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Casa fai da te: anche in Italia

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autocostruzione.jpgROMA - Un tetto per tutti. Ma a patto di costruirselo da soli. E' l'autocostruzione: un modo poco conosciuto, ma sempre più apprezzato a causa della crisi, per combattere il caro-casa: ci si associa in cooperativa, si acquista un terreno, e poi i futuri proprietari, coordinati e guidati da professionisti, imbracciano gli attrezzi del mestiere, comprano i materiali, e realizzano con il proprio lavoro le future dimore.

Con l'obiettivo di risparmiare fino al 50% sul prezzo finale della casa. E consentire a chi ha difficoltà economiche, o non riesce ad accedere ad un mutuo, di coronare il sogno di una casa di proprietà. "La fatica è enorme, e anche il sacrificio. Ma almeno lascerò una bella casa, e senza spendere una fortuna, a mia figlia. Che crescerà in una comunità in cui tutti si conoscono, perché hanno condiviso per due anni l'onere e la fatica di costruirsi la casa. Da soli". Gianluigi Ravviso è un impiegato di 33 anni, da sei mesi è papà, e fino al 2008 non aveva mai impugnato una cazzuola o impastato la calce. Ora passa tutti i weekend, le ferie e i giorni liberi con elmetto di sicurezza e guanti da lavoro, a costruirsi la casa con le sue mani. Ma non proprio 'da solo'.

Fa parte di una cooperativa di autocostruzione, attiva da a San Giovanni in Marignano, nel riminese. In Italia sono quasi 300 le famiglie che l'hanno già fatto o lo stanno facendo, riunite in più di 60 cooperative. Soprattutto in Lombardia e Emilia-Romagna. Ma anche in Umbria e nel Lazio. E il modello, nato nel Nord Europa, prende piede anche nelle istituzioni, che negli ultimi anni hanno iniziato a rendere disponibili per questo tipo di attività, attraverso bandi di concorso, territori destinati all'edilizia popolare. E a fornire fondi per incentivare questa pratica.

Una delle ultime, in ordine di tempo, è stata la Provincia di Parma, che ha realizzato un piano sperimentale per 48 nuovi alloggi, finanziati per 400 mila euro dalla Regione Emilia-Romagna. "La prima volta che dovevo tirare su un muro credevo fosse una missione impossibile - racconta Gianluigi - ma per fortuna, anche se sono un 'colletto bianco', sono stato scout: un po' di capacità manuali le ho persino io!", scherza.

 "Da quando l'economia va male c'é ancora più interesse intorno a questo modello - racconta Graziano Bardeggi, 40 anni e due figli, un altro dei soci della cooperativa 'Aria' - alcuni dei nostri soci sono cassintegrati o in ferie forzate. E allora colgono l'occasione per dedicarsi all'attività di costruzione". Ogni nucleo familiare associato dedica circa 500 ore all'anno al cantiere. E si impegna al massimo su ogni dettaglio: l'assegnazione delle case avviene solo alla fine, così nessuno sa se sta lavorando proprio all' abitazione dove andrà a vivere.

Nelle cooperative di autocostruzione, comunque, l'attività non è lasciata al caso: il capo cantiere è un professionista regolarmente stipendiato, e i futuri proprietari sono formati e guidati da specialisti (architetti, geometri, tecnici), che poi provvedono a certificare gli impianti. E le case non sono per nulla 'arrangiate': solo per fare un esempio, le 18 villette a schiera, da 140 mq ciascuna, a cui stanno lavorando i soci della cooperativa 'Aria', di cui Gianluigi è anche vicepresidente, saranno tutte di classe 'A+'. Ovvero, con il massimo livello di risparmio energetico.

"Con l'autocostruzione si risparmia quattro volte - spiega Gianpietro Bonomi, presidente della cooperativa - sul costo del terreno, che ci è stato assegnato con regolare bando dal Comune a un prezzo inferiore a quello di mercato; sulla manodopera, perché facciamo praticamente tutto da soli; sui materiali, perché assieme possiamo ottenere sconti sulle grandi quantità; e poi perché non ci sono ricarichi, nessuno ci deve guadagnare. Noi prevediamo - conclude - di chiudere il cantiere entro la prossima estate, con un costo di 1.000 euro al metro quadro".

E l'autocostruzione può diventare anche un'occasione per favorire l'integrazione e creare comunità. A volte, anche miste italiani-immigrati. Come avviene nei quattro cantieri, per complessivi 117 alloggi, attualmente attivi in Umbria, e gestiti dalla cooperativa 'Alisei'. "Dei nostri circa cento soci, 46 sono italiani; gli altri arrivano da più di 19 Paesi - racconta la presidente della coop, Carla Barbarella - il nostro obiettivo é sempre stato quello di favorire chi non potrebbe accedere altrimenti al mercato del credito".
 
http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_1648120018.html
 
www.autocostruzione.net
 

 

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Valutazioni "da lontano" sulla lotta alla INNSE

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Specifichiamolo subito: chi scrive ha seguito il corso della lotta alla INNSE di Milano, ma al presidio non c’è mai stato. È bene dirlo perché di questi tempi a Milano (e non solo) ci si qualifica tra chi, alla INNSE, “c’è stato” (chissà quando, quanto e a far o dire cosa...) e chi “non c’è stato”. Come a Woodstock.

innse_operai_presidio.jpg

Link: COSA CI DICE LA VITTORIA DELL'INNSE

 

Pur non avendo partecipato al presidio INNSE mi sono fatto comunque un'idea su alcune cose; penso, inoltre, che anche una visione “dall’esterno” possa essere utile per capire come sia stata raccontata (dai mass media o dal “movimento”) questa lotta operaia e come essa sia stata percepita, per capire quanto di solido questa lotta abbia sedimentato e quanto “propagandismo” e “presenzialismo” ci sia nelle molte dichiarazioni che su di essa arrivano a pioggia. Ci sono persino - incredibile ma vero! - partiti che promuovono assemblee pubbliche invitando a relazionare non i protagonisti della lotta alla INNSE - i lavoratori -, ma personaggi che alla INNSE si sono presentati come “sostenitori” (ma che in realtà presenziavano solo per farsi pubblicità a spese altrui) e come “datori di linea”, ma inascoltati.

Il primo punto che voglio sottolineare è il seguente: alla fine, i lavoratori della INNSE, hanno vinto (anche se descrivere come una “vittoria” la prosecuzione del proprio sfruttamento salariato suona un po' amaro): volevano mantenere il posto di lavoro e (al momento) possiamo dire che lo hanno mantenuto. E c'è anche un impegno della nuova proprietà a mantenere attività produttive fino al 2025, per quanto questo impegno possa valere, dato che anche Genta, il proprietario uscente, aveva comprato in saldo la INNSE con lo stesso impegno. E infatti, i lavoratori INNSE, ormai scafati dalle tante traversie attraversate nel corso degli anni, portano avanti il presidio: “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” ha detto alla Rai uno dei 4 operai INNSE che ha passato 10 giorni sulla gru.

In termini sindacali, vittorie e sconfitte si misurano in base agli obbiettivi che ci si pongono. Certo, se l’obbiettivo è molto facile si fa presto a “cantare vittoria”; ma anche darsi obbiettivi palesemente irraggiungibili diventa, alla lunga, un alibi per non raggiungerli (“la rivoluzione è l'unica lotta utile”, “gli obbiettivi parziali sono solo un diversivo”, “il lavoro è una schiavitù”, cose magari astrattamente vere, ma inutili da ripetere di fronte alle piccole e grandi lotte quotidiane).

Un certo compagno di Treviri sosteneva che di tanto in tanto i lavoratori vincono, ma che il vero patrimonio della lotta - la sua vera “vittoria” - è la conquista di un livello più avanzato di coscienza e di organizzazione. È impossibile dire se la INNSE (magari assieme ai lavoratori di altre lotte importanti e innovative, come quelle all'Ortomercato, alla Bennet, alla DHL, all'Alfa...) potrà diventare il (o un) punto di riferimento di un’area di lavoratori combattivi di Milano, ma è evidente che un livello di maggiore coscienza e di organizzazione i lavoratori della INNSE non solo lo hanno conquistato, ma si può dire che questo livello è stato la condizione che ha permesso loro di raggiungere l'obbiettivo.

Devo riconoscerlo: non pensavo che i lavoratori INNSE ce l’avrebbero fatta. Non solo perché viviamo in una società capitalistica e le ragioni del padrone vengono quasi sempre fatte prevalere su quelle dei lavoratori, ma perché non pensavo che si sarebbe trovato un nuovo acquirente (posto che Genta non aveva alcuna intenzione di riattivare la produzione, ma solo di vendere “macchina per macchina” lo stabilimento, aprendo la strada, tra l’altro, ad una enorme speculazione edilizia sull’area in vista dell’EXPO 2015). Queste due appetibilissime prospettive, giocavano secondo me contro i lavoratori e in effetti l’atteggiamento delle istituzioni “lumbard” è stato sempre molto più che ambiguo: solidarietà fittizia a parole (vedi dichiarazioni del Consiglio Regionale, ad esempio), via libera allo smantellamento nei fatti (con, tra l’altro, due tentativi di sgombero coatto “a colpi di carabinieri”, che i lavoratori hanno saputo fronteggiare efficacemente assieme al movimento che li sosteneva e anche questo è un bell'insegnamento).

Invece l’acquirente non solo si è trovato, ma si è trovato in una settimana. Ed è ovvio che se i lavoratori non avessero occupato e non fossero saliti sulla gru bloccando lo smantellamento delle macchine, acquirente o non acquirente, della INNSE non sarebbe rimasto nulla.

I lavoratori non hanno mollato perché sapevano che le condizioni per impedire l’operazione speculativa c’erano; si sono opposti in molti modi, arrivando persino ad alcune forme di autogestione. Ovviamente, non si illudevano di poter “gestire l’autogestione” più a lungo di quanto sia stata in effetti gestita, ma hanno comunque voluto dimostrare di essere capaci di portare avanti la fabbrica - pur entro certi limiti - senza il padrone emulando, per un più breve periodo, altre esperienze di autogestione come quella alla Zanon in Argentina.

Pensavo che alla fine Genta, il Gordon Gekko “de noantri”, l’avrebbe spuntata. E a dire il vero, in un certo senso, così è stato perché uno che vende a 4 milioni di euro ciò che aveva pagato 700.000 non si può dire che sia stato del tutto sconfitto: nell’amor proprio, sicuramente, nell’aver dovuto rinunciare ad una parte di speculazione, forse, ma insomma, Genta può ritenersi soddisfatto. A questo punto i lavoratori hanno vinto (hanno mantenuto il posto di lavoro), Camozzi è felice (e fa il padrone “buono” contro gli speculatori cattivi, come se a lui interessasse, non il profitto, ma la sorte dei lavoratori, ma intanto manda messaggi trasversali del tipo “io vi mantengo al lavoro, ma preparatevi a rimboccarvi le maniche perché ora dovete laurà”), Genta non si lamenta di certo. Tutto è bene quello che finisce (ma è finita?) bene.

Dall’esterno, negli ultimi giorni si percepiva una certa preoccupazione: non tanto perché si pensasse che i lavoratori fossero intenzionati a buttarsi giù dalla gru se l’accordo non si fosse trovato (c’era da essere certi che questi lavoratori combattivi avrebbero investito in ben altro modo la propria vita). C’era preoccupazione per la grande fatica di giorni e giorni sotto le lamiere roventi; c’era preoccupazione per la sorte della trattativa; c’era - almeno in me - un tipo di preoccupazione più “indiretta”: se i lavoratori della INNSE avessero perso la loro battaglia quale sarebbe stato il segnale che sarebbe arrivato a tutti i lavoratori? Sarebbe arrivato il segnale che neppure 15 mesi passati tra occupazione, autogestione, assemblea permanente, presidi, scontri, notti, salite sulle gru, ecc… potevano scalzare il “diritto” del padrone a disporre della propria “roba” e, per conseguenza, del destino dei lavoratori. Temevo, cioè, che sarebbe arrivato un segnale-boomerang perché talvolta le vittorie rafforzano, ma molto raramente rafforzano le sconfitte. Temevo che la sconfitta di una vertenza che aveva raggiunto una dimensione mediatica nazionale potesse avere un effetto di scoraggiamento su molte altre situazioni; pensavo, anzi, che la ribalta mediatica della lotta potesse essere stata predisposta proprio per sconfiggere i lavoratori INNSE davanti a tutti gli altri lavoratori, a mo di esempio.

Invece, gli operai hanno resistito fino all'arrivo di un nuovo compratore. E, in tutte o quasi le dichiarazioni “del dopo”, torna prepotentemente alla ribalta lo slogan storico “la lotta paga”. Non per voler trovare il “pelo nell'uovo” ma io sono tra coloro che pensano che questo slogan vada preso “cum grano salis”, con “grano nella zucca”, perché, preso invece “alla lettera” è, per un verso, falso e, per un altro (nei termini di una trasformazione sociale globale [1]), illusorio; naturalmente, è sempre vero che senza lotta non si conquista nulla, ma non è sempre vero che con la lotta si conquista qualcosa dato che a volte (e direi anzi molto spesso negli ultimi decenni di difficoltà del movimento dei lavoratori) le lotte si concludono con delle sconfitte, anche dure. L'idea che la lotta paghi sempre e comunque corrisponde ad una visione “sindacalistica” - e dunque, in definitiva, riformistica (“di lotta in lotta”, “un pezzettino alla volta”...) – della relazione sociale tra lavoratori e capitalisti (e della trasformazione di questa relazione). Troppo bello per essere vero. E infatti è - forse - bello, ma - sicuramente - non vero.

Dall’esterno del presidio alla INNSE non si percepiva solo la determinazione dei lavoratori a raggiungere il proprio obbiettivo; si percepiva anche un grande lavorio per lucrar sopra la vicenda della INNSE. Tutti i TG (ivi compreso quello “di sinistra”) inneggiavano al “signor Prefetto” - “vero protagonista della trattativa”, dicevano - la qual cosa era a dir poco preoccupante: ora, sarà anche competenza del Prefetto mettere il becco, ogni tanto, nelle vertenze di carattere sindacale, ma da qui a trasformarlo nell'eroe della situazione ce ne corre... Poiché il Prefetto rappresenta il Governo, l'eroismo del Prefetto diventa l'eroismo del Governo. In questo modo il padronato imperversa “a destra e a manca”: attraverso le leggi e la Magistratura sostiene le ragioni di Genta e manda i carabinieri a sgombrare i lavoratori (che la proprietà è pur sempre sacra in una società capitalistica) e nello stesso tempo, attraverso il Prefetto, fa anche “l’eroe” affinché i lavoratori abbiano quello che chiedono (o almeno così si diceva in TV). In questa doppia veste si cerca di dimostrare che non c'è bisogno della lotta – ma, al massimo, di “gesti disperati” ed eclatanti (quindi, ipoteticamente strumentalizzabili [2]), come quelli di salire sulla gru (e infatti anche questo messaggio è stato veicolato [3] in modo bipartizan) -, che non siamo di fronte ad uno scontro sociale vero, ma che alla INNSE - e ovviamente altrove - basta mettersi a discutere, padroni, sindacati, Prefetti... perché tra persone “perbene” e “di buon senso” una soluzione si trova sempre, anche quando la situazione sembra disperata. Basta non fare i cattivi come in Francia, aggiungerebbe Epifani.

In vista della chiusura dell’accordo i massimi vertici della FIOM non sono voluti mancare: nientepopodimeno che due segretari nazionali [4] più la segretaria milanese per gestire la trattativa di una fabbrica di 49 dipendenti, neanche per il contratto nazionale... Poi, certo, hanno spiegato che la “rilevanza” della lotta andava ben oltre il numero dei dipendenti. Io, con questo, sono certamente d'accordo ma sarebbe interessante sapere se io e la FIOM abbiamo la stessa idea di “rilevanza”.

Ora, come spesso accade, le cose si possono vedere da (almeno) due punti di vista.

Vedendola da un lato, la FIOM si è spesa “come fa sempre” (?) e “con tutta la sua forza” per addivenire ad una soluzione positiva della vertenza e la presenza del sindacalista sulla gru è semplicemente l’esemplificazione della “simbiosi” tra la FIOM e i lavoratori della INNSE; vedendola da un altro lato, si può persino pensare - “maliziosamente”, non c'è bisogno di dirlo - la salita sulla gru del sindacalista e soprattutto la “discesa in campo” dei “numeri 1” della FIOM come la realizzazione di una grande “spot” propagandistico a costo e, soprattutto, a rischio zero, perché se le cose si fossero messe male si sarebbero messe male solo per i lavoratori della INNSE - in una fase in cui la FIOM non sembra granché all’altezza della crisi che investe l’industria italiana e in cui sembra limitarsi alla “riduzione del danno” attraverso la gestione e la richiesta di estensione degli ammortizzatori sociali.

Molti (oddio, “molti” forse è dire troppo) leader e mini-leader - milanesi e non - politici, sindacali, (ovviamente “dal PD - escluso - in qua”), hanno fatto a gara per “Esserci”. Potevamo forse dubitarne? C’era una telecamera accesa, ci si sono messi davanti. Del resto Esserci non bastava, si doveva vedere. E così si sono visti anche personaggi come il buon Paolo Ferrero - ma è solo uno dei diversi nomi che si potrebbero fare, gli altri sono semplicemente più sconosciuti - che dopo l'esperienza shock dello scranno nel governo Prodi - amico “di sinistra” dei padroni in perenne competizione con l'altro amico, quello di destra - ha dovuto ricominciare a “timbrare il cartellino” e fare la sua bella presenza. Bisognava magari ricordarglielo, “al Paolo”, che è stato anche grazie ai decreti per le aziende in difficoltà economiche del Governo Prodi Bis se la INNSE è finita - a prezzi stracciati [5] - nelle mani dello speculatore Genta... Sic transit gloria mundi.

Ma in fondo anche questa “attrazione” con cui la lotta alla INNSE ha calamitato l'attenzione di molti è stata anch'essa una conquista dei lavoratori che sono stati capaci, con la loro determinazione e fiducia, di andare avanti anche quando le telecamere non c'erano ed hanno costretto, non fosse altro che per ragioni di “passerella”, personaggi nazionali e non, a dover fare la propria comparsata. Magari i lavoratori riuscissero sempre (senza farsi strumentalizzare, ovviamente) a trascinare i politici della fu “sinistra” e a “dirigere i dirigenti” di partiti che più che extra, sono ex parlamentari (nel senso che non si sono collocati, ma sono stati collocati dagli elettori e dai loro ex alleati fuori dal Parlamento).

La lotta alla INNSE offre, come tutte le esperienze di lotta, preziosi insegnamenti: la determinazione dei lavoratori, la solidarietà dei compagni, la fiducia nell'obbiettivo...

Tuttavia canonizzarla, iconizzarla, elevarla a rango di “lotta tra le lotte” cucendole addosso un improbabile generalizzabilità... sarebbe ingiusto verso tutti quei lavoratori che in altre e misconosciute lotte resistono (e sono tanti e importanti gli episodi di lotta che non raggiungono gli “onori della cronaca” e le telecamere, e che dunque neppure hanno la fortuna di veder presenziare i “tele-leader”) contro il padrone, contro lo Stato e sempre più spesso contro gli stessi sindacati di regime. Ma sarebbe ingiusto anche verso i lavoratori della INNSE ai quali non si può chiedere di essere ciò che non sono, di fare ciò che non possono fare e di surrogare la nostra difficoltà a lottare con la stessa determinazione e la stessa fiducia.

Milano, agosto 2009

[Lettera firmata]

Tratta da Primomaggio

Note

[1] Che si rende necessaria proprio perché le lotte “non pagano” e non ci permettono di progredire gradualmente oltre la forma capitalistica dei rapporti sociali di produzione.

[2] Berlusconi è riuscito a strumentalizzare a fini di consenso persino un terremoto, figuriamoci una trattativa sindacale gestita dal suo “eroe”...

[3] Per esempio, dal signor Guglielmo Epifani che non ha voluto perder l'occasione di contrapporre la pacifica e drammatica lotta dei lavoratori INNSE a quella “violenta” dei lavoratori francesi che “sequestravano” i manager o minavano le fabbriche (cfr. La repubblica, 13 agosto 2009, "Una bella pagina di lotta chi criticava si deve ricredere", Epifani: agli imprenditori chiedo più responsabilità. Non siamo in Francia. È stata una protesta assolutamente pacifica, anzi i rischi li hanno corsi i lavoratori. Intervista di Roberto Petrini a Guglielmo Epifani).

[4] Rinaldini non è neppure riuscito a programmare le vacanze: “Il segretario della Fiom Gianni Rinaldini adesso può andare in vacanza. Dove? «Non lo so, non ho avuto tempo di pensarci in questi giorni». Dal 2 Agosto, con Giorgio Cremaschi (Fiom nazionale) e Maria Sciancati (Fiom milanese), è stato in pianta stabile al presidio in via Rubattino. Ha tenuto i contatti con i cinque «gruisti», martedì notte ha festeggiato l'esito positivo della vicenda”, il Manifesto, 13 agosto 2009, Intervista di Manuela Cartosio a G. Rinaldini. «Una vittoria pulita che ridà speranza», Rinaldini (Fiom) fa il bilancio della lotta dell'Innse. En passant, da segnalare la significativa domanda finale della Cartosio: “La Fiom come capitalizzerà la vittoria?”. Sic.

[5] E i prezzi stracciati con cui Genta aveva acquisito la INNSE sono uno dei fattori che ha permesso lo sblocco della situazione perché nessuno avrebbe mai potuto obbligare il padrone a cedere se egli non avesse valutato comunque conveniente questa cessione.

 

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Ultimo aggiornamento Lunedì 31 Agosto 2009 16:08

Berlusconi. I giorni neri di un presidente furioso e autoritario

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berlusconi_vetro_rotto.jpegC’è bagarre nel centrodestra e Berlusconi perde la testa. Ordina ai suoi avvocati di querelare un giornale, Repubblica, reo di avergli rivolto dieci domande e di averle pubblicate per tanti giorni. Domande alle quali il capo del governo non ha mai risposto. Non solo, le motivazioni della querela sono ridicole e non sono degne di chi esercita la professione forense, oltre a quella di parlamentare.

Secondo Berlusconi non si tratta di domande perché hanno   in sé la risposta, domande retoriche insomma. Se così fosse dovrebbe essere  ancor più facile smontare quella che il presidente del consiglio ritiene una campagna di diffamazione nei suoi confronti. La realtà è che a quelle domande Berlusconi non può rispondere perché dovrebbe dire la verità e ciò non fa parte del suo dna. I suoi avvocati minacciano querele nei confronti dei giornali di tutto il mondo mentre il cavaliere, si dice,  provi a comprare il Pais, magari con lo zampino  del suo amico Gheddafi, il dittatore libico.

Attacco premeditato alla libertà dell’informazione
Ora non saremo noi a criticare “papi” perché vuole difendersi ritenendosi offeso dai media di tutto il mondo. Ma se  lo fa come presidente del Consiglio si tratta di un atto grave, inaudito, un attacco premeditato alla libertà dell’informazione. L’appello lanciato da personalità  come Franco Cordero, Stefano Rodotà e  Gustavo Zagrebelsky, che pubblichiamo ed invitiamo i nostri lettori a firmare è un grido di allarme cui deve essere dato un  seguito di iniziative, manifestazioni, momenti di lotta. Berlusconi non ha che una  strada: quella di dimettersi e da libero cittadino rivolgersi alla giustizia.  Ma siamo certi che non lo farà, la sua vocazione all’autoritarismo si fa sempre più forte e pericolosa per la vita  e gli assetti della nostra democrazia. Perde la testa, si infila in un tunnel, si muove come sull’orlo di un burrone in cui fa precipitare il nostro paese.

Per “papi” niente “cena della Perdonanza”
Aveva fatto conto che la  Festa della Perdonanza all’Aquila avrebbe costituito un momento di ripresa di rapporto con le gerarchie ecclesiatiche. Il fido Gianni  Letta aveva lavorato di fino perché il “ perdono” a “papi” arrivasse dal cardinal Bertone nel corso di una cena per cui organizzazione i contatti erano stati intensi. Niente da fare. Berlusconi aveva voluto dare un segnale anche ai suoi riportando sulla sedia di direttore del Giornale, Vittorio Feltri, un uomo forte che doveva scatenare veri e propri fronti di guerra. Ma come capita sempre, chi dei suoi mal è cagione pianga se stesso. Feltri è andato giù di brutto. Così come aveva ordinato il padrone, ha attaccato il direttore di Avvenire in modo infamante, violento.
La Conferenza episcopale, la Cei, ha difeso a spada tratta il direttore Boffo. Ed è saltata la cena. Ridicolo il modo in cui Berlusconi annuncia che non ci sarà più l’incontro per evitare “strumentalizzazioni” e sarà lo stesso Letta a rappresentare il governo. Berlusconi si dissocia ma è troppo tardi. Lui ha voluto Feltri, ora se lo tenga .

E’ pronta la gogna per Gianfranco Fini
Ma i guai non finiscono qui. Un’altra spina nel fianco è rappresentata dal presidente della  Camera e dalle sue esternazioni che mettono sotto accusa le politiche della maggioranza su questioni di grande rilievo come il testamento biologico, il razzismo che emerge dalle politiche del governo contro gli immigrati, tanto per citare due degli argomenti sui quali è intervenuto Fini alla Festa del Partito democratico. Ecco scatenarsi Gasparri,Quagliarello che guidano i parlamentari del Pdl, le due “punte di diamante”, si fa per dire della banda Berluscotti. Contro Fini arriva il coro becero  della destra  che governa: “ Non accettiamo lezioni di laicità da nessuno.” Dalla Lega continuano ad arrivare le grida di  Bossi, Maroni,Calderoli. Il loro giornale  attacca il  Vaticano, la Conferenza episcopale, i vescovi e minaccia la disdetta del Concordato. Berlusconi implora pietà , a mani giunte chiede al capo leghista che lasci stare le gerarchie ecclesiastiche.

L’ira di Tremonti contro gli economisti
Nel frattempo si apre un altro fronte. Questa volta è Giulio Tremonti che al meeting di Comunione e Liberazione si fa prendere dall’entusiasmo e dice peste e corna degli economisti, li paragona a dei maghi, parla di “ riunioni che realmente ricordano quelle dei maghi” Tremonti non sopporta le critiche che vengono da personalità di grande rilievo del mondo della politica economica. Addirittura si vanta di “ non essere un economista” e ciò, a suo dire,  “è una cosa che mi aiuta.” Ma come, si lamenta Berlusconi,proprio mentre dobbiamo far apparire che viviamo in una situazione economica del tutto rosea, felice, quello attacca gli economisti. Addirittura il Tg 1 di Minzolini, in un servizio preconfezionato, ha messo in mostra operai ottimisti sul loro futuro, che sprizzano gioia da ogni poro. Tanto lavoro per una televisione addomesticata e Tremonti, si arrabbia il premier, si fa prendere la mano da uno dei suoi scatti d’ira. Giornate nere per il capo del governo. Ben gli sta, verrebbe da dire. Il guaio è che l’operato di un presidente, azzoppato, per di più in preda all’ira ormai perenne, che non si fida  di nessuno,  capace solo di  assumere impegni che sa già che non manterrà, pesa come un macigno insopportabile sulla vita di ognuno di noi.

Alessandro Cardulli

tratto da www.dazebao.org

28 agosto 2008

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Tolleranza Zero: errori e orrori del "Pacchetto Sicurezza"

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La legge 94, del 15 luglio 2009, è un capolavoro di xenofobia e incongruenze. È sciatta e farraginosa, formata da soli 3 articoli suddivisi in una miriadi di commi e subarticolazioni. È dispendiosa, costerà tagli per 166 milioni. È piena di assurdità, scrivere sui muri diventa più grave del falso in bilancio. Considerando i prevedibili effetti della legge n.94 in chiave di carcerizzazione e di internamenti nei centri d'identificazione. www.infoaut.org

L'analisi di Sergio Moccia per Il Manifesto di mercoledì 26 agosto '09

[I neretti - eccetto i itoli - sono nostri_ndr.]

Sia da un punto di vista formale, sia da un punto di vista dei contenuti, l'ennesimo «pacchetto sicurezza» (legge 15 luglio 2009, n.94) sconta in maniera preoccupante per le ragioni di uno stato di diritto, il suo essere opera di una convulsa attività legislativa di tipo emergenziale, espressiva più di emozioni, poco accreditabili sul piano della stessa civiltà, che non di una razionale politica criminale.
Sotto il profilo formale, la tecnica di redazione è connotata da farragine e sciatteria: siamo lontanissimi dall'esigenza di chiarezza che, secondo la fondamentale lezione illuministica sulla legalità, deve contrassegnare, nello stato di diritto, la normativa penale: essa pretende, di regola, per le violazioni alle sue disposizioni anche il sacrificio della libertà individuale. Ed invece, nel pacchetto sicurezza farragine e sciatteria sono la regola: si consideri solo che la legge 94/09 è formata da tre soli articoli - privi di rubrica, cioè di un titolo illustrativo dei contenuti - che risultano suddivisi, rispettivamente, il primo in trentadue commi, il secondo in trenta commi ed il terzo in ben sessantasei commi; inoltre, la gran parte delle norme contiene ulteriori subarticolazioni, con defatiganti rinvii, anche plurimi, ad altre norme, e con frequenti interpolazioni di queste ultime. In queste disposizioni risultano allineate in modo confuso o, addirittura, intrecciate ipotesi di reato, circostanze aggravanti, cause di maggiore o minore punibilità e tutta una gamma variegata di norme non penali che, tuttavia, finiscono con l'incidere drammaticamente sui diritti fondamentali delle persone, come le norme in tema di centri di identificazione ed espulsione.
Se c'è una lettura difficile anche per un penalista esperto - figuriamoci per il semplice consociato, il destinatario delle norme - è certo quella di questi tre articoli: impegna realmente per ore!

Furia cieca
Dal punto di vista dei contenuti, la caratteristica del complesso malassortito delle tante disposizioni è data dal loro essere espressione di bisogni, spessissimo indotti, di rassicurazione dell'opinione pubblica, soprattutto in rapporto ad immigrazione ed ordre dans la rue, con un occhio alla mafia ed entrambi gli occhi serrati rispetto alla criminalità del ceto politico-amministrativo, imprenditoriale e finanziario.
I rimedi adottati sono riassumibili nello slogan: più repressione, più carcere, più controllo, di polizia e non. Sulla scia di precedenti, improvvidi provvedimenti normativi si mette in scena una coazione a ripetere repressiva, che, connotata da inquietante populismo, criminalizza e rinchiude gli outsiders, oppure li scheda (registro nazionale dei vagabondi, art.3 co.39) e li vessa in vario modo (vedi la tassa da 80 a 200 euro sul permesso di soggiorno, oppure il sistema a punti, con perdita del permesso per lo straniero che non raggiunge certi «obiettivi» previsti dall'«accordo di integrazione», art.1 co.25), per assecondare senza scrupoli le pulsioni xenofobe di una minoranza tanto rumorosa quanto incivile. Si arriva così allo stato di polizia: controllo ossessivo - anche attraverso sorveglianti «parapoliziali», le ronde -, marchi sui vagabondi e campi di internamento.

Una legge costosa
Considerando i prevedibili effetti della legge n.94 in chiave di carcerizzazione e di internamenti nei centri d'identificazione ed espulsione (Cie), appare manifesto che il governo ed il legislatore si comportano in modo ciecamente repressivo ed irresponsabile, dato l'insostenibile sovraffollamento carcerario; e tutto ciò avviene deliberatamente e platealmente a spese di ben più efficaci ed auspicabili interventi in chiave di sviluppo economico-sociale, anche all'estero, dal momento che, come illustra la tabella 1 allegata alla legge, per costruire nuovi Cie si stabiliscono tagli ai fondi ministeriali che gravano soprattutto sul ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, per quasi 90 milioni di euro in tre anni (!), e poi sul ministero degli affari esteri, per circa 49 milioni, e su quello dell'economia e delle finanze, per più di 14 milioni, su un totale di tagli di 166 milioni.

Monumento all'inefficacia
Guardando ai singoli contenuti, in materia di immigrazione si staglia il nuovo reato di soggiorno illegale, un vero e proprio monumento di inefficacia, al di là di ogni altra dolorosa considerazione. Nessun extracomunitario illegale potrà mai pagare la prevista ammenda da 5000 a 10000 euro - per la quale viene arbitrariamente esclusa l'applicabilità della comune disciplina dell'oblazione -; né si capisce a cos'altro serva mai questa figura di reato, dal momento che l'autore denunciato può essere immediatamente espulso o internato nel Cie, il che poteva già avvenire in via amministrativa secondo la disciplina vigente. Dal punto di vista funzionale era sostanzialmente equivalente il reato di inottemperanza all'ordine del questore di lasciare il territorio dello Stato - sanzionato, a seconda dei casi, con la reclusione da un anno a quattro o a cinque anni (o da sei mesi ad un anno in caso di permesso scaduto) - che viene «ritoccato» rispetto alla disciplina risultante dal pacchetto sicurezza dell'anno scorso (d.l. n.92, conv. in l.n.125/08). E come il reato di inottemperanza, anche la nuova fattispecie si presenta priva di legittimazione in uno stato di diritto conforme ai principi costituzionali del sistema penale.
Infatti, si può legittimamente punire una persona solo se abbia leso o messo in pericolo un bene giuridico, in altri termini un tangibile interesse o diritto di una o più persone; non si può sanzionare penalmente taluno per la mera disobbedienza ai comandi dell'autorità (nullum crimen sine iniuria). Ora, l'extracomunitario senza permesso di soggiorno, o che non si allontana, con ciò solo non fa male proprio a nessuno; ritenere che solo per il fatto di essere sans papier sia pericoloso è espressione di pura xenofobia.
Ma ciò, evidentemente, non importa ai pretesi fautori del pragmatismo efficientista e della tolleranza zero, come non importa loro che l'unico vero effetto della nuova disciplina possa essere quello di far scoppiare i Cie, in attesa che si realizzino quelli nuovi, moltiplicando così i campi di internamento disseminati nel territorio nazionale. Va considerato infatti che, in ultima analisi, il reato di ingresso illegale ha come vera sanzione l'internamento nel Cie, ossia, al di là delle etichette, una pena detentiva fino a sei mesi.
In questo contesto si segnalano anche altre gravi discriminazioni e stranezze, come l'aumento da sei mesi ad un anno dell'arresto previsto (oltre all'ammenda) per lo straniero che rifiuta di esibire i documenti, art.1 co.22 lettera h, mentre il cittadino che realizza un fatto analogo è punibile solo con l'arresto fino ad un mese (e un'ammenda dieci volte inferiore), art.651 c.p.; o le modifiche alla norma incriminatrice del dare alloggio o cedere anche in locazione un immobile ad uno straniero originariamente o successivamente divenuto irregolare, laddove è prevista la reclusione da sei mesi a tre anni, a fronte dell'ammenda prevista per lo straniero irregolare. Una incongruenza veramente singolare.
Ma forse è nell'art.3 e negli altri contenuti «stravaganti» del pacchetto sicurezza che più traspare la sua natura emergenziale; nuove incriminazioni e soprattutto aumenti di pena del tutto superflui assecondano in ordine sparso, al di fuori di una visione sistematica coerente, le ansie repressive spesso indotte dai mass-media. Qualche esempio: innanzitutto, il restyling del reato di oltraggio, un omaggio allo strisciante neofascismo, oggi tanto in voga. Si pensi inoltre alla gran messe di aggravanti introdotte con la legge n.94: è giusto contrastare fatti di bullismo ed in genere fatti contro la persona in danno di minori, ma allo scopo non serve, ed anzi è miopemente arbitrario, prevedere un'aggravante se il fatto è commesso «all'interno o nelle adiacenze di istituti di istruzione o di formazione», art.3 co.20: perché, in discoteca è meno grave o meno pericoloso? E per strada?
Considerazioni analoghe potrebbero svolgersi per le nuove aggravanti del furto e della rapina, di cui all'art.3 co.26-27, consistenti, rispettivamente, nella commissione «all'interno di mezzi di pubblico trasporto» - non è aggravata, però, la rapina appena scesi alla fermata in periferia... - oppure al momento in cui la vittima preleva denaro o l'ha «appena» prelevato: una sorta di istigazione indiretta a seguire la vittima, per rapinarla dopo, lontano dalle guardie e dalle telecamere... Non parliamo poi dell'aggravante - da un terzo alla metà della pena - prevista per la guida in stato di ebbrezza o stupefazione se commessi dalle 22 alle 7; sinceramente credevamo fosse più grave e/o pericoloso guidare ubriachi in pieno giorno, quando e dove c'è più gente in giro.

Il decoro urbano soprattutto
Per finire, si diceva che questo pacchetto sicurezza riduce la sicurezza ad ordre dans la rue; in effetti, il decoro urbano, o la sua fruibilità dalle persone «perbene», sembra ormai essere più importante non solo delle libertà di circolazione e soggiorno degli altri, ma anche della stessa libertà personale. Viene introdotta la pena della reclusione, in alternativa alla multa, per chi imbratta (senza danneggiarli) immobili o mezzi di trasporto. Nei casi di recidiva anche semplice, la pena massima è raddoppiata a due anni di reclusione: più grave del falso in bilancio.
Su tutto questo ed altro ancora, vigileranno le famigerate ronde. Tra tanti rischi di abusi in chiave squadrista, di conflitti con altri gruppi e con le forze dell'ordine, e così via, forse il rischio maggiore consiste nel fatto che la sorveglianza di strada dei «cittadini perbene» possa perpetuare una visione «a senso unico» della sicurezza, orientata ad una certa criminalità o mera illegalità di strada. E così, magari, l'imprenditore che picchia l'operaio rumeno in azienda non viene segnalato, ma potrebbe esserlo l'operaio che, appena uscito in strada, gli imbratta l'auto; così come sarà facile prevedere la segnalazione per il giovane ubriaco che di notte fa troppo chiasso nella movida o in qualche periferia che non quella dei poliziotti che, giunti sul posto, come pure avviene, perdano la testa e lo picchino a sangue.

 

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Comunione e Liberazione. Da movimento a impresa con fatturati a nove zeri

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Il tradizionale meeting di Rimini accoglie ecumenicamente tutti, berlusconiani e antiberlusconiani, atei e devoti. Da trent’anni, l’appuntamento estivo di Cl detta l’agenda politica del Paese. In nome di una disinvolta interpretazione del Vangelo

ROMA – Cambiano i sistemi politici e quelli elettorali. Emergono nuovi leader, le legislature trascorrono con il peso di quanto di buono e di cattivo esse producono. Gli italiani crescono, invecchiano, muoiono. Ma lei, Cl, cioè “Comunione e Liberazione” ed il suo meeting tutto politico di Rimini sono eterni, destinati per sempre a dettare l’agenda politica del Paese.

Sempre uguale a se stessa, Cl mostra di guardare al futuro; così, esattamente come accadeva trent’anni fa, individua in Giulio Andreotti (90 anni) il suo politico d’elezione e l’esempio da seguire. Con un significativo aggiornamento: Silvio Berlusconi. È lui ora il leader cui i ciellini guardano con ammirazione, fino a considerare scarsamente degne di nota le sue disavventure amorose. Per i cattolici di Cl, infatti, non conta quello che fa in privato un Capo di governo, se frequenti escort o, pur inconsapevolmente, personaggi al centro di inchieste della magistratura per spaccio di stupefacenti, se telefoni a minorenni perché ne ha ammirato le giuste positure. Tutto questo non ha importanza, perché al centro delle valutazioni di questi cattolici c’è soprattutto il “principio di sussidiarietà”.

In questa cornice “evangelica” c’è allora posto per tutti. Negli anni Ottanta per personaggi come Vittorio Sbardella, detto amorevolmente “lo squalo”, leader della corrente andreottiana nel Lazio, ex assaltatore fascista della libreria “Rinascita”, diventato editore di “Il Sabato” ed inquisito nella tangentopoli romana che costò la poltrona di sindaco al suo affiliato Pietro Giubilo. Lui stesso, poco prima di morire per un male incurabile a 59 anni, disse: “Dio mi perdonerà”.

Santità e affari, Vangelo e interessi economici. Nella fenomenologia di Comunione e Liberazione c’è tutto questo ed anche di più. Un’inchiesta del mensile “Altreconomia” in uscita a settembre,  mette in evidenza la propensione all’impresa di questi cattolici che sembrano aver letto e assorbito il weberiano “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, sostituendosi ai discendenti di Lutero e Calvino. «A Crema, in provincia di Cremona - si legge nell'inchiesta - sono arrivati 4,5 milioni di euro per costruire una scuola privata. La Regione Lombardia, ricevuta la richiesta di finanziamento dalla Fondazione Charis, ha stanziato i soldi in appena due settimane. Efficienza, secondo gli amministratori regionali. Favoritismo, dicono dall’opposizione: la scuola è di fedele osservanza ciellina, ovvero è riconducibile a Comunione e liberazione». Ma si sa, fra il governatore lombardo Formigoni e la premiata ditta fondata da Don Giussani negli anni Sessanta c’è un rapporto strettissimo. Tanto da oltrepassare qualsiasi ostacolo. Nell’assestamento del bilancio regionale per il 2009, si prevede una sostanziale parificazione degli ospedali di proprietà di enti ecclesiastici con quelli pubblici e la conseguente possibilità di ripianare i loro deficit con i soldi dei cittadini. Il provvedimento riguarderebbe anche il San Giuseppe, struttura di cui è coordinatorescientifico l’ex leader di Cl Giancarlo Cesana, l’allievo prediletto di Don Giussani, appena nominato presidente del polo di ricerca e cura del circuito sanitario Policlino-Mangiagalli-Regina Elena, che significa nascite ma anche aborti.

Praticamente le strutture e gli uomini di Cl sono dovunque in Lombardia ci siano fondi pubblici e finanziamenti europei, come ad esempio l’Ente fiera, che fattura 306 milioni e ha profitti per 4,7. Poi, elemento certamente non secondario, c’è il vero e proprio braccio affaristico di Cl, la “Compagnia delle opere”, nata nel 1986, una holding che, secondo un modello rivoluzionario di gestione economica, raggruppa 34 mila aziende che fatturano complessivamente 70 miliardi di euro. Lo scopo di questa holding, secondo il suo statuto, è “promuovere e tutelare la presenza dignitosa delle persone nel contesto sociale e il lavoro di tutti, nonché la presenza di opere e imprese nella società, favorendo una concezione del mercato e delle sue regole in grado di comprendere e rispettare la persona in ogni suo aspetto, dimensione e momento della vita”.

Una lettura un po’ diversa di questa concezione evangelica dell’impresa economica è fornita da  Mario Agostinelli, capogruppo al Consiglio regionale di “Sinistra-Un’altra Lombardia”, secondo il quale «nel sistema lombardo, la Compagnia delle Opere è un'invenzione formidabile, perché si interpone tra i bisogni dei cittadini e una massa considerevole di imprese del campo etico-sociale: assistenza, istruzione, formazione. Così sfugge l'elemento della privatizzazione ed emerge quello del volontariato del “dono”». Aggiunge ancora Agostinelli: «Tanta fama di eccellenza è a scapito del bene pubblico, della qualità della vita delle generazioni future. I diritti privatizzati vengono erogati soltanto se sono remunerativi».

Della Compagnia delle opere si è occupata anche la magistratura, in particolar modo la Procura di Catanzaro e il pm Luigi De Magistris, che, nel 2007, ha indagato su Antonio Saladino, referente della Compagnia in Meridione e in Calabria in particolare, per associazione a delinquere e truffa ai danni dello Stato. Ma, come si sa, De Magistris ha subito una vera e propria epurazione, con l'avocazione delle sue inchieste e il suo trasferimento, tanto da aver chiesto l'aspettativa dalla magistratura per candidarsi al Parlamento europeo nelle liste dell'Idv. Forse stava indagando troppo in alto, quasi vicino al Padreterno.

Fulvio Lo Cicero

tratto da www.dazebao.org

27 agosto 2009

 

 

 

 

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