Specifichiamolo subito: chi scrive ha seguito il corso della lotta
alla INNSE di Milano, ma al presidio non c’è mai stato. È bene dirlo
perché di questi tempi a Milano (e non solo) ci si qualifica tra chi,
alla INNSE, “c’è stato” (chissà quando, quanto e a far o dire cosa...)
e chi “non c’è stato”. Come a Woodstock.
Link: COSA CI DICE LA VITTORIA DELL'INNSE
Pur non avendo partecipato al presidio INNSE mi sono fatto comunque
un'idea su alcune cose; penso, inoltre, che anche una visione
“dall’esterno” possa essere utile per capire come sia stata raccontata
(dai mass media o dal “movimento”) questa lotta operaia e come essa sia
stata percepita, per capire quanto di solido questa lotta abbia
sedimentato e quanto “propagandismo” e “presenzialismo” ci sia nelle
molte dichiarazioni che su di essa arrivano a pioggia. Ci sono persino
- incredibile ma vero! - partiti che promuovono assemblee pubbliche
invitando a relazionare non i protagonisti della lotta alla INNSE - i
lavoratori -, ma personaggi che alla INNSE si sono presentati come
“sostenitori” (ma che in realtà presenziavano solo per farsi pubblicità
a spese altrui) e come “datori di linea”, ma inascoltati.
Il primo punto che voglio sottolineare è il seguente: alla fine, i
lavoratori della INNSE, hanno vinto (anche se descrivere come una
“vittoria” la prosecuzione del proprio sfruttamento salariato suona un
po' amaro): volevano mantenere il posto di lavoro e (al momento)
possiamo dire che lo hanno mantenuto. E c'è anche un impegno della
nuova proprietà a mantenere attività produttive fino al 2025, per
quanto questo impegno possa valere, dato che anche Genta, il
proprietario uscente, aveva comprato in saldo la INNSE con lo stesso
impegno. E infatti, i lavoratori INNSE, ormai scafati dalle tante
traversie attraversate nel corso degli anni, portano avanti il
presidio: “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” ha detto alla Rai uno
dei 4 operai INNSE che ha passato 10 giorni sulla gru.
In termini sindacali, vittorie e sconfitte si misurano in base agli
obbiettivi che ci si pongono. Certo, se l’obbiettivo è molto facile si
fa presto a “cantare vittoria”; ma anche darsi obbiettivi palesemente
irraggiungibili diventa, alla lunga, un alibi per non raggiungerli (“la
rivoluzione è l'unica lotta utile”, “gli obbiettivi parziali sono solo
un diversivo”, “il lavoro è una schiavitù”, cose magari astrattamente
vere, ma inutili da ripetere di fronte alle piccole e grandi lotte
quotidiane).
Un certo compagno di Treviri sosteneva che di tanto in tanto i
lavoratori vincono, ma che il vero patrimonio della lotta - la sua vera
“vittoria” - è la conquista di un livello più avanzato di coscienza e
di organizzazione. È impossibile dire se la INNSE (magari assieme ai
lavoratori di altre lotte importanti e innovative, come quelle
all'Ortomercato, alla Bennet, alla DHL, all'Alfa...) potrà diventare il
(o un) punto di riferimento di un’area di lavoratori combattivi di
Milano, ma è evidente che un livello di maggiore coscienza e di
organizzazione i lavoratori della INNSE non solo lo hanno conquistato,
ma si può dire che questo livello è stato la condizione che ha permesso
loro di raggiungere l'obbiettivo.
Devo riconoscerlo: non pensavo che i lavoratori INNSE ce l’avrebbero
fatta. Non solo perché viviamo in una società capitalistica e le
ragioni del padrone vengono quasi sempre fatte prevalere su quelle dei
lavoratori, ma perché non pensavo che si sarebbe trovato un nuovo
acquirente (posto che Genta non aveva alcuna intenzione di riattivare
la produzione, ma solo di vendere “macchina per macchina” lo
stabilimento, aprendo la strada, tra l’altro, ad una enorme
speculazione edilizia sull’area in vista dell’EXPO 2015). Queste due
appetibilissime prospettive, giocavano secondo me contro i lavoratori e
in effetti l’atteggiamento delle istituzioni “lumbard” è stato sempre
molto più che ambiguo: solidarietà fittizia a parole (vedi
dichiarazioni del Consiglio Regionale, ad esempio), via libera allo
smantellamento nei fatti (con, tra l’altro, due tentativi di sgombero
coatto “a colpi di carabinieri”, che i lavoratori hanno saputo
fronteggiare efficacemente assieme al movimento che li sosteneva e
anche questo è un bell'insegnamento).
Invece l’acquirente non solo si è trovato, ma si è trovato in una
settimana. Ed è ovvio che se i lavoratori non avessero occupato e non
fossero saliti sulla gru bloccando lo smantellamento delle macchine,
acquirente o non acquirente, della INNSE non sarebbe rimasto nulla.
I lavoratori non hanno mollato perché sapevano che le condizioni per
impedire l’operazione speculativa c’erano; si sono opposti in molti
modi, arrivando persino ad alcune forme di autogestione. Ovviamente,
non si illudevano di poter “gestire l’autogestione” più a lungo di
quanto sia stata in effetti gestita, ma hanno comunque voluto
dimostrare di essere capaci di portare avanti la fabbrica - pur entro
certi limiti - senza il padrone emulando, per un più breve periodo,
altre esperienze di autogestione come quella alla Zanon in Argentina.
Pensavo che alla fine Genta, il Gordon Gekko “de noantri”, l’avrebbe
spuntata. E a dire il vero, in un certo senso, così è stato perché uno
che vende a 4 milioni di euro ciò che aveva pagato 700.000 non si può
dire che sia stato del tutto sconfitto: nell’amor proprio, sicuramente,
nell’aver dovuto rinunciare ad una parte di speculazione, forse, ma
insomma, Genta può ritenersi soddisfatto. A questo punto i lavoratori
hanno vinto (hanno mantenuto il posto di lavoro), Camozzi è felice (e
fa il padrone “buono” contro gli speculatori cattivi, come se a lui
interessasse, non il profitto, ma la sorte dei lavoratori, ma intanto
manda messaggi trasversali del tipo “io vi mantengo al lavoro, ma
preparatevi a rimboccarvi le maniche perché ora dovete laurà”), Genta
non si lamenta di certo. Tutto è bene quello che finisce (ma è finita?)
bene.
Dall’esterno, negli ultimi giorni si percepiva una certa
preoccupazione: non tanto perché si pensasse che i lavoratori fossero
intenzionati a buttarsi giù dalla gru se l’accordo non si fosse trovato
(c’era da essere certi che questi lavoratori combattivi avrebbero
investito in ben altro modo la propria vita). C’era preoccupazione per
la grande fatica di giorni e giorni sotto le lamiere roventi; c’era
preoccupazione per la sorte della trattativa; c’era - almeno in me - un
tipo di preoccupazione più “indiretta”: se i lavoratori della INNSE
avessero perso la loro battaglia quale sarebbe stato il segnale che
sarebbe arrivato a tutti i lavoratori? Sarebbe arrivato il segnale che
neppure 15 mesi passati tra occupazione, autogestione, assemblea
permanente, presidi, scontri, notti, salite sulle gru, ecc… potevano
scalzare il “diritto” del padrone a disporre della propria “roba” e,
per conseguenza, del destino dei lavoratori. Temevo, cioè, che sarebbe
arrivato un segnale-boomerang perché talvolta le vittorie rafforzano,
ma molto raramente rafforzano le sconfitte. Temevo che la sconfitta di
una vertenza che aveva raggiunto una dimensione mediatica nazionale
potesse avere un effetto di scoraggiamento su molte altre situazioni;
pensavo, anzi, che la ribalta mediatica della lotta potesse essere
stata predisposta proprio per sconfiggere i lavoratori INNSE davanti a
tutti gli altri lavoratori, a mo di esempio.
Invece, gli operai hanno resistito fino all'arrivo di un nuovo
compratore. E, in tutte o quasi le dichiarazioni “del dopo”, torna
prepotentemente alla ribalta lo slogan storico “la lotta paga”. Non per
voler trovare il “pelo nell'uovo” ma io sono tra coloro che pensano che
questo slogan vada preso “cum grano salis”, con “grano nella zucca”,
perché, preso invece “alla lettera” è, per un verso, falso e, per un
altro (nei termini di una trasformazione sociale globale [1]),
illusorio; naturalmente, è sempre vero che senza lotta non si conquista
nulla, ma non è sempre vero che con la lotta si conquista qualcosa dato
che a volte (e direi anzi molto spesso negli ultimi decenni di
difficoltà del movimento dei lavoratori) le lotte si concludono con
delle sconfitte, anche dure. L'idea che la lotta paghi sempre e
comunque corrisponde ad una visione “sindacalistica” - e dunque, in
definitiva, riformistica (“di lotta in lotta”, “un pezzettino alla
volta”...) – della relazione sociale tra lavoratori e capitalisti (e
della trasformazione di questa relazione). Troppo bello per essere
vero. E infatti è - forse - bello, ma - sicuramente - non vero.
Dall’esterno del presidio alla INNSE non si percepiva solo la
determinazione dei lavoratori a raggiungere il proprio obbiettivo; si
percepiva anche un grande lavorio per lucrar sopra la vicenda della
INNSE. Tutti i TG (ivi compreso quello “di sinistra”) inneggiavano al
“signor Prefetto” - “vero protagonista della trattativa”, dicevano - la
qual cosa era a dir poco preoccupante: ora, sarà anche competenza del
Prefetto mettere il becco, ogni tanto, nelle vertenze di carattere
sindacale, ma da qui a trasformarlo nell'eroe della situazione ce ne
corre... Poiché il Prefetto rappresenta il Governo, l'eroismo del
Prefetto diventa l'eroismo del Governo. In questo modo il padronato
imperversa “a destra e a manca”: attraverso le leggi e la Magistratura
sostiene le ragioni di Genta e manda i carabinieri a sgombrare i
lavoratori (che la proprietà è pur sempre sacra in una società
capitalistica) e nello stesso tempo, attraverso il Prefetto, fa anche
“l’eroe” affinché i lavoratori abbiano quello che chiedono (o almeno
così si diceva in TV). In questa doppia veste si cerca di dimostrare
che non c'è bisogno della lotta – ma, al massimo, di “gesti disperati”
ed eclatanti (quindi, ipoteticamente strumentalizzabili [2]), come
quelli di salire sulla gru (e infatti anche questo messaggio è stato
veicolato [3] in modo bipartizan) -, che non siamo di fronte ad uno
scontro sociale vero, ma che alla INNSE - e ovviamente altrove - basta
mettersi a discutere, padroni, sindacati, Prefetti... perché tra
persone “perbene” e “di buon senso” una soluzione si trova sempre,
anche quando la situazione sembra disperata. Basta non fare i cattivi
come in Francia, aggiungerebbe Epifani.
In vista della chiusura dell’accordo i massimi vertici della FIOM
non sono voluti mancare: nientepopodimeno che due segretari nazionali
[4] più la segretaria milanese per gestire la trattativa di una
fabbrica di 49 dipendenti, neanche per il contratto nazionale... Poi,
certo, hanno spiegato che la “rilevanza” della lotta andava ben oltre
il numero dei dipendenti. Io, con questo, sono certamente d'accordo ma
sarebbe interessante sapere se io e la FIOM abbiamo la stessa idea di
“rilevanza”.
Ora, come spesso accade, le cose si possono vedere da (almeno) due punti di vista.
Vedendola da un lato, la FIOM si è spesa “come fa sempre” (?) e “con
tutta la sua forza” per addivenire ad una soluzione positiva della
vertenza e la presenza del sindacalista sulla gru è semplicemente
l’esemplificazione della “simbiosi” tra la FIOM e i lavoratori della
INNSE; vedendola da un altro lato, si può persino pensare -
“maliziosamente”, non c'è bisogno di dirlo - la salita sulla gru del
sindacalista e soprattutto la “discesa in campo” dei “numeri 1” della
FIOM come la realizzazione di una grande “spot” propagandistico a costo
e, soprattutto, a rischio zero, perché se le cose si fossero messe male
si sarebbero messe male solo per i lavoratori della INNSE - in una fase
in cui la FIOM non sembra granché all’altezza della crisi che investe
l’industria italiana e in cui sembra limitarsi alla “riduzione del
danno” attraverso la gestione e la richiesta di estensione degli
ammortizzatori sociali.
Molti (oddio, “molti” forse è dire troppo) leader e mini-leader -
milanesi e non - politici, sindacali, (ovviamente “dal PD - escluso -
in qua”), hanno fatto a gara per “Esserci”. Potevamo forse dubitarne?
C’era una telecamera accesa, ci si sono messi davanti. Del resto
Esserci non bastava, si doveva vedere. E così si sono visti anche
personaggi come il buon Paolo Ferrero - ma è solo uno dei diversi nomi
che si potrebbero fare, gli altri sono semplicemente più sconosciuti -
che dopo l'esperienza shock dello scranno nel governo Prodi - amico “di
sinistra” dei padroni in perenne competizione con l'altro amico, quello
di destra - ha dovuto ricominciare a “timbrare il cartellino” e fare la
sua bella presenza. Bisognava magari ricordarglielo, “al Paolo”, che è
stato anche grazie ai decreti per le aziende in difficoltà economiche
del Governo Prodi Bis se la INNSE è finita - a prezzi stracciati [5] -
nelle mani dello speculatore Genta... Sic transit gloria mundi.
Ma in fondo anche questa “attrazione” con cui la lotta alla INNSE ha
calamitato l'attenzione di molti è stata anch'essa una conquista dei
lavoratori che sono stati capaci, con la loro determinazione e fiducia,
di andare avanti anche quando le telecamere non c'erano ed hanno
costretto, non fosse altro che per ragioni di “passerella”, personaggi
nazionali e non, a dover fare la propria comparsata. Magari i
lavoratori riuscissero sempre (senza farsi strumentalizzare,
ovviamente) a trascinare i politici della fu “sinistra” e a “dirigere i
dirigenti” di partiti che più che extra, sono ex parlamentari (nel
senso che non si sono collocati, ma sono stati collocati dagli elettori
e dai loro ex alleati fuori dal Parlamento).
La lotta alla INNSE offre, come tutte le esperienze di lotta,
preziosi insegnamenti: la determinazione dei lavoratori, la solidarietà
dei compagni, la fiducia nell'obbiettivo...
Tuttavia canonizzarla, iconizzarla, elevarla a rango di “lotta tra
le lotte” cucendole addosso un improbabile generalizzabilità... sarebbe
ingiusto verso tutti quei lavoratori che in altre e misconosciute lotte
resistono (e sono tanti e importanti gli episodi di lotta che non
raggiungono gli “onori della cronaca” e le telecamere, e che dunque
neppure hanno la fortuna di veder presenziare i “tele-leader”) contro
il padrone, contro lo Stato e sempre più spesso contro gli stessi
sindacati di regime. Ma sarebbe ingiusto anche verso i lavoratori della
INNSE ai quali non si può chiedere di essere ciò che non sono, di fare
ciò che non possono fare e di surrogare la nostra difficoltà a lottare
con la stessa determinazione e la stessa fiducia.
Milano, agosto 2009
[Lettera firmata]
Tratta da Primomaggio
Note
[1] Che si rende necessaria proprio perché le lotte “non pagano” e
non ci permettono di progredire gradualmente oltre la forma
capitalistica dei rapporti sociali di produzione.
[2] Berlusconi è riuscito a strumentalizzare a fini di consenso
persino un terremoto, figuriamoci una trattativa sindacale gestita dal
suo “eroe”...
[3] Per esempio, dal signor Guglielmo Epifani che non ha voluto
perder l'occasione di contrapporre la pacifica e drammatica lotta dei
lavoratori INNSE a quella “violenta” dei lavoratori francesi che
“sequestravano” i manager o minavano le fabbriche (cfr. La repubblica,
13 agosto 2009, "Una bella pagina di lotta chi criticava si deve
ricredere", Epifani: agli imprenditori chiedo più responsabilità. Non
siamo in Francia. È stata una protesta assolutamente pacifica, anzi i
rischi li hanno corsi i lavoratori. Intervista di Roberto Petrini a
Guglielmo Epifani).
[4] Rinaldini non è neppure riuscito a programmare le vacanze: “Il
segretario della Fiom Gianni Rinaldini adesso può andare in vacanza.
Dove? «Non lo so, non ho avuto tempo di pensarci in questi giorni». Dal
2 Agosto, con Giorgio Cremaschi (Fiom nazionale) e Maria Sciancati
(Fiom milanese), è stato in pianta stabile al presidio in via
Rubattino. Ha tenuto i contatti con i cinque «gruisti», martedì notte
ha festeggiato l'esito positivo della vicenda”, il Manifesto, 13 agosto
2009, Intervista di Manuela Cartosio a G. Rinaldini. «Una vittoria
pulita che ridà speranza», Rinaldini (Fiom) fa il bilancio della lotta
dell'Innse. En passant, da segnalare la significativa domanda finale
della Cartosio: “La Fiom come capitalizzerà la vittoria?”. Sic.
[5] E i prezzi stracciati con cui Genta aveva acquisito la INNSE
sono uno dei fattori che ha permesso lo sblocco della situazione perché
nessuno avrebbe mai potuto obbligare il padrone a cedere se egli non
avesse valutato comunque conveniente questa cessione.