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Nucleare italiano: ecco i franco-tedeschi

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nucleareLa tedesca E.On e la francese Gaz De France-Suez hanno siglato un protocollo d'intesa per lo sviluppo del nucleare in Italia; lo si apprende da una nota congiunta dei due colossi dell'energia. In pratica, nasce una seconda cordata internazionale per la costruzione del sistema nucleare in Italia, dopo quella Enel-Edf. La nota congiunta è un "Memorandum of Understanding" (MoU) focalizzato sullo sviluppo del mercato dell'energia nucleare in Italia, e conferma la volontà di partecipare attivamente alla spartizione della torta nucleare nella nostra penisola.

Come per altri progetti nucleari, entrambi i partner sono a favore di una forte cooperazione con utility locali così come con società italiane nel settore energetico. E.ON e GDF-SUEZ esamineranno tutti i punti chiave relativi ai nuovi investimenti nelle centrali nucleari come la tecnologia, l'individuazione dei siti e le partnership industriali. Inoltre, "s’impegneranno in tavoli di dialogo con le autorità nazionali e locali volti a promuovere un quadro regolatorio stabile, chiaro e prevedibile".

In pratica intendono dichiaratamente esercitare una pressione di tipo lobbistico sulle autorità italiane, con lo scopo di ottenere regole a loro più favorevoli. In questo probabilmente rimarranno delusi, poiché per quanto riguarda le autorità nazionali non c'è mai stato bisogno di esercitare grandi pressioni, da parte dei sistemi industriali, per ottenere di tutto e di più.

"Il nucleare", ha dichiarato Klaus Schäfer, Amministratore Delegato di E.ON Italia, "è una delle soluzioni per l'Italia in grado di ri-bilanciare il mix di generazione di energia nei prossimi 15 anni, garantendo allo stesso tempo la sicurezza degli approvvigionamenti, riducendo le emissioni di CO2 e consentendo di produrre energia a costi relativamente competitivi. L'introduzione di energia nucleare, accanto allo sviluppo di fonti fossili più pulite, delle rinnovabili e dell'efficienza energetica, sarà essenziale nel futuro. Se le condizioni nel Mercato Italiano evolveranno nella direzione auspicata, la nostra cooperazione con GDF-SUEZ potrebbe contribuire nel futuro alla costituzione di un ulteriore consorzio".

"L'accordo tra E.ON e GDF SUEZ, ha dichiarato a sua volta Stéphane Brimont, Presidente e Amministratore Delegato di GDF-SUEZ Energy Europe, costituisce un primo passo nella nostra cooperazione per fornire un iniziale, concreto e vitale contributo alla rinascita del nucleare in Italia. Per proseguire, avremo bisogno del completamento del quadro regolatorio già ben avviato, di una forte partnership industriale aperta ad altri partner italiani e europei e di un processo competitivo per l'acquisizione dei siti nucleari disponibili”.

Di sicuro non si tratta di due gruppi industriali poco esperti nel settore. Dal punto di vista finanziario, infatti, posseggono quote di partecipazione in 30 centrali nucleari in Germania, Belgio, Francia e Svezia. Dal lato più propriamente industriale, invece, E.ON gestisce e opera direttamente in nove centrali, mentre GDF-SUEZ in altre sette.

Si tratta, sia sul piano dell'economia industriale che di quello politico, di una vera e propria sfida alla cordata italo-francese composta da Enel ed Edf. Il governo italiano punta a coprire nel 2030 il 25% del fabbisogno nazionale con il nucleare e solo la metà di questa fetta dovrebbe arrivare proprio dal consorzio Enel-Edf, almeno per ora. Di conseguenza, ci sono spazi per altre cordate, per altri voraci e rampanti gruppi stranieri che vogliano entrare nell'industria tricolore dell'atomo, soprattutto perché l'industria tricolore, nel settore nucleare, non c'è più da decenni.

Pertanto, contraddicendo chi sostiene che il nucleare potrebbe darci la cosiddetta "indipendenza energetica", in realtà ci si sta legando alle tecnologie nucleari estere, soprattutto quella francese, che si avviano a gestire non solo la costruzione, ma anche l'esercizio delle centrali stesse, cioè in pratica stanno allungando le mani verso le nostre bollette elettriche.

Silenzio assoluto da parte dei vertici della cordata franco-tedesca circa la tecnologia che potrebbe venire scelta dal nuovo consorzio, anche se nei giorni scorsi l'americana Westinghouse ha fatto sapere di stare proponendo la sua tecnologia nucleare AP1000, rivale dell'Epr scelto da Enel ed Edf, a tutte le grandi utility europee interessate al nucleare in Italia.

Nel nostro Paese, per ora silenzio dalla politica e dalla pubblica amministrazione, così come dall'industria. L'unico apprezzamento per la comparsa del cartello franco tedesco viene dall'utility lombarda A2A, secondo la quale l'accordo "rende più concreta l'idea di un consorzio per il nucleare che A2A sta auspicando".

Di sicuro, tuttavia, le imprese nazionali potranno avere, in questi consorzi, solo dei ruoli di secondo piano, alle spalle dei gruppi guida che, da Edf a Gaz de France, stanno calando come avvoltoi sul nostro Paese. Al governo nazionale è lasciato il ruolo della cosiddetta sicurezza, dove non s’intende certo la sicurezza nucleare propriamente detta, quanto semmai il tenere al sicuro gli impianti dagli sguardi indiscreti di cittadini, associazioni, e perfino magistrati.

Su questo punto, il governo Berlusconi ha già saputo rispondere nei mesi scorsi, includendo tutti gli impianti che anche indirettamente operano nel ciclo nucleare nell'elenco dei siti strategici nazionali. In pratica, sono stati trasformati in zone militari, guardate a vista da sentinelle armate.

Link: Nucleare: no della scienza Usa 

Alessandro Iacuelli

tratto da www.altrenotizie.org

12 giugno 2010

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Ultimo aggiornamento Lunedì 14 Giugno 2010 11:37

Pomigliano, l'affondo epocale dei padroni: intervista con Landini (Fiom)

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«Pomigliano è decisiva»

capitalismoIntervista al segretario della Fiom Maurizio Landini: «Se la Fiat sfonda, cambieranno le relazioni industriali nel Paese. Il diritto di sciopero non si può limitare per contratto»

Non ci poteva essere esordio più probante di questo, per il nuovo segretario dei metalmeccanici Cgil. Maurizio Landini non ha avuto neppure il tempo di prender atto di aver ricevuto i galloni del comando che subito si è trovato al centro della battaglia più carica di conseguenze degli ultimi 50 anni.

C'è stato o no un accordo, venerdì?

No. Non ho notizie di cosa sia successo dopo, ma ieri sera (venerdì, ndr) non è stato firmato nulla. La Fiat ha semplicemene chiesto l'adesione delle organizzazioni sindacali alla sua proposta conclusiva. Le altre organizzazioni hanno dichiarato che, pur non condivindola, aderivano. La Fiom ha detto che non era accettabile e che per noi il negoziato non era concluso; in ogni caso ci siamo riservati una valutazione complessiva nel comitato centrale di lunedì. La Fiat ha preso atto delle adesioni, ma ha detto che non veniva firmato nulla perché doveva verificare se l'applicabilità di quell'intesa era possibile anche senza la Fiom.

Ma qual'è il punto che fa problema?

E' utile sapere questo. A Pomigliano, nei mesi scorsi, la Fiat ha disdettato tutti gli accordi su gestione degli orari e organizzazione del lavoro applicati nel resto del gruppo. Perché? Voleva farne uno nuovo, questo. Che non solo prevede l'utilizzo di 18 turni settimanali, ma anche 120 ore di straordinario obbligatorio (solo 40 nel contratto), la riduzione delle pause sulle catene da 40 a 30 minuti, la possibilità per l'azienda di «comandare» lo straordinario anche durante la mezz'ora di pausa mensa; di poter recuperare i ritardi di produzione anche se dovuti a problemi di forniture; di non pagata la malattia come se si supera una certa soglia «media» di assenze tra tutti i lavoratori. In più, deroghe al contratto nazionale, ma anche alla legge. Quando fai i turni sulle catene la legge dispone che devi avere almeno 11 ore di riposo da un turno all'altro, e altre regole. Fiat vorrebbe «derogare» per gestire gli orari come ritiene più opportuno. Infine viene fissata una serie di «sanzioni» mai viste prima in Italia. Si dice che se non viene rispettato quell'accordo, o se le organizzazioni sindacali (Rsu, delegati) mettono in atto azioni per la gestione o il miglioramento di quell'accordo, vengono sanzionate. La organizzazioni o le Rsu perderebbero parte dell'agibilità; mentre il singolo lavoratore che aderisce a uno sciopero commetterebbe un'infrazione disciplinare che può arrivare anche al licenziamento «per mancanza». È un procedimento che mette in discussione il diritto collettivo di contrattare le condizioni di lavoro e il diritto di sciopero.

Costituzionalmente individuale...

Esatto. E anche «indisponibile» per i sindacati, proprio perché individuale, di ogni cittadino. Questo è il punto su cui la Fiat ha detto «o è così o non si fa l'investimento». Siamo in presenza di una proposta che non riguarda la riorganizzazione del lavoro per costruire 300.000 Panda, ma di fronte a una deroga da contratti e leggi che cancella il contratto nazionale, introduce un nuovo sistema di relazioni dove si impedisce a lavoratori e sindacati di poter agire in modo collettivo. Ha un carattere generale. Se accettiamo che in Fiat, per fare investimenti, non valgono più contratti e leggi, credo che tutte le imprese chiederanno altrettanto. Non è vero che per investire in Italia sia necessario liberarsi delle leggi e dei contratti. Una competizione basata solo sulla riduzione di costi, diritti e salari, non fa che portare sempre più indietro il nostro paese. Non più avanti.

Ci risulta che la Fim-Cisl avesse accettato la «licenziabilità per sciopero», proponendo però di limitare l'«esperimento» alla fase di avvio del nuovo modello. Ma Rebaudengo avrebbe detto «no, lo vogliamo per sempre». È vero?

La Fiat lo ha giudicato impraticabile perché l'accordo non doveva avere scadenza; lo ritiene la «struttura» del nuovo sistema di relazioni sindacali a Pomigliano. Noi abbiamo avanzato proposte per la gestione degli orari e fare le 300.000 macchine. Se Fiat chiede la certezza di una quota di produzione giornaliera e annuale, noi diciamo che applicando il contratto nazionale in vigore si può già arrivare a 16-18 turni, gestire gli orari, gli straordinari obbligatori e quelli da concordare, ecc. Condizionare l'investimento alla libertà assoluta di gestione della forza-lavoro, senza tutele sulla sicurezza e orari estensibili ad libitum (nemmeno la pausa per mangiare), significa voler usare questa situazione non per far funzionare meglio l'impresa, ma per aprire una fase di rapporti completamente diversi dentro le fabbriche.

Ora il referendum viene chiesto anche dalla Fiat e dalle organizzazioni che non l'hanno mai voluto. Se ci dovesse essere cosa fa la Fiom?

 In realtà siamo di fronte a un ricatto. Se uno dice «sì» e accetta la posizione dell'azienda, c'è l'investimento.

Se dice «no» l'azienda chiude?

Di solito si vota «no» per riaprire le trattative e fare un accordo migliore. Lo statuto della Cgil dice comunque che ci sono dei diritti «indisponibili» per la contrattazione. Come Cgil non possiamo firmare accordi che limitano il diritto di sciopero o derogano dalle leggi. Quindi non possiamo neanche mettere ai voti la possibilità che questo accada. Il referendum è una cosa seria. Non si possono fare accordi o contratti separati, e lì si rifiuta il voto dei lavoratori, mentre oggi, perché lo chiede la Fiat, tutti sono disposti a farlo. Allo stato attuale, dunque, bisognerebbe sapere con esattenza qual è il quesito su cui votare e a cosa serve. Alla Fiat abbiamo detto che quella proposta è inaccettabile, ma ci siamo riservati una risposta conclusiva e definitiva dopo il nostro Comitato centrale. E non credo che la discussione si esaurirà nel dire sì o no, ma punterà a sottoporre alle altre parti una possibile proposta di soluzione. Non abbiamo nessuna intenzione di permettere alla Fiat di non fare l'investimento a Pomigliano. Questa partita è generale. Lo ammettono anche i padroni: vogliono un «cambiamento di cultura»...Non ci vedo un grande elemento «culturale». Voglio abbassare tutele, diritti, salari; eliminare il contratto nazionale e passare a una fase in cui le iimprese hanno mano libera nella gestione dei processi. Non è un caso che il ministro Sacconi abbia citato più volte Pomigliano come un accordo che «dovrebbe fare scuola». Troverei più utile invece che il governo indicasse una politica industriale per dotare il paese di un sistema di mobilità elettrica, incentivare la mobilità sostenibile, ecc. Se il ruolo del governo è smantellare il diritto del lavoro, questo è devastante per i lavoratori e il sistema industriale.

Anche per la democrazia?

Non c'è dubbio. Si pensa di usare questa crisi per farla pagare due volte a chi lavora. E per cambiare il sistema democratico e costituzionale. Mentre in Parlamento fanno la legge-bavaglio per la stampa, in fabbrica - con la proposta della Fiat - il bavaglio vogliono metterlo a tutti i lavoratori.

Francesco Piccioni

tratto da Il Manifesto del 13/06/2010

fonte:
http://www.ilmanifesto.it/

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Ultimo aggiornamento Lunedì 14 Giugno 2010 09:41

Fiat Pomigliano, resiste solo la Fiom e i sindacati di base

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L'azienda guidata da Marchionne strappa l'adesione di Fim, Uilm, Ugl e Fismic al proprio piano per Pomigliano. Resiste solo la Fiom che parla di "ricatto". Sindacati e azienda organizzeranno il referendum al centro del quale ci sarà una sola domanda: spostiamo tutto in Polonia o accettate il diktat di Torino?

operai_pomigliano_cobasE' la Fiom l'obiettivo principale della Fiat che è riuscita stasera a ottenere l'obiettivo di dividere i sindacati dei metalmeccanici e strappare il consenso di Fim, Uilm e Fismic al suo piano per Pomigliano. Il sindacato della Cgil ha detto no definendo quello di Marchionne un vero e proprio "ricatto". Inizialmente sembrava che anche l'Ugl avesse detto no ma dopo qualche minuto è arrivata l'adesione del sindacato legato al centrodestra. "Non è ancora l'accordo separato", ha spiegato il segretario della Fiom, Landini "perchè non hanno firmato niente altro che il testo deciso dalla Fiat che deroga a contratti e leggi dello Stato. Si tratta di un ricatto bello e buono verso i lavoratori di Pomigliano e verso la Fiom". La Fiom, esprimendo un "giudizio negativo" ha comunque dato appuntamento al Comitato centrale dell'organizzazione che si terrà lunedì e che "deciderà sulle iniziative da intraprendere". Che potrebbero essere anche "sorprendenti". Dal canto loro, le organizzazioni che hanno accettato il piano Fiat hanno dichiarato che faranno ricorso a un referendum tra i lavoratori per avallare l'intesa.
Ed è su questo che si gioca il senso dell'intesa sottoscritta ieri. Perché l'azienda torinese si disporrà ad accettare l'esito della consultazione e quindi a fare in modo che la sua proposta venga accettata dalla maggioranza dei lavoratori. Il cuore dell'intesa siglata ieri sera è qui, con Fiat che dopo aver chiesto per tutta la giornata un accordo unitario ha deciso di "apprezzare" le disponibilità separate e di disporsi all'esito del referendum. "Avremmo certamente preferito un accordo unitario ma prendiamo quello che passa il convento" dicono dall'azienda. E sul referendum si esprime un certo ottimismo: "Noi pensiamo che sarà positivo, non crediamo che il piano sarà rigettato, anche perché in quel caso l'azienda sarebbe legittimata a spostare la produzione altrove. Ma se non investiremo a Pomigliano la colpa sarà tutta della Fioim". Che dal canto suo, fa sapere che potrebbe anche non partecipare a una consultazione che mette in gioco diritti "indisponibili" sanciti dalla Costituzione, come il diritto di sciopero. La Fim, invece, si dichiara soddisfatta dallo "sviluppo" che verrà garantito a Pomigliano e dal fatto di aver inserito una clausosa "di raffreddamento" degli effetti di sanzione agli scioperi che il piano prevede. L'appuntamento per la firma dovrebbe essere fissato per martedì prossimo.
E i prossimi giorni saranno "infernali" per la Fiom. Tutto il quadro sindacale, politico, istituzionale e confindustriale farà una pressione senza precedenti perché il piano venga accettato e votato dai lavoratori. Il referendum di Pomigliano sarà un referendum costituente, quello in cui si getteranno le basi per la contrattazione al tempo della crisi: tutta a vantaggio delle imprese, senza diritti certi per i lavoratori.
11 giugno 2010

 

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Ultimo aggiornamento Sabato 12 Giugno 2010 11:59

Acqua: tutto pronto per la volata in Borsa

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Il fondo speculativo Italiano guarda all'acqua

acqua_denaro680mila firme contro 150 milioni di euro. Sono i numeri a misurare la differenza tra l'acqua “bene comune” e l'acqua “merce”. Il primo (680mila) racconta il numero delle firme raccolte nel primo mese delle campagna referendaria contro la privatizzazione del servizio idrico integrato; il secondo misura invece l'investimento nel settore del servizio idrico integrato dalla società di gestione del risparmio F2i (Fondi italiani per le infrastrutture sgr).

E se il primo dato dà conto della volontà dei cittadini italiani di frenare l'ingresso di capitali privati e di capitali finanziari e speculativi nel società che portano nelle nostre case l'acqua potabile, diventata scelta obbligata con la legge Ronchi del novembre scorso, il secondo è un investimento che da quel testo di legge prende le mosse: nel comunicato stampa del 24 maggio scorso con cui Iride Acqua e Gas spa (società del gruppo Iride), F2i rete idrica italiana spa e F2i sgr spa danno conto dell'accordo, spiegano che esso ha finalità di “concentrazione e sviluppo dell’attività idrica”, intendendo con questo” di essere in grado, anche dal punto di vista finanziario, di realizzare (a) il piano degli investimenti previsto dal Piano d’Ambito dell’Ambito territoriale ottimale genovese, e (b) un programma di partecipazione alle future gare ad evidenza pubblica per l’assunzione di partecipazioni ovvero la gestione di ulteriori ambiti territoriali, allorquando troverà applicazione il nuovo regime delineato dall’entrata in vigore del Decreto Ronchi”.

La carta d'identità di F2i, una sgr che raccoglie 1,8 miliardi di euro, aiuta a capire chi sono gli sponsor di questa operazione: Banca infrastrutture innovazione e sviluppo, del gruppo Intesa-Sanpaolo, Cassa depositi e prestiti, Merrill Lynch, Unicredit, Cariplo, Cassa di risparmio di Torino, Monte dei Paschi di Siena, Cassa di risparmio di Cuneo, Cassa di risparmio in Bologna, Cassa di risparmio di Padova e Rovigo e Cassa di risparmio di Forlì, gli istituti di previdenza Inarcassa e Cipag. Tra queste, Intesa-Sanpaolo e Fondazione Cassa di risparmio di Torino erano già azioniste di Iride.   

L'accordo tra Iride e F2i, che è guidata da Vito Gamberale (nella foto in apertura), già amministratore delegato di Atlantia (cioè di Autostrade per l'Italia, società del gruppo Benetton), ruota intorno a due società: San Giacomo (il “veicolo” attraverso il quale verrà realizzato il progetto) e Mediterranea delle Acque, già quotata in Borsa. Alla prima verrà conferita da Iride la partecipazione detenuta nella seconda, pari a circa il 68,323% del capitale sociale. Il 25 maggio, poi, San Giacomo ha acquistato le azioni detenute in Mediterranea delle acque da Veolia Eau-Compagnie Generale des Eaux S.A. (pari a circa il 17,090% del capitale) al prezzo di 3 euro per azione. A questo punto, F2i Rete idrica italiana è pronta a sottoscrivere entro il 1 giugno un aumento del capitale di San Giacomo da 39,5 milioni di euro.

Il punto d'arrivo di questo processo prevede il delisting, ovvero l'uscita dalla Borsa di Mediterranea delle acque, mediante un’offerta pubblica di acquisto totalitaria volontaria da parte di San Giacomo, al prezzo di  tre euro per azione. A quel punto, Iride e F2i lavoreranno per creare “un polo industriale dell'acqua”, il “campione nazionale” del servizio idrico integrato. Tutta l'operazione è stata, ovviamente, benedetta da Borsa Italiana (una società per azioni tra i cui azionisti privati ci sono Intesa-Sanpaolo e Unicredit, nomi che troviamo anche tra gli sponsor di F2i). “Mediterranea delle Acque -si legge in una nota Ansa del 25 maggio-vola in Borsa (+12,74% a 2,96 euro) e si allinea al prezzo di 3 euro per azione a cui verrà lanciata l'Opa sulla società”. E, nel frattempo, è stata completata anche la fusione tra Iride -partecipata attraverso Sviluppo Utilities dai Comuni di Torino e Genova- ed Enìa, altra società quotata in Borsa, emiliana.

Un' analisi dell'intera vicenda è stata pubblicata sul sito del Comitato promotore del referendum per l'acqua pubblica: “Il caso di Iride è particolarmente indicativo visto che il gruppo partecipato da Genova e Torino, oltre che di Mediterranea delle acque, è anche socio di Acque potabili e sta completando un processo di fusione con Enìa, la multiservizi emiliana quotata a Piazza Affari, nata dalla fusione delle S.p.A. delle province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. Iride ed Enìa insieme definirebbero un asse “padano occidentale” con 4 miliardi di capitalizzazione di borsa e 2,5 milioni di “clienti” solo per il servizio idrico, senza contare le quote di cittadini palermitani portati in dote da Iride e di Enna portati in dote da Enìa”. L'accorpamento di tutte le gestioni idriche tra Piemonte, Liguria, Emilia, Sicilia non avverrebbe, però, nell'interesse dei cittadini. E la partita potrebbe allargarsi anche a Smat, la società per azioni a totale controllo pubblico che gestisce il servizio idrico integrato nelle città di Torino. “Aprendo le porte dell'azienda a un soggetto come F2i, e vincolandosi a un patto parasociale, Genova e Torino rinunciano alla posizione del Comune imprenditore e completano il passaggio verso la posizione del Comune azionista” ha scritto Massimo Mucchetti in un commento sul Corriere della Sera: il Comune non è più responsabile e garante di un servizio e di un diritto per tutti i cittadini, ma solo uno dei tanti soci che attende l'assemblea di aprile per sapre quanto incasserà sotto forma di dividendo.

Luca Martinelli, 

tratto da www.altreconomia.it

giugno 2010

 

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Giustizia privata o diritto alla privacy?

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intercettazioniPotremmo cavarcela con un paio di battute: in questi anni siamo stati più intercettati che intercettatori. Oppure: quando sentiamo la parola «cellulare» ci viene in mente il furgoncino della polizia e non il telefonino. Ma, come era accaduto per le altre leggi ad personam nel corso del quasi ventennio berlusconiano, la legge sulle intercettazioni blindata cui anche i cosiddetti «finiani» sembrano essersi piegati dopo settimane di trattative a mezzo stampa e minacce televisive si annuncia come l’ennesima forma di garantismo a senso unico di B. e dei suoi avvocati: i cellulari continueranno a scorrazzare indisturbati, i nostri telefoni continueranno ad essere ascoltati e la «libertà» sarà un bene scarso, riservato soltanto a chi potrà permetterselo.

I sondaggi diffusi ieri da Ipsos dicono che la campagna unanime dei giornali – da Feltri a Travaglio – contro la «legge bavaglio» non ha sfondato: la metà degli intervistati continua a ritenere che sia necessario un provvedimento in difesa della «privacy». Ciò conferma almeno tre cose.

La prima è la conferma di una delle grandi mutazioni di questi anni, una delle tante: la carta stampata – che in questo caso, a colpi di post-it anti-censura e bavagli sventolati, è stata protagonista di una campagna davvero allarmata cui era difficile rimanere indifferenti – non è più l’agente principale della costruzione dell’opinione pubblica in questo paese. Al massimo, i giornali formano una minoranza, influente e non trascurabile, di informati.

La seconda è che, ancora una volta, B. ha compiuto la sua personale «rivoluzione passiva», di cui parlano il filosofo di formazione situazionista Mario Pezzella e, prossimamente, il sociolgo del «pensiero meridiano» Franco Cassano nell’ambito del dibattito sulla «Dittatura dell’ignoranza» che si sta svolgendo sulle pagine di Carta. Il presidente del consiglio ha preso un tema tutt’altro che «di destra» [il garantismo e la difesa della libertà di comunicare] e l’ha pervertito fino a piegarlo alle sue esigenze, conferendogli un’aurea ambigua che si sposa bene con la palude della crisi italiana. Una liberazione al contrario.

La terza è che l’odioso scudo legale è stato studiato dal pool difensivo berlusconiano per fermare le indagini che accerchiano il suo inner circle. Da questo punto di vista gli effetti sui giornali sono solo un effetto, seppure importante. Ma forse il reality show della trascrizione delle telefonate non basta a fare luce sulle faccende oscure di questo paese. L’informazione italiana troppe volte sprofonda nella sindrome da spettacolarizzazione. Ormai non serve denunciare i maltrattamenti dentro un Centro di detenzione per migranti, perché è necessario che un giornalista si spacci per migrante, si faccia torturare e mostri le ferite al pubblico perché la cosa diventi notizia. Allo stesso modo, sarebbe stato possibile comprendere l’occupazione del territorio delle truppe sorridenti di Bertolaso anche senza la ciliegina della chiacchierata infame dell’imprenditore che rideva nel letto mentre L’Aquila sprofondava, o senza i dettagli sui profilattici nel corso dei «massaggi» al Salaria sport Village. Si tratta di fare di necessità virtù, e di aggirare le barriere alla libera informazione architettate dal governo per costruire uno scarto semantico, di stile e di contenuti, al conformismo dilagante.

Giuliano Santoro

tratto da Carta.org

10 giugno 2010

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