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Il governo prepara il blitz sui contratti (poi l'art. 18)

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lavori_in_corsoAnticipazioni e bozze. La riforma del mercato del lavoro preannuncia un «contratto unico di ingresso» sul modello di Boeri e Garibaldi Tre anni senza vere garanzie, poi forse... Cgil, Cisl e Uil chiedono il contratto d'apprendistato, che è anche peggio...

L'assalto è in preparazione, ma i dettagli già ci sono e sono davvero inquietanti. L'"assaggio" è venuto con il contratto dei bancari, che già si adegua alle "future" regole e infatti prevede per i neo-assunti un "salario d'ingresso" del 18% inferiore. Così s'imparano a cercare un lavoro... Quello che hanno fatto trapelare finora è molto dettagliato, come si può leggere negli articoli qui di seguito. Resta fuori l'art. 18, ufficialmente. Ma si sa già che sarà poi "ritoccato" in modo da renderlo inapplicabile, ma col "consenso" di Cgil, Cisl e Uil. tratto da www.contropiano.org

Link: Art. 18: su le barricate

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Lasciate l'art 18 all'ingresso
Il valzer delle indiscrezioni non si ferma mai. E così la bozza di riforma del mercato del lavoro finisce sui giornali ufficialmente ancor prima che sui tavoli dei segretari generali dei sindacati confederali (gli altri, a quanto pare, non vengono considerati).
In realtà, chi ha fatto uscire la notizia spiega anche che «ci sarebbe già una convergenza di fondo» con le tre sigle storiche. Non solo sui contenuti, ma anche sulle modalità di svolgimento di quella che comunque non sarà una trattativa in stile «concertazione». Questo governo, e Mario Monti non perde occasione di ripeterlo, si muove su un altro pianeta: ascolta i pareri delle parti sociali, ma poi decide per conto proprio. C'è un po' più di cortesia istituzionale rispetto al predecessore (che faceva solo accordi separati con i «complici» che ci stavano), ma nessuno spazio al «condizionamento». Almeno da parte sindacale.
Risulta perciò che lunedì Monti aprirà la riunione con una premessa «filosofica» per poi partire per Bruxelles, lasciando a Elsa Fornero e Corrado Passera il compito di condurre due tavoli distinti per quanto riguarda il mercato del lavoro e le «misure per la crescita». Teoricamente, però, anche la modifica radicale dei rapporti contrattuali viene spacciata come una «misura per la crescita», sollevando sguardi interrogativi, critiche e anche qualche ilarità.
Sul merito della riforma il dettaglio che viene anticipato è molto articolato e organico. È insomma un «progetto», non idee buttate lì. Ufficialmente la modifica dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori è fuori discussione, ma il fatto che fosse stata inserita di soppiatto nella bozza sulle «liberalizzazioni» - anche se poi ritirata - rivela che nel governo l'idea non è mai tramontata. Semplicemente, si cerca ancora il modo di farla andar giù all'unico sindacato confederale che dice di non volerne neppure sentir parlare: la Cgil. È dietro l'angolo, insomma.
In non nominarla può però facilitare l'accettazione di uno schema di riforma che non assume la richiesta dei tre sindacati: contratto di apprendistato per i nuovi assunti e modello attuale (modificato peraltro con un accordo separato nel gennaio 2009) per tutti gli altri.
In estrema sintesi. Viene istituito un «contratto unico di ingresso» (Cui), che per tre anni consente al datore di lavoro di procedere al licenziamento, pena un piccolo risarcimento proporzionale al periodo lavorativo. «In compenso» la bozza promette addirittura la «cancellazion» delle 48 tipologie di contratto precario oggi esistenti. Troppa grazia, santantonio... diventa difficile crederci, nel momento che Confindustria ne vorrebbe mantenere più o meno la metà. Dopo tre anni scatta (forse) il contrato a tempo indeterminato, sempre che non precipiti di nuovo la ghigliottina sull'art.18. Per «convincere» le aziende ad assumere con questa forma viene proposto di rendere molto più costoso il lavoro a tempo determinato o a progetto, in modo tale da farne un relazione tipica solo di alcune figure apicali (consulenti, ecc). Una serie di norme per automatizzare l'assunzione «fissa», nel caso di «furbate» da parte degli imprenditori, dovrebbe infine chiudere il cerchio.
Uno schema del genere, però, non può reggere senza un «salario minimo» che oggi viene deciso dalle relazioni industriali al momento del rinnovo del contratto nazionale di categoria. Ma, visto che non si vuole affatto abrogare l'art. 8 della «manovra d'agosto» (quella furbata di Sacconi che consente alle aziende di derogare sia dai contratti che dalle leggi dello Stato), è facilmente ipotizzabile che di contratti nazionali «veri» - d'ora in poi - se ne potrebbero vedere ben pochi. Il livello di questo «salario minimo» - oltretutto - andrebbe comunque determinato da una contrattazione tra le parti oppure, in caso negativo, dal Cnel.
Ultimo punto, non meno conflittuale, la «riforma degli ammortizzatori sociali». L'idea è quella di lasciare la sola cassa integrazione ordinaria per gli stati di crisi aziendale, abolendo la straordinaria e la mobilità. In cambio, anche qui, un «reddito di disoccupazione» di difficile quantificazione, specie in tempi di crisi. Ma comunque presumibilmente più basso dell'attuale «mobilità» (60% dell'ultimo stipendio) e di durata inferiore. Qui i problemi concreti sono di fatto infiniti, visto che le aziende continuano a licenziare ricorrendo a cig e mobilità «lunga», dimensionata spesso in modo tale da consentire l'approdo alla pensione per i lavoratori più anziani. Traguardo che viene continuamente spostato dalle riforme pensionistiche allungano l'età lavorativa.
Cgil, Cisl e Uil protestano chiedendo un «confronto vero». Ma le probabilità che tutto finisca come per le pensioni sembra davvero alte.

Francesco Piccioni

tratto da Il Manifesto del 21 gennaio 2012

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MA L'ART.18 ANDREBBE ESTESO
Fate girare meno bozze, aveva chiesto rispettosamente Pierluigi Bersani al presidente Mario Monti. Perché le bozze dei progetti di riforma, da che mondo è mondo, fanno entrare in fibrillazione le vittime predestinate. E siccome c'è bisogno di coesione, come ripete senza tregua Napolitano, meglio non eccitare gli animi. Il «professore» ha preso le parole del segretario del Pd come oro colato, infatti le bozze si moltiplicano. Viene da pensare, o da sperare, che le ipotesi informali di riforma del mercato del lavoro siano buttate in pasto ai giornali - o meglio a Repubblica - dalla ministra Fornero per vedere di nascosto l'effetto che fa. Aboliamo l'art. 18, anzi no, allarghiamo l'area delle realtà esentate con un'operazione di somme e sottrazioni tra aziende per rendere lo Statuto dei lavoratori esigibile solo in contesti lavorativi con più di 50 dipendenti. L'idea non piace ai sindacati? Allora eccone pronta un'altra veramente geniale: facciamo come dicono Boeri e Garibaldi, un bel contratto di ingresso dove i giovani assunti restano nel limbo per tre anni, senza art. 18 ma con un contratto che a fine espiazione della pena diventerà un contratto unico. C'è anche il nome, Cui, contratto unico d'ingresso.
Non siete contenti? Non sappiamo ancora i sindacati come reagiranno, per quanto ci riguarda noi non siamo contenti, anzi siamo per metà preoccupati e per metà incazzati - e la ministra ci scusi la franchezza. Ecco perché. Un imprenditore assume dei giovani e per tre anni li rovescia come calzini per vedere se sono flessibili, pronti a fare straordinari a go-go e a dire signorsì e spontaneamente. Meglio se sono docili e obbedienti, no? Ha tre anni di tempo il nostro imprenditore per selezionare il personale più servizievole e soprattutto, può licenziare quelli che non rispondono alle sue esigenze. Può farlo anche senza giusta causa, al massimo sarà tenuto a risarcire con qualche stipendio le sue vittime ma senza il dovere garantito dall'art. 18 a riassumerli nelle stesse mansioni. È la quadratura del cerchio, la formalizzazione di una pratica già anticipata, guarda caso, da Sergio Marchionne: il grande manager Fiat ha chiuso lo stabilimento di Pomigliano, ha imposto con un referendum-truffa un nuovo contratto che fa carta bruciata dei diritti e poi ha riaperto la fabbrica chiamandola in un altro modo. Ha iniziato le assunzioni e su mille «nuovi» dipendenti non ce n'è uno con la tessera della Fiom. Mutatis mutandis, è la stessa cosa che vuol fare Elsa Fornero, con la differenza che lei i diritti li sospende solo per tre anni, ma quanto a selezione del personale il sistema è identico.
Però, ci dicono, finalmente si porrebbe fine alla precarietà giovanile con il contratto unico invece di 50 forme contrattuali diverse. Aspettiamo di sapere quante eccezioni saranno introdotte, e, alla fine, quante saranno le forme contrattuali possibili. Non sfugga che, nel frattempo, il contratto nazionale unico è stato abolito, oltre che alla Fiat, in tutto il settore auto e ora dal governo Monti anche in ferrovia. E non sfugga che il vicepresidente di Confindustria Bombassei, che punta a diventare presidente, ha messo nel suo programma un menù dei contratti possibili, cosicché ogni azienda possa scegliere quello che preferisce.
Il coniglio nel cappello del governo si chiama Cui, e non possiamo non chiederci: cui prodest? Al padrone, verrebbe da rispondere. Ma noi, si sa, siamo diffidenti e un po' estremisti. Infatti pensiamo che, dentro una crisi che cancella centinaia di migliaia di posti di lavoro, alla base di ogni confronto sul mercato del lavoro dovrebbe esserci l'estensione a tutti i lavoratori dell'art. 18.

Loris Campetti

tratto da "Il Manifesto"
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Firmato il contratto dei bancari. Orari sull'arco 8-22. Per i neoassunti salari d'ingresso inferiori del 18%
E' stato appena firmato da Abi e dai sindacati, unitariamente, il rinnovo del contratto collettivo nazionale dei 340mila bancari. "É necessario non illudere nessuno", dichiara Lando Maria Sileoni, Segretario generale della FABI, il maggiore sindacato del credito, "ma giudichiamo questo contratto positivo, in quanto- pur se realizzato nel più difficile contesto socio economico della nostra storia - tutela i diritti individuali e collettivi, difende l'occupazione e recupera l'inflazione".

Questo contratto, realisticamente, "rappresenta il miglior risultato possibile ottenuto dalle Organizzazioni sindacali senza un minuto di sciopero", aggiunge Sileoni.

Nell'era della crisi finanziaria più forte i bancari stanno dando prova di grande pragmatismo. È senz'altro il momento di maggiore discontinuità nella storia del settore bancario e i sindacati hanno lavorato unitariamente, insieme ad Abi, a un accordo "straordinario". Strardinario per il modo in cui è avvenuto il calcolo dell'aumento per la parte economica innanzitutto. Con il recupero dell'inflazione, ma senza una tantum e senza conguaglio per il 2008, 2009, 2010. Ma straordinario anche perché la categoria che in decenni di negoziati ha fatto le maggiori conquiste di diritti che riguardano la previdenza, l'assistenza sanitaria integrativa, gli scatti, gli orari, le indennità congela una parte di questo prezioso pacchetto, per via dell'emergenza. E straordinario, infine, perché nell'anno in cui la disoccupazione ha raggiunto la punta massima e i giovani sono tra coloro che incontrano le maggiori difficoltà a trovare lavoro le parti hanno deciso di creare un Fondo a sostegno dell'occupazione.

È un quadro maturato in un arco temporale piuttosto ridotto, rispetto alle abitudini della categoria: appena tre mesi e mezzo, considerato l'inizio dei negoziati a fine settembre. L'impianto del contratto è senz'altro il più semplice delle ultime tornate: questo si deve in parte alla scelta di dare una risposta equa ai lavoratori in tempi brevi, ma anche alla scelta di insediare apposite commissioni bilaterali per risolvere i capitoli inquadramenti, armonizzazione orari, apprendistato, semplificazione normativa, salute e sicurezza.

Aumento
L'aumento sarà di 170 euro a regime, pari al 6,05%, divisi in tre tranche, con un alleggerimento della prima e della seconda e un differimento del pagamento della prima. In pratica verranno corrisposti i primi 50 euro di aumento a decorrere dal primo giugno del 2012, altri 50 nel 2013 e infine 70 nel 2014. Dunque ci sarebbe tutta la copertura inflattiva, escluso il conguaglio per il 2008, 2009, 2010 che sarebbe stato dello 0,93% circa ed esclusa anche l'una tantum che non ci sarà. Le parti hanno inoltre concordato il blocco degli scatti di anzianità per un anno e mezzo, dal primo gennaio 2013 al primo giugno 2014, mentre per la long term care è stato acquisito l'incremento del contributo aziendale pro capite di 100 euro.

Area contrattuale
L'intesa prevede l'introduzione del contratto complementare con un orario di lavoro di 40 ore settimanali invece di 37,5, con una riduzione del 20% delle retribuzioni. Questo consentirà l'insourcing di numerose attività attualmente esternalizzate, salvo poi procedere al riallineamento delle retribuzioni e dell'orario di lavoro in un arco temporale di 4 anni.

Nuova occupazione
È stato condiviso un protocollo per l'istituzione di un Fondo bilaterale per il sostegno dell'occupazione da attivarsi con il contributo dei lavoratori e delle aziende. In particolare le aree professionali contribuiranno con una giornata, vedendosi così ridotta a 15 ore, da 23 ore, la "Banca delle ore", i quadri direttivi e i dirigenti contribuiranno con una ex festività, mentre i manager con il 4% della retribuzione fissa, come ha suggerito il presidente di Abi, Giuseppe Mussari. Sul salario dei neoassunti con certezza di qualifica terza area primo livello l'intesa prevede una riduzione del salario di ingresso del 18% che, unitamente alle agevolazioni statali alle aziende che assumeranno con stabilizzazione del rapporto di lavoro, sarà un importante incentivo. Il fondo, inoltre, prevede anche che le assunzioni al sud abbiano un trattamento preferenziale.

Orario di lavoro
Sull'orario di lavoro che è stato uno dei temi più dibattuti e complessi di questo rinnovo, le parti hanno deciso l'orario di sportello prolungato 8-22, dal lunedì al venerdì, con una serie di garanzie sulla turnazione. Per l'applicazione di questo orario "allungato", è stato infatti concordato il confronto negoziale a livello aziendale, che prevede anche un intervento delle segreterie nazionali qualora ci siano difficoltà a raggiungere l'intesa. Nel caso in cui non si riesca a trovare un accordo l'azienda potrà procedere unilateralmente per la fascia 8-20, mentre l'accordo è obbligatorio per la fascia 20-22. L'orario di lavoro individuale rimane invariato a 7 ore e 30 minuti e sarà privilegiata la volontarietà.

tratto da Il Sole 24 Ore

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Ultimo aggiornamento Sabato 21 Gennaio 2012 13:52

La protesta siciliana non è Morsello. Che parla invece di secessione e "uso della forza"

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forconi_blocco_autostradaCon il passare delle ore giungono diverse informazioni sulla protesta di massa in corso in Sicilia contro le insopportabili condizioni di vita in cui versa la popolazione dell'isola.
In Sicilia si stanno muovendo strati sociali molto diversi tra loro: studenti, agricoltori, disoccupati, pescatori e intere famiglie di zone delle varie parti dell'isola. Manifestazioni, proteste, blocchi stradali si sono seguite in questi giorni. Sembra quasi che le rivolte tunisine dello scorso anno abbiano scelto le rotte degli immigrati: verso nord. In questa situazione, per molti versi, in via di definizione non manca la prontezza di chi si era preparato una linea. Riportiamo qui l'intervista a Martino Morsello, leader mediatico del movimento dei forconi, che non esclude nè l'uso della forza nè la secessione. E' proprio in una situazione del genere che i movimenti e le sinistre devono intervenire per aiutare la lotta dei siciliani e impedire che finisca davvero nelle mani chi progetta invece l'avventura. E, in ogni caso, chi sta a guardare e confezionare sentenze in un contesto simile ha già perso e fa il gioco dell'altra destra: quella liberista dello smantellamento delle condizioni di vita delle popolazioni.
Pubblichiamo l'intervista a Morsello, da parte di affariitaliani.it, come materiale d'analisi e una serie di articoli dei compagni di Infoaut e dei compagni palermitani. (red) 21 gennaio 2012

Link: Centri Sociali al fianco dei "forconi" in lotta! Breve rassegna stampa

Link: Un migliaio in piazza a Palermo insieme ai forconi: bruciata la bandiera italiana

Link: Perchè non ci spaventano i forconi

Link: Paura dei forconi? Benvenuti nel mondo reale

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morsello_forconi"Siamo pronti a tutto, anche a usare la forza". La Sicilia è bloccata dalla protesta degli autotrasportatori e del Movimento dei Forconi. Per il quinto giorno porti e strade in tilt. Poca benzina, poco cibo. Il loro leader Martino Morsello spiega in un'intervista ad Affaritaliani.it qual è la situazione: "Noi non ce ne andiamo. E' una ribellione spontanea, le famiglie arrivano per conto loro per darci una mano". Che cosa chiedono i manifestanti? "Non c'è solo il problema della benzina. Politici e funzionari corrotti stanno uccidendo la povera gente". Confindustria ha parlato di infiltrazioni mafiose nella protesta: "Ho cominciato uno sciopero della fame per quello che ha detto Lo Bello. Io sono stato vittima degli usurai. Se lui sa qualcosa faccia subito dei nomi".

Si può arrivare allo scontro fisico? "Siamo come i ribelli dei paesi arabi. Ci vuole una rivoluzione. O la si fa democraticamente oppure la si fa con una guerra. L'indipenza? Io sono per la Repubblica Siciliana, è stata una realtà storica. Quando c'erano i romani i siciliani stavano con i cartaginesi".

Video: Martino Morsello al Congresso di Forza Nuova, 10 dicembre 2011

L'INTERVISTA

La Sicilia è bloccata. Ma chi sta protestando?

"La gente è tutta per strada, la cosa importante è che le famiglie arrivano spontaneamente, soprattutto le donne. Vogliono tutti quanti che questa classe politica che ci ha portato alla distruzione se ne vada a casa. Vogliamo un nuovo Risorgimento siciliano e cambiare le regole del gioco, perché queste regole sono a favore sempre e solo dei soliti che, sfruttando l'economia siciliana, assicurano alla Casta la perenne rielezione".

Il numero uno di Confindustria della Sicilia Ivan Lo Bello ha detto che nei blocchi stradali ci sono "infiltrazioni mafiose". E' vero?

"Sull'argomento ho cominciato uno sciopero della fame per porre l'attenzione delle istituzioni su queste dichiarazioni. Io sono stato vittima degli usurai, altro che mafioso. Io sono molto interessato a quello che dice Lo Bello, ma deve fare i nomi. E subito. Non è che possiamo aspettare 30 anni prima che si facciano i nomi. Che si guardino ai rapporti tra mafia e politica piuttosto..."

Quando è nato il Movimento dei Forconi?

"E' una iniziativa che affonda le sue radici in una protesta che va avanti da almeno dieci anni e che la classe politica ha sempre cercato di zittire. Sei mesi fa questa esperienza è confluita nel movimento dei Forconi."

Come riuscite a unire i vari protagonisti della protesta?

"Facendo le manifestazioni della città, attraverso il telefono e internet. Ma c'è gente che si muove autonomamente, non solo in Sicilia ma anche in Italia. Anzi, direi in tutta Europa e nel mondo. Siamo come il popolo che si è ribellato nei paesi arabi. Bisogna cambiare gli equilibri, è in atto una rivoluzione. O questo succede pacificamente, cosa in cui credo poco, oppure lo si fa con una guerra. Basta, ci siamo stufati di stare in balìa dei poteri finanziari di dieci illuminati che decidono la sorte della gente. In Sicilia ci sentiamo sfruttati da un apparato che si nutre delle risorse della regione senza lasciare niente ai cittadini".

Siete disposti ad arrivare una guerra per vedere riconosciute le vostre richieste?

"Non dipende da noi, dipende dalla gente che ci incita ad andare avanti per cambiare le cose. Prima di tutto cambiare la classe politica. Quando si lotta per un tozzo di pane o la rivoluzione la fa il popolo democraticamente, oppure sono chiamate anche le forze dell'ordine a intervenire anche con la forza".

Vi sentite ascoltati dal governo e dalle istituzioni?

"Ieri ci ha convocati Lombardo ma ha detto che la regione non può fare niente, che le cose devono farle a Roma. Noi ci possiamo pure andare a Roma, ma è tempo perso. Qui in Sicilia stanno solo prendendo tempo perché hanno paura di perdere il potere".

Quali sono le vostre richieste?

"Sono molto chiare. Siamo un'isola e abbiamo un sacco di spese, ma non possono ricadere su di noi dei costi di produzione così alti. Il costo della benzina è troppo alto, più alto in Sicilia che nel resto d'Italia. Perché? Ma per defiscalizzare la benzina dobbiamo togliere i soldi alla Casta e metterli a sostegno dell'economia. Invece sono sempre gli stessi che rimangono là e fanno un enorme spreco di denaro pubblico. I contributi europei, da 30 anni a questa parte, vanno tutti in fumo. C'è corruzione nell'intervento pubblico e tutte le aziende sono in condizioni fallimentari. Poi magari dopo 10 anni si scopre che i soldi sono finiti in tasca a un politico o a un mafioso. E i funzionari pubblici intanto si portano a casa 10mila euro al mese. La grande burocrazia ci sta uccidendo. Noi non accusiamo nessuno, questo è un problema storico. Però o si dà una svolta a questa situazione oppure prima o poi verranno usati i metodi forti".

Da anni la Padania chiede la scissione. La Sicilia potrebbe chiedere l'indipendenza?

"Lo spero, io sono per la Repubblica Siciliana. Storicamente siamo indipendenti, combattevamo contro i romani alleandoci con i cartaginesi. La nostra svolta democratica deve essere esportata in tutta Italia e in tutto il mondo".

Ma è vero che in Sicilia manca il cibo e potrebbe scoppiare una crisi alimentare?

"Assolutamente no. In Sicilia non siamo morti di fame. Siamo abituati a sopravvivere con i nostri prodotti e così i siciliani stanno facendo in questi giorni".

Fino a quando andrà avanti la protesta?

"Fino a quando ce ne sarà bisogna. Ogni ora mi arrivano tanti messaggi di madri di famiglia che ci spingono ad andare avanti. E poi siamo un movimento spontaneo. Finché la gente resta nelle strade si andrà avanti. Poi vedremo con quali forme".

http://affaritaliani.libero.it/cronache/forconi-pronti-alla-guerra-verso-la-scissione200112.html?refresh_ce

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Ultimo aggiornamento Domenica 22 Gennaio 2012 14:43

Sicilia paralizzata da giorni, movimento dei forconi, parla il leader Mariano Ferro

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Da diversi giorni, nel silenzio dei media ufficiali (che pian piano lo stanno scoprendo), si è sviluppato il movimento dei forconi in Sicilia. Che prova ad estendersi anche in Calabria. Un movimento composito, tutto da capire, nel quale non mancano infiltrazioni di Forza Nuova ma anche reali espressioni di protesta popolare. Ritorneremo in modo analitico su questo tema. Intanto proponiamo l'intervista a Mariano Ferro, riconosciuto leader di questa fase del movimento dei forconi. (red) 19 gennaio 2012

movimento-forconiIl blocco della Sicilia da parte del Movimento dei Forconi spiegato dal leader Mariano Ferro: "Siamo le vittime del sistema che stanno morendo e che si vogliono svegliare e che non vogliono morire né di depressione e nemmeno vogliono suicidarsi" dice Ferro, in tempi non sospetti. E alla fine "l'incontro voglio farlo col ministro Passera a San Gregorio", conclude Ferro alla vigilia del blocco.

L'avevano promesso e l'hanno fatto. Il Movimento dei Forconi è riuscito ad effettuare il "blocco della Sicilia" (che si sta estendendo anche in Calabria in queste ore) e non solo "a parole" come notano già molti sui social network. Alcuni infatti sulla rete osservano quanto la differenza tra Forconi e "indignados" nostrani sia inversamente proporzionale alla loro "popolarità" in rete. Mantre per gli "indignados" la rete ed i mezzi di informazione mainstream si sono mossi con entusiasmo (ma i "fatti" non ci sono stati), per i Forconi web e stampa mainstream tacciono, ma i "fatti" ci sono eccome. Naturale quindi, per chi discute sulla rete, sostenere che i veri "indignados" siano proprio i Forconi, e che sui libri di storia, per descrivere la "primavera italiana", si faranno i loro nomi. Certo è che il fatto che i grandi mezzi di informazione non si occupino del Movimento dei Forconi contribuisce alla confusione sulla vicenda siciliana.

Il blackout di informazioni del "fermo" in Sicilia, non solo è uno scandalo, potrebbe osservare qualcuno, ma anche una cartina di tornasole della "sclerosi culturale" e " sindrome bipolare" di cui il Paese è malato, dove se non "sei comunista sei per forza fascista", e dove se le proteste non sono "sistemiche" vengono subito rifiutate dagli "organismi" (in primis di stampa) e soprattutto mai riconosciute come tali, anche se sono eclatanti come questa. Capire le "ragioni" politiche del Movimento dei Forconi, complice la disinformazione, può essere quindi difficilissimo, ma anche molto semplice, quasi istintivo, al tempo stesso. Chi è povero, escluso, insoddisfatto, senza prospettive, speranza, lavoro, futuro, capirà al volo il "perché" dei Forconi. Gli altri, almeno quelli di "buona volontà", dovranno forse, per capire, informarsi e leggere, perché anche chi può permettersi di prendere un caffé al bar tutti i giorni, comprare un quotidiano, andare a mangiare la pizza regolarmente, avere la casa calda e viaggiare in auto pagando i parcheggi con la "targa giusta", forse potrebbe stentare a comprendere le ragioni della protesta.

Il nostro blog, uno dei primi ad occuparsi di questo Movimento (parliamo del maggio scorso) anche per la sua "alleanza" con il Movimento dei Pastori Sardi, ha ad esempio pubblicato ieri quello che potrebbe essere il "manfesto politico" dei Forconi (qui http://is.gd/xoMYHB) e che spiega bene la "raison d'être" del Movimento. Sempre per una migliore comprensione della vicenda siciliana e per capire le ragioni di migliaia di cittadini che in piazza chiedono un futuro migliore, segnaliamo oggi un video che può contribure a farsi un'idea del "programma" di questi cinque giorni di "rivoluzione" siciliana. Si tratta di un video su Youtube pubblicato da "Miikjj" (http://is.gd/wGi07J), caricato su Youtube l'11 Gennaio 2012, che mosta uno degli ultimi incontri dei Forconi in preparazione della "rivoluzione" del 16 gennaio.

Il blocco della Sicilia e il suo programma di massima, è preannunciato, in modo molto netto e chiaro nel video, dal leader del Movimento dei Forconi Mariano Ferro. Riportiamo alcuni periodi emblematici. Mariano Ferro prende la parola e dice:

"Amici miei per chi non l'avesse capito io voglio rimarcarlo, quello che stiamo per andare a fare dal 16 al 20, però mettetelo bene nella testa perché deve entrarci (...) non è uno sciopero, non è una manifestazione. Amici miei, se siete convinti che andiamo a fare una manifestazione o uno sciopero (...) perché avviseremo tutti, creeremo caos e poi ce ne andiamo a casa perché ci hanno dato qualcosa, chi la sta pensando così può anche uscire e andarsene via". Il leader del Movimento dei Forconi continua a descrivere i giorni che verranno con una sintesi ed una chiarezza invidiabile: "Il 16 inizia la rivoluzione in Sicilia (...) vi ricorderete di questa data amici miei (...) c'è la voglia (...) di dire a questa regione e a questo Stato (...) che non non ce la facciamo più. Basta! perché ormai abbiamo superato i limiti".

Ai molti che oggi, dalle colonne dei grandi giornali "cadono dal pero" sulle mosse del Movimento dei Forconi, Mariano Ferro spiegava per filo e per segno in che cosa la "rivoluzione" sarebbe consistita: "Guardate, ve lo dico, perché sta accadendo anche questo, le questure stanno chiamando dappertutto, e ci chiedono quello che faremo. Stiamo dicendo a tutti che faremo volantinaggio, faremo presidi davanti a tutti i porti della Sicilia, faremo presidi davanti ai caselli di San Gregorio, di Milazzo, nella Catania Siracusa, nella Catania Gela, nella Palermo Agrigento, nell'Agrigento Caltanissetta, nelle raffinerie, tutte le raffinerie. Nessuno ci sta dicendo, state attenti. Io lo dico a tutti anche stasera, visto che c'è l'assemblea di tutti, è l'occasione per dirlo ed è l'occasione giusta, noi faremo la manifestazione giocando a carte, questa rivoluzione la faremo giocando a carte. C'è Niscemi pronta con un camion di legna e 5mila carciofi da arrostire".

Il leader del Movimento dei Forconi quindi assicura che "la rivoluzione in Sicilia è intanto culturale (...) perché se siamo convinti ancora che qualcuno ci deve risolvere i problemi siamo fuori strada, quelli che sono qua dentro si devono convincere che ormai non ci sono sindacati, associazioni, politica, Confartigianato, Confagricoltura, devono andare tutti quanti a cagare". E non mancano le prese di distanza da ogni 'indirizzo politico', dice Ferro: "noi non siamo di sinistra, di centro, di niente, non siamo niente, siamo le vittime del sistema che stanno morendo e che si vogliono svegliare e che non vogliono morire né di depressione e nemmeno vogliono suicidarsi". E le "previsioni" per la fine della manifestazione, che vedono chiaramente il suo successo, porta Mariano Ferro a parlare come vero 'capo popolo': "Vi dico una cosa: ci dicono che ci chiameranno per andare a Roma, guardate, dipende tutto da quello che c'è sulle strade, io vi dico che l'incontro voglio farlo col ministro Passera a San Gregorio. Ancora non ha capito nessuno che cosa sta accadendo in Sicilia, però dipende da tutti noi".

Filomena Darelli

http://www.mainfatti.it/Movimento-dei-Forconi/Blocco-Sicilia-Movimento-dei-Forconi-parla-il-leader-Mariano-Ferro_041484033.htm

***

Sicilia: il 'movimento dei forconi' al terzo giorno di sciopero

Centinaia di mezzi pesanti sono fermi anche all’interno del porto di Palermo, per la protesta degli autotrasportatori che andrà avanti fino a venerdì. Ieri sera sono partite due delle tre navi, dirette rispettivamente a Napoli e Genova, da lunedì ferme nel porto a causa dei blocchi con gravi disagi per i passeggeri. In Sicilia si è ormai quindi al terzo giorno di sciopero e gli autotrasportatori Aias, gli agricoltori e il “Movimento dei Forconi” non sembrano cedere di un millimetro: chiedono un intervento del Governo per ridurre il prezzo del gasolio in Sicilia.

Per ottenere quanto richiesto nelle ultime ore i manifestanti hanno presidiato diversi snodi stradali, bloccando il traffico all’ingresso delle città, la linea ferroviaria Palermo-Messina e il Petrolchimico di Gela. Lo stop ha portato al blocco per mancanza di benzina dei distributori di carburanti, specie a Palermo. Stessa sorte anche per i generi alimentari, che cominciano a scarseggiare nei supermercati rimasti senza forniture.

Da Palermo la corrispondenza con Giorgio, compagno dell'Ex Karcere

tratto da www.infoaut.org

19 gennaio 2012

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Ultimo aggiornamento Venerdì 20 Gennaio 2012 00:56

Landini tra i taxisti, Monti in fonderia: riflessioni sulla truffa delle "liberalizzazioni"

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taxiÈ bene non sottovalutare la “fase due” del governo dei banchieri, e del presidente, già battezzata Crescitalia. Siamo di fronte a un tentativo dagli esiti incerti, visto il precipitare della crisi globale che l’avvertimento via downgrading di Wall Street a Berlino sembra annunciare. Nondimeno esso indica un percorso che ha dietro di sé una logica ferrea.

Se la riduzione del debito pubblico scaricata sui soliti noti resta conditio sine qua non di ogni possibile exit strategy dalla crisi o anche solo di un suo tamponamento - per il rilancio del sistema è necessario reinvestire sul lavoro. Un peculiare reinvestimento che nel cuore dei “paesi avanzati” ripropone modalità dirette di espropriazione e proletarizzazione, una sorta di “accumulazione originaria” rinnovata da spalmare su uno spettro il più ampio possibile di attività umane già inserite nel circuito della merce ma non ancora del tutto o direttamente sussunte dal capitale finanziario. La finanza è economia “reale”, appunto.

La liberalizzazione della licenza dei taxisti - ma più in generale le misure contro edicolanti, benzinai, piccoli esercenti, ambulanti, le stesse “libere professioni” ecc. - cosa deve produrre infatti nelle intenzioni del governo? Due cose. Primo, un’espropriazione secca di reddito da liberare verso grande distribuzione, grandi studi professionali e finanziarie. Parte del salario “autoprodotto” dai padroncini che diventa profitto per nuove e vecchie corporations che possiedono il capitale utile a rastrellare licenze, concessioni e quant’altro. Secondo, deve produrre manodopera a costi nettamente inferiori di oggi eliminando garanzie e diritti anche ad ampie fasce di lavoro autonomo, conservandone magari l’”indipendenza” ma solo come paravento per lo scarico dei rischi sugli individui.

Costringere il 99% a vendersi a meno, a vendersi tutto: l’1% non conosce altro modo per rendere di nuovo interessante l’investimento produttivo ovvero la “crescita”. È un caso che tra le misure del governo ci sia di nuovo uno strisciante attacco all’articolo 18 della “casta” degli operai? Dopo pensionati e fruitori di prime case, le attenzioni sono davvero per tutti in attesa che si escogiti il modo di attingere direttamente ai risparmi da sacrificare sull’altare dello spread… E non è finita, il cuore del governo batte anche e soprattutto per il pacchetto di privatizzazioni dei servizi pubblici locali da trasformare in terreni di caccia per il profitto. Santa finanza!

Il brutto è che il governo lavorando su un terreno già ampiamente dissodato dal Berluska (vedi la campagna sui “fannulloni” del pubblico impiego) può ora raccogliere rivolgendo sobriamente l’indice contro i nuovi “privilegiati” tirandosi dietro, era scontato, non solo il centro-sinistra dell’integerrimo lider maximo Scalfari ma purtroppo anche parte del sentire comune del lavoro dipendente ridotto nelle vesti del “cliente” (ma se si spera in un calo di prezzi e tariffe dei servizi basta guardare a quanto di analogo già avvenuto all’estero) e comprensibilmente acido sul punto evasione fiscale. Le differenze tra settori e condizioni sono reali, corporativismi e professionalismi non scompaiono certo di colpo, ma il risultato è la classica guerra tra poveri resa ancor più aspra dalla percezione che siamo in caduta libera. Del resto, non insospettisce che alla campagna anti-evasione si siano convertiti in un battibaleno la Confindustria dalle mille elusioni, le banche delle grandi evasioni, il centro cattolico dei palazzinari, le facce da culo berlusconiane ecc. ecc.?! A pensar male…

La “lotta anti-evasione” di questo governo è per un verso uno specchietto per le allodole che punta a minare alla radice la possibilità di ogni politica di “alleanze” tra lavoro dipendente, precari e la massa crescente di lavoro autonomo di prima e di seconda generazione (ovviamente non si sta parlando di professionisti ricchi, faccendieri, consulenti ammanicati con la politica, palazzinari ecc.) che si muove spesso al limite della sopravvivenza, tra fidi bancari e assenza di ammortizzatori sociali, tra rancore individuale e però anche qualche segnale di disillusione verso il berlusconismo (sul leghismo il discorso è più complesso). Per altro verso, è nelle attuali disperate condizioni del capitalismo italico reale l’esigenza di tagliare un po’ le unghie ad una lumpenborghesia che per i poteri forti nazionali e internazionali è oramai una pesantissima palla al piede.

Ma il punto è che in ogni caso continuerà a pagare, e sempre più salato, chi sta in basso mentre qualunque recupero dovesse esserci andrà esclusivamente a salvare banche e grandi imprese. E allora se invece di cascare nella trappola iniziassimo finalmente una discussione seria e comune su welfare e beni comuni sottratti effettivamente al mercato e su come non pagare il conto alla finanza? Se invece di fissarci sulle differenze -minime oggi alla scala della finanza globale e soprattutto della messa a rischio del futuro per la stragrande maggioranza- cercassimo di creare ponti tra lavoratori tutti in un modo o nell’altro precarizzati?

All’immediato può sembrare ed è probabilmente irrealistico vedere… i comitati dell’acqua tra i lavoratori licenziati dei vagoni letto o Landini tra i taxisti e i precari a fare “tesseramento sociale” per la Fiom. Ma fino a qualche mese fa nessuno si aspettava che i Notav si occupassero di debito. Il governo a tutt’oggi ha consenso, inutile negarlo, ma un consenso basato sulla paura che paralizza, la paura della bancarotta, trasversale a tutti i ceti. Un consenso passivo, che oggi pare quasi obbligato, ma in una situazione che corre sul filo del rasoio e riserverà molte sorprese…

Nicola Casale e Raffaele Sciortino

tratto da www.infoaut.org

18 gennaio 2012

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Reportage. Parla l’equipaggio della Concordia

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In questi giorni la maggior parte dei media nazionali ed internazionali parlano del disastro navale della Concordia, ma in pochi hanno dato voce ai lavoratori e alle lavoratrici, per la maggior parte migranti, che con 509 dollari al mese per tredici o quattordici ore di lavoro giornaliere, hanno rischiato o perso la loro vita. Riportiamo questo articolo che in cui parla l'equipaggio.www.infoaut.org

concordia_equipaggioTratto da eilmensile.it
Testo e foto di  Luca Galassi

“Non è vero che abbiamo abbandonato i passeggeri al loro destino. Io sono stato l’ultimo a lasciare la nave. Dopo aver messo in salvo tutti gli ospiti”. Joseph, 30 anni, indiano, è un membro dell’equipaggio della Costa Concordia in procinto di lasciare il residence ‘Fattoria La Principina’, in Maremma, dove è finito insieme ad altre centinaia di extra-comunitari a causa dell’imperizia di un comandante. Mille e ventiquattro persone: cinesi, indonesiani, sudamericani, asiatici, smistati per due giorni tra Grosseto, Principina Terra e Marina di Grosseto, luoghi di vacanza brulicanti d’estate, ma desolati a gennaio. Nessuno ha parlato di loro, dopo il naufragio, se non per accusarli: erano inadeguati, non sapevano cosa fare, pensavano solo a salvare se stessi.

La versione dei fatti è invece diversa. Loro sono stati i primi a soccorrere, e non tanto – o non solo – per l’altruismo e la solidarietà che sono spesso alla base delle loro culture. Ma perché addestrati a farlo. Oltre ad avere il sorriso pronto anche dopo 12 ore filate di lavoro, l’equipaggio deve conoscere a menadito le procedure in caso di emergenza. Così, si stupiscono, gli indiani che stanno lasciando il residence con un asciugamano in testa per ripararsi dal freddo, quando gli viene raccontato cosa dice la stampa italiana a riguardo. Ribattono sdegnati: “E’ falso. Totalmente falso. Io faccio il cameriere, ero nel ristorante al momento dell’incidente, non appena abbiamo ricevuto l’allarme è scattato il piano di emergenza. Solo quando tutti i passeggeri sono stati sbarcati abbiamo abbandonato la nave. Potete vedere le foto e i telegiornali. Dove si vede il ponte con le ultime persone a bordo, quelli siamo noi. E poi: se si fossero salvati per primi i membri dell’equipaggio, come si sarebbero salvati i passeggeri?”.

L’equipaggio – salvo alcune eccezioni – ha perso tutto nel naufragio: documenti, soldi, effetti personali, computer, telefonini. “Se avessimo badato alle nostre cose – racconta un altro indiano – si sarebbe perso tempo. Se avessimo recuperato dalle cabine i nostri soldi e i nostri documenti, forse il numero delle vittime sarebbe stato molto più alto”.

Di loro non ha parlato nessuno. Ma un assistente cameriere come Joseph, che ha rischiato la sua vita per salvarne altre, prendeva 509 dollari al mese per tredici o quattordici ore di lavoro giornaliere. Certo, con pause, anche lunghe, tra i turni di colazione, pranzo e cena. Ma in altri settori della nave c’era chi lavorava undici ore di fila con mezz’ora di pausa solamente. E’ uno dei cinesi, alloggiato all’hotel Villa Gaia di Marina di Grosseto. Lui, addetto alle pulizie, ha un contratto di 450 dollari. “Prima la compagnia ci pagava in euro, ora le cose sono cambiate”, spiega, senza rivelare il suo nome per paura, come tutti gli altri, di non venir pagato fino alla scadenza del contratto. “Mi hanno imbarcato due mesi fa. I prossimi sei mesi non li lavorerò, ma la compagnia mi ha promesso che onorerà il contratto. Capitemi: posso raccontarvi quello che volete, ma non posso rivelare il mio nome. Volete sapere se ci pagano poco? Sì, ci pagano poco. Se lavoriamo molto? Lavoriamo undici ore al giorno, ma se vogliamo fare più soldi ne lavoriamo anche quattordici, con il carico e lo scarico bagagli”. Viene da Shanghai. Molti altri, in capannello, vincono la diffidenza e si lasciano andare. A patto che non li si citi. Spunta una Babele di lingue e una galleria di volti: addetti alle pulizie, stewart, hostess, receptionist, fino ai semplici marinai. Un mondo multietnico che vuole rimanere anonimo fino in fondo. Raccontano di contratti di otto-nove mesi estendibili, siglati con un’agenzia nel loro Paese per lavorare sulle crociere dei ricchi in quasi tutti i mari del mondo. Aspettano la chiamata, lasciano le loro famiglie e stanno in mare per due-tre stagioni. Con stipendi da fame. “Certo, per gli standard asiatici va anche bene, ma per quelli europei siamo sottopagati”.

“Non è la prima volta per me – racconta un marinaio indonesiano -, con la Costa ho avuto altri due incidenti, uno nel 2009 sulla Costa Romantica, a Buenos Aires. Incendio a un generatore, molto fumo ma nessun ferito. L’altro sulla Costa Pacifica, credo nel 2010, abbiamo imbarcato acqua, ma anche lì niente di grave. Mai nulla come questo incidente. Ho avuto molta paura. Credo che per un po’ starò lontano dal mare”. Un cameriere colombiano ha fatto un corso per pompiere, obbligatorio sulla Concordia, grazie al quale ha potuto coordinare l’organizzazione per la risposta all’emergenza: “Ciascuno di noi sa in anticipo dove trovarsi in caso di incidente. Dopo esserci riuniti al punto di raccolta, abbiamo cominciato a gestire gli sbarchi. Spettava a me portare in salvo l’equipaggio, sui barchini a loro destinati. Garantisco che anche molti passeggeri sono stati caricati su questi barchini. I membri dell’equipaggio hanno lasciato i loro posti agli ospiti della nave, prima di salvarsi”. Cosa farà adesso? “Non lo so. Sono tre giorni che sono qui, aspettando i documenti per tornare a casa.

“Chi ci darà indietro le nostre cose? Non abbiamo più soldi. Tre mesi di contratto, più di tremila euro, sono rimasti sulla nave, nella mia cabina, sommersi, perduti insieme al mio computer e al mio passaporto”, lamenta un cinese. Un altro ribatte: “Anch’io li ho lasciati su, al cappellano”. Al cappellano? “Sì, a don Raffaele”. Come accade spesso in nave, marinai ed equipaggio affidano i loro soldi al cappellano di bordo, che dà a ciascuno una chiavetta per la cassetta di sicurezza. Circa il venti percento dell’equipaggio della Concordia aveva i suoi averi nella cabina del cappellano. “Perché è più sicuro, rispetto ad averli nella propria cabina. La compagnia paga cash, e bisogna tenerseli stretti, i quattrini. A me è accaduto di esser stato derubato di mille euro. Al mio collega hanno portato via tutto. Le navi sono così, non si può mai stare tranquilli”. La compagnia ha promesso di risarcire le perdite. L’equipaggio dovrà fare un inventario e presentarlo all’agenzia che li ha assunti, che lo girerà alla Costa Crociere. “Ci fidiamo poco – dice un cinese –. Se non avessi lasciato nulla in cabina, ma denuncio ugualmente la perdita di un computer e di duemila euro, secondo voi la società mi rimborserà? Non lo farò, ma chiunque potrebbe dichiarare il falso. Come si fa a controllare? Per questo non mi fido”.

I pullman sono arrivati, e gli ultimi membri dell’equipaggio della Concordia lasciano Marina di Grosseto. Coperte e vestiti sono stati forniti loro dalla Croce Rossa e dai volontari di Emergency della zona. Infreddoliti ed esausti, partono alla volta di Civitavecchia, poi Fiumicino, poi finalmente a casa. In attesa di ripartire, quando e se un altro contratto a termine li riporterà sulle navi dei ricchi. Sperando che su quelle navi vi siano sempre comandanti all’altezza del loro equipaggio.

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