eni. L'azienda cede dopo cinque giorni di scioperi

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Dopo settimane di trattative frenetiche, uno sciopero di 5 giorni proclamato dai sindacati e l'intervento del ministero dell'Industria, è arrivata la svolta nella vicenda del contratto dei lavoratori dell'Eni in Tunisia. Sabato è stato trovato l'accordo ed alla presenza del direttore generale di Eni, Adelmo Schenato, è arrivata la firma, attesa ormai da 11 mesi, che sancisce la contrattualizzazione diretta dell'azienda di 254 impiegati. "Oui, nous serons titulaires de contrats avec Eni" riconosce al telefono la voce soddisfatta di un operaio. L'accordo prevede da gennaio l'inizio del passaggio dai contratti a termine ai contratti a tempo indeterminato, che avverrà gradualmente e a seconda del grado di anzianità maturato in azienda.

L'obiettivo raggiunto dai lavoratori Eni arriva al termine di una stagione puntellata da scioperi e tavoli di confronto. Mesi e mesi di negoziazioni fallite partite il 14 gennaio scorso, data fatidica nella recente storia tunisina e culminate nelle cinque giornate di mobilitazione, che dalla mezzanotte del 14 dicembre hanno coinvolto quadri e operai degli stabilimenti Eni di Adam, Djel Grouz, Tazarka, El Borma e Oued Zar, causando il blocco della produzione.

"Avevamo annunciato da settimane la possibilità di rientrare in sciopero - spiega un operaio di Tazarka - e per evitarlo, negli ultimi giorni ci sono stati dei contatti tra Eni e sindacati. Le richieste che avanziamo sono note: una contrattualizzazione stabile e diretta da parte di Eni, che metta fine alla condizione di precarietà che stiamo subendo da anni". Al momento chi lavora per la compagnia italiana, infatti, firma contratti annuali con le agenzie interinali Adecco e Manpower. "Martedì, ultima giornata utile per trovare un accordo  -  prosegue l'operaio  - il responsabile regionale dell'UGTT e un sindacalista interno al nostro stabilimento ci hanno comunicato che non c'è stato nessun progresso nella trattativa ed è per questo che era stata presa l'inevitabile decisione di rientrare in sciopero". Lo stallo, aveva spiegato l'azienda, era dovuto al fatto che nella fase finale delle trattative "da parte dei lavoratori" era arrivata "la richiesta di un livello maggiore dei salari rispetto a quello oggetto della stessa negoziazione".

Dai microfoni di Radio Tataouine, Hichem Lehrichi, sindacalista dell'impianto di Oued Zar aveva dichiarato che "lo sciopero" era "dovuto alla mancanza di risposte da parte della compagnia italiana rispetto alle nostre due richieste fondamentali: la cessazione dei contratti di subappalto e l'immediata regolarizzazione di 254 lavoratori con contratti stipulati direttamente da Eni". Come confermano i verbali affollati di firme e timbri della decisiva riunione di sabato mattina, l'accordo è poi arrivato, consentendo la ripresa della produzione.

La protesta all'Eni si era inserita in un periodo di agitazione generale del mondo del lavoro tunisino. La settimana scorsa un sit-in di 7 giorni indetto dagli abitanti della città di Jendouba (nord-ovest della Tunisia), che chiedevano regolarizzazioni dei contratti esistenti e ulteriori assunzioni di forza lavoro regionale, ha bloccato le attività di produzione di lievito naturale della fabbrica Rayen che rifornisce l'80% dei panifici tunisini. Le attività sono riprese dopo l'intervento delle forze armate che hanno interrotto i blocchi alle entrate della fabbrica, risolvendo manu militari una situazione che aveva catalizzato le preoccupazioni del paese. Ulteriori proteste stanno montando in questi giorni anche sul fronte della sanità e del trasporto aereo. Hostess e stewards della compagnia di bandiera Tunisair hanno organizzato un sit-in dove il portavoce Amir Bahri, in rappresentanza di 89 lavoratori e lavoratrici in sciopero ha chiesto formalmente "il passaggio immediato dagli attuali contratti mensili e trimestrali a contratti a undici mesi, come da accordi firmati con il vecchio ministro dei trasporti Yacine Ibrahim il 27 gennaio 2011".

Alla luce di questa ennesima ondata di scioperi e proteste, più di un dubbio sorge sull'efficacia del governo provvisorio di transitare le speranze di stabilizzazione del paese. La vicenda di Eni, in particolare, rivela in maniera paradigmatica che ovunque esista una fonte materiale di lavoro nel territorio, non fanno che rincorrersi gli scioperi di chi esige la fine di una contrattualizzazione che reputa inadeguata, o i blocchi ai cancelli di chi sperava di lasciarsi alle spalle anni di disoccupazione. Non offrire risposte non può che aumentare le inquietudini di chi continua a veder sfumare gli esiti dello straordinario coraggio dimostrato durante la Rivoluzione.

Alessandro Doranti

tratto da repubblica.it

18 dicembre 2011

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Ultimo aggiornamento Domenica 18 Dicembre 2011 15:24

Fermare Wall Street sul fronte del porto. Ancora un successo dello sciopero portuale a Oakland

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Ancora un successo dello sciopero portuale a Oakland, organizzato dal movimento Occupy. Prosegue la pratica della relazione diretta con i lavoratori aggirando i sindacati

oakland_assemblea_occupyNeanche fosse il miracolo di San Gennaro, il blocco del porto di Oakland è riuscito ancora una volta. Senza però scomodare i santi, il successo di Occupy Oakland è dipeso piuttosto dalla sua capacità di aggregare i vari movimenti Occupy della West Coast e di trasformarli in canali della rabbia sociale che monta nel mondo del lavoro americano. Certo, i numeri della protesta sono stati inferiori a quelli del tutto inattesi dello sciopero generale del 2 novembre, così come le resistenze del sindacato, soprattutto a livello nazionale, hanno indebolito l’iniziativa di Occupy Oakland. Ci sono stati anche momenti di tensione con alcuni autotrasportatori sindacalizzati, che temevano di non poter portare a casa la paga giornaliera, ma i portuali hanno aderito in massa al blocco del porto e lo hanno fatto, sia pure in misura diversa, nelle principali città della West Coast.

Il dato inedito dello sciopero del 12 dicembre è infatti quello di aver rotto la pratica delle azioni isolate, lanciando un’iniziativa coordinata per bloccare i porti della costa occidentale. Numerose le adesioni: oltre ad Oakland, hanno partecipato, tra gli altri, Los Angeles, Seattle, Portland, Houston, San Diego, Vancouver, mentre Denver e New York hanno organizzato iniziative in solidarietà con Oakland. L’obiettivo era rispondere agli sgomberi che hanno colpito uno dietro l’altro i principali Occupy del paese, in seguito a una strategia concertata – in maniera del tutto bipartisan – dalle amministrazioni cittadine Usa. Come era già successo nello sciopero generale del 2 novembre, la difesa delle occupazioni nate per combattere gli apprendisti stregoni di Wall Street si è saldata con forme di lotta a favore dei lavoratori, nella convinzione che il potere oscuro della finanza poggi sempre e comunque sullo sfruttamento del lavoro. E non a caso gli obiettivi dichiarati del blocco del porto sono l’Egt, multinazionale dell’agro-business in procinto di licenziare 4000 membri dell’International Longshoremen and Warehouse Union (Ilwu, sindacato dei portuali) a Longbeach, e l’Ssa Marine, operatore marittimo controllato da Goldman Sachs che a Los Angeles ha licenziato 26 autotrasportatori che vorrebbero formare un sindacato. Shut Down Wall Street on the Waterfront (Fermare Wall Street sul fronte del porto), come recita lo slogan del volantino di Occupy Oakland, sintetizza questa consapevolezza.

La solidarietà espressa ai lavoratori nel documento che lanciava il blocco del 12 dicembre è d’altronde qualcosa di più di una semplice attestazione di vicinanza. È il tentativo di rappresentare le istanze del lavoro in una nazione dove il continuo smantellamento dei diritti dei lavoratori ha indebolito fortemente il sindacato e la sua capacità di lotta. Elemento, quest’ultimo, che emerge molto bene dalle forme con cui è stato attuato il blocco del porto di Oakland. La clausola contrattuale che impedisce ai membri dell’Ilwu di scioperare, se non su precise vertenze contrattuali, ha di fatto delegato a Occupy Oakland il compito di mettere a segno la protesta. Sono gli attivisti del movimento, infatti, a formare il picchetto di fronte ai cancelli dei terminal portuali, dal momento che un eventuale coinvolgimento dei lavoratori comporterebbe una violazione del contratto e possibile ripercussioni sul sindacato e sugli stessi lavoratori. A dimostrazione della connessione tra Occupy Oakland e i portuali, questi ultimi hanno rispettato il picchetto in attesa dell’arrivo dell’arbitrator, figura preposta a stabilire se i portuali avrebbero potuto lavorare in condizioni di sicurezza. Come previsto, la presenza dei picchetti ha indotto l’arbitrator a pronunciarsi in favore dei lavoratori, ai quali è stato dunque consentito di tornare a casa con l’ovvia conseguenza della paralisi del porto.

La flessibilità di Occupy Oakland, il suo eccedere le pratiche istituzionalizzate, gli ha permesso cioè di incunearsi tra le pieghe della severa legislazione sul lavoro e di sfruttarle a proprio vantaggio. Cosa che il sindacato, intrappolato dal Taft-Hartley Act (la legge del 1947 che regola in maniera restrittiva l’attività sindacale) e dal suo ruolo di gregario del partito democratico, non sembra più in grado di fare.

E non a caso l’iniziativa di Oakland ha sollevato un dibattito tra i movimenti Occupy e le unioni sindacali. Subito dopo il lancio dell’iniziativa, la direzione nazionale dell’Ilwu aveva infatti condannato lo sciopero di Oakland perché metteva in pericolo le trattative per il salvataggio dei posti di lavoro a Longbeach. Ma più di ogni altra dichiarazione ufficiale pesano le parole di Bob McEllrath, leader nazionale dell’Ilwu: “Solo i membri dell’Ilwu o i suoi rappresentanti possono autorizzare azioni da parte dei lavoratori”. In altri termini, McEllrath rivendica al sindacato un monopolio dello sciopero, in quanto arma politica che evidentemente non viene usata a favore dei lavoratori, ma solo gelosamente custodita come strumento di potere per reclamare posizioni pubbliche. Il fatto di tenerla sempre nella fondina e di non sfoderarla – se non raramente – li fa apparire come leader responsabili e al tempo stesso progressisti, cosa che piace tanto ai democratici. Il fatto è che, soprattutto a livello nazionale, i leader sindacali, e l’Ilwu non fa eccezione, si comportano come “manager del malcontento”, impegnati a non violare la “santità” del contratto e sempre disposti a sedare la rabbia dei lavoratori, che vengono sacrificati sull’altare delle alleanze politiche e del team concept, un’espressione “very cool” che nient’altro significa se non vendersi al datore di lavoro. D’altronde, in occasione dello sciopero dei migranti del primo marzo, anche i sindacati italiani avevano affermato lo stesso monopolio dello sciopero. Dimenticandosi però di scioperare. Per la serie: tutto il mondo è paese e ognuno ha la sua croce. Ma qui, come oltre oceano, nonostante timori e difficoltà, precari, migranti e operai hanno già mostrato di sapere come muoversi tra le strette maglie sindacali.

Fortunatamente il quadro sindacale americano presenta posizioni più sfumate, soprattutto se dal livello nazionale passiamo a quello local. Dan Kaufmann, leader della Local 21 dell’Ilwu di Longbeach, ha sostenuto pubblicamente lo sciopero del 12 dicembre, tenendo un discorso di ringraziamento a Grant Plaza, sede dell’acampada di Oakland. Le dirigenze di altre local hanno assunto invece atteggiamenti più circospetti e, almeno sul piano dell’ufficialità, hanno negato l’endorsement al blocco del porto, senza tuttavia condannarlo come ha fatto il leader nazionale.

Se ancora una volta si deve sottolineare la dialettica tra livello nazionale e livello local, che in qualche modo erode le rigidità di una struttura sindacale troppo centralizzata avvicinandola alle istanze dei lavoratori, occorre anche sottolineare che Occupy Oakland punta a far saltare la logica stessa della rappresentanza sindacale. La strada battuta dal movimento di Oakland punta infatti a costruire un legame diretto con i lavoratori, sindacalizzati o meno che siano, aggirando l’intermediazione della leadership sindacale. Lo si è visto nell’opera di volantinaggio e di persuasione che gli attivisti di Oakland hanno fatto nelle fermate dei treni dei pendolari e davanti ai cancelli del porto. Ma lo si vede anche quotidianamente nelle assemblee di Occupy Oakland, popolate stabilmente da molti lavoratori, anche sindacalizzati. Interrogato in merito al rapporto con il sindacato, Boots Riley, ormai riconosciuto come figura di punta di Occupy Oakland, ha dichiarato che l’obiettivo di quest’ultimo è di accogliere e organizzare la base sindacale e, più in generale, tutti i lavoratori per spingerli alla conflittualità sociale, nella consapevolezza che il sindacato sta esaurendo il suo ruolo storico. In altri termini, se il Cio nacque per “organizzare i non organizzati”, Occupy Oakland sembra porsi l’obiettivo ambizioso quanto visionario di “politicizzare sindacalizzati e non sindacalizzati”. Ovvero riconoscere che le lotte quotidiane per il lavoro non sono dirette solo alla conquista di un salario più alto, ma sono lotte di potere. Perché solo attaccando le gerarchie di forza all’interno del luogo di lavoro si possono acquisire nuovi diritti e nuove conquiste materiali.
(...)
Che la via aperta da Oakland segua la giusta direzione è confermato, se non altro, dal successo delle sue azioni. Benché ci fosse meno gente dello sciopero generale del 2 novembre (maturato però in circostanze eccezionali, ovvero in seguito allo sgombero brutale di Occupy Oakland da parte della polizia), nella giornata del 12 il movimento ha di fatto bloccato gran parte dei terminal portuali in due fasi cruciali della giornata: il cambio di turno delle 7 del mattino e quello delle 17. Parzialmente bloccati, almeno in mattinata, sono risultati gli scali di Houston, San Diego e Portland. L’intervento violento della polizia ha impedito tuttavia il protrarsi del blocco. D’altronde, proprio le azioni della polizia contro le occupazioni gemelle hanno spinto Oakland a estendere il blocco del porto anche al cambio di turno delle 3 di notte. Un’azione che sancisce l’indiscutibile leadership su scala nazionale che la cittadina californiana ha assunto all’interno del movimento Occupy.

Spostando lo sguardo sulla costa Est vediamo invece New York arrancare dietro l’ormai ossessiva ricerca di spazi e di riflettori. Benché all’interno del Gruppo di Azione fosse ormai passata l’idea che Zuccotti Park fosse solo un simbolo e che la strategia di farsi arrestare di fronte alle telecamere dovesse essere superata perché politicamente improduttiva, Occupy Wall Street ha solidarizzato con le occupazioni della West Coast con una marcia culminata con 17 arresti di fronte al World Trade Center. Analogamente, l’occupazione di un nuovo spazio annunciata per il 17 dicembre, data che segna il terzo mese di vita di OWS, sembra ricalcare schemi ormai logori. Per quanto uno spazio possa essere utile dal punto di vista simbolico e anche logistico, il punto è che non contribuisce alla conflittualità sociale se non viene politicizzato, ovvero non diventa terreno di lotta per rovesciare le gerarchie oppure per far saltare gli schemi della rappresentanza politica. Certo, la logica fortemente inclusiva e democratica di Zuccotti Park aveva prodotto delle rotture significative sotto questo aspetto, ma l’idea di rinchiudersi nuovamente in uno spazio appare un passo indietro rispetto alla strategia delineata all’indomani dello sgombero. Così, le pur meritorie azioni condotte da OWS negli scorsi mesi a favore degli sfrattati e le connessioni con il mondo del lavoro rischiano di passare in secondo piano di fronte a un movimento che sembra avvitarsi su se stesso. Detto in altre parole, forse è il caso che anche New York inizi a imparare da Oakland.

Michele Cento

versione integrale su www.connessioniprecarie.org

16 dicembre 2011

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L'amara conclusione del vertice di Durban

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Il negoziato si è chiuso per portare a casa un risultato deludente, che svende l’Africa e i paesi più poveri agli interessi corporativi globali dietro a una promessa di accordo futuro quanto mai inconsistente

climaA Durban si è sepolta per sempre l’idea che una soluzione alla questione dei cambiamenti climatici si possa trovare tra le mura di un centro congressi. Il negoziato si è chiuso domenica mattina, trentasei ore dopo la scadenza prefissta del venerdì sera, per portare a casa un risultato deludente, che svende l’Africa e i paesi più poveri agli interessi corporativi globali dietro a una promessa di accordo futuro quanto mai inconsistente.

La 17a Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) verrà forse ricordata per aver trovato una soluzione in extremis per salvare un multilateralismo oramai solo di facciata. O forse per avere palesato le reali implicazioni di un accordo globale ambizioso, equo, e con obiettivi vincolanti che permettano di frenare l’innalzamento della temperatura globale sotto la soglia di rischio di 1,5 C, garantendo il necessario trasferimento di risorse ai Paesi poveri che soffrono gli impatti dei cambiamenti climatici senza avere contribuito a causarli. Questi i termini minimi di un accordo accettabile, che i governi africani speravano si avvicinasse a Durban, in un eccesso di fiducia per il governo ospite della conferenza, quello sudafricano. L’esecutivo di Pretoria (come il Messico lo scorso anno) ha in realtà favorito dall’inizio l’agenda di Unione europea e Stati Uniti, al punto che il negoziato su alcuni temi – come sulla questione dell’agricoltura, centrale per i governi africani nel quadro delle misure di adattamento – non è mai iniziato, ma una proposta predefinita è stata comunque inclusa nel "pacchetto unico" uscito dagli incontri ristretti a cui hanno preso parte i ministri dell’ambiente durante la seconda settimana, seguendo un copione già testato nei due ultimi appuntamenti negoziali di Copenhagen e Cancun.

Così, mentre fin dai primi giorni i media internazionali puntavano il dito contro la Cina, da subito caricata della responsabilità di un eventuale fallimento del negoziato e accusavano l’India di essere poco costruttiva, i governi africani e gli altri governi dei G77 hanno iniziato i lavori a Durban costretti a fare muro contro tentativi più o meno espliciti di eliminare qualsiasi riferimento a obiettivi di riduzione vincolanti per le economie industrializzate. A partire dal Protocollo di Kyoto, unico accordo internazionale esistente a riguardo, bollato come "elemento del passato" dal negoziatore canadese Peter Kent già nel suo discorso di apertura della Conferenza. Una dichiarazione a cui ha fatto seguito una richiesta ufficiale di uscita dal Protocollo da parte del governo canadese, diffusa ieri dall’esecutivo di Ottawa al rientro della delegazione governativa dal Sudafrica. Anche Giappone e Russia hanno detto di non essere intenzionati a prendere parte al secondo periodo di implementazione di Kyoto, i cui target di riduzione si sarebbero dovuti definire proprio a Durban per permetterne l’operatività a partire dal 2012. Il negoziato si è chiuso invece con una sorta di dichiarazione di intenti, parte per l’appunto della "piattaforma di Durban", a cui l’Unione europea ha lavorato da dietro le quinte fin dai primi giorni. Il tutto cavalcando l’onda degli ostruzionisti, così da difendere le misure del protocollo morente a cui è più affezionata: quelle che riguardano il mercato delle emissioni di carbonio, e la possibilità per le proprie imprese di continuare a realizzare progetti che garantiscono riduzioni di emissione che possono poi essere scambiate sul mercato interno (European Trading Scheme) e alle utilities e al settore finanziario la possibilità di speculare con transazioni over the counter su prodotti derivati collegati proprio al prezzo del carbonio.

Oltre a Kyoto, condannato a decadere è anche il piano di azioni definito tre anni fa a Bali, mirato a garantire un contenimento della temperatura del pianeta entro il grado e mezzo rispetto ai livelli del 1990. Piano firmato, ma poi boicottato nella pratica da Stati Uniti e Unione europea, indicava i principi cardine del meccanismo finanziario che avrebbe dovuto permettere il trasferimento di risorse necessarie ai paesi in via di sviluppo. Il Fondo Verde per il clima, lanciato a Cancun, definito nel corso del 2011 e approvato a Durban, è niente più di una scatola vuota, che i governi sviluppati sono poco intenzionati a utilizzare se non per garantire gli investimenti delle grandi aziende e degli attori finanziari a cui è stato garantito l’accesso diretto ai fondi, in una logica finanziarizzata forgiata dalla Banca Mondiale che rischia di servire interessi speculativi e di profitto senza realizzare gli interventi di cui le popolazioni più povere hanno realmente bisogno. A partire dalle infrastrutture di base notoriamente poco redditizie e da quelle fondamentali per avviare una transizione verso un’economia sostenibile e a basse emissioni.

Purtroppo Durban si è chiusa con l’ennesimo posticipo, tra l’eco delle richieste non ascoltate delle comunità che vivono tra le raffinerie a sud di Durban, dei contadini e delle migliaia di donne che hanno attraversato il continente per portare le proprie richieste di equità e giustizia e delle centinaia di delegati che hanno occupato per tre ore i corridoi del centro congressi venerdì pomeriggio, reclamando uno spazio oramai sottratto a ogni forma di contestazione. Una protesta del tutto giustificata, visto l’esito del vertice.

Elena Gerebizza

tratto da Il Manifesto del 15 dicembre 2011

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Le elezioni nella R. D. del Congo provocano violente proteste

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congoLa proclamazione della vittoria del Presidente Joseph Kabila scatena una rivolta e la denuncia del leader dell’opposizione Etienne Tshisekedi

Il Presidente Joseph Kabila venerdi scorso è stato dichiarato vincitore delle elezioni nella Repubblica Democratica del Congo, il che ha scatenato violente proteste e la rivendicazione del potere da parte del suo principale sfidante. Secondo quanto annunciato dalla Commissione elettorale, Kabila avrebbe ottenuto il 49% dei voti contro il 32% dell’anziano leader dell’opposizione Etienne Tshisekedi.

Ma Tshisekedi, 78 anni, ha immediatamente contestato il risultato e si è dichiarato presidente. "Io considero questi risultati una vera provocazione per il popolo congolese" ha detto alla radio RFI. "Di conseguenza, mi ritengo da oggi il Presidente della Repubblica Democratica del Congo".

Gli osservatori temono che queste dichiarazioni siano un cerino acceso gettato nella polveriera di Kinshasa, dove sono stati riportati scontri e sparatorie subito dopo l’annuncio dei risultati. Secondo le testimonianze la polizia ha lanciato lacrimogeni per sciogliere le manifestazioni di rabbia, e colonne di fumo hanno oscurato il cielo per l’incendio di pneumatici intorno al centro. Un’imponente operazione ha cre ato una cintura di sicurezza intorno alle roccaforti dell’opposizione.

Kabila, 40 anni, è salito al potere nel 2001 quando suo padre Laurent, che aveva spodestato il dittatore Mobutu Sese Seko, fu ucciso da una guardia del corpo. I risultati di venerdì significano che l’astuto stratega politico prolugherà il suo dominio per almeno altri 15 anni.

"La Commissione elettorale ha accertato che il candidato Joseph Kabila ha ottenuto la maggioranza con 8.880.944 voti, 48.97%" ha detto il capo della commissione Daniel Ngoy Mulunda. Sono state scrutinate in totale 18,14 milioni di schede.

In un distretto periferico di Kinshasa, strettamente controllato dai filo-Kabila, vicino alla sede  della commissione elettorale, la gente è uscita sui balconi esultando per i risultati. Una donna ballava per strada. Poliziotti in tenuta antisommossa vigilavano in piedi sui camion.

Nel quartiere di Limite, dove vive Tshisekedi, c’era cattivo umore. "E’ un disastro totale" ha detto all'Associated Press Fabien Bukasa, un supporter di Tshisekedi. "Stiamo pensando a cosa fare. Non sappiamo cosa succederà".

Il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, ha fatto appello alla calma, invitando "tutti i candidati e i loro sostenitori a moderarsi e ad evitare ogni atto di violenza, provocazioni e incitamenti alla violenza."

Il ministro degli esteri francese ha fatto appello ai "candidati che contestano i risultati provvisori di farlo tramite canali legali". Ha aggiunto: "La Francia fa appello a tutti gli attori politici congolesi di manifestare moderazione e senso di responsabilità. La Francia condannerà qualsiasi incitamento alla violenza".

L’annuncio era stato rimandato da martedì, a causa di problemi logistici lamentati dai funzionari elettorali. La lunga attesa non è servita molto per stemperare la tensione a Kinshasa, dove Tshisekedi ha i suoi sostenitori. Negozi chiusi, strade deserte, e forze di sicurezza in tenuta antisommossa dispiegate mentre la gente tratteneva il fiato in attesa degli sviluppi.

I sostenitori di Tshisekedi avevano promesso di prendere la piazza se Kabila fosse stato dichiarato vincitore, denunciando diffusi brogli. Prima che fossero conosciuti i risultati finali,  Jacquemain Shabani, secretario generale del partito di Tshisekedi, ha detto: "Chiamiamo il popolo congolese a mobilitarsi per difendere questa vittoria”.

"Ognuno può farlo a modo suo, e nelle forme che ritiene adatte perché sia percepito ovunque, specialmente da questa dittatura che vuole imporre un verdetto basato sulla truffa e sui brogli elettorali".

Nel frattempo, nel miglior albergo della capitale, il partito di Kabila aveva affittato una sala e i suoi sostenitori indossando magliette con la sua fotografia stavano celebrando la vittoria prima ancora dell’annuncio.

Le elezioni, tenutesi il 28 novembre, sono state la prima consultazione organizzata localmente dopo una guerra che ha provocato più di 4 milioni di morti. Osservatori internazionali hanno detto che il processo elettorale è stato viziato da irregolarità e disorganizzazione, ma hanno smesso rapidamente di chiedere l’annullamento del voto.

Almeno 18 persone sono state uccise finora nelle violenze seguite alle elezioni, secondo quanto ha dichiarato Human Rights Watch, e da parte di Kabila si sostiene che il governo sarebbe costretto a far intervenire l’esercito se le proteste diventassero "troppo caotiche".

Ma nella città orientale di Goma, devastata dalla guerra, la gente ha iniziato a festeggiare non appena i risultati sono stati annunciati alla TV e alla radio nazionali.

http://www.guardian.co.uk/world/2011/dec/10/congo-election-result-violent-protests

traduzione di Andrea Grillo

dicembre 201

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La grande abbuffata di miliardi della Fed

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Sedicimila miliardi di dollari in prestiti senza interesse dagli Usa alle grandi banche mondiali: come il pil dell'intera Ue

federal_reserveIl Pil realizzato nel 2010 dai 27 paesi dell'Unione europea è stato valutato 16.106 miliardi di dollari. Quello dell'Italia 2.036 miliardi e del Belgio 461 miliardi (Fmi, World Economic Outlook Database, 2011). Ebbene, il rapporto dell'audizione effettuata sulla Federal Reserve Bank , la Banca Centrale degli Stati Uniti, per la prima volta della sua storia, dal Gao (Government Accountability Office) degli Stati uniti, reso pubblico alla fine di questo luglio, rivela un fatto a prima vista incredibile: la Federal Reserve Bank ha dato in segreto, tra dicembre 2007 e giugno 2010, a banche e imprese americane e non, prestiti per circa 16 mila miliardi di dollari senza interesse e a condizioni di rimborso del tutto fluide. Argomento: per «salvarle».

Altrimenti detto, è stato possibile per la più potente banca centrale del mondo stampare, all'insaputa del governo, miliardi e miliardi di nuovi dollari per salvare il capitale degli azionisti di banche e imprese che hanno fallito perché hanno commesso errori madornali unicamente per cercare di arricchirsi ulteriormente, e poi far pagare a miliardi di poveri cristi (operai, contadini, impiegati, insegnanti) attraverso il mondo il costo del «salvataggio».
La lista degli istituti beneficiari figura a pagina 131 del rapporto. Eccone i principali: Citigroup (Usa): 2.500 miliardi di dollari (una volta e un quarto la ricchezza prodotta in un anno dall'Italia e quasi sei volte quella del Belgio), Morgan Stanley (Usa): 2.040 miliardi di dollari, Merrill Lynch (Usa): 1.949 miliardi di dollari, Bank of America (Usa): 1.344 miliardi di dollari, Barclays Plc (Regno unito): 868 miliardi di dollari, Bear Sterns(Usa): 853 miliardi di dollari, Goldman Sachs(Usa) : 814 miliardi di dollari, Royal Bank of Scotland (Uk): 541 miliardi di dollari, JP Morgan Chase(Usa): 391 miliardi di dollari, Deutsche Bank (D): 354 miliardi di dollari,UBS (Svi) 287 miliardi di dollari, Credit Suisse (Svi): 262 miliardi di dollari, Lehman Brothers(Usa): 183 miliardi di dollari, Bank of Scotland (Uk): 181 miliardi di dollari, Bnp Paribas (F): 175 miliardi di dollari. E tanti altri.
La notizia toglie il velo, per l'ennesima volta, a un sistema scandaloso. Non vi sono altri termini possibili. Essa interviene come una pugnalata alle spalle dei 2.8 miliardi di persone dette «poveri assoluti» (meno di 2,15 al giorno di «reddito») e delle centinaia di milioni di «nuovipoveri» (i working poors e i disoccupati/senza lavoro di lungo periodo) che in America del nord, in Europa e in Asia debbono accettare le drastiche riduzioni delle spese sociali.
A questi miliardi di esseri umani si è assicurato, mentendo scientemente, che non ci sono stati né ci sono soldi per «salvarli». Anzi, come dimostrano gli sviluppi della «crisi» in queste settimane i potenti dicono agli sfruttati che devono essere loro a pagare se si vuole salvare il sistema. Si tratta di un comportamento «criminale». Vi sono i crimini di guerra contro l'umanità, vi sono i «crimini» economici contro la giustizia e la vita. La notizia «parla da sé», non ha bisogno di commenti. Non posso evitare però di denunciare due fatti maggiori.
Primo, la congiura del silenzio e della complicità sulle vere ragioni e dinamiche della crisi da parte di esperti ed economisti «ufficiali» (e sono legioni nelle migliaia di università e di istituti finanziari europei) e di dirigenti politici. Dall'esplosione della nuova crisi nel 2007, essi non fanno altro che ripetere, spesso con toni drammatici per meglio riscuotere l'adesione dell'opinione pubblica «terrorizzata» dall'idea di perdere i propri soldini, che finirà proprio così se non si farà quello che dicono i dominanti.
Si dilettano a disquisire, ripetendo tutti le stesse litanie e formule, di fremiti di crescita del Pil, di tassi d'interesse, di rating, di debiti e d'indebitamenti, di prestiti di ultima istanza tra le banche centrali e i grandi finanzieri del Tesoro, di default. Ma non parlano mai, nemmeno una piccola parola, del fenomeno imperiale Usa. Che la Banca centrale degli Stati uniti abbia potuto fare quello che ha fatto è scandaloso non solo sul piano etico, sociale ed economico, ma soprattutto sul piano politico e per due ragioni.
Anzitutto è inaccettabile, per la democrazia e la giustizia sociale, che un organo tecnocratico come la Federal Reserve Bank sia politicamente autonoma dal governo e dal Congresso degli Stati uniti. Anche ammesso che non lo abbiano saputo, questo significa che il governo e il Congresso sono, a ogni modo, responsabili politicamente delle azioni della Federal Reserve Bank. Ma non è successo nulla. Nessuno, alla Federal Reserve Bank, al governo, al Congresso ha dovuto rispondere del malfatto.
Si tratta, inoltre, di un fatto politicamente scandaloso perché esso dimostra che i poteri forti finanziari ed economici del mondo riconoscono alle forze finanziarie e politiche degli Stati uniti il potere di decidere, nei loro interessi, a nome e per il mondo. In questo senso, l'egemonia imperiale mondiale delle forze finanziarie Usa&Co è di natura criminale. L'assurdità dell'indipendenza politica della Banca centrale europea esplode agli occhi di tutti in maniera crudele. Eppure, i nostri dirigenti continuano a parlare di «democrazia partecipativa», o partecipazione dei cittadini agli affari pubblici. Stanno prendendo in giro miliardi di persone, sapendo di farlo.
Secondo, gli ultimi sviluppi hanno messo a nudo il fenomeno imperiale finanziario mondiale Usa&Co. In particolare per via della potenza acquisita dalle tre principali compagnie mondiali finanziarie private di notazione (rating), tutte e tre americane, e impregnate dal vangelo della teologia universale capitalista.
Condannate al rogo nel 2008 perché accusate - a ragione - di aver contribuito all'esplosione della crisi, appena tre anni dopo dominano la scena economica e finanziaria mondiale, «giudicano» gli stati e le loro politiche, «terrorizzano» i governi, persino quello degli Stati uniti.
Gli economisti e dirigenti politici si arroccano nella loro congiura del silenzio e della complicità «pontificando» all'infinito sulle regole dei mercati finanziari, sulle tecniche di indebitamento e rimborso, sugli strumenti finanziari e gli eurobond, sugli stati d'animo delle tre società di rating, ma non parlano mai di capitalismo. Si comportano come se la crisi non avessse niente a che vedere con il capitalismo. Danno l'impressione che il capitalismo non esista.
Ora, è proprio il sistema capitalista finanziario mondiale da loro voluto e imposto (libertà del capitale, autoregolazione dei mercati finanziari, esaltazione dei prodotti finanziari altamente speculativi, indipendenza politica delle banche centrali dai poteri politici ma loro subordinazione ai mercati, demonizzazione della spesa pubblica, dogmatizzazione del rendimento delle azioni) a essere all'origine e a fungere da teatro delle crisi che stanno devastando da almeno quarantanni l'economia mondiale, le risorse del Pianeta e il «fare società».
La semplice verità, di cui i gruppi dominanti sono coscienti ma che tuttavia non possono nascondere, è che non si uscirà mai dalle crisi del capitalismo e dai suoi effetti mortiferi senza interrarlo definitivamente. Invece, i gruppi egemonici mondiali accusano la spesa pubblica di essere l'Adamo e l'Eva della crisi dell'economia mondiale.
Di fronte a siffatta situazione, noi cittadini, in particolare noi europei che affermiamo di avere ancora nella cultura politica un'affezione per la giustizia e la libertà nell'uguaglianza, dobbiamo dire una volta per tutte «basta».
«Basta» alla capacità di agire dei veri predatori della res publica dei nostri paesi e del Pianeta che sono gli attori finanziari, industriali e commerciali attuali. «Basta» anche a governi come quello italiano e a chi fa il bello e il cattivo tempo nelle Borse del mondo. Questi dirigenti devono andarsene o essere cacciati via. Non sono i conti pubblici che devono essere rimessi in ordine (dichiarazione del segretario di Stato al Tesoro degli Stati uniti del 7 agosto 2011, il quale ha volontariamente dimenticato i subprimes americani), ma i conti del capitalismo.
 

Riccardo Petrella - Università del Bene Comune

tratto da http://www.dirittiglobali.it

14 dicembre 2011

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