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Il flop della Tav

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Uno studio pubblicato sul Sole 24 Ore (sì, il giornale di Confindustria) spiega la totale anti-economicità dell'Alta velocità. E sulla Torino-Lione: "Se il nostro vicino fosse la Gran Bretagna non sarebbe mai fatta"

tav-frecciarossaA poco più di sei anni dall'inaugurazione della prima tratta ferroviaria ad alta velocità – la Roma-Napoli – arriva un primo tentativo di valutazione economica a posteriori del complesso di investimenti degli ultimi 20 anni sulle linee Av. Lo studio di Paolo Beria e Raffaele Grimaldi, del Politecnico di Milano («An early evaluation of italian high-speed projects») dà una prima valutazione ex post dei progetti realizzati, sottolineandone «i successi e le potenzialità ancora inespresse – dicono gli autori – ma anche le significative criticità». Un tentativo importante visto che «l'investimento nella rete Av, interamente a carico dello Stato, è stato affrontato sulla base di valutazioni estremamente deboli e senza stime pubbliche e dettagliate della domanda attesa».

Lo studio analizza in primo luogo offerta e domanda dei servizi Av: la prima è rappresentata dai servizi di Trenitalia (le varie Frecce); la domanda viene stimata sui dati disponibili forniti dalla stessa Trenitalia (su base aggregata), applicando poi a questi un modello "gravitazionale" (basato principalmente sulle popolazioni dei centri toccati) per ripartirli fra le varie tratte. Per un'analisi costi/benefici vengono poi esaminati i costi di costruzione e di gestione, meno il valore finale atteso dell'infrastruttura; i guadagni sono dati dai minori tempi di collegamento e dal risparmio sui costi operativi delle linee tradizionali. Tra i benefici indiretti (non considerati nella valutazione costi/benefici) gli autori citano il possibile spostamento di utenza da altri mezzi di trasporto al treno e la maggiore disponibilità di tracce per altri tipi di servizi sulle vecchie linee, anche se per questo ultimo aspetto «i maggiori problemi di capacità sono nei nodi urbani, e le linee Av non li hanno risolti».

Vediamo i saldi stimati tra costi e benefici: nel caso migliore – quello della Milano-Bologna – la domanda necessaria a giustificare l'investimento sarebbe di 8,9 milioni di passeggeri l'anno, contro una stima degli autori della domanda 2010 tra 5,9 e 7,2 milioni; nel caso peggiore, quello della Milano-Torino, per pareggiare i conti servirebbero 14,2 milioni di passeggeri a fronte degli 1,2-1,5 stimati per il 2010. 
La conclusione degli autori è che «i risparmi di costo e di tempi di trasporto non giustificano l'investimento per nessuna delle tratte considerate (Torino-Milano, Milano-Bologna, Bologna-Firenze e Roma-Napoli) tranne, nel caso più ottimistico, la Milano-Bologna». Questa tratta e la Bologna-Firenze, secondo gli autori, «potrebbero raggiungere un saldo positivo considerando i benefici economici indiretti». Di conseguenza – e tenendo conto anche della tratta preesistente Firenze-Roma – non è complessivamente negativo il giudizio sull'intera tratta Milano-Roma. Il saldo sembra invece «negativo» per la Roma-Napoli e «molto negativo» per la Milano-Torino.

Per quanto riguarda quest'ultima linea, gli autori ipotizzano che (costi di costruzione a parte) la linea avrebbe potuto essere più sfruttata se costruita con standard non-Av, ovvero quelli simili alla "vecchia" direttissima Roma-Firenze, permettendo anche un utilizzo per servizi intermedi fra le due città. Tra Roma e Napoli invece pesa secondo Beria e Grimaldi l'estensione delle due metropoli, che per le relazioni tra due punti qualsiasi delle due aree urbane vanifica in parte i guadagni di tempo ottenuti con l'Av. Il debutto dell'operatore privato Ntv, previsto per quest'anno, aumenterà l'offerta e potrebbe avere un effetto positivo anche sulla domanda.
Lo studio si conclude con una valutazione – con la stessa metodologia – delle future estensioni della rete Av.

Gli autori ricordano che il programma delle infrastrutture strategiche «non fa alcun riferimento alla domanda attuale o prevista e manca di considerazioni costi/benefici». 
Le linee considerate sono Treviglio-Padova (parte della Milano-Venezia), tunnel del Brennero, Torino-Lione, Terzo valico dei Giovi, Napoli-Bari e Venezia-Trieste. «Per tutte le linee – scrivono Beria e Grimaldi – sono previsti pesanti incrementi della domanda, spesso pari al raddoppio del traffico passeggeri e il quintuplicamento del traffico merci. Presi non loro complesso, questi trend appaiono molto ottimistici e in contrasto con la stabilità degli andamenti pre-crisi».
 La linea Napoli-Bari appare debole da ogni punto di vista: pochi passeggeri, poche merci, risparmi di tempo limitati; gli autori suggeriscono che un raddoppio e modernizzazione della linea attuale sia più appropriato. 
Il tunnel Torino-Lione è quello per cui le previsioni sono più ottimistiche: «Difficile da giustificare, dato il calo continuo dei traffici negli ultimi 10 anni».

«Se il nostro vicino fosse stata la Gran Bretagna e non la Francia – dice Beria – il nuovo tunnel non verrebbe mai fatto» poiché gli inglesi sono molto più attenti all'analisi dei costi e benefici dei progetti. La domanda attesa è «realisticamente elevata» per la Milano-Venezia, ma attenzione, ricordano gli autori: «Traendo lezione dagli errori commessi per la Milano-Torino, la Milano-Venezia dovrebbe essere costruita con maggiore attenzione ai collegamenti a medio raggio, con un modello tedesco o svizzero, senza necessariamente puntare alla massima velocità».

Andrea Malan
da Il Sole 24 Ore
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Dalla neve agli scioperi, cosa accade al dipendente assente

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neve_lucio_motoCosa succede al dipendente che non si reca al lavoro per un'improvvisa nevicata? Cosa rischia se non si presenta in ufficio causa sciopero dei trasporti? E se ha un imprevisto in famiglia? Una risposta univoca per questi casi eccezionali non esiste. Occorre, però, conoscere cosa prevedono la normativa e i contratti collettivi per non rischiare grane con il proprio capo.

Quale retribuzione se una nevicata si abbatte sull'ufficio?

"Il rischio maggiore per il lavoratore può nascere dalla convinzione che la calamità naturale lo esenta dal lavoro, mantenendo intatto il diritto alla retribuzione", spiega Aldo Bottini, socio di Toffoletto e Soci, uno dei più importanti studi italiani specializzati nel Diritto del lavoro. Una prima distinzione da fare riguarda la portata della calamità. "Se si verifica un'abbondante nevicata che rende impossibile l'accesso al luogo di lavoro, ad esempio distruggendo l'ufficio (ma lo stesso esempio si può fare con un'inondazione, ndr) siamo di fronte all'impossibilità di rendere la prestazione lavorativa. In questi casi il lavoratore non può considerarsi inadempiente, ma non ha diritto alla retribuzione". Trattandosi di causa di forza maggiore, di solito interviene la cassa integrazione, in particolare, nel caso di aziende che appartengono al settore industriale.

Gli scioperi dei trasporti non giustificano

Diverso è il caso della difficoltà di recarsi al lavoro dovuta, ad esempio, a un'abbondante nevicata sul tragitto da casa al lavoro o a uno sciopero nel trasporto pubblico. "In entrambi i casi non c'è un'impossibilità assoluta di rendere la prestazione lavorativa", spiega Bottini, "perché il datore di lavoro potrebbe eccepire che si poteva comunque arrivare in ufficio, magari partendo in anticipo rispetto al solito o scegliendo un mezzo di trasporto alternativo come l'automobile nell'esempio dello sciopero. Il criterio per valutare il comportamento del lavoratore è comunque sempre quello della buona fede". Se in questi casi il lavoratore non si presenta in azienda potrebbe, quindi, essere considerato inadempiente ma naturalmente la situazione va valutata caso per caso.

Quali conseguenze?

L'inadempienza di un contratto — come quello di lavoro — può spingere la parte danneggiata a puntare sulla risoluzione. Non si tratta, in ogni caso, di un processo automatico: occorre recarsi dinanzi a un giudice del lavoro, chiamato a decidere del caso. "La giurisprudenza solitamente si orienta secondo parametri di buon senso", precisa Bottini. "Così, se la mancanza del lavoratore in una giornata non ha compromesso irrimediabilmente l'attività dell'azienda, difficilmente potrà essere accettata la risoluzione del contratto. Più probabile che si opti per una sanzione, anche perché la maggior parte dei contratti collettivi prevede che la sanzione del licenziamento si applichi solo ad assenze ingiustificate di almeno tre giorni".
Lo stesso ragionamento si usa in caso di emergenze legate alla vita familiare del lavoratore: "Qualche tempo fa è arrivato in Tribunale il caso di un lavoratore che non si era presentato in azienda per essersi recato dal padre in fin di vita", ricorda l'avvocato. "L'azienda aveva reagito con una lettera di licenziamento. Il giudice ha ritenuto immotivata la risoluzione del contratto, in quanto spropositata rispetto all'inadempienza contrattuale e ha parlato di 'comportamento odioso' da parte del datore di lavoro".
In tutti questi casi, il consiglio dell'avvocato per i lavoratori alle prese con eventi eccezionali "è di muoversi secondo buon senso, comunicando all'azienda in maniera tempestiva l'assenza e le motivazioni, anche perché i contratti collettivi e quelli aziendali prevedono un monte ore di permessi annuida utilizzare proprio in queste occasioni".

Leggi anche: Emergenza in famiglia o visita medica, come utilizzare i permessi retribuiti

tratto da http://it.finance.yahoo.com/notizie/Dalla-neve-agli-scioperi-yfin-581724796.html

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 01 Febbraio 2012 15:37

Ancora minacce e intimidazioni per il giornalista che fa la guerra alle ecomafie

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lannes2«Hai una famiglia. Non rompere più i coglioni con le stronzate di ecomafia». Il messaggio non lascia molti dubbi. Difficile non interpretarlo per quello che è. A Gianni Lannes, giornalista freelance che ha fatto delle inchieste scomode la cifra di tutta la sua carriera, è stato recapitato venerdì sotto forma di bigliettino lasciato nell'auto della moglie, in bella vista sul seggiolino di sicurezza del figlio piccolo.

I PRECEDENTI - Non è la prima volta che il reporter riceve minacce o subisce attentati - nel 2009 prima l'auto della moglie poi la sua furono date alle fiamme, poi qualcuno entrò nel suo appartamento e rubò un personal computer; e, ancora, una lunga serie di minacce telefoniche anonime -, tanto che dal 22 dicembre 2009 al 22 agosto 2011 lui e la sua famiglia hanno vissuto sotto protezione: il cronista costantemente scortato da due agenti di polizia, moglie e figli sotto la vigilanza dei carabinieri. Ma l'estate scorsa la tutela è stata revocata, malgrado non siano venute meno le ragioni che l'avevano giustificata. Come dimostra l'ultimo episodio. O, forse, il penultimo: nella notte di domenica il suo videocitofono, solo il suo in tutto il palazzo, è infatti finito fuori uso e dall'interno dell'abitazione non è più possibile vedere chi c'è alla porta. Anche questa vicenda è andata ad aggiungersi alla quindicina di denunce in Procura presentate dal giornalista per le intimidazioni subite negli ultimi due anni.

IL SOPRALLUOGO A CAORSO - La cancellazione della protezione, denuncia Lannes, ha avuto una tempistica sospetta: è arrivata infatti dopo la presentazione di un esposto formale sulle attività di bonifica del sito della centrale nucleare di Caorso, la cui attività non è mai ripresa dopo il referendum del 1987 con cui gli italiani avevano pronunciato il proprio no all'energia atomica. Giornalista investigativo specializzato in inchieste sui reati ambientali, Lannes era riuscito a penetrare nel sito della centrale nel 2008, dimostrando così quanto fosse relativamente semplice accedere ad un impianto che potrebbe essere un obiettivo sensibile, bersaglio di eventuali azioni terroristiche. Nessuno lo aveva fermato. E lui era riuscito a gironzolare tranquillamente all'interno del sito facendo fotografie e raccogliendo documentazione sull'attività di bonifica dell'area. In particolare, aveva scoperto la presenza di camion di una società genovese, la Ecoge, a cui la Sogin - la società di Stato incaricata della bonifica ambientale degli impianti nucleari italiani, che prevede di concludere i lavori a Caorso nel 2025 - avrebbe appaltato una parte delle operazioni di smantellamento. «Il problema - sottolinea Lannes - è che la società appaltatrice, secondo alcuni rapporti della Direzione investigativa antimafia, è di proprietà di una famiglia considerata organica alla 'ndrangheta. Ho chiesto spiegazioni alla Sogin. Prima hanno negato, poi quando hanno visto la foto che avevo inviato loro mi hanno suggerito di non parlarne troppo e di tenere un basso profilo».

LA DENUNCIA E LA PROTEZIONE REVOCATA - La vicenda è dunque poi sfociata in una denuncia alle autorità. Come spiega lo stesso Lannes anche nel suo blog: «Il 13 luglio 2011 ho prestato la mia collaborazione raccontando, alla presenza del mio legale e dei miei due agenti di scorta, al tenente Vincenzo Scarfogliero del Noe carabinieri di Roma, specializzato nel nucleare, ciò che avevo scoperto a Caorso. (...) Sei giorni più tardi, il 19 luglio, mi è stato comunicato telefonicamente che di lì a poco mi sarebbe stata revocata la protezione. Così è stato». Una revoca annunciata telefonicamente, mai motivata e mai formalizzata con un atto ufficiale, a cui il suo avvocato si sarebbe potuto eventualmente appellare. «Penso che sia la prima volta che in Italia accade una cosa del genere» commenta Lannes.

I SILENZI DEL GOVERNO - La vicenda del sopralluogo a Caorso è stata anche al centro di un'interrogazione presentata nell'aprile del 2010 da alcuni deputati di Pd e Radicali - prima firmataria Elisabetta Zamparutti - a cui però non è mai stata data risposta dal ministro dell'Interno allora in carica, Roberto Maroni. Gli stessi deputati il 2 agosto 2011, hanno chiesto spiegazioni sulla revoca annunciata della scorta a Lannes, anche in quel caso senza ottenere una risposta precisa. Ci riproveranno in questi giorni, appellandosi al ministro Anna Maria Cancellieri, salita al Viminale con il governo Monti. Perché dopo mesi di silenzio un avvertimento come quello fatto ritrovare sul seggiolino del bimbo non può passare in secondo piano.

«NON SONO UN EROE» - Lannes ha denunciato per anni reati ambientali e infiltrazioni della criminalità nel business degli smaltimenti, ha raccontato delle navi dei veleni, ha denunciato la presenza di almeno un migliaio di container con rifiuti affondati nei mari italiani. «Quando un giornalista si espone rischia di ritrovarsi in situazioni come quella in cui mi trovo io - dice ora Lannes -. In questo Paese è difficile lavorare con serenità, ma io non cerco una tutela per me, vorrei che lo Stato garantisse almeno l'incolumità della mia famiglia». Lo ha scritto anche sul suo blog, «Su la testa»: «Venticinque anni fa ho fatto una scelta di vita - commenta Lannes -: non sono un eroe da seppellire!».

Alessandro Sala (tratto da corriere.it)

31 gennaio 2012

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Secur-Flexibility, non Flex-Security

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Una risposta ad Alesina e Giavazzi

In Italia sei lavoratori su 10 non sono tutelati dall’art.18. E anche quando chi è garantito può finire vittima di un licenziamento collettivo. Solo dopo aver introdotto un reddito di base si potrà parlare di riforma del lavoro.

precarietUna risposta ad Alesina e Giavazzi A leggere l’editoriale di Alesina e Giavazzi pubblicato sul Corriere della sera di domenica, uno spettro si aggira per l’Italia. È lo spettro dell’art. 18, causa di ogni male, in particolare della precarietà.

Dopo anni di occultamento della realtà, Alesina e Giavazzi sono costretti ad ammettere che il numero di precari, prima della crisi (chissà dopo) ammonterebbe a 4 milioni (circa il 20% della forza-lavoro). È un dato sottostimato. Stime più complete (sulla base dei dati Isfol) arrivano, infatti, a ipotizzare, comprendendo anche tutte quelle situazioni di lavoro autonomo che nascondono in realtà forme di subalternità e eterodirezione, un numero di precari di poco inferiore ai 7 milioni (un terzo della forza lavoro), che arriva a superare il 50% per chi ha meno di 35 anni.

Il numero è destinato ad aumentare, se si considera che, secondo l’Osservatorio Provinciale di un’area comunque ricca come quella di Miano, nel corso del 2010, su 10 nuovi entrati nel mercato del lavoro solo uno era con un contratto standard di lavoro (9,8%) e solo uno su tre riesce a stabilizzarsi.

Se non si può negare l’evidenza, allora è necessario trovare le ragioni. Scrivono infatti Alesina e Giavazzi: «Per un’impresa, passare un lavoratore dalla precarietà ad un contratto a tempo indeterminato significa renderlo illicenziabile, a causa appunto dell’art. 18 e questo comporta un rischio troppo elevato per l’impresa stessa». E aggiungono: «Non solo, ma un impresa non investe nella formazione di un lavoratore che dopo pochi mesi perderà: quindi la produttività dei giovani precari rimane bassa, non imparano nulla e più l’età avanza meno diventano impiegabili».

È necessario fare un minimo di chiarezza e fare un bagno di realtà. In Italia, il numero dei lavoratori formalmente protetti dall’art. 18 in imprese private con più di 15 dipendenti sono poco più di 7,7 milioni (il numero delle imprese è invece poco più di 114.000, un’inezia se paragonato al numero totale delle imprese: dati Istat), poco più del 40% del totale degli addetti privati. Ciò significa che sei dipendenti privati su 10 non sono tutelati dall’art.18. Tale quota tende poi in realtà ad aumentare, se si considera che la maggior parte delle imprese con più di 15 dipendenti si concentra nella faccia dimensionale tra i 15 e i 25 addetti, laddove la presenza del sindacato è assai scarsa e quindi il controllo
dell’applicazione dello Statuto dei Lavoratori più labile. Ciò significa che poco più di un terzo (comunque non la maggioranza, come sembra emergere dagli articoli di molti commentatori e economisti) della forza-lavoro
privata italiana è illicenziabile?

Niente di più falso. Ciò che è impedito è solo il licenziamento individuale. La Legge 223 del 1991 ha infatti introdotto la possibilità di licenziamenti collettivi, anche per ragioni economiche. Al punto che le cronache economiche di questi mesi sono costellate da notizie relativi a licenziamenti. Solo per rimanere in Lombardia, basti pensare alla Jabil, alla Lares, alla Metalli, alla Nokia, all’Eutelia, alla Yamaha, alla Wagon Lits, alla Whirpool, all’Omsa solo per citare i casi più clamorosi.

È evidente che il licenziamento per ragioni economiche (delocalizzazione, chiusura di stabilimento, ristrutturazione, ecc) avviene sempre in modo plurimo, non avendo senso licenziare un singolo lavoratore. È quindi pretestuoso e falso affermare che impedire il licenziamento individuale per ragioni economiche obbliga le imprese ad assumere solo tramite contratti precari. Se le imprese con più di 15 addetti assumono prevalentemente tramite contratti precari in tempo di crisi (ma non solo) è perché intendono scaricare sulla flessibilità del lavoro l’incertezza e i costi della crisi, non viceversa. Ed è proprio questa miope strategia imprenditoriale, tesa ad accrescere illusoriamente competitività via riduzione dei costi piuttosto che via aumento della qualità e della produzione, a incidere negativamente sulla dinamica della produttività.

Ancora una volta Alesina e Giavazzi confondono la causa con l’effetto. La produttività in Italia è bassa perché le economie di scala dinamiche che ne stanno alla base (di apprendimento e di rete) richiedono continuità di lavoro e di reddito proprio perché possano garantire rendimenti crescenti nel tempo. Ciò significa che la scarsa produttività italiana è dovuta proprio ad un eccesso di precarietà e non è certo abrogando l’art. 18 (o introducendo gabbie salariali) che taleproblema può essere risolto.

Infine, Alesina e Giavazzi chiedono che in cambio della liberalizzazione dei licenziamenti individuali le imprese partecipano in misura maggiore al finanziamento dei sussidi di disoccupazione erogati dall’Inps. È utile ricordare che già oggi il sussidio di disoccupazione viene finanziato dai contributi sociali versati dalle imprese e dai lavoratori, allo stesso modo della Cig straordinaria e delle indennità di mobilità. Si tratta di ben misera cosa in confronto al via libera ai licenziamenti! Nulla viene detto infatti riguardo ai parametri che limitano l’accesso a tali sussidi, ovvero la durata (massimo otto mesi) e l’ammontare (pari al 60% della retribuzione lorda mensile per i primi 6 mesi, al 50% per il settimo e l’ottavo mese, perun livello comunque non superiore a 858 euro mensili).
È necessario invece rovesciare il ragionamento di Alesina e Giavazzi (e anche dell’attuale governo): prima di intervenire su qualsiasi processo di riforma del mercato del lavoro, sarebbe più utile e produttivo procedere ad una razionalizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali tramite duesemplici misure: la separazione tra assistenza (a carico della fiscalità collettiva) e previdenza contributiva (a carico, tramite Inps, dei lavoratori e delle imprese) e l’introduzione di un’unica misura di reddito di base, erogato in modo individuale e incondizionato a tutti coloro che
hanno un reddito inferiore ad una determinata soglia (da contrattare), indipendente dalla tipologia contrattuale, condizione professionale, stato di cittadinanza, ecc.
Solo in presenza di sicurezza sociale garantita, il mercato del lavoro potrà acquisire quella mobilità funzionale al diritto di scelta del lavoro e non all’obbligo del lavoro. Solo se sarà operativo un effettivo regime di secur-flexibility (e non flex-security), allora il problema del mantenere in vigore l’art. 18 diventerà un falso problema e avrà esclusivamente la
funzione di proteggere i lavoratori da forme di discriminazione.

Andrea Fumagalli

tratto da http://www.precaria.org

30 gennaio 2012

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Bologna: contestazione a Giorgio Napolitano

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occupyunibo1La giornata di #occupyunibo parte la mattina alle ore 9.00, ed è stata una giornata che si è ricollegata immediatamente al movimento Occupy statunitense che sabato ha contestato il presidente Barac Obama. Oggi a Bologna il motivo della contestazione è il predisdente della Rapubblica Napolitano garante e sponsor del governo Monti ovvero del governo delle Banche e del neoliberismo.

Il corteo comincia a muoversi in una Bologna blindata dove vengono schedati tutti i passanti. In piazza 300 persone ma i numeri saliranno con il passare del tempo. Molte bandiere NoTav tra i manifestanti. La prima tappa e via Guerrazzi ma la celere è schierata in forze e sbarra l'accesso a tutte le strade intorno all'aula di S.Lucia, dove si tiene la cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico, la laurea ad honorem a Napolitano.

Il corteo si fa selvaggio nei vicoli intorno all'aula di S.Lucia per aggirare i blocchi della celere e consegnare la laurea di austerity, ma all'altezza di via Castiglione un nuovo blocco della polizia impedisce la contestazione.

In via de Poeti però parte la prima carica della celere contro il corteo che resiste e continua ad avanzare! Alcuni studenti sono stati feriti alla testa e anche un giornlista di Repubblica. Le agenzie stampa stanno mandando dichiarazioni del questore di Bologna sull'utilizzo di gas urticanti, peccato però che nessuno se ne sia accorto, mentre tutti si sono accorti delle teste rotte degli studenti.

Dopo le cariche della polizia il corteo di OccupyUnibo aumenta di numero. Almeno 500 persone danno vita al corteo per la laurea d'austerity a Napolitano lungo i viali di Bologna per poi dirigesi in Piazza Verdi e concludersi con le parole di uno studente al megafono: «Con la contestazione a Napolitano a Bologna è iniziato il nostro anno di lotta. Oggi cade l'ultimo idolo della politica istituzionale: non c'è più nulla da difendere ma tutto da riprendersi!».

Diretta dalla piazza

10:30: In una Bologna blindata comincia a muoversi il corteo di #OccupyUnibo che va a contestare Napolitano. 300 persone in piazza ma i numeri sembrano destinati a salire. Molte bandiere NoTav tra i manifestanti. L'elicottero della polizia sorveglia dall'alto. Identificati anche i passanti nelle vie antistanti all'Aula S.Lucia dove si svolgerà l'inaugurazione dell'anno accademico.

10:45: Il corteo si muove lungo via Petroni e Piazza Aldrovandi al grido di "Stiamo arrivando!". Dagli studenti e dalle studentesse di #Occupyunibo si alza forte la solidarietà per gli arrestati del movimento Notav: "Liberi tutti!"

10:48: La celere schierata in forze sta sbarrando la strada in Via Guerrazzi.

10:56: Il corteo si è attestato in via Guerrazzi. Tutte le strade intorno all'aula di S.Lucia, dove è cominciata la cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico, sono completamente militarizzate. Ma la piazza sembra comunque essere determinata a consegnare la laurea in austerity a Napolitano.

11:01: Gli studenti e le studentesse di #OccupyUnibo non si fermano. Corteo selvaggio nei vicoli intorno all'aula di S.Lucia per aggirare i blocchi della celere e consegnare la laurea di austerity.

11.06: Il corteo si trova in questo momento in Strada Maggiore. Traffico bloccato.

11:11: Il corteo degli studenti che contesta la laurea a Napolitano entra in p.zza s.Stefano di corsa. Secondo blocco della celere all'altezza di via Castiglione.

11:19: Altro blocco alla fine di via Sampieri,ora il corteo si muove su via dal Luzzo determinato a consegnare la laurea a Napolitano.

11:28: Il corteo si trova ora in Piazza della Mercanzia. Orchestra di tamburi e clown army fronteggiano i pagliacci in divisa schierati.

11:34: Le stradine intorno al quadrilatero sono completamente invase dal corteo selvaggio di #Occupyunibo.

11:39: Ancora bocchi in via Farini. Ma studenti e studentesse non hanno intenzione di farsi fermare dalla celere. "Noi andiamo dove vogliamo!" Continua il corteo selvaggio di #OccupyUnibo.

11:46: #OccupyUnibo in via de Poeti. Anche qui celere a bloccare la strada. La democrazia del 99% fa paura ai palazzi dell'austerity.

11:47: Partita una prima carica della celere contro il corteo che resiste e continua ad avanzare!

11.58: Alcuni studenti feriti durante la carica della polizia. Il corteo però non si fa intimorire e la giornata di lotta contro austerity  va avanti.

12:03: Dopo le cariche della polizia il corteo di OccupyUnibo aumenta di numero. Almeno 500 persone ferme in questo momento all'altezza del tribunale. La giornata di lotta non si ferma.

12:12: Il corteo per la laurea d'austerity a Napolitano sta bloccando i viali di Bologna. Traffico in tilt.

12.17: Dai viali di Bologna bloccati dagli studenti contro l'austerity si alzano slogan in solidarietà agli arrestati del movimento No Tav.

12:30: Il corteo di Occupyunibo dopo i blocchi sui viali sta tornando nel centro di Bologna.

12:55. Il corteo di OccupyUnibo termina in Piazza Verdi. Le parole di uno studente al megafono: «Con la contestazione a Napolitano a Bologna è iniziato il nostro anno di lotta. Oggi cade l'ultimo idolo della politica istituzionale: non c'è più nulla da difendere ma tutto da riprendersi!». 

 

30 gennaio 2012 

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