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INTERNAZIONALE

Egitto, attesa islamista

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L'Occidente guarda con ansia al successo elettorale dei salafiti e dei Fratelli Musulmani, ma la dinamica egiziana è molto più complessa

egitto_bandiera_donne_veloIn Egitto le elezioni andranno avanti per mesi. I dati, però, sembrano definire una vittoria dei Fratelli Musulmani, una forte affermazione dei salafiti e un risultato deludente per il blocco rivoluzinario progressista. PeaceReporter ha intervistato Paolo Gonzaga, studioso dell'Islam, autore di Islam e democrazia. I fratelli musulmani in Egitto, Ananke editore,

Il tema, in attesa della fine delle procedure elettorali, pare solo uno. Come valutare il successo elettorale dei salafiti e dei Fratelli Musulmani?
Era ampiamente prevedibile, soprattutto quello dei Fratelli Musulmani. Sono tornato in Egitto ad agosto e in ottobre. In estate c'era ancora un clima ancora molto effervescente, rivoluzionario, sia in piazza Tahrir che tra parenti (avendo sposato una donna egiziana) e amici. La narrazione militare del post-Mubarak, purtroppo, è stata tale da portare gli egiziani a votare per i partiti islamisti, soprattutto i Fratelli Musulmani. Un voto che non è solo dei militanti, ma anche di persone che fino a uno o due anni fa non si sarebbero mai sognati di votare per i Fratelli Musulmani, inteso come corpo principale, cioè il Partito Libertà e Giustizia, essendosi registrate scissioni e defezioni all'interno del movimento, soprattutto tra i giovani che hanno fatto un loro partito. Chiamato simbolicamente Egyptian Current, senza riferimento alla religione. Come ho scritto nel mio libro, la composizione dei Fratelli Musulmani è molto composita e solo la repressione del regime di Mubarak li aveva tenuti assieme fino alla rivoluzione di febbraio. Dopo la caduta di Mubarak, si è registrata una notevole libertà di espressione, anche interna al movimento, che ne ha fatto emergere le differenze. Libertà di espressione che si è registrata anche nella società, con tutti i distinguo del caso, visto che sono ancora migliaia le corti militari all'opera, che a volte giudicano ancora i reati di opinione, e visto che non mancano elementi di controllo di intelligence all'interno delle redazioni. Nonostante tutto, però, la situazione è migliorata per la libertà di espressione. Ecco che i giovani più attivi, che hanno vissuto piazza Tahrir, hanno abbandonato il movimento dei Fratelli Musulmani, la parte più riformista, rappresentata dal medico Abdel Moneim Abul Futouh, che si è candidato alla presidenza, si allontana, tentando di differenziare l'aspetto sociale e religioso da quello politico- Più verso il modello di Erdogan in Turchia, che verso quello di Hamas a Gaza. Questo, però, sempre nell'ottica di un grande potere, anzi 'il potere' in Egitto, assieme ai militari. Anche da prima, perché è con Nasser che i militari prendono la scena, mentre i Fratelli esistevano da prima. Queste differenze, con le incombenti responsabilità di governo, si riveleranno, anche se le istanze più riformiste sembrano già essere defilate o escluse.

Galassia salafita, di cosa stiamo parlando?
Anche questo successo era piuttosto prevedibile. Soprattutto nelle zone più povere e popolare, con una bassa scolarizzazione e una consapevolezza politica, democratica e ideologica pressoché inesistente. A questo va aggiunto che hanno potuto contare per la campagna elettorale sulla rete delle loro moschee, che garantisce un approccio capillare all'elettorato, per quanto meno diffusi dei Fratelli Musulmani. Sono stati molto abili nel controllo del territorio dove sono forti, come ad Alessandria, oppure a Port Said per al-Jamāʿa al-Islāmiyya, e si sono avvalsi del sostegno degli ulema più ascoltati e che più spesso appaiono in televisione, vere e proprie star religiose delle televisioni satellitari. Per tutti questi motivi questo risultato era prevedibile, ma vi ha contribuito anche l'atteggiamento dello Consiglio supremo delle forze armate (Scaf). Subito dopo la cacciata di Mubarak hanno iniziato a instaurare nel Paese una strategia controrivoluzionaria, non fermando i peggiori criminali che erano stati liberati per terrorizzare la popolazione civile durante la rivolta, ma hanno preferito reprimere i movimenti di sinistra. Per tutti questi motivi, il risultato elettorale non deve spaventare nessuno. Il crollo del regime ha messo in circolo una serie di energie potenziali che troveranno i loro equilibri. Come un ciclone. Ad esempio nascono i primi sindacati autonomi, capaci per la prima volta di superare gli interessi corporativi e di creare reti di opposizione laiche e di sinistra. Lo stesso blocco che ha guidato la rivoluzione, pur diviso, ha creato un'alternativa. E lo Scaf ha rivisto i dati di affluenza, mostrando come la partecipazione popolare non sia stata poi così massiccia. Il Paese è in movimento, nel bene e nel male, è questo è positivo. Anche perché prima l'unica parvenza di opposizione era una piccola oligarchia corrotta, che con la sua presenza in parlamento finiva per legittimare il regime di Mubarak. Per tutto questo dico che non bisogna esagerare la lettura dei dati elettorali, perché era anche ovvio che vincesse chi era più organizzato, chi aveva più mezzi, compresi i fondi dell'Arabia Saudita e degli altri paesi del Golfo. Inoltre va ribadito che i Fratelli Musulmani, a parte tutte le imprecisioni che si scrivono in questi giorni, non hanno mai fatto ricorso alla violenza. Sono stati vittima di repressione, questo si. Ma violenti mai. E si leggono cose strane, quasi un rimpianto per l'era Mubarak, ma questo è inaccettabile. Bisogna rispettare la democrazia, anche quando vince chi non ci piace. Ho letto di scontri tra i salafiti e un gruppo fuoriuscito dai Fratelli, a metà degli anni Novanta. Ci sono sempre stati, ma per la prima volta le elezioni si sono svolte senza gravi fatti d sangue come in passato. E questo è un fatto importante.

Il tema della possibile alleanza tra i salafiti e i Fratelli Musulmani in futuro toglie il sonno a molti commentatori e a molte cancellerie occidentali. E' possibile?
Non è impossibile. Ci sono tutta una serie di meccanismi, di equilibri delicati, ma non mi sento di escludere l'ipotesi di un'alleanza.
Anche all'interno dei Fratelli Musulmani esiste una corrente che fa riferimento ai salafiti. Prima del voto erano assieme, salvo dividersi al momento della compilazione delle liste, sulle quali non hanno trovato l'accordo. Anche perché sapevano che si spartiva il potere, essendo certi della vittoria, come dimostra il fatto che si sono tenuti ben lontani da queste ultime manifestazioni in piazza Tahrir. In prossimità del voto, i salafiti hanno annunciato una sorta di patto di desistenza con i Fratelli, soprattutto per l'uninominale, anche se i Fratelli Musulmani hanno poi negato questo accordo. In parte questo è avvenuto, in parte no. Sono circa 28 i seggi contesi tra di loro. La competizione è molto alta ed è differente l'approccio, anche storicamente. Ma non dimentichiamo che vengono tutti da Saif Qutb, negli anni Sessanta, anche se poi si dividono. Forti affinità ideologiche, come delle distanze. Per il momento è difficile scindere la tattica dalla reale strategia dei Fratelli Musulmani. Anche per non spaventare l'Occidente stano tenendo un profilo basso, anche se non hanno mantenuto la promessa di lasciare spazio ad altri per non stravincere. Bisogna aspettare, per vedere quale ala prevarrà all'interno dei Fratelli Musulmani e quali saranno, alla fine delle elezioni, i rapporti di forza tra salafiti e Fratelli Musulmani. Per adesso è difficile rispondere a questa domanda, ma non mi sento di escludere un'alleanza tra loro, anche perché le rispettive basi elettorali di riferimento sono molto più vicine delle alte gerarchie. Così come sarà difficile resistere alla tentazione di dominare il parlamento, perché in effetti alleati controllerebbero i due terzi dell'Assemblea. Anche perché non credo che il trend elettorale cambierà, salvo magari una leggera flessione dei salafiti, visto che per ora si è votato in alcune oro roccaforti storiche. Ci sono poi altre variabili. Gli Stati Uniti, ad esempio. I contatti con i Fratelli Musulmani ci sono, ma gli Usa non vorranno i salafiti, pur sostenendo tranquillamente i Fratelli Musulmani.

Sul futuro dell'Egitto pesano anche due attori esterni: Stati Uniti e Israele. Confermandosi il dato elettorale del primo round, che accadrebbe di queste storiche alleanze del Cairo?
I contatti esistono da tempo, di sicuro anche quando ancora c'era Mubarak. E le trattative sono ancora in corso, per motivi comprensibili, anche perché l'Egitto è il secondo Paese per quantità di aiuti statunitensi. L'Egitto è il cuore del Medio Oriente, fondamentale da un punto di vista strategico e geopolitico. E' chiaro che gli Usa non potrebbero mai tollerare un Egitto fuori dal loro controllo. I fratelli Musulmani, in economia, sono assolutamente allineati al neoliberismo. L'approccio al welfare, che è fondamentale nel loro potere, propongono un sistema sociale islamico, con l'obbligo dell'elemosina rituale, puntando forte sull'associazionismo islamico, ma è una giustizia sociale differente dalla sinistra post-rivoluzionaria. La carità, più che i diritti. Anche a livello politico, di elettori di riferimento, i Fratelli non sono solo l'espressione del sottoproletariato delle periferie, molto più vicini ai salafiti, ma prendono voti anche nella medio alta borghesia e non sono pochi i miliardari che li appoggiano. La distanza con gli Usa non è grande, ma di certo dipenderà dalle scelte di politica interna, perché un accordo con i salafiti spaventerebbe di sicuro l'Occidente. Se rispetteranno l'immagine elettorale di partito maturo, nazionalista e islamico, non ci saranno problemi. Se si tireranno fuori temi come il divieto del bikini, come fanno i salafiti, la situazione si complicherebbe, anche per le ripercussioni sul turismo, che resta elemento fondamentale per l'economia egiziana. Ecco, i Fratelli Musulmani si muovono su un terreno scivoloso. Andare in contro a certe forzature, che magari pagano nel breve periodo, per una sorta di 'perbenismo' islamico, esteriore, potrebbe complicare certi equilibri. Un po' lo stesso discorso vale per Israele. La questione palestinese, in Egitto, ha un valore simbolico enorme. Poi, in realtà, non so se gli egiziani sarebbero felici di ricevere tutti i profughi palestinesi, che spesso hanno problemi di documenti. Per i Fratelli Musulmani la questione palestinese è centrale, tanto che in tutta la loro storia le uniche azioni armate risalgono al 1948, quando le loro milizie accorsero in aiuto dei palestinesi.
Rispetto a Israele, anche con Mubarak, c'era una retorica forte nei confronti di Israele, ma poi nei fatti non cambiava nulla nell'equilibrio tra i due paesi. Credo che la vicenda continuerà a nutrirsi di grande retorica, ispirata a una nuova stagione dei rapporti con Israele, e sarà centrale. I salafiti vorrebbero rivedere gli Accordi di Camp David, almeno a parole, anche se poi governare è un'altra cosa. I Fratelli sono più pragmatici, sottolineando che i rapporti con Israele vanno mantenuti, limitandosi a qualche ritocco all'architettura di Camp David, senza metterlo in discussione. Come linea ufficiale, da verificare. Perché la base è imbevuta di retorica e pregiudizi anti israeliani. Ma i Fratelli Musulmani sanno praticare la realpolitik, come dimostra l'accordo con i militari. Nell'equilibrio tra le diverse anime dei Fratelli si gioca questa partita, ma mi sento di escludere svolte bellicose. L'unico pericolo sono i salafiti, i Fratelli Musulmani no, anche se di sicuro rispetto al passato è finito il tempo in cui Israele poteva fare qualsiasi cosa e l'Egitto non muoveva un dito e, con ogni probabilità, si avrà un atteggiamento verso Gaza ben più umano dei muri a cui lavorava Mubarak.

Christian Elia

tratto da http://it.peacereporter.net

12 dicembre 2011

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Ultimo aggiornamento Lunedì 12 Dicembre 2011 19:43

La nuova Europa antisociale

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Squarcina: ''L'accordo di Bruxelles sancisce la nascita di una nuova Europa basata sull'austerità e sul rigore di bilancio. E' il trionfo dell'ideologia economica liberista più conservatrice''

Abbiamo chiesto a Stefano Squarcina, funzionario europarlamentare della Sinistra Unita Europea, un commento all'accordo faticosamente raggiunto a Bruxelles per la creazione di un'unione fiscale europea.

tagli_finanziariaQual è il significato politico di questo nuovo patto?
L'accordo di Bruxelles sancisce la nascita di una nuova Europa basata sull'austerità e sul rigore di bilancio. E' il trionfo dell'ideologia economica liberista più conservatrice e antisociale, che da scelta politica viene eretta a norma vincolante, come fosse una necessità oggettiva. Gli Stati rinunciano definitivamente al loro ruolo economico di stimolo alla crescita e allo sviluppo attraverso la sostenibilità del debito pubblico, e quindi attraverso la spesa pubblica, per perseguire un unico obiettivo: il raggiungimento del pareggio di bilancio per mezzo di drastici tagli alla spesa pubblica che ricadono, inevitabilmente, sulle fasce più povere della popolazione europea. E' la sconfitta del sogno di un'Europa sociale e solidale, la vittoria dell'idea di Europa propria delle forze politiche di centrodestra, in particolare del centrodestra tedesco.

Le manovre lacrime e sangue imposte a Grecia e Italia erette a sistema?
I devastanti effetti sociali di queste politiche di austerità devono ancora mostrarsi in tutta la loro brutalità. Politiche che vengono spacciate come tecniche, neutrali, necessarie e ineluttabili, ma non è così. Perché anche ponendosi come obiettivo il pareggio di bilancio, c'è da fare una scelta politica e ideologica su come raggiungerlo: tagliando le pensioni o facendo pagare i ricchi con una patrimoniale? Alla Grecia e all'Italia l'Unione europea ha imposto una scelta ideologica con letterine e commissariamenti. Quando l'unione fiscale entrerà in vigore, questa prassi intrusiva verrà istituzionalizzata nei confronti di tutti i Paesi sottoposti alla cosiddetta 'procedura di deficit eccessivo': la Commissione europea avrà pieni poteri di indirizzo, controllo e sanzione nei confronti dei bilanci statali, deferendo alla Corte europea di giustizia gli Stati che sgarrano.

Quindi un trasferimento di sovranità più forte di quello previsto dal Trattato di Maastricht?
Sì certo, ma il problema, a meno di non essere su posizioni ideologiche nazionaliste, non è la cessione di sovranità di per sé, ma il fatto che essa avvenga a favore di istituzioni sovranazionali caratterizzate da un forte deficit democratico e che impongono politiche rispondenti a un'ideologia ben precisa. Se non saranno più i governi eletti a decidere la politica economica dei singoli Paesi, bensì la Commissione europea che eletta non è, ci troviamo di fronte a un gravissimo problema di controllo democratico. A meno che i cittadini europei non eleggano in futuro la Commissione, o almeno il suo presidente, in maniera tale da poter condizionare le sue decisioni.

L'adesione dei singoli Stati a questa nuova Europa non dovrebbe almeno essere sottoposta a referendum popolari?
Faranno di tutto per evitarlo, nonostante ci siano Paesi come l'Irlanda in cui ogni cessione di sovranità va sottoposta a referendum. Il trattato che dovrebbe essere firmato a marzo sarà intergovernativo e basterà la ratifica del parlamento. Sarà comunque un processo lungo, che vedrà la luce non prima di un anno, un anno e mezzo.

Tempi un po' lunghi per affrontare l'emergenza della crisi, non le pare?
Questo è l'altro grande problema dell'accordo di Bruxelles: a causa dell'insormontabile opposizione tedesca, sono state scartate tutte le misure urgenti che servivano per uscire dalla fase acuta della crisi: niente eurobond, niente misure di rilancio dell'economia, niente tassazione finanziaria. L'unica cosa decisa è lo stanziamento di altri 200 miliardi di euro di aiuti per gli Stati in difficoltà, triangolati attraverso il Fondo monetario internazionale in maniera tale da poter accogliere anche fondi extraeuropei. A tenere a galla i Paesi in crisi nel breve periodo dovrà quindi essere per forza la Bce, continuando a comprare titoli italiani, spagnoli e greci di sottobanco.

Enrico Piovesana

tratto da http://it.peacereporter.net

11 dicembre 2011

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Nabi Saleh, l'esercito israeliano reprime una protesta contro il muro. Ucciso un manifestante palestinese

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mustafa_tamirMustafa Tamimi, 28 anni, palestinese. La lista dei martiri dell'occupazione israeliana si è allungata con la sua morte. Ferito venerdi' dai soldati israeliani durante una protesta al valico di Nabi Saleh, in Cisgiordania, Mustafa è stato trasportato d'urgenza in un ospoedale vicino a Tel Aviv, ma non ce l'ha fatta. Come testimoniano gli scatti fotografici del collettivo Activestills, Mustava è stato colpito in pieno volto e da distanza ravvicinata da un candelotto lacrimogeno sparato da un soldato israeliano nel corso di una manifestazione contro la costruzione del muro di separazione lungo il confine con Israele. An Nabi Saleh, nei Territori Occupati a 20 km da Ramallah, conta poco più di 550 abitanti. Un tempo era un villaggio circondato da terre fertili e piene di falde acquifere: sorgenti naturali sulle quali sono stati costruiti i pozzi necessari al rifornimento di acqua dei villaggi e al lavoro agricolo. Poi, nel 1976, sulle rovine di una stazione di polizia britannica risalente ai tempi del mandato, venne costruita la colonia israeliana di Neveh Tzuf, conosciuta oggi come Halamish, abitata da coloni religiosi.  Negli anni, la colonia ha continuato la sua espansione sulle terre palestinesi, in una confisca quotidiana che ha visto il saccheggio di tutte le falde acquifere necessarie al sostentamento della popolazione. Ogni venerdì organizzate dai Comitati popolari nonviolenti, si tengono puntuali manifestazioni di protesta e azioni volte a far emergere la drammatica situazione del paese. Mustafa Tamimi è l'ultima vittima della risposta israeliana al diritto di vivere in pace dei palestinesi.

(red.)

10 dicembre 2011

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Ultimo aggiornamento Sabato 10 Dicembre 2011 10:53

Ue, la casa brucia

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Sfuma l'accordo a 27. Londra pone il veto alla riforma del Trattato, si va verso accordo a 17+6
eurorottoIl destino sa essere beffardo, quando vuole. Il palazzo dell'Unione è in fiamme ma fuori dalla porta la delegazione croata attende per firmare l'adesione ed entrare a far parte dell'Unione come 28esimo membro. La Croazia ha le carte in regola per far parte di un'Ue scalcinata: la crescita pari a zero, il debito pubblico e la disoccupazione galoppanti, i tassi di rendimento vicino al sette per cento sono le credenziali giuste. A parte l'ironia, il momento è molto difficile. Dieci ore di colloqui notturni, al summit di Bruxelles, hanno portato a una spaccatura marcata all'interno dei 27 paesi membri.

Il veto di Londra. Come era prevedibile, Londra non ha accettato le modifiche al Trattato e ha posto il veto: il premier David Cameron ha presentato i suoi "migliori auguri di buona salute all'euro", ma il Regno Unito non è disposto a cedere la propria sovranità. Né, come ha ripetuto Cameron in conferenza stampa, è pentito di essere fuori dall'euro o dagli accordi di Schengen: "Siamo contenti di poter decidere i nostri tassi d'interesse, di avere la nostra moneta e non l'euro e siamo felici di non avere i confini aperti a tutti".

Accordo a ribasso. Nicolas Sarkozy è stato caustico nei confronti degli "amici" britannici: ha imputato a Cameron il fallimento di un'adesione a 27. I rapporti tra i due leader sono gelidi.
Si ripartirà da un accordo a ribasso per la realizzazione di una "Unione di bilancio" che prevede misure più stringenti sui bilanci con accordi intergovernativi per l'unione fiscale; anticipo al luglio 2012 del fondo permanente salva stati (Esm), maggior impegno di risorse da indirizzare sul Fondo monetario internazionale, prestando 200 miliardi di euro (che saranno rigirati ai paesi dell'eurozona in difficoltà). Si tratta dunque di un accordo intergovernativo che partirà dal nucleo dei 17 paesi dell'eurogruppo e che può contare sull'adesione di sei paesi "volontari". Il trattato "ristretto" dovrà essere pronto a marzo. Al momento, ne rimangono fuori Regno Unito e Ungheria, mentre Svezia e Repubblica Ceca dovranno consultare i rispettivi parlamenti prima di assumere una posizione.

Vedi anche

Grecia: l'eldorado della sovranità limitata

Nicola Sessa

tratto da

http://it.peacereporter.net

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Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Dicembre 2011 14:18

"Noi baschi offesi dalla bandiera leghista"

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Di qualche giorno fa, riproduciamo questa lettera di due baschi contro le letture leghiste  (e le presunte simmetrie che pretendono di scorgervi) delle vittorie politiche della sinistra abertzale. tratto da www.infoaut.org

padania_baschiAll'attenzione del Sig. Roberto Rotondo,
Le scrivono due cittadini baschi residenti in Lombardia. Ci sentiamo molto offesi e sconcertati dopo aver letto il suo articolo “Addio Lega di governo. Si torna ruvidi” apparso sulla testata Varese News il 23 novembre 2011. Abbiamo visto la nostra bandiera appesa sul balcone della sede della Lega Nord di Varese. Doppiamente offesi. Da un lato come baschi per l’insulto e affronto della Lega Nord di Varese che, strumentalizzando la lotta basca, millanta somiglianze e affinità inesistenti; non siamo come loro, non lo siamo mai stati e non lo saremo mai. Dall’altro lato, come lettori per la continua manipolazione dei media italiani e la totale disinformazione e impreparazione dei giornalisti italiani.
Il movimento della sinistra abertzale (nazionalista) basca nasce con la finalità di “unire”: unire le nostre terre e unire le popolazioni basche sparse in territori spagnoli e francesi. Il Paese Basco era uno Stato tanti anni fa, il celebre Regno di Navarra, e ha poi subito una dura invasione. L’anno prossimo ricorrono i 500 anni di questa invasione; un'invasione militare, che non è riuscita però a cancellare il nostro sentimento di popolo, e nemmeno a zittire la nostra bocca né la nostra lingua. Euskaldun (basco in lingua basca), vuol dire portatore dell'euskera (lingua basca). Qualunque immigrato che parli l’euskera può essere riconosciuto tanto basco quanto noi. Siamo orgogliosi e felici di avere una componente di immigrati così alta nelle nostre terre, vera e propria ricchezza sociale e culturale. Questa è una delle grandi differenze con la Lega Nord: l’inclusione da una parte e l’esclusione dall'altra. Per questo siamo fieri di sottolineare ogni volta ciò che ci differenzia da chi costantemente fa campagne di odio e razzismo, dentro e fuori le istituzioni.
Lo stato spagnolo ci ha invaso militarmente, perché questo è l'unico campo in cui sono forti. Per questo noi baschi vinceremo con la parola, con le idee, con le nostre azioni quotidiane, per far fronte ad un assedio che è quotidiano, da 500 anni, e ad una persecuzione diretta verso qualunque traccia che odori di basco, sia politica che culturale. E quotidiana è stata anche la nostra resistenza. In questo contesto, 50 anni fa, è nata E.T.A., organizzazione armata, nata dalla volontà di molti studenti universitari che, durante la dittatura fascista di Franco, si sono espressi a difesa popolare e contro il fascismo. ETA ha però terminato pochi mesi fa la lotta militare perché il popolo basco ha chiesto questo. Recentemente tutte le organizzazioni, partiti, collettivi, associazioni che hanno fatto o fanno parte del Movimento di Liberazione Nazionale Basco hanno deciso, con convinzione, di far confluire la lotta ideologica e politica della popolazione in organizzazioni politiche come quella, per esempio, di Amaiur, una coalizione formata da numerosi partiti che rivendicano la sovranità popolare e la difesa dei diritti di base, tutt'altro che scontati in Euskal Herria (Paese Basco). Il nuovo panorama politico evidenzia come Euskal Herria rappresenti un'anomalia nel contesto europeo: una sinistra reale che compete alla pari con forze politiche il cui riferimento sociale e politico è quello dominante attualmente in crisi. Il Paese Basco sta lanciando un chiaro messaggio all'Europa: un'altra democrazia è possibile. La proposta e l’azione della sinistra indipendentista non è per una nuova gestione del presente ma per il cambio delle gerarchie di potere sociale e per una democrazia realmente partecipativa. I neo eletti della coalizione Amaiur, rappresentanti politici eletti democraticamente dai cittadini, porteranno le rivendicazioni di giustizia e libertà fino a Madrid, utilizzando solo l’arma della politica. Definire la coalizione politica di Amaiur “terrorista” vuol dire non conoscere e non sapere leggere e analizzare gli accadimenti che poco lontano dall'Italia accadono.
Avevamo detto di essere doppiamente offesi. Sappiamo che la manipolazione dell’informazione negli stati francesi e spagnolo è una cosa sistematica, ma non capiamo come paesi che non hanno interessi in questo conflitto si facciano complici, sia con il silenzio che con la manipolazione. Un silenzio che occulta le denunce delle torture subite dai cittadini baschi nelle carceri spagnole, torture che anche organismi come Amnesty International e relatori internazionali per i diritti umani riportano e smascherano costantemente. In Italia la manipolazione è addirittura doppia, visto che la Lega utilizza, sempre a sproposito, il conflitto basco-spagnolo, per il proprio interesse.
Siamo quindi offesi sia come cittadini baschi sia come lettori. Ci auguriamo che, almeno nel secondo caso, si debba ad un errore o a semplice ignoranza. Capiamo che chi non è informato sull'indipendentismo basco possa fare confusione con la Lega Nord, ed è per questo motivo che vorremmo invitare il Sig. Rotondo ed i lettori del giornale in cui scrive ad essere maggiormente attenti, interessati e curiosi, con la voglia di capire cosa sta loro intorno, con la voglia di capire cosa accade a un migliaio di km da casa loro, nel territorio basco.
Vorremmo invitar loro anche alla lettura dell’opuscolo “Lega chi la conosce la evita, chi la capisce la combatte” a cura del Comitato Autonomo Varesino dove si spiegano le differenze che abbiamo prima citato (inclusione/esclusione per fare un esempio) ed alle iniziative dei diversi comitati Euskal Herriaren Lagunak / Amici e amiche dei Paesi Baschi, sparsi in tutta Italia. A febbraio, da numerosi anni, si organizza una settimana di solidarietà con il Paese Basco con dibattiti, proiezioni, conferenze con rappresentanti baschi, a Milano e dintorni. Vi invitiamo calorosamente a queste iniziative, sperando che siate numerosi e numerose, perché siamo convinti che se per noi vale la frase “Lega, se la conosci la combatti”, allo stesso modo per voi potrebbe valere la frase “Sinistra Abertzale, se la conosci la condividi”.

Lucia Ezker, Mikel Leyun

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Ultimo aggiornamento Martedì 06 Dicembre 2011 17:32

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