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INTERNI

Roma: dalla piazza un no netto a Monti, all’UE e alle banche

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ue_bandiera_bruciataUno sciopero difficile, ma indispensabile. Contro il governo Monti, lo strapotere delle banche e i diktat dell'Unione Europea. E contro la repressione e gli arresti. Decine di migliaia di lavoratori, studenti e precari a Roma per dire che i sacrifici li devono fare coloro che non hanno mai pagato.

Mentre Piazza San Giovanni si riempie di lavoratori e lavoratrici arrivate da tutta Italia, e dal palco si susseguono gli interventi dei rappresentanti delle sigle del sindacalismo conflittuale che hanno coraggiosamente promosso lo sciopero generale di oggi, i fotografi si accalcano. Alcuni attivisti del Comitato No Debito hanno bruciato una bandiera dell’Unione Europea, quella azzurra con le stelle gialle. Un gesto simbolico che racchiude il senso di uno sciopero che definire difficile è dir poco. Uno sciopero tutto politico, quello di oggi, contro i diktat dell’UE e delle banche proditoriamente applicati da Monti e dai suoi ministri. Provvedimenti che stanno strizzando e impoverendo milioni di italiani.

E così i sindacati di base e indipendenti hanno deciso di dare una risposta immediata, nonostante le evidenti difficoltà: il mondo del lavoro dipendente nel nostro paese sembra ancora inebetito da decenni di ‘antiberlusconismo’ e per ora la speranza che dopo il disarcionamento di Silvio le cose possano andare un po’ meglio prevale sulla rabbia e sulla protesta contro una sfilza di provvedimenti iniqui che neanche il Cavaliere si era permesso di adottare. D’altronde Monti ha un compito, e lo sta portando avanti. Con le buone – la propaganda sul ‘salva’ o ‘cresci’ Italia, il sostegno parlamentare trasversale, l’appoggio mediatico quasi totale – e ora anche con le cattive. In 48 ore si sono viste le botte della Polizia ai pescatori a Montecitorio, le cariche ai senzacasa in Campidoglio e una retata anti No Tav realizzata contemporaneamente in 15 province del paese. Una coincidenza affatto casuale. Un segno chiaro di questo governo e dei poteri forti che lo animano e lo sostengano a chiunque, nella società, voglia contrastare il più grande attacco alle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari che questo paese abbia visto dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Ma come si gridava dal palco mobile che apriva il lungo serpentone che da Piazza della Repubblica ha sfilato fino a San Giovanni, “la repressione porterà solo ad un aumento della mobilitazione e della ribellione”. In tanti, oltre che con le bandiere dell’Unione Sindacale di Base o degli altri sindacati, sono venuti a Roma con le bandiere No Tav. Un pompiere in divisa le ha messe tutte e due sulla sua asta, e le sventola insieme. Anche uno striscione recita “Libertà per i No Tav. Le lotte non si arrestano”.

E poi tante parole d’ordine contro l’assalto ai salari e alle pensioni, contro le privatizzazioni e le finte liberalizzazioni, contro la riduzione della democrazia nei luoghi di lavoro. Per dire che il debito i lavoratori non l'hanno creato e quindi non lo devono e non lo vogliono pagare.

Almeno 40 mila persone hanno manifestato nel centro della capitale, nonostante le metropolitane fortemente rallentate e la penuria di autobus e treni. Decine e decine gli striscioni delle federazioni regionali dell’Usb, dell’Usb Immigrati, dei comparti della Sanità, del Pubblico Impiego, della Scuola, della Ricerca, dell’Inps. I Vigili del Fuoco in divisa dell’Usb, i lavoratori delle telecomunicazioni dello Snater, quelli delle fabbriche (Fiat Mirafiori, Pomigliano, Sevel, ex Alfa Romeo, Thales Alenia Space ecc) dello Slai Cobas, i dipendenti delle cooperative sociali, delle ditte di appalti e dei supermercati dell’Usb e dell’USI. E poi ancora gli autoferrotranvieri dell’Usb e soprattutto quelli dell’Orsa, che in piazza sfilano con una locomotiva che sputa fuoco e allerta con il suo campanello i passanti e i negozianti distratti.

La manifestazione sfila tranquilla ma determinata, e come spesso avviene a Roma lungo il percorso, per fortuna sotto un bel sole che riscalda l’aria gelata della mattina, si gonfia man mano di altri partecipanti. Verso il fondo ci sono gli studenti di ‘Senza Tregua’. Sfilano dietro uno striscione nero che in rosso recita “Studenti e lavoratori uniti. Sciopero generale’ e agitano bandiere rosse, compatti nei cordoni. Subito dietro di loro lo spezzone del sindacato metropolitano: i movimenti di lotta per la casa, i Blocchi Precari Metropolitani, i precari, gli immigrati. Quando passano davanti alla Banca Toscana, in Via Merulana, il clima si anima. Qualche uovo, fumogeni e una scritta – “Spegni il mutuo, accendi le banche” - ricordano che c’è chi dalla crisi trae profitto e ci guadagna.

Il sanzionamento si ripete un po’ più avanti, quando il bersaglio diventa una filiale di Banca Intesa San Paolo – ampiamente rappresentata nell’esecutivo Monti – e poi ancora verso la fine del corteo quando la rabbia dei manifestanti prende di mira la sede dell’Assessorato Comunale alle Politiche Sociali. Anche qui qualche uovo e qualche fumogeno. E tanti slogan contro un’amministrazione Alemanno servile nei confronti dei palazzinari e delle lobby della speculazione e chiusa totalmente alle richieste dei movimenti di lotta per la casa. “Lo spezzone sociale che partecipa oggi a questo sciopero generale, e che non è organizzata nelle forme classiche del sindacato, ha iniziato ieri il suo percorso di mobilitazione” ci spiega Paolo di Vetta, dei Blocchi Precari Metropolitani. “Siamo andati in tanti in Campidoglio a rivendicare un piano casa degno di questo nome. Quello che stanno approvando è un piano di cementificazione, un grande ed ennesimo regalo ai costruttori che stanno per staccare i loro assegni per la prossima campagna elettorale. Dopo le cariche e le botte di ieri in Campidoglio oggi siamo di nuovo in piazza per ribadire che la strada maestra è quella dell’indipendenza e del conflitto, in una relazione sempre più forte con il sindacalismo di base”.

Oltre ai tanti lavoratori e giovani in piazza c’è anche qualche realtà di ‘movimento’. Non le grandi reti organizzate del movimento studentesco che pure qualche tempo fa andarono in corteo dalla Camusso a chiedere lo sciopero generale contro Berlusconi. E anche dai centri sociali della Capitale c’è qualche rappresentanza spuria. Ma non manca lo striscione del Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua, che aveva già annunciato la propria adesione nei giorni scorsi. “Siamo in piazza per manifestare contro un governo che prosegue lungo la strada delle privatizzazioni dei beni comuni – spiega Paolo Carsetti - Siamo stati in campo per contrastare l’approvazione del cosiddetto ‘decreto crescItalia’ ottenendo che ne venisse stralciata la parte più negativa che vietava la gestione pubblica dei servizi locali. Un decreto che rimane sostanzialmente di stampo ultraliberista e che nega ampiamente l’esito referendario”.

Poco più in là un gruppetto di manifestanti sfila nei panni della Banda Bassotti, con i sacchi in spalla e le facce di Monti e degli altri ministri attaccata sulla pettorina. E' così che i lavoratori che manifestano vedono l'esecutivo 'salva Italia'. Come una banda di ladri e truffatori. Ogni tanto si fermano e si mettono in posa, per i fotografi. Così come le insegnanti che battono su un tamburo e scandiscono:  “Siamo stanchi di aver pazienza. Insegniamo disobbedienza”.

tratto da http://www.contropiano.org

28 gennaio 2012

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Se il tecnico non legge Bankitalia

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I numeri dell'Istituto di via Nazionale sulla povertà delle famiglie e la concentrazione della ricchezza sono inequivocabili. Come quelli presentati dall'Ocse. Ma Monti, il suo governo e la sua maggioranza, non li vedono

MontiAvevamo capito che il governo Monti fosse un governo “tecnico”. Cosa c’è di più tecnico degli studi della Banca d’Italia per farsi un’idea del paese e delle ricette economiche più giuste ed efficaci allo stesso tempo? E invece, a giudicare dalle reiterate manovre – prima casa, pensioni, liberalizzazioni limitate ai ceti medi, mercato del lavoro – sembra che quelle cifre e quegli studi i ministri e le ministre dell’autorevole professore nemmeno le leggano. Eppure quelle cifre sono impietose.

Dice la Banca d’Italia nel suo rapporto sui Bilanci delle famiglie italiane che “nel 2010 il reddito familiare medio annuo, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali, è risultato pari a 32.714 euro, 2.726 euro al mese. Il reddito equivalente, una misura che tiene conto della dimensione e della composizione del nucleo familiare, si è attestato sui 18.914 mila euro per individuo, un valore inferiore, in termini reali, dello 0,6 per cento a quello osservato con l’indagine sul 2008“. Quindi, in soli due anni le famiglie italiane sono diventate un po’ più povere. A diventare più poveri sembrerebbero i redditi da lavoro indipendente: “Il reddito da lavoro dipendente ricevuto in media da ciascun percettore è risultato pari a 16.559 euro, pressoché lo stesso livello in termini reali rispetto al 2008 (-0,3 per cento). Quello da lavoro indipendente è risultato di 20.202 euro, con una diminuzione del 2,3 per cento”. Ma con i dati sull’evasione fiscale in Italia – il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, l’ha quantificata ieri a 120 miliardi di euro – il dato non è del tutto attendibile.

Resta che i poveri, da lavoro, aumentano. La loro quota – convenzionalmente identificata in redditi inferiori alle metà mediana - è risultata pari al 14,4 per cento, un punto in più rispetto al 2008. “Nel 2010 – continua ancora Bankitalia – il 29,8 per cento delle famiglie reputava le proprie entrate insufficienti a coprire le spese, il 10,5 per cento le reputava più che sufficienti, mentre il restante 59,7 per cento segnalava una situazione intermedia. Rispetto alle precedenti rilevazioni emerge una tendenza all’aumento dei giudizi di difficoltà”.

Ma i dati sulla povertà delle famiglie sono significativi se raffrontati alla distribuzione complessiva della ricchezza. “La ricchezza familiare netta – è ancora la Banca d’Italia a parlare - data dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore) e delle attività finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti), presenta un valore mediano di 163.875 euro. Il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 45,9 per cento della ricchezza netta familiare totale (44,3 per cento nel 2008). La concentrazione della ricchezza, misurata in base all’indice di Gini, è risultata pari a 0,62, in lieve aumento rispetto alla precedente rilevazione del 2008 (0,61)”. Il punto continua a essere rappresentato da questa distribuzione ineguale delle risorse su cui nessun governo al mondo ha finora avanzato proposte decenti.

La stessa analisi è stata fatta qualche giorno fa dall’Ocse nel suo rapporto “Divided we stand” (vedi sul megafonoquotidiano) reso pubblico alla presenza della ministra Elsa Fornero (presso l’Istat dove ai precari che la contestavano la ministra non ha potuto dedicare neanche una risposta). In quel rapporto si legge che “la disuguaglianza dei redditi tra le persone in età lavorativa è aumentata drasticamente nei primi anni Novanta e da allora è rimasta a un livello elevato, nonostante un leggero calo verso la fine del primo decennio degli anni duemila. La disuguaglianza dei redditi in Italia è superiore alla media dei Paesi Ocse, più elevata che in Spagna ma inferiore che in Portogallo e nel Regno Unito”. E ancora: “Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro) indicando un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni Ottanta”.

Cosa ha contribuito ad aumentare questo scarto? Attenzione: “Le aliquote marginali dell’imposta sui redditi più alti si sono quasi dimezzate passando dal 72% nel 1981 al 43% nel 2010″. Oltre all’evasione fiscale si è assistito in Italia a una progressiva diminuzione della pressione fiscale sui redditi finanziaria e societari che ha avuto un impatto, mai preso in considerazione, sull’evoluzione del debito pubblico. Un impatto riscontrabile anche su scala europea. Si guardino questi cifre offerte da Eurostat: dal 2000 al 2010 la pressione fiscale dell’Europa a 27 è passata dal 44,7 al 37,1 per cento con una riduzione del 7,6 per cento. Le imposte sui redditi delle società sono passate dal 31,9 al 23,2 con una riduzione dell’8,7 per cento. Se la pressione complessiva in Italia è rimasta più o meno stabile, riducendosi solo dello 0,3 per cento in dieci anni – ma compensata da un’evasione fiscale gigantesca – quella sui redditi delle società è passata dal 41,3 per cento al 31,4 con una riduzione del 9,9 per cento.

La pressione fiscale è rimasta invariata, o è aumentata, solo sui redditi da lavoro dipendente o da pensione: l’88 per cento dei contribuenti italiani è infatti composto da lavoratori dipendenti e pensionati e il gettito fiscale che producono è pari al 93 per cento delle entrate. Tutti gli altri pagano solo il 7 per cento. Un vero tecnico partirebbe da questi dati.

Salvatore Cannavò

tratto da http://www.ilmegafonoquotidiano.it

26 gennaio 2012

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Lavoro e welfare: le proposte agghiaccianti del governo. La Fornero bluffa?

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I fumogeni di Fornero

gioco3carteLa finta marcia indietro del giorno dopo. Ormai è una costante di molti ministri, in piena continuità con il governo precedente. Certo con meno protervia, ma altrettanta - pessima - intenzionalità. Sottoposta per tutta la mattinata, dovunque sia andata, a un fuoco di fila di domande sull'«eliminazione della cassa integrazione», il «contratto unico», le risorse finanziarie necessarie per il «reddito minimo», ecc, la ministra del welfare Elsa Fornero ha scelto come difesa la cortina fumogena.
Vediamo le nuove dichiarazioni sui singoli punti. «Nel documento non c'è l'espressione 'vogliamo togliere la cassa integrazione'. C'è invece l'impostazione di un percorso di riforma degli ammortizzatori sociali che vedremo dove condurrà». Quindi «era del tutto prematuro parlare di soppressione della cig e in ogni caso sappiamo che il 2012 sarà un anno difficile, nel quale non potremo fare grandi innovazioni». Secondo logica, dunque, per quest'anno non si può fare, ma...
Che in realtà a questo si stia pensando è stato confermato dalla stessa ministra, in via indiretta. «La flessibilità in uscita è stata utilizzata per mandare in pensione gente giovane, questo non si può più fare». Parla dei prepensionamenti, utilizzati per risolvere molte crisi aziendali tramite il rosario dei vari ammortizzatori. La ministra si è detta «colpita» dal fatto che «in Italia un lavoratore con poco più di 50 anni è considerato perso dal mercato, non più utilizzabile». Accorciare il periodo coperto dalla cig, insomma, costringerebbe il singolo lavoratore a tornare su un «mercato» che però - non certo per sua indisponibilità - lo rifiuta in quanto «vecchio». Ma non più pensionabile.
Salario minimo garantito. È l'istituto che, secondo quanto riferito dai dirigenti sindacali presenti all'incontro di lunedì, dovrebbe sostituire la cig straordinaria, quella in deroga e anche la mobilità. Di durata imprecisata, ma certo molto inferiore (anche quanto ad assegno erogato) rispetto agli ammortizzatori oggi in vigore. «Abbiamo molti vincoli finanziari», quindi parlare di questo è «assolutamente prematuro». E due.
Un po' troppa modestia e incertezza, insomma, per un governo di tecnici e decisionisti, che hanno caricato sulle proprie spalle il compito di «fare riforme strutturali in tempi rapidi». Specie se, come la ministra stessa ha ripetuto, la questione del mercato del lavoro si deve risolvere «in 3 o 4 settimane». Ma proseguiamo.
Contratto sagomato sul ciclo di vita. Fornero parte dalla «numerosità» dei contratti atipici, che andrebbero sfoltiti tenendo soltanto «quelli che ci (a chi?, ndr) servono». Perché questa giungla «anziché includere, segmenta, tratta in maniera eccessivamente differenziata diverse categorie di persone». Ma il «contratto sagomato», che cambia a seconda dell'età del singolo lavoratore, realizza qualcosa di peggio della «frammentazione»: ossia l'individualizzazione totale, così che in nessun posto, virtualmente, ci saranno due dipendenti con gli stessi interessi immediati. Unica speranza: un'idea del genere è quasi impossibile da realizzare, nella vita pratica.
Molto seccamente, il segretario della Cgil Toscana, Daniele Quiriconi, ha fatto due conti: «Se si applicasse la ricetta Fornero in Toscana (regione con il Pil pro capite tra i più alti del paese, ndr) ci sarebbero 15.000 disoccupati in più». Un calcolo basato su informazioni concrete, al contrario dell'ideologia sparsa a piene mani sulle «misure per i giovani». E corroborato da Carla Cantone, segretaria generale dello Spi Cgil: «I problemi dei giovani non si sono dissolti nell'aria con la riforma delle pensioni, ma si risolveranno solo attraverso un piano per l'occupazione, perché senza un lavoro oggi non ci sarà nessuna pensione domani».
È la stessa opinione manifestata ieri dai precari dell'Istat, terza stazione del peregrinare della ministra, che hanno issato uno striscione con su scritto «precarious we stand». Strappandole un «mi state a cuore, questa è la mia preoccupazione» che sa tanto di mezza lacrima. Prima della mazzata.

Francesco Piccioni

tratto da "Il Manifesto"

25 gennaio 2012

***

La «ridefinizione» della cig: un solo anno, poi arrangiatevi

Si affaccia anche il «contratto modellato sul ciclo di vita». Deregulation per eliminare ogni forma di patto collettivo

Professori delle tre carte. Dopo aver a lungo menato la danza della «riforma del mercato del lavoro», che doveva però andare «di concerto con la rimodulazione degli ammortizzatori sociali», addirittura vellicando sogni europei come il «reddito di disoccupazione», il governo ha mostrato la faccia feroce di chi - dei senza lavoro perché le aziende chiudono - sostanzialmente se ne infischi. O peggio.
Vediamo i dettagli. Il governo ha messo sul tavolo «i titoli» - come si dice in gergo - di cinque capitoli contenenti le linee guida del progetto governativo: tipologie contrattuali, formazione e apprendistato, flessibilità, ammortizzatori sociali, servizi all'impiego. Ma solo di alcuni si è appreso qualcosa di attendibile. Al momento di entrare a palazzo Chigi il ministro del welfare Elsa Fornero aveva spiegato che nella riforma ci sarebbe stato anche uno «schema di reddito minmo». Peccato che «richiede risorse ora non individuabili», e quindi verrà approvata ma «l'applicazione sarà dilazionata». Insomma: una riga di inchiostro su carta, non un diritto esigibile.
Ma questa era anche l'unica «buona notizia». Per «riforma» degli ammortizzatori sociali - cassa integrazione e mobilità - il governo intende la loro sostanziale cancellazione. Oggi abbiamo tre tipi di cassa integrazione. L'ordinaria (per imprese industriali ed edilizia) entra in azione per sospensione dell'attività produttiva, può durare fino a un anno, con l'80% del salario, pagata dai contributi di aziende e lavoratori. La straordinaria, invece, scatta anche per altri tipi di imprese (editrici, commercio, trasporto aereo, ecc) e copre le crisi aziendali vere e proprie: ristrutturazione, riconversione, riorganizzazione, crisi e «procedure concorsuali» (fallimento o liquidazione). Può durare anche 24 mesi (36 al centro, 48 al sud) ed è egualmente finanziata da imprese e lavoratori. Quella in deroga, infine, è stata introdotta da Sacconi per coprire - nella crisi - anche quei settori che non usufruivano delle prime due forme; copre anche apprendisti, interinali, ecc, ma è a carica della fiscalità generale dello Stato.
A seguire c'è anche la mobilità, al 60% del salario, dalla durata variabile a seconda dell'età del lavoratore o del territorio di residenza. Una serie di salvagenti straordinari - pensati per aiutare le imprese, non tanto i lavoratori - che si sono però rivelati preziosi in questi anni di crisi per evitare di avere milioni di disoccupati per strada. E relativi problemi sociali.
Cosa hanno pensato i geniali «tecnici» scelti dall'alto dei cieli europei? Che è meglio ridurre tutto a una sola forma: l'ordinaria, con durata 52 settimane. Anche se l'azienda chiude. Poi «si pensa» a «un'indennità risarcitoria» o al «rafforzamento del sussidio di disoccupazione». Per cui, «purtroppo», non ci sono soldi. Quindi non esiste il sussidio... Facile previsione: nel solo 2012, avremo tra i 300 e i 500mila disoccupati in più. E non un solo posti di lavoro nuovo.
Essere presi per i fondelli non è simpatico, ma i «professori» sono stati capaci di andare oltre. Può essere ammesso, ma non concesso che il lavoro flessibile (ci si riferisce all'insieme dei 48 contratti precari, ma in modo «dolce e suadente») possa essere reso più caro, invece che abolito. E che l'incentivo alla «stabilizzazione» del rapporto di lavoro sia affidato alla defiscalizzazione degli oneri contributivi. Certo, per una schiera di ministri che ripete continuamente di voler creare «opportunità per i giovani» sarebbe più coerente se prevedesse una drastica eliminazione di quei contratti, lasciando alla «stagionalità» i mestieri di bagnino e di maestro di sci.
Ma è il terzo pilastro della struttura illustrata ieri i punto più preoccupante: il contratto calibrato sul ciclo di vita. Se siete abituati a diffidare delle formule verbali fantasiose, fate bene a preoccuparvi. Il ministro Fornero è stata parca di contenuti e ricca di immagini: «serve un contratto che evolve con l'età», «piuttosto che contratti nazionali specifici che evolvono per ogni età». La sovrabbondanza di riferimenti all'«evoluzione» suggerisce la scomparsa di meccanismi contrattuali certi e validi per tutti. Ai tre anni del «contratto di ingresso» - una sorta di apprendistato, ma senza godere di alcun diritto (a parte un «risarcimento» proporzionale alla durata del lavoro) - seguirebbe non l'attuale «contratto a tempo determinato» ma una sorta di terra di nessuno. Bisognerebbe infatti capire fino a quale età si può essere assunti con l'«ingresso», perché per un 50enne sarebbe una presa in giro eccessiva.
Nell'insieme, dunque, scompare la «norma contrattuale nazionale» - il principio giuridico dell'egualianza di trattamento - e viene adombrato il «contratto su misura». Berlusconi, nel 2001, ci aveva fatto un pensierino, chiamandolo «contratto Internet» o individuale. Poi ripigò sul più casareccio «lavoretto».
Ma, almeno, tutta questa storia ha fatto accantonare la fissazione per l'art. 28? Ma quando mai. Il premier è stato chiaro: «non può essere un tabù». Per chi è abituato alla logica, vedendo che il governo presenta le proprie proposte come immodificabili, diventa chiaro che i «tabù» sono esattamente i bersagli che si prefigge di colpire.

Francesco Piccioni

tratto da "Il Manifesto"

24 gennaio 2012

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 25 Gennaio 2012 12:47

Da martedì parte il movimento dei forconi in Sardegna

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movimento-forconiGiornate interlocutorie per le proteste siciliane. Si segnala un rallentamento dello sciopero degli autotrasportori e uno scontro all'interno del movimento dei forconi. Tutto giocato attorno alle figure di Morsello padre e figlia, legati a Forza nuova, e agli assetti futuri del movimento siciliano.
Per leggere il contesto siciliano segnaliamo due articoli del Corriere di Gela che si possono non condividere ma hanno il pregio di analizzare la situazione fornendo lucidi ed utili elementi di lettura

Con la rabbia in corpo (sulle strategie di lotta del movimento siciliano)

http://www.corrieredigela.it/leggi.asp?idn=CDG162015&idc=1

Forconi e potere del non fare (sulla paralisi del potere regionale siciliano)

http://www.corrieredigela.it/leggi.asp?idn=CDG162107&idc=1

L'intervista al leader dei pastori sardi, alleati del movimento dei forconi, fa capire invece che anche nell'altra grande isola italiana si proverà, a partire da martedì, a far partire una serie di rivendicazioni sulla scia di quanto avviene in Sicilia. Floris, leader dei pastori sardi, fa anche il punto su chi al momento, dopo le contestazioni a Morsello, ha la leadership del movimento siciliano. Elemento di non poco conto, visto che Morsello, molto intervistato nei giorni scorsi, aveva parlato di secessione e temi simili.
Se la Sicilia continua a muoversi, e la Sardegna si fa sentire, il governo centrale dovrà occuparsi di qualcosa di diverso dallo spread e dal mantra delle liberalizzazioni.

Infine un articolo di Mazzetta che dà una lettura del Movimento dei forconi come strumento in mano a potentati vicini alla destra e con infiltrazioni mafiose

Quei neri forconi al servizio del potere

http://mazzetta.wordpress.com/2012/01/18/quei-neri-forconi-al-servizio-del-potere/

(red) 22 gennaio 2012

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Il territorio consegnato alle multinazionali

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Con il decreto che il governo si appresta a varare le grandi imprese del petrolio e del gas potranno fare le ricerche che ritengono necessarie e sfruttare i giacimenti ritrovati per un numero di anni indefinito. Un regalo ben ponderato

piattaforma_petrolIl decreto sulle liberalizzazioni proposto dal governo contiene un articolo 22 che affida il territorio nazionale - e il mare attorno - alle multinazionali del petrolio e del gas. Esse potranno fare le ricerche che ritengono necessarie e sfruttare i giacimenti ritrovati per un numero di anni indefinito (20+5+5+ ecc.) salvo poi, una volta esaurito il luogo, rimettere ordinatamente tutto a posto. Come dubitarne?
È tutto scritto con precisione. È perfino adombrata, al punto 8 comma c del suddetto articolo, la necessità di indicare «...l'entità e la destinazione delle compensazioni previste per la fase di ricerca e sviluppo». Insomma è fatto balenare fin da subito un possibile guadagno da parte di proprietari delle aree, enti locali, regioni; anzi l'opportunità di un'equa spartizione, regolata magari da qualche organo dello stato, appositamente delegato. Tutto fatto bene, sia chiaro, come in una banda degna di rispetto. Il massimo per dei veri liberali.

I vari lotti, una volta individuati saranno messi a gara "europea". Non tutti potranno partecipare, ma solo le imprese dotate di sufficiente credibilità. Una volta partita la gara e superate le specificità che il decreto indica sommariamente, l'attribuzione dovrà avvenire nei successivi otto anni, pena la revoca della concessione. Possiamo immaginare che verso la fine dei primi otto anni il nostro amatissimo territorio nazionale avrà frequenti trivelle e scavi dappertutto; poco tempo dopo ci saranno più buchi per chilometro quadrato che in una fetta di formaggio svizzero. Siccome la malignità è il nostro forte, possiamo anche dare per certo che le multinazionali di qui sopra si spartiranno l'intero Stivale, ma senza pestarsi i piedi. Le gare saranno pro forma, con buona pace di tutti e spesa minore per ciascuno. Come è del tutto legittimo, il senatore Monti chiamerà tutto questo liberalizzazione, mentre sarebbe più opportuno parlare di un cartello. Ma i cartelli fanno parte del mercato, o no?
L'incombere delle compagnie petrolifere non è nominativo nell'articolo 22 ma piuttosto nel precedente articolo 21, o, meglio ancora, nella relazione che l'accompagna, nella quale si può leggere che se non si introducono minori limiti alla ricerca in mare al largo delle zone di rispetto, il risultato sarebbe una «riduzione degli investimenti in tecnologie e servizi forniti dalle imprese italiane con un crollo dei progetti in corso, stimabile in circa 3-4 miliardi di euro nei prossimi anni, con abbandono degli investimenti in corso sul territorio italiano da parte delle imprese italiane ed estere operanti nel settore (recente esempio la Exxon)».
Siccome non si può scontentare la Exxon e le sue beneamate sorelle, allora si può sacrificare terra e mare, ambiente e paesaggio. Si distrugga pure tutto, si buchi e si sporchi, ma finalmente avremo una vera libertà, da vantare a Bruxelles e a Berlino.

Guglielmo Ragozzino
tratto da Il Manifesto del 21 gennaio 2012
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