Saturday, May 18th

Last update:06:04:53 AM GMT

You are here:

INTERNI

Morti sul lavoro. Il testo unico una vergogna italiana

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

morti_cantiere.jpgEvidentemente tutti gli infortuni, gli invalidi, le malattie professionali e le morti sul lavoro non sono abbastanza se il Governo Berlusconi ha pensato bene di smantellare il Dlgs 81/08 (testo unico per la sicurezza sul lavoro) con il Dlgs 106/09 (decreto correttivo), piuttosto che renderlo funzionale. E pensare che il Ministro del Lavoro Sacconi dopo la strage sul lavoro al depuratore di Mineo (CT) dell'11 giugno 2008, che costò la vita a sei operai comunali, annunciò un piano straordinario per la sicurezza.

Se per piano straordinario intendeva questo decreto, beh, allora stiamo freschi. Per anni sono state chieste pene più severe per i datori di lavoro responsabili di gravi infortuni e morti e per quelli che non rispettano la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Ora il governo che fa, dimezza la maggior parte delle sanzioni ai datori di lavoro, dirigenti e preposti, ma non solo. Non contento, non potenzia neanche i controlli. Che poi qualche imprenditore becchi qualche multa è alquanto improbabile. Visto l'esiguo numero di  personale ispettivo delle Asl diventerà una vera e propria rarità ricevere un controllo, in quanto, se va bene potrà verificarsi ogni 33 anni. Ma non è finita qui. Onde evitare che qualche imprenditore finisse in galera si è previsto che l'arresto possa essere tramutato in sanzione amministrativa. Inoltre, ciliegina sulla torta la salva manager non è stata cancellata, ma semplicemente riscritta. Certo non è spudorata come la precedente, ma da sempre spazio a manovre e cavilli vhe alla fine favoriranno i manager. C'è da chiedersi come mai Napolitano abbia potuto firmare questo decreto, sapendo che questa norma non era stata cancellata. L'intento era evidente, scaricare le responsabilità dei manager su preposti, lavoratori, progettisti, fabbricanti, installatori e medici competenti. Non essendoci certezza della pena, anche se nella remota ipotesi un datore di lavoro venga condannato per la morte di un lavoratore, il carcere "lo vedrà con il binocolo".

Eppure il ricordo di queste tragedie non si può cancellare. Come quella di Andrea Gagliardoni, morto il 20 giugno del 2006 a soli 23 anni con la testa schiacciata in una pressa tampografica nella ditta Asoplast di Ortezzano (AP), o  Matteo Valenti, morto bruciato, dopo 4 giorni di agonia per un gravissimo infortunio sul lavoro (8 novembre 2004) nella ditta Mobiloil di Viareggio, oppure i quattro operai morti carbonizzati nell'esplosione alla Umbria Olii di Campello sul Clitunno (25 novembre 2006), e allo loro famiglie che spettano ancora  giustizia: 8 mesi con la condizionale per la morte di Andrea Gagliardoni, 1 anno e 4 mesi con la condizionale per la morte di Matteo Valenti , mentre quello per la morte dei 4 operai alla Umbria Olii non è neppure iniziato, e al momento non si sa quando avrà luogo.

Viene da chiedersi: ma in che paese viviamo? Ci definiamo una "Repubblica fondata sul lavoro", ma forse sarebbe più corretto dire, una "Repubblica fondata sulle morti sul lavoro". Come si fa a definire civile, un paese dove ogni anno ci sono 1200 morti sul lavoro? Qualcuno, come l'Inail, adesso dirà che nell'anno 2008 c'è stato un calo di morti sul lavoro con soli 1120 decessi. Ma andrebbe ricordato che dal 2008 ad oggi stiamo attraversando la più grossa crisi finanziaria ed economica dal secondo dopoguerra ad oggi, e che quel calo dipende più da una sostanziale riduzione di lavoratori  a causa della cassaintegrazione, della mobilità e della chiusure di molte aziende, e non da una maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro.

Tuttavia se vogliamo proprio dirla tutta, nemmeno i dati dell'Inail non sono oro colato. Questi, infatti, non tengono conto degli infortuni denunciati come malattia, che si stima siano intorno a 200 mila ogni anno se non oltre, di tutti i lavoratori che muoiono in "nero" che vengono abbondonati fuori dai cantieri o dalle fabbriche. Poi ci sono gli Rls, cioè i rappresentanti dei lavoratori, che denunciano la scarsa sicurezza in azienda, e che spesso sono oggetti di minacce, e di sanzioni amministrative che possono arrivare fino al licenziamento in tronco.  Il caso del macchinista delle ferrovie Dante De Angelis insegna,  la cui unica colpa è quella di aver denunciato prima alla sua azienda, e poi ai mezzi d'informazione la scarsa manutenzione e sicurezza sui treni eurostar.

E' passato un anno dal suo licenziamento, ma ad oggi non è stato ancora reintegrato, nonostante le migliaia di firme raccolte in suo favore, e soprattutto alla luce degli utlimi episodi, come quello di Viareggio del 29 giugno scorso che ha causato 29 morti,e le cui le denuce di De Angelis si sono rivelate fondate. Vale la pena ricordare, che dal 14 giugno 2009 è stato introdotto il "macchinista unico", e purtroppo, gli incidenti ferroviari, sono destinati tristemente ad aumentare.
 
Marco Bazzoni
Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza
 
tratto da www.dazebao.org
 
24 agosto 2009

 

AddThis Social Bookmark Button

Quando le tue scarpe uccidono (anche) l'Amazzonia

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

In un momento di frenesia da shopping, potrei aver comprato un paio di Timberland e, già che c'ero, la borsa di Prada che mia moglie desiderava da tempo; stanco di girare per negozi, potrei essermi fermato a mangiare un cheeseburger al fast food. Non solo avrei sperperato una quantità di denaro tale da costringermi a renderne conto alla mia coscienza (e maltrattato il mio stomaco): secondo un corposo rapporto pubblicato da Greenpeace a giugno, potrei essere diventato inconsapevolmente complice di peccati ben più gravi: il vilipendio dei diritti umani e la distruzione della foresta amazzonica.

Allevare animali per poi farli fuori è indubitabilmente un business molto redditizio: se ne ricava, ovviamente, la carne che, una volta trattata ed inscatolata, finisce sugli scaffali dei nostri supermercati, ma anche il pellame con cui si confezionano le nostre calzature (eleganti e sportive); il grasso, ingrediente essenziale di prodotti per l’igiene personale e la bellezza (dentifrici e creme per il viso); ossa, intestini e legamenti, ovvero gelatina per scopi alimentari (serve ad esempio ad ispessire lo yogurt e a fabbricare le caramelle morbide).
Molte imprese, grandi multinazionali private come enti pubblici di vari paesi, hanno una gran “fame” di pellame e il Brasile è l'Eldorado dei loro fornitori. Infatti, deforestando selvaggiamente l'Amazzonia, è possibile ricavare in modo semplice milioni di ettari di terreno da adibire velocemente a pascolo: in effetti, basta abbattere (o incendiare) qualche migliaio di alberi, seminare per poi installare un bel ranch (si stima che, nel Paese dell'Ordine e Progresso, dal 1976 al 2008 il numero di animali da allevamento sia passato da 21 milioni a 74 milioni). Ma la natura si ribella alla violenza predatrice dell'uomo: nel giro di qualche anno, il terreno deforestato viene nuovamente invaso dalla vegetazione locale, inadatta al pascolo: niente paura, i nostri bravi allevatori non si scoraggiano, e, semplicemente, si danno alla devastazione della foresta amazzonica circostante.

E avanti così, distruggendo allegramente il nostro domani. E poco importa a questi brillanti imprenditori se, secondo le stime degli ambientalisti, la deforestazione finalizzata all’allevamento è responsabile del 17% dell’effetto serra (tanto per capirsi, più di tutto il sistema dei trasporti globale); e se in 30 anni se ne è andato in fumo un quinto della foresta amazzonica.

Certo, il Governo fa qualche ispezione, ma nel complesso, come dice Andre Muggiati, attivista di Greenpeace Brazil residente a Manaus, “c’è una totale deregolamentazione e molte persone si comportano come se le leggi a loro non si applicassero. Un po’ come nel selvaggio West”. Il danno ambientale prodotto da questi eco-criminali è enorme, ma purtroppo non è il solo: Greenpeace ha messo insieme una serie di dati (pubblici), che raccontano una storia esecrabile di uomini e donne ridotti in schiavitù, mentre la lotta per la terra produce vere e proprie guerre a bassa intensità.

Non mancano i casi di popolazioni indigene che, esasperate dall’atteggiamento predatorio e dalla violenza usurpatrice degli allevatori, ricorrono alla violenza. Sostiene Itanya, un capo villaggio, citato dal Guardian: “Da quando sono arrivati gli invasori, abbiamo avuto molti problemi. E’ più difficile reperire il cibo, e la rabbia monta. Se il governo non trova una soluzione, ci penseremo noi. Sappiamo come preparare frecce avvelenate e siamo pronti ad uccidere”. (proclama agghiacciante ma purtroppo non velleitario: nel 2003 sono stati trovati i cadaveri di tre fattori, a poca distanza dal villaggio)

Per raccontare questa incredibile storia, a giugno il Guardian si è unito agli attivisti di Greenpeace per un sopralluogo sotto mentite spoglie nella zona attorno a Maraba, nel cuore della regione amazzonica. A Maraba si trova un macello di proprietà della società brasiliana Bertin, primo esportatore di cuoio e secondo di carne bovina del Paese.

La Bertin ha sempre sostenuto di non acquistare animali da allevatori coinvolti nella deforestazione; non solo, dichiara di aver tagliato fuori 138 fornitori per “irregolarità”. Eppure, le carte scovate da Greenpeace parlano chiaro: è provato che in due occasioni il colosso della carne brasiliano ha acquistato complessivamente circa 450 bovini dal ranch dall’evocativo nome di Espiritu Santo, una gigantesca fazenda, dotata di ogni comfort, piscina compresa.

Quei ficcanaso di Greenpeace hanno sorvolato Espiritu Santo a bordo del loro aereo e, incrociando i loro calcoli con l'osservazione diretta e con i dati del GPS, sono arrivati alla conclusione che solo una percentuale tra il 20 e il 30% del territorio è effettivamente ancora occupata da foresta. Eppure la legge brasiliana stabilisce l'80% del territorio entro i confini di ogni ranch che dovrebbe essere mantenuto a foresta.

Espiritu Santo se ne infischia delle leggi ambientali, e non solo di queste, se è vero che le persone che occupano abusivamente i ranch vengono regolarmente attaccate dalla “sicurezza” a colpi di arma da fuoco (Greenpeace ha raccolto testimonianze di almeno quattro ferimenti). E il brutto è che, secondo Greenpeace, l’Amazzonia è disseminata di decine e decine di ranch come Espiritu Santo.

Inoltre, sempre secondo l’associazione ambientalista, gli allevatori più spregiudicati “riciclano” il bestiame allevato in condizioni di illegalità facendolo transitare per impianti “puliti”, cosa che rende impossibile tracciare quale sia il “prodotto” realizzato in modo sostenibile (o per lo meno legale). Nel suo rapporto, Greenpeace prova che i tre principali produttori di carne e pellame brasiliani si sono riforniti (anche) da allevatori invischiati nello schiavismo: Bertin e JSB hanno comprato animali da Paiva Abreu, a suo tempo arrestato per episodi di schiavismo riscontrati nel suo allevamento a Santa Terezinha.

Nel 2008 il macello della Bertin situato a Maraba ha acquistato bestiame dall’allevamento Colorado di proprietà di Roque Quagliato, incriminato per aver schiavizzato 81 persone; lo stabilimento della Marfrig a Tangarà da Serra acquista bestiame dall’allevamento di Antenor Duarte do Valle, il quale figura in una lista nera del governo brasiliano con la terribile accusa di aver trasformato in schiavi 188 persone.

Incoraggiata dal successo della una campagna di sensibilizzazione del 2006 sulla soia prodotta in Brasile grazie alla deforestazione, a giugno Greenpeace, con la pubblicazione di un report esplosivo, ha messo sotto pressione i produttori di alimenti a base di carne bovina e di pelletterie: sono moltissime, infatti le aziende note coinvolte nello sfruttamento abusivo e criminale dell’Amazzonia: Kraft (proprietaria del marchio Simmenthal), Cremonini (tra l’altro controllato al 50% da JBS, altro big della produzione di carne in Brasile) e fornitore delle Ferrovie dello Stato e di quelle francesi, Rino Mastrotto Group (RMG) e Gruppo Mastrotto (GM), clienti di Bertin e fornitori di marchi di lusso come Gucci, Hilfiger, Louis Vuitton e Prada.

Anche questa volta gli spavaldi guerrieri dell'arcobaleno hanno fatto centro: tre marchi importanti del settore delle calzature, Clarks, Adidas e Timberland, hanno imposto ai propri fornitori una moratoria alla deforestazione. L’iniziativa prevede che esse non acquisteranno cuoio prodotto da fattorie che sorgono su territorio deforestato, in modo legale o meno. Se non verrà organizzato un processo di tracciabilità della provenienza delle materie prime sufficientemente credibile, la moratoria verrà estesa per un ulteriore periodo.

C’è da sperare che alla pressione di Greenpeace si aggiunga quella dei consumatori che (magari) potrebbero iniziare a non comprare prodotti che non siano realizzati in modo chiaramente legale e sostenibile. E che possibilmente cessi la schizofrenia del governo brasiliano, che da un lato si impegna a ridurre la deforestazione amazzonica del 72% nel 2016 e, dall’altro, ha ben 2,65 miliardi di dollari investiti nel business della carne e del pellame, mentre produce provvedimenti che “legalizzano” gli abusi già perpetrati dai rancheros. O anche la schizofrenia della Banca Mondiale: indovinate infatti chi ha finanziato con 9 milioni di dollari la ristrutturazione del macello di Maraba di cui sopra? La International Finance Corporation, controllata dalla Banca Mondiale.

Né i signori della IFC potranno dire di non sapere quello che stavano facendo: come riporta The Independent, uno studio commissionato dalla stessa stessa IFC aveva chiarito che il rafforzamento di quell'impianto della Bertin avrebbe prodotto la perdita di 300.000 ettari di foresta. Eppure l'allora direttore di IFC, Robert Zoellick, sbrodolava ai giornali: "Il valore è oggi conservare, non solo sfruttare la foresta".

Mario Braconi

tratto da www.altrenotizie.org

18 agosto 2009

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Martedì 18 Agosto 2009 19:53

Un lavoro da suicidio. Accade in France Telecom

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

Stress e altro, 20 dipendenti si tolgono la vita in soli diciotto mesi

france_telecom.jpgPer il tribunale di Besançon, «è impossibile stabilire un legame formale di causalità tra i problemi professionali e il gesto fatale», il suicidio del tecnico di France Telecom Nicolas G., avvenuto l'11 agosto. Ma il tribunale è comunque disposto ad aprire un'inchiesta. Martedì tra 120 e 150 dipendenti di France Telecom hanno manifestato a Besançon, per chiedere conto alla direzione del suicidio di Nicolas G. e di altri. «E' il ventesimo dal febbraio 2008 in questa azienda», secondo i dati raccolti dall'Osservatorio dello stress e delle mobilità forzate, organismo creato dai sindacati Sud-Ptt e Cgc. Nella lettera lasciata prima di uccidersi, il giovane tecnico di 28 anni si era detto «disorientato» e «in collera» con l'azienda e i colleghi, che «non rispondono quando c'è bisogno di loro». Secondo Jacques Trimaille, sindacalista a Sud-Ptt, Nicolas G. era stato spostato dalla direzione in un'attività che considerava «squalificante». Martedì scorso, sei sindacati avevano spedito un lettera alla direzione di France Telecom per chiedere di «mostrare chiaramente ai dipendenti che siete determinati a lottare contro la sofferenza sul lavoro nella nostra impresa». I sindacati denunciano che ci sono stati «3 nuovi suicidi da metà luglio». Nella lettera ne analizzano le cause: «intensificazione dei ritmi di lavoro», «soppressione di posti di lavoro», «cambiamento di mestiere», «mobilità imposta», «pressioni per spingere alle dimissioni volontarie», «perdita di identità di numerose professionalità», «tecniche di management attraverso l'intimidazione». Secondo lo psicoanalista Christophe Dejours, coautore con Florence Bègue di un libro di prossima pubblicazione alla Puf, «Suicide et travail, que faire?», il suicidio di Nicolas G. mostra «un degrado nella vita dentro France Telecom, che dopo la privatizzazione ha messo in atto una riorganizzazione con grande brutalità».
France Telecom non è la sola azienda francese protagonista di questa tragedia. Alla Renault ci sono stati numerosi suicidi, concentrati nel centro di ricerche e anche in questo caso erano stati messi in evidenza l'aumento dei ritmi di lavoro e le pressioni del management. Casi di suicidio sono avvenuti anche alla Peugeot e a Edf.
Secondo Christophe Dejours, il fenomeno dei suicidi legati al lavoro è presente da una dozzina di anni e si parla di 300-400 casi l'anno in Francia. «Trenta o quarant'anni fa - ha affermato su Le Monde - le molestie, le ingiustizie esistevano, ma non c'erano casi di suicidio sul lavoro. L'apparizione di questo fenomeno è legata alla destrutturazione delle solidarietà tra lavoratori. Sono state distrutte dalle valutazioni individuali della produttività, che fomenta concorrenza, o addirittura odio, tra la gente». Per Dejours, «bisogna interrogarsi di nuovo su che cos'è il lavoro collettivo, la cooperazione».
Con lo scoppio della crisi, dalla scorsa primavera sono esplosi in Francia una serie di casi di azioni collettive radicali, iniziate con i cosiddetti «sequestri» di manager, dalla Sony alla Caterpillar e passate per il saccheggio di una sotto-prefettura da parte dei lavoratori della fabbrica di pneumatici Continental (sette di loro sono poi stati condannati a pene lievi). Nella maggior parte dei casi, le azioni radicali hanno ottenuto dei risultati: ai lavoratori sono stati concessi indennizzi per il licenziamento superiori a quelli legali. Ma quello che ha accomunato queste lotte è stata la rassegnazione di fronte alla perdita del posto di lavoro: gli operai non hanno più lottato per mantenere la produzione, ma solo per poter avere qualche soldo per far fronte all'incognita dell'avvenire. Un caso diverso è invece in corso alla Molex Automotive di Villemur-sur-Tarn, non lontano da Tolosa, dove lavorano 280 persone, che sono riuscite a rimandare di mesi la preannunciata chiusura. Qui, l'11 agosto il tribunale di Tolosa ha respinto la domanda della direzione di autorizzare la chiusura temporanea del sito di produzione, dove i dipendenti erano in sciopero dal 7 luglio. I dipendenti non hanno però potuto riprendere il lavoro perché si sono trovati i cancelli sbarrati, protetti da vigilantes reclutati dalla proprietà americana, che accusa i sindacalisti di «aggressioni» ripetute, iniziate con il «sequestro» dei manager per 24 ore qualche mese fa. Lo stato ha nominato ieri un mediatore per trovare una via d'uscita.

Anna Maria Merlo

tratto da Il Manifesto del 14 agosto 2009

AddThis Social Bookmark Button

A vincere si prende gusto!

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 
 
corsari_per_la_innse.jpgInnocenti, Breda, Falck, Magneti Marelli, Pirelli, Alfa Romeo, O.M.,Sit-Siemens, Borletti...Ci fermiamo qui, ma l'elenco potrebbe andare avanti a lungo!Questa era la Milano delle fabbriche e degli operai. Una Milano rude, ma solidale. Una città di conflitti durissimi, ma capace di progettualità. Una metropoli aperta e vitale...e non livida, impaurita e rinchiusa in se stessa come oggi. Allora gli immigrati erano i "terun". Oggi sono stati rimpiazzati da altri, ma la storia è sempre la stessa. Facili capri espiatori da additare per tutti i mali perché i veri responsabili continuino a farla franca. Ma poi si sa... E' arrivata la ristrutturazione industriale di fine anni'70 ed i padroni hanno deciso di farla finita con quei "rompicoglioni" delle tute blu. Lentamente, una dopo l'altra, le fabbriche hanno chiuso. Soppiantate da centri commerciali, call-center, atelier di moda e tanti altri elementi della famosa "produzione immateriale". Gli operai sono stati spezzati nella loro unità e sono scomparsi dalla scena politica. Ovviamente, non hanno cessato di esistere, visto che di fabbriche, specialmente in Lombardia, ce ne sono ancora tantissime. Semplicemente non si parla più di loro. Se non quando muoiono in massa alla Thyssenkrupp di Torino o quando qualcuno di loro viene arrestato con fantasiose imputazioni da anni '70. Il mondo del lavoro è scomparso dal dibattito pubblico, come se la gente per vivere, avesse trovato modi diversi dal lavoro! Ma... Ma c'è un ma...

Là dove c'era l'Innocenti con i sui 4.500 operai, tra speculazione edilizia, ponti della tangenziale, enormi capannoni abbandonati c'è una spettacolare realtà produttiva che ancora resiste. Si tratta della Innse-Presse di Via Rubattino 81. Un azienda metalmeccanica di qualità, capace di produrre elementi del razzo Arianne del Progetto Spaziale Europeo e tristemente ridotta all'osso dall'ignavia dei vari padroni che si sono succeduti negli anni. Già... I padroni italiani... Grandi specialisti della privatizzazione degli utili e della socializzazione delle perdite. Gente priva di qualsiasi idea, pronta a puntare solo su appetitosi progetti edilizi (Pirelli Real Estate insegna) e su ardite operazioni finanziarie. Che tanto poi a pagare son sempre gli altri! Personaggi come Genta... Della serie "prendi i soldi e scappa". Un imprenditore (?) patrocinato dalla Lega Nord e dall'ex-Ministro Castelli (ma la Lega non era il nuovo partito degli operai?). Uno che ha comprato una fabbrica per 700.000 euro e dopo due anni ha pensato di fare come tanti altri chiudendo la fabbrica, mandando a casa i lavoratori, licenziandoli con un telegramma, rivendendo i macchinari e speculando sui terreni. Sembrava un gioco da ragazzi e invece gli è andata male! Perché è incappato nei magici 50 poi purtroppo divenuti 49 dell'Innse... 16 mesi fa davanti a quei cancelli eravamo davvero pochissimi, il sindacato completamente assente, e poca la capacità di comunicare con il resto della città. Di settimana in settimana la solidarietà cresceva e la gente circolava, davvero pesante l'assenza di partiti, sindacati e istituzioni. Volantini, iniziative, presidi, cene, magliette spille, tutte quelle cose che si fanno per una campagna di difesa di un posto di lavoro. In brevissimo tempo arriva Febbraio e le notizie non promettono bene. Siamo nel mezzo del periodo infuocato successivo allo sgombero di Conchetta che vedrà sfilare a Milano due cortei da 10.000 persone e la rioccupazione del centro sociale. Genta vuole entrare, prendersi le sue macchine e iniziare a smantellare l'officina. Iniziano i famosi 3 giorni di Febbraio, nella notte del 10 vengono alzate delle barricate, alcune vengono infuocate per scaldarsi ma sopratutto per dare un segnale alla Questura. In università l'Onda sta scendendo, ma abbiamo bisogno di rilanciare: bisogna essere in tanti e sopratutto bisogna bloccare Genta e la Polizia.

La mattina del 10 Febbraio alla 4 e 30 davanti ai cancelli della Innse siamo 300, il gruppo più numeroso, dopo gli operai, è quello degli studenti, oltre un centinaio. Quella mattina in maniera coordinata Genta venne bloccato, dopo diverse cariche e spostamenti improvvisi e tentativi di sfondare il cordone della Polizia, Genta viene bloccato e se ne torna a Torino con i suoi camion vuoti. Da lì inizia un periodo di riorganizzazione: "La prossima volta verranno più determinati i poliziotti" si dice al presidio. Fino a Giugno accadono un paio di scaramucce causate da Genta, che con iniziative personali si presentava ai cancelli con i suoi gorilla ma veniva sempre respinto. Noi continuiamo le riunioni del coordinamento per la Innse e le iniziative di solidarietà. Verso i primi di Luglio arriva la notizia che Genta vuole entrare di nuovo, così ci organizziamo per resistere un'altra volta. A fine Luglio il sindacato fa sapere che si può andare in vacanza, la regione assicura che non succederà niente.

Il 2 Agosto si presentano le "Forze dell'ordine". Sono decisi a proteggere lo smantellamento dell'officina, sgomberano il presidio permanente e occupano tutti gli ingressi. Non fanno i conti però troppo bene: quella fabbrica ha mille accessi e gli operai ci lavorano da oltre 30 anni. Nei 16 mesi di presidio permanente erano stati studiati più piano antisgombero, e così come per magia 4 operai accompagnati da un dirigente sindacale riescono a salire sulla gru del carroponte e bloccare i lavori. Da lì è storia dei nostri giorni: il presidio permanente sotto il sole di Via Rubattino, le scaramucce ai cancelli, le manganellate sulla Tangenziale Est, i presidi in Prefettura che poi si spostano lungo le vie della città accaldata, le mille voci, gli sbirri accaniti e quelli che si vergognano di quel che stan facendo. E poi la trattativa con le sue fasi di stasi e le brusche accelerazioni. Fino al brivido di ieri sera: "Hanno firmato!!". I cinque che scendono e, riemergendo dal buio, compaiono ai cancelli festeggiati come astronauti di ritorno dal viaggio sulla Luna. Gli slogan, le torce, i compagni che si riprendono il presidio, l'enorme striscione "Hic sunt leones", gli sbirri che abbassano lo sguardo e circospetti alzano i tacchi per andarsene.

Una vittoria insomma.

Parziale e non definitiva. Ma pur sempre una vittoria. Contro l'arroganza della speculazione, della finanza e del dio denaro. Per la dignità.

...Ed è proprio vero che a vincere ci si prende gusto!


http://corsari-milano.noblogs.org/

 

AddThis Social Bookmark Button

Ora di religione? Non classificata

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

Il Tar del Lazio, accogliendo il ricorso di 24 associazioni laiche e religiose, ha stabilito che l’ora di religione cattolica non fa punteggio per i crediti della maturità e che i docenti di religione non possono avere lo stesso titolo di partecipazione degli altri in sede di consiglio di classe o di scrutinio. Una giusta decisione che ha lasciato tutti un po’ stupiti: siamo pur sempre in un paese dove le battaglie della laicità e del pluralismo faticano ad essere metabolizzate nel costume corrente e assumono sempre le sembianze di eventi destabilizzanti e minacciosi per la pubblica morale. Il centro-destra, col solito urlatore Gasparri - che se c'é da dire un'idiozia non si tira indietro - parla di sentenza “discutibile” e di discriminazione nei riguardi dei docenti e degli studenti che scelgono di frequentare l’insegnamento della religione cattolica.

Segue al coro dell’indignazione la solita Paola Binetti, sempre più mal collocata nell’area progressista del Parlamento. Denuncia, la bigotta, una sentenza che discriminerà i docenti in categorie di serie A e di serie B, non ricordando, probabilmente, che gli insegnanti di religione vanno dietro alle cattedre con il placet del Vaticano, che li sceglie e li giudica in totale autonomia, assicurandogli privilegi retributivi e di carriera, a sfregio di una scuola pubblica che si professa laica e di uno Stato che dovrebbe blindare la propria separazione dalla Chiesa.

L’anomalia italiana, che la sentenza del Tar del Lazio ha semplicemente evidenziato, purtroppo c’è ed emerge clamorosamente al confronto di esempi europei come la cattolicissima Spagna, la Francia o la Gran Bretagna. L’ora di religione, spesso frequentata per costume corrente e tranquillità di giudizio, ricorda in tutto e per tutto il catechismo parrocchiale. Sempre naufragati, del resto, i tentativi intelligenti di tradurla in un’ora di storia delle religioni, o almeno di affiancarle corsi di etica o di morale o di storia di altre fedi religiose. La fede religiosa ha a che vedere con una scelta intima e assolutamente personale che va slegata da ogni possibilità di giudizio complessivo sullo studente. La religione cattolica invece ha ancora qualche riga a disposizione sulle pagelle dei nostri studenti.

La cattedra di religione rappresenta nel nostro Belpaese una discriminazione di fatto - queste le parole usate nella sentenza - a danno di studenti di altre credenze religiose o atei, per i quali non ci sono spesso alternative di pari valore, almeno non riconosciute ufficialmente come tali. Non interessa granché al Ministero dell’Istruzione cosa possa fare uno studente musulmano o valdese o ateo. Fioroni, ex Ministro PD che nel 2007 aveva avuto ragione dal Consiglio di Stato contro i 24 ricorrenti, è stato il primo ad incoraggiare la Gelmini nel ricorso.

Del resto in merito all’offerta di alternative le scuole si misurano con un problema serissimo di risorse economiche che deve essere sfuggito alla severa contabilità del gendarme Gelmini, traducendosi obtorto collo nel mantenimento di una indebita posizione dominante dell’insegnamento cattolico rispetto ad altri eventuali alternative. Questa sentenza non ha fatto altro che riconoscere la discriminazione e l’abuso corrente, richiamando la scuola pubblica alla propria missione. Il passo successivo sarà quello di appellarsi a questa sentenza ogni qual volta in cui la laicità dovesse essere messa in pericolo, fino al punto di abolire del tutto la posizione che l’ora di religione ha nel nostro ordinamento scolastico.

La reazione della CEI è forse l’unica davvero onesta e spassionata. I vescovi s’indignano con le toghe e accusano la decisione del TAR di “bieco illuminismo”. I preti vedono sempre lungo, si sa. Si tratta proprio di questo nemico qui. L’illuminismo ritorna, per colpa di corsi e ricorsi storici e rigurgiti di passato, a tessere l’alfabeto di una società pluri confessionale e pacifica. L’unica via possibile, quando si devono governare diverse anime e diversi colori, è quella della ragione.

In una scuola aperta a tutti a tutti si dovrebbero insegnare i pilastri dell’etica pubblica e i cenni fondamentali delle grandi scuole di pensiero morale. Una strategia più efficace ed economica che non garantire diversi catechismi confessionali, rischiosi per le possibili derive integraliste, più capace di formare cittadini adulti e di assicurare allo Stato esami di maturità meno mercanteggiati nella collezione dei famosi crediti. Il ricorso del MIUR dimostra purtroppo, nero su bianco, che la missione cattolica in Italia vale più di una fede personale. E’ un esercizio di potere trasversale che nel Parlamento, da una legislatura a un'altra, disegna il ritratto di un Paese che nella cultura della laicità crede poco o niente. Investe a parole e non nelle opere. La predica nelle piazze d’Europa, conservando in patria l’abito talare. Hanno ragione i vescovi, si tratta d’illuminismo. Ma quella era la Francia ed era il 1789. Noi siamo ancora in attesa.

Rosa Ana De Santis

tratto da www.altrenotizie.org

16 agosto 2009

AddThis Social Bookmark Button

Pagina 236 di 286