Il
28 maggio scorso, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha
dichiarato che l’Italia “avrà il suo nucleare”. Saranno decisioni
“assennate” e “suffragate da organismi democratici” ma se sarà
necessario contrastare le “scontate proteste dei locali”, i siti
prescelti saranno controllati anche dai militari. Insomma: il governo
parla di scelta democratica voluta dalla maggioranza degli italiani, ma
poi avverte che userà la forza se quegli stessi Italiani non vorranno
ospitare quelle centrali a casa loro. Da quando in qua una scelta
democratica viene fatta non con il confronto e il dialogo ma con
l’arroganza e la prepotenza di chi in quel momento comanda? L’uscita
del presidente del Consiglio ribadisce la volontà della maggioranza di
realizzare un nucleare governativo, militarizzato, usando
un’informazione non obbiettiva.
Governativo perché le scelte non saranno democratiche ed il
governo avrà comunque l’ultima parola. Sarà il costruttore a scegliere
il sito ideale tra quelli messi a disposizione presentando un progetto
che sarà discusso all’interno di una Conferenza dei servizi allargata a
tutte le parti interessate. Se però non si raggiungerà l’accordo, il
governo potrà comunque sostituirsi agli enti locali nelle decisioni da
prendere (art. 25, comma 2, lettera d) e dichiarare i siti aree di
interesse strategico nazionale soggette a particolari forme di
vigilanza (art. 25, comma 2, lettera a). A quel punto nessuno potrà
opporsi all’autorizzazione unica che, dice la legge, sostituirà “ogni
provvedimento amministrativo, autorizzazione, concessione, licenza,
nulla osta, atto di assenso e atto amministrativo, comunque
denominati”, costituendo “titolo a costruire ed esercitare le
infrastrutture in conformità del progetto approvato”(art. 25, comma 2,
lettera h).
Militarizzato perché sarà permesso anche all’esercito di costruirsi, o
di far costruire ad un privato, una o più centrali atomiche nei “siti
militari, le infrastrutture e i beni del demanio militare o a qualunque
titolo in uso o in dotazione alle Forze armate” (art.39, comma 1). Un
informazione non obbiettiva, perché dell'argomento si parlerà solo dopo
che la legge sarà licenziata prevedendo certamente “una opportuna
campagna di informazione alla popolazione italiana sull’energia
nucleare”, ma “con il particolare riferimento alla sua sicurezza e alla
sua economicità.” (art. 25, comma 2, letttera q).
Diciamola tutta: l’Italia è un paese nucleare da sempre e in questi
decenni, senza bisogno di aspettare la nuova legge, c’era la
possibilità di costruire impianti di II generazione. Nessun referendum
ha chiuso quell’avventura e nessuno di quei vecchi siti è stato mai
smantellato. Tutto è come trent’anni fa e, per esempio, se un governo
in questi decenni avesse voluto riaccendere Caorso, lo avrebbe potuto
fare seguendo la normativa scritta nel decreto legislativo 230 del 15
marzo 1995. Questo documento non solo definisce gli ambiti per la
gestione delle sorgenti radioattive usate nella medicina nucleare ma
norma, anche, le modalità per la costruzione, l’esercizio e lo
smantellamento delle centrali nucleari (Cap. VI, da art. 36 a art. 58).
Ed è tuttora valido.
In pratica, non essendoci alcuna legge parlamentare che vieti la
costruzione di centrali atomiche sul nostro territorio – al contrario
con la legge n. 133 del 6 agosto 2008 si è permesso all’Enel di fare
nucleare all’estero disconoscendo un quesito posto dal referendum del
1987 che lo aveva proibito – le regole nucleari da rispettare sono
quelle europee. In pratica nei nostri vecchi siti atomici sono vigenti
ancora le prescrizioni nucleari degli anni ’70 e, come ha candidamente
dichiarato il presidente di EDF - il colosso elettrico francese partner
dell'Enel in questa rinascita nucleare italiana - la soluzione migliore
“sarebbe mettere le nuove centrali a fianco di quelle vecchie, per le
quali i siti erano già stati scelti con cura molti anni fa". Una tesi
sposata da Giancarlo Aquilanti di Enel per il quale “sarebbe logico
ripartire dai siti che ospitavano centrali nel periodo in cui l’Italia
sfruttava l’energia nucleare”.
La nuova legge che il governo si farà approvare tra breve dal
Parlamento in realtà non serve a far ripartire l’avventura nucleare.
Per quello bastano e avanzano le norme radioprotezionistiche europee
recepite nel 1995 con il decreto legoslativo 230, centrali nucleari
comprese. Quello che serve é invece la necessità di velocizzare e
rendere più snello - qualcuno potrebbe dire più moderno - un iter
legislativo burocratico che trova la sua giusta definizione nella
ricerca della concertazione, ma che per un governo “del fare”
rappresenta solo un impedimento. Lacci e lacciuoli che la nuova legge
spazzerà via
E infatti nel disegno legge la parte radioprotezionistica è appena
accennata - e si rifà a quella esistente in Europa (art. 29, comma 4) e
rappresentata dal D.lo 230 - mentre sono ben definite quelle norme che
trasformano scelte democratiche in decisioni coercitive. Esempio
lampante, la nascita di una Agenzia di Sicurezza Nucleare che solo
nominalmente garantirà un controllo “terzo” sull’attività. Sarà infatti
formata da solo 100 tecnici prelevati dell’Apat Nucleare (oggi Ispra) e
dell’Enea - cioè gli attuali enti di controllo radiopotezionistico (età
media 50 anni) - con assegnati fondi risibili per l’attività che sarà
chiamata a fare - si tratta di 500 milioni di euro per il 2009 e di
1.500 milioni per il 2010 ed il 2011 (art. 29, comma 18).
Dopo si vedrà. Neanche fondi ex novo, ma soldi che saranno stornati
dalle risorse dell’Apat Nucleare (ora Ispra Nucleare) e dell’Enea. In
pratica soldi che saltano da un ente ad un altro che porteranno,
insieme al trasferimento dei tecnici, all’indebolimento delle nostre
strutture di controllo radioprotezionistiche.
Originariamente l’Agenzia non era nemmeno prevista. E’ stato il PD che
ha presentato l’emendamento per crearla. L’idea era quella di
contrastare l’esagerata delega che il governo si era procurato
promuovendo la nascita di un ente autonomo di controllo. Invece
l’Agenzia risponderà solo al governo che ne determinerà gli indirizzi
(art 29, comma 15) ed informerà annualmente il Parlamento “sulla
sicurezza nucleare” (art. 29, comma 8).
Una conclusione che ha visto il PD astenersi al momento del voto alla
Camera con il responsabile per l’ambiente, Ermete Realacci,
arrampicarsi sugli specchi spiegando come il voto di astensione sia
stata motivato dal fatto che “un grande paese industrializzato come
l'Italia deve avere una Agenzia nucleare degna di questo nome” (e detto
da un esponente ambientalista non è poco!) ma che questa volontà “non
deve essere certo spacciata per un consenso al tipo di scelta nucleare
che il governo vuole fare”.
Non potendo bocciare una loro proposta ecco il “ni” che fotografa
benissimo le voglie nucleari di un partito che solo a parole si dice
antinucleare. Valga l’affermazione trionfale di Matteo Colaninno, che
in occasione del voto di astensione, ha dichiarato al Sole 24 Ore
del 9 ottobre 2008 come il suo partito sia “risultato essenziale per
l'istituzione dell'agenzia, originariamente non prevista dal governo
senza la quale nessuna discussione seria sull'uso dell'energia nucleare
sarebbe credibile”.
Il Ddl 1195 sarà discusso alla Camera per il terzo ed ultimo passaggio
subito dopo le elezioni europee. C’é la volontà di fare presto, come ha
ricordato Scajola alla recente assemblea degli industriali, per
permettere ai privati, entro la fine dell’anno, di presentare le
domande di costruzione. Come aveva detto lui stesso l’anno prima a
quella stessa assemblea, la prima pietra sarà posta entro la fine della
legislatura. E per adesso i tempi sono ampiamente rispettati.
Daniele Rovai
tratto da www.altrenotizie.org
1 giugno 2009




L’Italia ha appena rilanciato il nucleare, con la creazione di una
nuova agenzia governativa ad hoc e l’idea di costruire centrali in
varie regioni, la cui realizzazione, secondo il premier Silvio
Berlusconi, dovrebbe essere
Luigi, Daniele e Bruno sono morti ieri in una delle più grandi
raffinerie d'Europa: la Saras del gruppo Moratti. Dovevano compiere una
semplice operazione di routine, la pulizia di un serbatoio. Sono morti
in sequenza per cercare di aiutare chi era rimasto vittima dentro
quella trappola; l'ultimo ad entrare e' stato Daniele con una maschera
anti-gas, precauzione inutile, "qualcosa" è andato storto ed anche lui
ci ha rimesso la pelle. Ancora morti sul lavoro, ancora vittime del
risparmio aziendale, attento ai guadagni e non alle perdite...









