Saturday, Feb 04th

Last update:12:32:02 PM GMT

You are here:

INTERNI

Costa Concordia: la "movida" galleggiante

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 11
ScarsoOttimo 

le_multinazionali_del_mareStrano che nessuno si sia chiesto quale bandiera batte la “Costa Concordia”. Strano che nessuno si sia chiesto chi stava sul ponte di comando della nave al momento dell’incidente. Strano che nessuno abbia ricordato che ai primi di ottobre del 2011 la nave portacontainer “Rena” della MSC è andata a sbattere contro l’Astrolabe Reef in Nuova Zelanda, uno dei più preziosi paradisi marini del globo, e che da allora (sono passati tre mesi e mezzo) sputa petrolio su quelle acque incontaminate, creando il più grave disastro ecologico in quell’emisfero. Strano che nessuno ricordi come l’Italia abbia a che fare in questi incidenti, per più motivi. Costa Crociere, nata italiana come dice il nome, è controllata dal gigante americano del settore. Ma chi la gestisce? Le navi, è bene si sappia, sono di proprietà, di norma, di una holding la cui prima preoccupazione è di metterle al riparo dal fisco e dalle norme sulle tabelle d’armamento presso certi paradisi fiscali ( da cui le cosiddette “bandiere ombra” o flag of convenience). Ma sono gestite da Ship Management Societies specializzate che decidono le assunzioni di personale e lo fanno di solito in base al principio del minor costo.

Sulla “Rena” c’erano 15 filippini su 20 uomini di equipaggio. I filippini hanno pessima fama, ma ingiustamente, da “paria” del settore sono diventati oggi tra quelli meglio preparati, perché negli anni hanno imparato che la loro vocazione era quella ed hanno investito in scuole professionali, che rilasciano i diplomi ed i certificati necessari per l’imbarco. Purtroppo oggi il mercato dei certificati falsi è fiorente, oggi i “paria” sono altri, ucraini, vietnamiti, turchi, bielorussi.

1. Sabato c’è stata una manifestazione sul Canale della Giudecca a Venezia contro il passaggio delle grandi navi da crociera. Stava uscendo in quel momento la “MSC Magnifica”. MSC sta per Mediterranean Shipping Company ed è la creatura di un geniale italiano di Sorrento, Gianluigi Aponte, che ha trasferito le sue attività in Svizzera, a Ginevra, dove sembra abbia preso moglie con tanto di banca in dote. Ha una flotta di circa 150 navi portacontainer (è la seconda al mondo) ed una flotta sempre più consistente di navi da crociera. I suoi comandanti e, spesso, anche i suoi ufficiali, sono di Sorrento o dintorni. Anche quello della “Costa Concordia” viene da Sorrento, si legge, e con il suo comportamento ha coperto di disonore una categoria di validissimi uomini di mare. MSC è famosa nel mondo per la sua mancanza di trasparenza. Non comunica informazioni relative ai suoi traffici, in particolare sui volumi di merce trasportata, non conferma né smentisce le notizie che le pubblicazioni insider sfornano ogni giorno sulle loro costosissime newsletter. MSC si è fatta largo con una politica di prezzi assai aggressiva, al limite del dumping, possibile quando si riducono i costi al massimo e magari quando si dispone di grande liquidità (gli invidiosi o i malevoli dicono di sospetta origine).

2. Ma torniamo alla nave naufragata. Chi era sul ponte di comando? Il comandante e, si suppone, qualche ufficiale erano a cena con gli ospiti che si erano messi in ghingheri apposta. Che il personale fosse addestrato all’emergenza è probabile, ma per quanto riguarda il core manpower, il 10/15% del totale quindi, le centinaia di precari a bordo, che spesso parlano un paio di parole d’inglese al massimo, certo non lo erano. Chi aveva verificato il funzionamento dei verricelli delle scialuppe di salvataggio? Nessuno. La “Rena” era una nave substandard, sottoposta ad ispezioni almeno una quarantina di volte negli ultimi anni, in genere era stata fermata e rilasciata solo dopo giorni. Troppo costoso per il signor Aponte ritirarla dal servizio. Le navi da crociera invece sono recenti, dotate delle più sofisticate apparecchiature di bordo. Se causano disastri è per cause diverse da quelle destinate al cargo. E quali sono queste cause?

3. La principale è di carattere culturale, di costume si potrebbe dire. Non è tanto problema di preparazione del personale, di controllo del funzionamento delle apparecchiature, di competenza degli ufficiali, è prima di tutto la cultura della “movida” a determinare certi comportamenti irresponsabili. Una nave da crociera è un’oscena “movida” galleggiante, che, a differenza di quella che ha devastato città come Barcellona ed altre, coinvolge vecchi e bambini, donne incinta e suore, paraplegici e malati cronici, tutti ammucchiati nella spensieratezza e nello shopping, con cabine costruite per essere scomode in modo che i passeggeri vadano in giro a comperare. Gli introiti all’armatore provengono dallo shopping in egual misura che dalla tariffa di passaggio. E poi lo spirito della “movida” è quello che fa avvicinare questi mostri pericolosamente alle coste più belle, alle acque protette dei pochi e non presidiati parchi marini. Chi abita a Camogli e dintorni è ormai abituato a vedere le navi da crociera uscire dal porto di Genova e puntare diritte sul parco marino di Punta Chiappa, passandoci sfiorando le boe fatte per barche e motoscafi. Le sente lanciare l’urlo delle sirene e allora la gente del posto spiega: “I comandanti sono di Camogli ed è usanza che vengano a salutare le mogli e le mamme. Camogli viene da Ca’ delle mogli”. All’inizio ci cascavo anch’io e magari ripetevo questa sciocchezza a dei bagnanti inquieti per l’avvicinarsi del mostro, ma oggi so che non è così. Perché le grandi navi passano per il Canale della Giudecca? Per permettere ai passeggeri di scattare una foto di piazza San Marco dal bacino. E questa “esperienza” pare che valga l’intera crociera. Altrimenti perché i tour operator minaccerebbero di boicottare Venezia se le navi non passano più per il canale della Giudecca?

4. Era troppo tardi all’Isola del Giglio per scattare le foto. La “movida” si era trasferita ai tavoli delle mense. Ma la “movida” da sola non basta a spiegare le modalità dell’accaduto. Un fattore strutturale è il cosiddetto “gigantismo” navale. Perché si costruiscono navi da 100 mila tonnellate, in grado di portare anche 6.000 persone? Per risparmiare sui costi, punto. Non è che la vacanza è più bella se a bordo si è in 6 mila invece di mille, anzi il servizio rischia di essere peggiore. Una simile nave in caso di incidente è governabile assai meno di una nave più piccola, fosse pure perfettamente esperto tutto l’equipaggio in evacuazioni d’emergenza. E’ il gigantismo in sé la pura follìa, perché innesca il circolo vizioso. Quanto più grande la nave, tanto inferiori i costi unitari per l’armatore che può offrire prezzi a portata di tutte le tasche. Tanto più basse le tariffe tanto più difficile la concorrenza da parte di navi più piccole, con costi unitari maggiori. Le barriere d’ingesso al mercato si alzano, la situazione diventa di oligopolio e magari su certi segmenti di mercato diventa monopolio, allora le tariffe possono riprendere a crescere, ma nel frattempo è il disastro. Nelle navi portacontainer la logica è la stessa ed i danni all’ambiente sono costanti. Oggi sono in ordine ai cantieri navi da 18.000 TEU, per entrare in un porto hanno bisogno di alti fondali. Se chiedete a un Presidente di un qualunque porto italiano, che non sia Trieste, in quali attività investe le maggiori risorse, vi sentirete rispondere: scavare i fondali. Anche a Venezia è così e se non ci si ferma in tempo sarà la morte della laguna, che già è agonizzante. Con la costruzione del MOSE le bocche di porto si sono ristrette ed i conducenti dei vaporetti vi diranno che razza di velocità hanno preso le correnti in uscita ed in entrata a seconda delle maree, roba da render difficile il governo di un vaporetto.

5. La Ship Management Society della “Rena”, la portacontaienr che sta ancora devastando il reef neozelandese, è la Costamare, con sede in Grecia. Se andate sul sito, troverete che si considera la migliore del mondo nel trattamento degli equipaggi. Possiamo anche crederle ma il problema oggi è che ci si trova ormai nello shipping in una situazione, come nella finanza, sfuggita ad ogni controllo. Per disastri di proporzioni inimmaginabili le multe pagate dalle società sono ridicole, qualche problema in più lo hanno semmai le assicurazioni, la colpa comunque è sempre dell’uomo, cioè di quel disgraziato a bordo che si è fatto magari un turno di 16 ore. Si dice che il comandante della “Rena” fosse ubriaco, forse era fatto di coca o forse il suo secondo al timone, chissà. Non esiste un’Autorità Internazionale che abbia giurisdizione sulle acque, in mare ciascuno fa il cazzo che vuole, l’International Maritime Office può fare solo raccomandazioni e le sue Direttive debbono essere ratificate dagli Stati…campa cavallo. La deregulation è totale ed è iniziata con la deregulation del lavoro. Per questo sono nate le bandiere di comodo, non tanto per pagare meno tasse ma per aggirare gli standard dell’organico di bordo, cioè delle tabelle d’armamento. Le caratteristiche fisiche e tecniche di ogni nave richiedono un organico ben definito in termini di numero e di qualifiche, di ufficiali e di crew. Gli armatori registrano la nave a Panama, alle Isole Caimane, in Liberia per poter avere la mano libera sulle caratteristiche dell’equipaggio. Nel mirino si dovrebbero tenere quindi non solo gli armatori ma le Ship Management Societies. In Italia si è trovata una via di mezzo, il cosiddetto Secondo Registro Navale, la nave rimane sotto bandiera italiana e le tasse l’armatore le paga in Italia (non è il caso qui di soffermarsi sulle agevolazioni fiscali concesse all’armamento, i sacrifici si sa debbono farli solo i lavoratori, dipendenti, precari e freelance che siano). Ma l’equipaggio può essere formato secondo pratiche che non sono molto dissimili da quelle concesse alle flag of convenience.

Non esiste salvezza dunque? Non è solo per antico operaismo, ma per una considerazione fredda ed obbiettiva che ritengo l’unica possibilità di salvezza la lotta multinazionale dei lavoratori. Purché se ne tenga conto. Nessuno ci fa caso, nelle cosiddette pubblicazioni antagoniste o di sinistra ancora non opportunista non c’è traccia di quel che accade nel mondo della portualità e dello shipping. Invece ci sono fermate, scioperi e proteste ogni giorno nel mondo, soprattutto nei porti. Forse qualcuno ricorderà che un paio d’anni fa sui giornali è venuta fuori la notizia che c’era un porto nuovo in Marocco che avrebbe stracciato tutti i concorrenti, Gioia Tauro in primo luogo. Da mesi è semiparalizzato dagli scioperi. Il problema non è quello di essere informati, ma quello di esser presenti nell’opinione pubblica con ragionamenti che spostino delle rivendicazioni dal terreno della pura sopravvivenza (di questo si tratta e non di presunti “privilegi” dei portuali) al versante della lotta per la salvezza dell’ambiente e di una civiltà del lavoro degna di questo nome.

Sergio Bologna. fonte: furiacerveli

Sergio Bologna è autore de "Le Multinazionali del mare", Egea Editore, Milano 2010.

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Martedì 17 Gennaio 2012 12:17

20 gennaio: verso un rinvio del vertice di Roma?

E-mailStampaPDF

Forse salta il vertice di Roma tra Monti, Merkel e Sarkozy. I francesi chiedono un rinvio

Monti_merk_sarkSarkozy e il suo governo sono in forte difficoltà e i problemi di Parigi potrebbero causare un rinvio a data da destinarsi della trilaterale di Roma tra Mario Monti, Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, in programma il 20 gennaio. Lo hanno reso noto fonti del governo italiano secondo le quali il rinvio sarebbe legato ad una esplicita richiesta della Francia per «urgenti impegni di natura interna» ma contatti - spiegano le stesse fonti - «sono in corso». 

Il vertice di venerdì sarebbe ancora nell'agenda della cancelliera tedesca Angela Merkel, ha detto il portavoce del governo di Berlino, Steffen Seibert, rispondendo a una domanda in conferenza stampa intorno alle 14.00 di oggi. 

Una decisione sull'eventuale slittamento del vertice di Roma non è stata ancora presa e contatti tra Roma, Parigi e Berlino sarebbero in corso in queste ore. «Per il momento non c'è ancora nulla di certo», spiegano fonti italiane. La data del trilaterale da tenersi a Roma venerdì prossimo, 20 gennaio, era stata annunciata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel nell'incontro della scorsa settimana a Berlino con Monti. E comunque il vertice tra i leader di quello che può essere considerata la nuova versione del direttorio dell'Unione Europea (in cui l'Italia è in pole position grazie all'ascesa al potere di Mario Monti al posto di Silvio Berlusconi) era già in programma da più di un mese.

Intanto anche il Comitato No Debito sta cercando di capire se il vertice sarà confermato o rimandato, visto che per venerdì e per sabato in tutta Italia le organizzazioni sociali, politiche e sindacali che compongono l'aggregazione anti-Bce ha indetto una lunga e capillare agenda di mobilitazioni proprio contro la presenza a Roma dei tre capi di Stato.

tratto da www.contropiano.org

16 gennaio 2012

Vedi anche

S&P. La "cura Merkel" uccide l'Europa

Monti, massacratore euro-competitivo

AddThis Social Bookmark Button

Giorgio Cremaschi: "I nostri disaccordi con Landini e Camusso"

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 

Dalla gestione del caso Fiat all'atteggiamento, troppo morbido, nei confronti del governo, si acuiscono le contraddizioni dentro la vecchia sinistra Cgil

cremaschiIn tre giorni si sono svolte le riunioni del Comitato centrale della Fiom e del Direttivo della Cgil, che hanno visto una sostanziale convergenza di posizioni tra la Segretaria generale della Cgil e il Segretario generale della Fiom. Con questa convergenza di posizioni abbiamo nettamente dissentito.
Vediamo allora quali sono i punti principali del nostro disaccordo.

1. Il giudizio e i comportamenti rispetto al governo Monti. Sia Landini sia Camusso non nascondono giudizi critici verso il governo, ma non intendono farli diventare un giudizio complessivo da utilizzare nella pratica sindacale delle organizzazioni. Nella sostanza si continua a giudicare il governo per i suoi singoli provvedimenti, e non per la linea liberista e distruttiva dei diritti sociali che lo ispira. Si continua a considerare questo governo come altri governi di unità nazionale, verso i quali essere criticamente interlocutori, e non si vuole invece affermare che questo governo è espressione di un drammatico disegno di restaurazione sociale guidato dai poteri economici e finanziari europei e mondiali. Nella sostanza si rinuncia a un ruolo di opposizione sociale a questo governo e si assume un orientamento contrattuale ed emendativo nei confronti delle sue scelte. (...)

Su questo punto abbiamo espresso il nostro disaccordo sia in Fiom che in Cgil, proprio perché a nostro parere ciò di cui c’è l’esigenza oggi è di trasformare l’enorme malessere sociale, la rabbia verso i singoli provvedimenti del governo, in un’opposizione e un alternativa ad esso. Pena la marginalizzazione totale del movimento sindacale e la frantumazione del conflitto. Per queste ragioni abbiamo chiesto, in Cgil assieme alla minoranza congressuale, una posizione radicalmente diversa da quella adottata dalla confederazione nella trattativa con il governo. Non si può saltare la drammatica sconfitta sulle pensioni e bisogna riaprire la partita ora al tavolo del governo, così come bisogna considerare pregiudiziale la questione dell’articolo 18, che può solo essere esteso. Senza queste precondizioni si deve andare alla rottura e non alla trattativa con il governo.

2. L’accordo del 28 giugno. Pur mantenendo diversità di giudizio sul passato, Landini e Camusso sostengono oggi che bisogna utilizzare l’accordo del 28 giugno per fermare l’aggressione della Fiat al contratto nazionale e ai diritti dei lavoratori e dei sindacati, e per difendere la contrattazione nazionale. Non siamo d’accordo su questo, in quanto il 28 giugno non ha chiuso ma ha aperto la via alla devastazione delle deroghe e anche a una nuova stagione di accordi separati. Esso non è stato un freno alle politiche Fiat per la semplice ragione che gli stessi firmatari di quell’intesa hanno poi sottoscritto l’accordo con Fiat che usciva dalla Confindustria. Nella sostanza quell’accordo non è uno strumento utilizzabile per fermare l’attacco, mentre viene tranquillamente utilizzato dalle controparti per ottenere deroghe ai contratti nazionali senza nessuna affermazione reale di pratica democratica con i lavoratori. Come dimostrano gli accordi recentemente siglati nelle cooperative sociali e con la Lega delle Cooperative. La derogabilità ai contratti è la via che ha aperto la strada a Marchionne. Non può essere l’obiettivo del minor danno quello che ancora una volta ci guida, vista la drammaticità dell’attacco ai lavoratori.

3. Il giudizio sulla Fiat. Il Direttivo Cgil non ha affrontato, anzi ha sostanzialmente respinto, la questione della portata della vicenda Fiat. Nessuno naturalmente nega la gravità di quanto è avvenuto, ma resta una minimizzazione della vicenda rispetto a tutto il mondo del lavoro. Nella sostanza si continua a sostenere che Marchionne è un estremista e il resto del padronato va in un’altra direzione. Invece continuiamo a ritenere che il problema Fiat sia un problema di tutto il movimento sindacale e di tutta la Cgil, non per ragioni di solidarietà, ma perché quello partito a Pomigliano con l’attacco ai diritti dei lavoratori è un contagio che non può essere fermato senza sconfiggere l’opera di chi l’ha lanciato e continua a lanciarlo. Nella sostanza occorre far diventare la vertenza Fiat una vertenza confederale, di lotta di tutti i lavoratori italiani, costruendo le mobilitazioni, le iniziative, le solidarietà, i boicottaggi necessari a far sì che la Fiat sia sconfitta. Se questa scelta così netta non viene presa, e non è stata presa, l’accordo Fiat si consolida e con esso il contagio in tutto il mondo del lavoro.

4. Unità sindacale e democrazia. Nelle conclusioni al Direttivo della Cgil, Susanna Camusso ha sottolineato la necessità dell’unità sindacale, sia a livello confederale, sia nei metalmeccanici, per poter reggere la fase. Non siamo d’accordo e non perché non riteniamo necessaria l’unità sindacale, ma perché l’unità che si vuole realizzare qui ed ora è su un piano e con sindacati in continuità con le politiche del recente passato. Non basta dire di no assieme all’articolo 18, per reggere la portata di un attacco che, nella sostanza, vede Marchionne e Monti sullo stesso fronte, anche se ovviamente con accentuazioni e ruoli diversi. L’unità confederale che si vuole costruire, così come la richiesta alla Fiom di arrivare rapidamente a una piattaforma unitaria con Fim e Uilm per il rinnovo del contratto, o è un’ipotesi irrealizzabile o, se la si persegue a breve, comporta inevitabilmente compromessi rilevanti e per noi inaccettabili proprio sui contenuti di fondo che hanno visto la Fiom e la Cgil lottare in questi anni. Anche sul piano della chiarezza e del rapporto con i lavoratori un puro ritorno all’unità con Cisl e Uil per reggere, rischia di essere controproducente. Basta vedere i risultati delle mobilitazioni. Il 6 settembre, lo sciopero Cgil è stato fatto anche da tanti iscritti Cisl e Uil, mentre lo sciopero unitario del 12 dicembre non è stato fatto anche da tanti iscritti alla Cgil. Non è con il ritorno a una linea moderata, unitaria e concertativa, che si supera l’attacco che abbiamo di fronte. Questo è ancora più vero sul terreno della democrazia sindacale, sul quale non c’è alcun passo avanti e – anzi – si registra il totale fallimento dei buoni propositi dell’accordo del 28 giugno. I lavoratori continuano a non votare e si riduce la libertà di scelta dei sindacati. Per questo la risposta alla Fiat non può essere la modifica dell’articolo 19 per tornare al puro concetto della rappresentatività confederale. Occorre invece una legge sulla democrazia sindacale che garantisca la libertà di scelta per tutti i lavoratori rispetto alla rappresentanza sindacale.

5. Il referendum in Fiat. Per quanto riguarda la gestione della vertenza Fiat, abbiamo riconfermato il nostro disaccordo con la scelta di fare propria la richiesta del referendum, assolutamente legittima come richiesto dai lavoratori, da parte di Fiom e Cgil. E’ evidente, infatti che, come ha detto Susanna Camusso nelle conclusioni, se un’organizzazione fa proprio un referendum deve inevitabilmente accettarne i risultati. Mentre, per quanto ci riguarda la decisione di non firmare in ogni caso gli accordi Fiat non è modificabile in nessun modo. Considerato che il referendum molto probabilmente verrà rifiutato, questa scelta rischia di non portare da nessuna parte e di indebolire la nettezza del nostro no all’accordo.

Quanto è avvenuto in questi tre giorni di discussione ha chiaramente segnato cambiamenti nel confronto politico nella Cgil e nella Fiom. Riteniamo che sia necessario affrontarli serenamente, ma con rigore. In particolare è evidente che la dialettica congressuale è stata chiaramente messa in discussione e che nella stessa area “La Cgil che vogliamo”, da lungo tempo in evidente crisi, ci sono scelte non più rinviabili da compiere.
Per tutte queste ragioni, fermo restando il nostro impegno militante a sostegno dei lavoratori Fiat e del rientro della Fiom in fabbrica e di tutte le mobilitazioni in atto, riteniamo necessario che si apra una discussione di fondo su come fronteggiare il più grave attacco ai diritti e alle libertà dei lavoratori dal ’45 ad oggi.
Per questo nei prossimi giorni produrremo un documento da confrontare con altre prese di posizione che sono state annunciate.

Giorgio Cremaschi

tratto da www.ilmegafonoquotidiano.it

14 gennaio 2012

***

I miei disaccordi con Cremaschi

L'ultimo intervento di Giorgio Cremaschi sul sito della rete 28 aprile (http://www.quipunet.it/rete28aprile/index.php?option=com_content&view=article&id=2436:1312012-i-nostri-disaccordi-con-camusso-e-landini&catid=10:primo-piano&Itemid=29) riepiloga i punti di disaccordo con la dirigenza CGIL e FIOM.

I punti sono cinque:

  • il giudizio e i comportamenti rispetto al governo Monti;

  • l’accordo del 28 giugno;

  • il giudizio sulla Fiat;

  • unità sindacale e democrazia;

  • il referendum in Fiat.

I punti che solleva Cremaschi sono indubbiamente importanti per il movimento operaio: la risposta alle manovre del Governo, il rapporto con la Fiat, i temi legati ai contratti e ai diritti sindacali dei lavoratori sono indubbiamente importanti, e sono tra quelli su cui si gioca la possibilità per il movimento operaio di assumere una nuova soggettività all'interno della crisi economica ed istituzionale che sembra avvitarsi su se stessa. Il problema è che, ancora una volta, Cremaschi e l'area che a lui fa riferimento evitano di misurarsi con i problemi centrali per la classe operaia e per il suo rapporto con il nemico di classe.

Come ho già scritto altre volte, la debolezza del movimento operaio parte da lontano, ed è questa debolezza che rende possibile “il più grave attacco ai diritti e alle libertà dei lavoratori dal ’45 ad oggi”. I diritti e le libertà per gli operai non valgono in astratto, ma sono degli strumenti per migliorare le proprie condizioni di vita, o almeno non farle peggiorare sotto l'attacco capitalistico, e per redistribuire il reddito, attraverso una efficace lotta economica, dal profitto ai salari; a loro volta, le migliorate condizioni economiche della classe permettono ad un maggior numero di operai di partecipare in prima persona ai dibattiti, alle scelte, alle lotte per migliorare e trasformare la società.

Questa debolezza, dicevo, parte da lontano ed ha una prima verifica con l'accordo sulla concertazione del 1992. I sindacati, Cisl e Uil, ma anche la CGIL, sono pienamente corresponsabili, assieme al Governo e alle organizzazioni padronali, di questa situazione.

Solo chi pratica un'opposizione di facciata può pensare di mettere in discussione governo Monti e accordo FIAT, pensioni e diritti dei lavoratori, senza denunciare questo accordo che ha impedito qualsiasi seria resistenza degli operai sul terreno del reddito. Quale sia la posizione di Cremaschi non c'è bisogno di chiederselo, una volta che anche lui ha votato, scontrandosi poi con una decisa opposizione nei luoghi di lavoro, la bozza di piattaforma preparata dalla FIOM sul contratto dei metalmeccanici.

La crisi della rete 28 aprile nasce proprio da questa incapacità degli esponenti più rappresentativi di comprendere e esprimere gli umori della base, dalla incapacità di rompere con la politica di svendita portata avanti dalle burocrazie sindacali nel suo complesso. Il tentativo di sostituire il corretto rapporto con la base con politiche velleitarie e inconsistenti è a sua volta fallito.

Indubbiamente la lotta in fabbrica, sul posto di lavoro, la contrapposizione quotidiana all'arroganza dei padroni e dei loro scagnozzi è difficile e raramente gratificante, ma è su quel terreno che qualsiasi minoranza che vuole costruire un rapporto con il proletariato che si deve misurare: io sono tra coloro che sono convinti che l'emancipazione della classe operaia spetta alla classe operaia stessa e nessun terreno elettorale o governativo si potrà sostituire all'azione cosciente della classe.

Le ragioni dell'esistenza di un sindacalismo alternativo e intransigente oggi in Italia nascono da questa separazione tra gli interessi delle burocrazie e i bisogni dei lavoratori. Ma non è detto che quello che esiste rispecchi le aspirazioni di molti lavoratori all'autorganizzazione, all'azione diretta, al miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di vita. Su questi argomenti i rivoluzionari, e in particolare gli anarchici, hanno molto da dire, ma per parlare bisogna partecipare. A partire dalle occasioni di lotta come quelle del 27 gennaio prossimo che, come quella che l'ha preceduta indetta da Cub e Confederazione Cobas, devono vedere dei passi in avanti concreti sul terreno della lotta contro i governi e contro la borghesia.

Tiziano Antonelli

AddThis Social Bookmark Button

Bossi e Maroni, tensioni di lotta e di governo

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 
La decisione e i comportamenti assunti in parlamento sul caso Cosentino hanno messo ancora in evidenza le divisioni nella Lega Nord, che hanno assunto espressioni molto più nette rispetto al passato.
bossi__statuettaDopo la caduta del governo Berlusconi, la scelta della opposizione aperta e rumorosa al governo Monti aveva permesso al Carroccio di superare i contrasti fra la base e la leadership. Si erano attenuate anche le divisioni più complesse e articolate che erano emerse in diverse occasioni nel gruppo dirigente. Il caso Cosentino, le sue implicazioni sull’opinione pubblica e i suoi possibili effetti sulle alleanze politiche hanno creato la prima seria difficoltà al percorso avviato, mettendo in crisi il fragile compromesso nell’ambito dei dirigenti del partito.
Cosentino corrisponde perfettamente alla figure del «nemico» che caratterizza l’immaginario leghista: è meridionale, ha rapporti con la camorra e gode di tutti i privilegi della «casta» dei politici. La Lega lo aveva già salvato una volta dall’arresto, nel dicembre del 2009, per non incrinare l’alleanza con Berlusconi. Fuori dal governo, era diventato difficile sottrarsi agli orientamenti dominati nella base: la segreteria del Carroccio aveva infatti votato per l’arresto, e questa indicazione si erano dovuti piegare i leghisti nella commissione per le autorizzazioni. Bossi non vuole però lasciare cadere, al di la delle dichiarazioni pubbliche, l’alleanza con Berlusconi, che può rivelarsi molto utile nelle prossime scadenze elettorali. Il Senatur non ha votato, ha lasciato libertà di coscienza ai deputati ma non ha nascosto il suo orientamento contrario all’arresto. Dopo il voto che ha salvato Cosentino, Maroni ha cercato di minimizzare il contributo offerto da una parte dei parlamentari leghisti, cercando di contenere le proteste della base e le ripercussioni sull’elettorato. Le divisioni nella Lega non sono apparse mai così palesi e quasi istituzionalizzate. Maroni è riuscito questa volta a fare prevalere il suo punto di vista nella segreteria, e ha potuto usare a suo favore il richiamo alla disciplina di partito. È stato Bossi a dovere sfruttare il suo prestigio personale per indurre una serie di parlamentari del Carroccio a pronunciarsi, nel voto segreto, contro l’arresto. I malumori e le proteste nella base leghista a questo punto sono destinate a crescere.
Nei giorni scorsi avevano già suscitato molte perplessità e discussione le notizie sull’utilizzo dei rimborsi elettorali di cui dispone la Lega. I rimborsi non sono stati usati per le spese e le sedi del movimento, e neppure investiti in Padania, ma impiegati in operazioni finanziarie in Tanzania e in altri paesi. Anche in questi caso, è stato Maroni a stigmatizzare più duramente l’operazione, gestiti da un tesoriere legato al «cerchio magico» dei pretoriani di Bossi. L’ex ministro degli interni ha ormai ottenuto un largo sostegno fra i parlamentari, gli amministratori e i quadri del Carroccio. Non osa mettere in discussione il ruolo del leader storico del movimento, ma cerca sempre più di assumere la parte di difensore degli autentici valori della Lega, cercando di sintonizzarsi con le opinioni e gli umori prevalenti nella base. Ha avviato un percorso non facile per realizzare una progressiva sostituzione di fatto nel ruolo di leader del Carroccio. Bossi teme questi sviluppi e d’altra parte mantiene in modo ferreo il controllo delle risorse fondamentali del partito. La volontà di non rompere l’alleanza con Berlusconi lo costringe a scelte molto impopolari per la base, riproponendo anche dall’opposizione la logica della «Lega di governo», e lasciando paradossalmente a Maroni la possibilità di rappresentare le posizioni più combattive della «Lega di lotta».

Le tensioni fra bossiani e maroniani sono così destinate a crescere e diventare sempre più esplicite, senza che nessuna delle due parti abbia la forza necessaria per prevalere sull’altra. Ed entrambe sono bene attente (per ora) a non provocare rotture del partito. Tutto questo avviene in una fase politica in cui la Lega ha la possibilità non solo di recuperare un rapporto positivo con il proprio elettorato, ma anche di allargarlo a spese degli altri partiti. Nel contesto della crisi cresce il deficit di rappresentanza politica delle classi popolari. Si sono aperte negli ultimi mesi nuove opportunità politiche per rilanciare tutti i temi delle tradizionali campagne leghiste: lo stesso presidente Monti ha detto recentemente di temere la crescita della protesta popolare in Italia, declinata in chiave euroscettica.
Roberto Biorcio
tratto da Il Manifesto del 13 gennaio 2012
AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Sabato 14 Gennaio 2012 14:32

Acqua pubblica. I sotterfugi per aggirare il referendum

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 

acqua_lucchettoTruffatori di bassa lega, con qualche competenza soprattutto nell'agiramento delle norme. I "tecnici", insomma, quasi cone degli avvocaticchi qualsiasi. Specie sull'acqua pubblica. www.contropiano.org

Una norma «tecnica» che azzera la ripubblicizzazione di Napoli
Il governo ha ignorato tutti gli appelli dei movimenti. Ora fa il colpo di mano per esautorare i comuni
In molti si sono cimentati nella discussione sulla discontinuità o meno del governo Monti rispetto al precedente governo Berlusconi. Molto ci sarebbe da dire in proposito, ma certamente non si sbaglia ad evidenziare come non sia cambiato il metodo di accreditare ipotesi e regolarsi sulla base delle reazioni che esse suscitano. Non si può pensarla diversamente rispetto al fatto che nella giornata di ieri sono girati varie versioni sul presunto testo del decreto legge sulle liberalizzazioni che il governo dovrebbe varare il prossimo 20 gennaio.
Non è certamente un bel modo di fare la discussione, ma si rischia di non potersi sottrarre a quest'esercizio poco edificante se il governo sceglie di non confrontarsi con i soggetti che sono portatori delle varie istanze e rappresentanze sociali. Questo vale anche sul tema dei referendum del giugno scorso sull'acqua pubblica: subito all'indomani dell'insediamento del governo Monti il Forum dei movimenti per l'acqua ha chiesto un incontro con il Presidente del Consiglio per poter discutere sull'applicazione e il rispetto dei due referendum che hanno sancito che la gestione del servizio idrico deve essere pubblica e che su di esso non si possono fare profitti.
Questa nostra richiesta è stata del tutto ignorata; in compenso, ieri ci è toccato leggere un testo del presunto prossimo decreto del governo che all'art. 20 contiene una dizione molto tecnica, ma che assesta un colpo molto pesante alla volontà referendaria espressa dalla maggioranza assoluta dei cittadini italiani. Lì si dice che le Aziende speciali, soggetti di diritto pubblico e non società per azioni che operano allo scopo di produrre utili, sono abilitate a gestire solo servizi pubblici «diversi dai servizi di interesse economico generale». Uscendo dal tecnicismo, il governo vuol dire che il servizio idrico, considerato servizio di interesse economico generale - anche se ci sarebbe molto da dire su ciò - potrebbe essere gestito solo tramite gara o da società per azioni, eliminando il punto più importante dell'esito del primo referendum sull'acqua, quello che ha nuovamente reso possibile una gestione realmente pubblica del servizio idrico stesso. Per dirla in un altro modo, si vuole cancellare l'esperienza che ha iniziato il Comune di Napoli, trasformando la società per azioni a totale capitale pubblico che gestisce il servizio idrico in Azienda speciale, e che potrebbe interessare in tempi brevi la gran parte del nostro Paese. In più, il presunto testo del decreto rafforza la volontà privatizzatrice in materia di trasporto pubblico locale e ciclo dei rifiuti che era già stata messa in opera con la manovra dell'estate scorsa del governo Berlusconi, che contravveniva platealmente con il risultato referendario. Infine, si continua a non dare applicazione al fatto di togliere la remunerazione del capitale investito dalle tariffe del servizio idrico, non rispettando così quanto dettato dalla stessa Corte Costituzionale sul secondo quesito referendario.
È bene che il governo cambi completamente rotta: cancelli i provvedimenti ipotizzati sulle Aziende speciali, consideri il ruolo fondamentale svolto dai servizi pubblici locali anziché lavorare per la loro privatizzazione, dia applicazione all'eliminazione del profitto sulle tariffe, si confronti con chi rappresenta la volontà di 26 milioni di cittadini. Come è necessario che le forze politiche e sociali si pronuncino in modo chiaro per evitare che sia inferto un grave colpo alla democrazia nel nostro Paese. Si sappia che, comunque, la mobilitazione del popolo dell'acqua è già in corso e si intensificherà nei prossimi giorni, con iniziative in tutto il Paese, con la campagna di obbedienza civile per il ricalcolo delle bollette, con l'azione perché si affermi una gestione realmente pubblica del servizio idrico.

Corrado Oddi - Fp Cgil - Forum italiano movimenti per l'acqua

***

Una barbarie giuridica incostituzionale
Nel testo della bozza di decreto legge sulle liberalizzazioni circolato in queste ore suscita particolare sconcerto la disposizione di cui all'art. 20. Tale disposizione, marginalizzando l'ambito di applicazione dell'azienda speciale ex art. 114 del testo unico sugli enti locali, rischia di vanificare di fatto il vittorioso esito dei referendum dello scorso giugno contro la privatizzazione dell'acqua, in attuazione del quale il Comune di Napoli ha (primo in Italia) provveduto a trasformare la natura giuridica del soggetto incaricato di erogare il servizio idrico integrato.
In altri termini, escludendo il ricorso all'azienda speciale dall'ambito dei servizi di interesse economico generale, si tenta di relegare l'ultimo baluardo del diritto pubblico esistente nel nostro ordinamento ad un ruolo residuale, se non addirittura meramente ornamentale. Si tratta, evidentemente, di un'operazione di barbarie giuridica, costituzionalmente illegittima.
In primo luogo, nella fattispecie, si segnala un abuso dello strumento giuridico del decreto legge, con il quale si procede ad un riforma ex abrupto di interi settori dell'economia nazionale (servizi pubblici locali, commercio, trasporti, professioni), in assenza di adeguata meditazione, nonché dei requisiti previsti dall'articolo 77 Cost. Si realizza, in tal modo, per il tramite di un illegittimo ricorso alla decretazione d'urgenza, un tradimento della volontà popolare espressa a seguito dei referendum.
Il decreto in oggetto, così come già l'art. 4 del decreto di Ferragosto, ripropone la medesima disciplina contenuta nell'art. 23-bis del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito nella legge 6 agosto 2008, n. 133 e successivamente abrogato tramite lo strumento offerto dall'art. 75 della Cost. La giurisprudenza costituzionale ha avuto più volte modo di affermare l'illegittimità della riproposizione sostanziale di normative abrogate con referendum. Lo stesso art. 18 della bozza di decreto ("Promozione della concorrenza nei servizi pubblici locali"), riaffermando di fatto una disciplina abrogata (e limitandosi semplicemente ad eliminare i riferimenti al servizio idrico), comporta un'indebita restrizione dell'ambito di applicazione del referendum (che ha avuto ad oggetto l'intero art. 23-bis e non certo il solo servizio idrico). Anche volendo ammettere la legittimità delle parti del decreto richiamate, la disciplina dei servizi pubblici locali che ne deriva appare decisamente sbilanciata in favore di modi di gestione privatistici, in assoluta violazione del diritto comunitario.
Infine, del tutto ambigua è la riconducibilità del servizio idrico integrato al novero dei servizi di interesse economico generale, attesa la peculiare natura del bene acqua, strettamente collegato a diritti fondamentali (si pensi al diritto alla salute). È evidente che ci troviamo di fronte ad un subdolo disegno eversivo di disarmo del diritto pubblico e delle garanzie ad esso collegate, concepito ad arte per neutralizzare l'imponente movimento politico e culturale sorto in questi mesi a tutela dei beni comuni.

Alberto Lucarelli - Assessore ai beni comuni e alla democrazia partecipativa Comune di Napoli

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Venerdì 13 Gennaio 2012 10:56

Pagina 4 di 218