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Spazi comuni. Dieci anni di Godzilla in collegamento con la rivoluzione tunisina

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tunisi_rivoluzione_continuaL’autocelebrazione ha trovato poco spazio nei festeggiamenti per i dieci anni di occupazione del centro sociale Godzilla. Nonostante alle spalle ci sia una un’importante esperienza che ha offerto alla città uno spazio abbandonato riempendola di contenuti, socialità, cultura e conflitto, si è guardato soprattutto avanti, ad aprire nuovi scenari, come l’occupazione dell’ex caserma “Del Fante” ha dimostrato. Un’iniziativa che coinvolge nuove soggettività ma prosegue la scia di rivendicazione sugli spazi abbandonati, da occupare e far rivivere. Ma nella serata dei festeggiamenti si è pensato soprattutto a guardarsi intorno, a quello che si è mosso nel mondo arabo e che ha portato a un susseguirsi di rivoluzioni. La Tunisia è stata la capofila di questo processo, per cui quale miglior occasione per ascoltare direttamente dalla capitale la voce di un gruppo di protagonisti della rivolta. In diretta da Tunisi, attraverso un video-collegamento si sono quindi connesse le esperienze degli occupanti dell’ex caserma livornese con quelle dei giovani di Al-Ahl-Khaf, collettivo artistico militante, che tenta di diffondere non tanto l'arte della rivoluzione ma un arte rivoluzionaria. Alcuni problemi di connessione, altri di traduzione, ma alla fine i racconti passano.

Z. presenta il collettivo Al-Ahl-Khaf

“Il progetto è nato dall’idea di tre persone, ma di fatto siamo tanti e abbiamo dei militanti anche all’estero sparsi tra Parigi, Vienna, Damasco e Ramallah. Il collettivo sul piano teorico si ispira ai lavori di Gilles Deleuze, Michel Foucault, Toni Negri, Giorgio Agamben, Edward Said. In particolare, l’idea di Deleuze sulle forme di resistenza al di là del tempo capitalista. Non sappiamo come definire la nostra arte, nella quale operiamo attraverso stencil, pitture, graffiti, affiches. Al centro del nostro agire c’è la lotta contro il sistema mondiale del capitalismo e dell'orientalismo. Nella primavera scorsa abbiamo lavorato all’interno di una fabbrica abbandonata, riempendola dei nostri lavori e ora ci sono persone che vanno a passarci del tempo. Per noi è importante rivalutare gli spazi abbandonati, perché siamo convinti che occorra riportare al centro lo spazio comune. Anche per questo interveniamo sulla strada e siamo contrari ai musei e a tutto ciò che rinchiude l’arte. Ci opponiamo poi fortemente anche all'estetica orientalista, che vuole disegnare una figura di arabo che rifiutiamo”.

Un percorso personale in divenire, prima all’interno dei giovani del partito comunista, clandestino fino al marzo scorso, poi la rivoluzione vissuta in prima linea e la scelta di stare “in movimento”

“Per quanto riguarda la rivoluzione occorre precisare che la morte del ragazzo che si è bruciato a Sidi Bu Said ha avuto un impatto simbolico enorme, ma i germogli della rivolta si sono intravisti con le lotte operaie dei minatori di Gafsa, nel sud della Tunisia, nel 2008. Lotte che hanno portato scioperi e cortei ma che non hanno avuto la necessaria mediatizzazione e sono state soppresse. Anche le proteste che hanno avviato la rivoluzione di gennaio, sono partite dalle periferie e hanno coinvolto Tunisi solo alla fine, riuscendo però da subito a rompere la censura del regime di Ben Ali e a portate migliaia di persone per le strade. Ma come sento dire spesso, non è stata una rivoluzione per la fame, ma per la dignità, per riprendere la libertà di pensiero e di agibilità politica”.

Tanti fatti ci dicono che la rivoluzione è ancora incompiuta.

“Al momento sono sparite le facce del regime. Ma è rimasto il sistema che lo ha tenuto in vita. In giro però si respira più libertà, si può parlare di politica, mentre prima era impossibile. Se uno attaccava un discorso su Ben Ali in un bar, immediatamente restava solo”.

Ma le elezioni hanno avuto un esito insoddisfacente.

“Le elezioni sono state una novità assoluta per il paese, se si pensa che la maggior parte dei tunisini si recava al voto per la prima volta e con un grado molto basso di consapevolezza politica. Ma al di là di questo non mi è piaciuto il dibattito che ha attraversato le elezioni, monopolizzato dal confronto tra laicisti e islamisti. Non abbiamo fatto la rivoluzione per questo, per tornare a vecchie questioni. Abbiamo fatto la rivoluzione per abbattere un regime e ripartire rifiutando il sistema capitalistico. Di questo dobbiamo parlare. In ogni caso la Tunisia ha la capacità per non diventare un paese islamista, nonostante il rischio di alcuni cambiamenti esista: la proibizione dell’alcool, l’aumento vertiginoso delle donne velate, la possibilità che venga introdotta la poligamia. Anche se discutere ossessivamente su questi aspetti m’interessa meno: io voglio costruire uno paese anticapitalista, non voglio dibattere sul questioni religiose”.

La sua scelta è andata al POCT.

“E’ un partito con una visione comunista classica, ma in questo momento ha idee giuste, quelle che servono alla Tunisia. Hanno una base giovane, fatta di persone che hanno dato un contributo importante alla Rivoluzione. Ma l’esito delle elezioni ha penalizzato quelle forze di sinistra che più di tutte le altre hanno contribuito alla caduta del regime. Ad avanzare è il riformismo di sinistra, ma io quei partiti non li considero di sinistra”.

Interviene N., supporter del Club Africain. Spiega il ruolo che hanno avuto i tifosi di calcio tunisini nelle manifestazioni di strada.

“Il calcio tunisino si porta dietro un seguito enorme di giovani e lo stadio, anche ai tempi di Ben Ali è stato sempre uno spazio di conflitto contro il governo e la polizia. Durante le manifestazioni di piazza gli ultras delle squadre erano tutti nelle prime file, perché proprio nelle curve hanno maturato la rabbia e la capacità di affrontare gli scontri. I nomi dei gruppi, gli striscioni, i cori hanno sempre avuto dei richiami a delle esperienza di lotta (Zapatistas, Brigade Rouge, ecc…). La cultura ultras ha influenzato in qualche modo anche l’estetica del movimento rivoluzionario che per ritmare gli slogan ha ripreso soprattutto i canti dei tifosi. Non è stata la “rivoluzione dei gelsomini”, ma una dura battaglia, con morti e feriti. Ma per gli ultras tunisini non è stata certo una novità”.

La parola torna per un attimo a che Z. saluta il collegamento con una proposta.

“Mi piacerebbe un giorno venire nella vostra città e partecipare coi miei lavori a riempire i muri dello spazio che state occupando”.

Per Senza Soste, Orlando Santesidra

2 novembre 2011

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