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Person of the Year 2011: Alberto Perino

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perino-person-of-the-yearLa persona dell'anno del blog è un cittadino italiano. Vive in Val di Susa. Si chiama Alberto Perino. E' un punto di riferimento del MoVimento No Tav. E' stato denunciato, minacciato, diffamato, isolato. E' odiato dai partiti e da sempre nel mirino della magistratura. Un montanaro, rude, con la barba e l'accento piemunteis. E' un eroe civile. Un italiano che dedica la vita alla sua comunità. Che sfida il Potere, quello con la P maiuscola. Quanti possono dire lo stesso?
La Tav è un mostro che può divorare la Val di Susa e forse inghiottire l'intera Nazione. In gioco ci sono 22 miliardi di euro dello Stato italiano (la UE ne finanzierà solo una piccola parte) per un tunnel di 50 km per trasportare merci che sono in diminuzione da almeno 10 anni. Non serve a nulla e allora a cosa serve? Perché qualunque governo a partire dalla fine degli anni '80 mette la Tav tra le sue priorità? Da Prodi a Berlusconi? Perché Fassino nel suo primo discorso da sindaco ha citato subito la Tav come irrinunciabile, come se avesse il pepe al culo, chi glielo ha messo? E per quali insondabili ragioni il governo "tecnico" Monti si è affrettato a firmare il trattato italo-francese per l'inizio dei lavori? E ben due neoministri, Passera e Clini, hanno affermato nella prima intervista che la Tav s'ha da fare assolutamente? Nessun partito si è mai opposto alla Tav quando a tutti, persino a professori universitari e a tecnici, è ormai chiaro che è un furto colossale nei confronti dei cittadini italiani. Ci sono montagne di documenti che provano l'inutilità di questo progetto, ma neppure uno a favore, solo frasi fatte come "Chi non la vuole è contro il progresso" o "E' necessario per collegarsi all'Europa". Cazzate propinate dai giornalisti di regime.
L'elenco di chi vuole la Tav a qualunque costo, anche di trasformare una tra le più civili valli alpine in un territorio militarizzato come l'Afghanistan (non avvenne neppure durante l'occupazione tedesca nella Seconda guerra mondiale) è impressionante. Ci sono le banche, tutti i partiti, le cooperative rosse, le cooperative bianche, la 'ndrangheta, le cosiddette Istituzioni, dalla Presidenza della Repubblica alla Regione Piemonte, le Ferrovie dello Stato, la Francia, i giornali, dalla Repubblica al Corriere della Sera. Contro la Tav ci sono solo semplici cittadini come Perino, valsusini che proteggono la loro terra da uno scempio insensato e per questo sono trattati da criminali, da bifolchi montanari, da retrogradi, da black bloc.
Il Potere sa che se perde in Val di Susa perderà ovunque ci siano movimenti di cittadini informati. Perderà per la Gronda, per la base americana Da Molin di Vicenza, perderà per il Ponte di Messina, perderà per l'Expo2015 di Milano. La Val di Susa può diventare la Waterloo dei partiti e del Sistema che rappresentano. La fine dell'esproprio della democrazia. Uno, cento, mille Perino. A sarà dura!

tratto da http://www.beppegrillo.it/2011/12/person_of_the_y_1/index.html

31 dicembre 2011

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La guerra del lavoro. 1100 morti nel 2011

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Oltre 1100 morti su lavoro nel 2011, il 15% di questi lavoratori erano "in nero" o già in pensione, questi sono i dati che ci fornisce Osservatorio Indipendente di Bologna: http://cadutisullavoro.blogspot.com/ diretto da Carlo Soricelli, un operaio in pensione, che fa un lavoro enorme con il suo blog, aggiornando ogni giorno, le morti sul lavoro che ci sono in ogni parte d'Italia.

morti-sul-lavoroVoglio ricordarvi quello che ci aveva detto l'Inail, cioè, che per l'anno 2010, le morti sul lavoro erano scese per la prima volta dal dopoguerra, sotto quota 1000, per l'esattezza 980. Evidentemente c'è qualcosa che non va nei dati Inail, e viene da se, che sono dati fortemente sottostimati, perché non tengono conto di tutti i lavoratori che muoiono "in nero". Però sono ancora in tanti, troppi (politici, giornalisti, sindacati, Istituzioni), che prendono questi dati come "oro colato". Ma i dati dell''Osservatorio ci dimostrano, che ancora tanto resta da fare sul tema della sicurezza sul lavoro. Siamo di fronte ad una vera e propria ecatombe dei morti sul lavoro.

E badate bene, 1100 morti sul lavoro, come ci dice l'Osservatorio Indipendente di Bologna, è la stima minima: sono molti di più!!! Come si può definire civile un paese che ancora ha tutti questi morti sul lavoro, ancora non riesco a spiegarmelo, quando l'art 1 della Costituzione dice che "l'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro" e non sulle morti sul lavoro!!! Nel 1994, a 20 anni, mi sono diplomato in tecnico elettronico, e dato che non riuscivo a trovare il lavoro per cui avevo studiato, mi sono adattato e sono andato a lavorare in fabbrica a fare l'operaio metalmeccanico. Il lavoro che sto facendo da quasi 18 anni.

Adesso grazie al Governo Monti e alla riforma delle pensioni del Ministro del Lavoro Fornero, non andrò più in pensione a 60anni con 40 anni di contributi, ma a 65 anni, con 45 anni di contributi. Il ministro del Lavoro Fornero ha definito la riforma delle pensioni, equa, anche se mi deve spiegare cosa c'è di equità a fare lavorare un operaio in fabbrica 5 anni in più. Sono partito da questo esempio, per dirvi, che lo Stato oltre a chiederci di lavorare così tanto tempo, ci dovrebbe anche garantire di tornare a casa vivi la sera, dopo una dura giornata di lavoro. Mi rivolgo al Ministro dell'Istruzione Profumo: faccia un decreto, perché la sicurezza sul lavoro, sia inserita come materia d’insegnamento fin dal prossimo anno scolastico, a partire dalle scuole elementari come si fa in Francia, perché qui si parla tanto di mancanza di cultura della sicurezza sul lavoro, ma se non viene insegnata fin da piccoli, come pensiamo possa essere trasmessa da grandi. Inoltre, non dimentichiamocelo mai, gli studenti di oggi saranno i lavoratori e gli imprenditori di domani.

Mi rivolgo al Ministro del Lavoro Fornero, ripristini le norme per la sicurezza sul lavoro, volute dall'allora Governo Prodi con il testo unico per la sicurezza sul lavoro (Dlgs 81/08) e stravolte dall'ex Ministro del Lavoro Sacconi, con il Dlgs 106/09 (decreto correttivo), che tra le tante cose negative ha dimezzato le sanzioni ai datori di lavoro, ai dirigenti, ai preposti, in alcuni casi ha sostituito l'arresto con l'ammenda, ha introdotto la "salva-manager".

Mi rivolgo al Ministro dell'Interno Cancellieri, per cortesia, aumenti le pene per i responsabili delle morti sul lavoro. Se non sbaglio, per il reato di omicidio colposo, la pena varia da 2 a 7 anni, ma molto spesso i datori di lavoro se la cavano con pene molto più basse o peggio con la prescrizione. Quando ciò accade, per i familiari è come se il loro caro fosse morto una seconda volta.

Inoltre non dimentichiamoci anche di tutti i lavoratori che muoiono ogni anno per malattie professionali e di tutti i lavoratori che rimangano invalidi, senza un braccio, senza una mano, senza una gamba, senza un piede o paralizzati. E infine, un invito voglio rivolgerlo alle associazioni, ai sindacati, ai partiti politici, alle Istituzioni e ai mezzi d'informazione: la si smetta di chiamare queste morti, con il termine "morti bianche" e "tragiche fatalità" Queste morti non hanno nulla di bianco, e non sono mai delle tragiche fatalità, ma sono dovute al non rispetto delle minime norme di sicurezza sul lavoro.

Marco Bazzoni

Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza

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Il reddito promesso, il reddito frainteso. Brevi note sulla proposta di legge S1481 a firma Ichino + altri

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Riflessioni sulla proposta Ichino della riforma del mercato del lavoro e la questione del reddito garantito

redditoLa strada imboccata con decisione dall'Esecutivo Monti verso la riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali non mancherà a breve di tradursi in proposte e articolati di legge concretamente valutabili. Ad oggi possiamo confrontarci con semplici dichiarazioni alla stampa, allusioni in trasmissioni televisive, generici programmi di riforma. La concentrazione del dibattito sul "superamento" della tutela reale prevista dall'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, nonché la forte esposizione mediatica recentemente rafforzata del Senatore PD Pietro Ichino, lascerebbero però pensare che la vera bozza legislativa allo studio del Governo sia modellata sulla proposta di legge n.1481 depositata in Senato (a firma Ichino + altri),  intitolata "disposizioni per il superamento del dualismo del mercato del lavoro, la promozione del lavoro stabile in strutture produttive flessibili e la garanzia di pari opportunità nel lavoro per le nuove generazioni".

Una riflessione un poco più ravvicinata su questo disegno di riforma sarà quindi utile per contribuire criticamente allo sviluppo del dibattito. La decisione del Governo di intervenire sulla materia spinosa e magmatica del mercato del lavoro non può giustificare, infatti, una levata di scudi a difesa dell'esistente. Occorre prendere atto la via su cui lo sviluppo dei rapporti sociali pare già incamminato condurrà naturaliter all'esaurimento delle garanzie consolidate del diritto del lavoro (e in primis della tutela reale contro il licenziamento), nonché anche al progressivo estinguersi della tutela pensionistica come forma specifica di assicurazione contro la vecchiaia. Rispetto alla condizione sociale di milioni di lavoratori (non più così giovani, ormai) dispersi in micro-imprese in appalto, cooperative, datori di lavoro capaci di offrire soltanto contratti a termine o a progetto, non ha più un significato concreto il richiamo all'articolo 18; e lo stesso può già dirsi per la previdenza pubblica, resa incapace dalle riforme degli ultimi anni di fungere da garanzia tangibile per la dignità della persona nella fase di riposo dalla vita lavorativa. Non c'è spazio dunque per la difesa dell'esistente, c'è un bisogno pressante, al contrario, di nuovi diritti e nuove tutele. Da questo punto di vista il ddl menzionato, sicura fonte di ispirazione per l'azione del Governo, merita di essere valutato attentamente quanto meno per l'effetto di rottura dall'inerzia che promette di produrre.

Il puto cruciale della nuova disciplina proposta sta nel superamento dei vincoli alla cosiddetta flessibilità in uscita (licenziamenti più "facili", dunque), in cambio di una sostanziosa indennità di disoccupazione della durata di quattro anni, pari al 90% dell'ultimo salario percepito nel corso del primo anno, e poi a scalare pari all'80, al 70 e al 60 per cento negli anni successivi al primo. Inoltre il lavoratore licenziato gode al momento dell'interruzione del rapporto lavorativo di una buonuscita una tantum pari a una mensilità di salario per ogni anno di anzianità aziendale. Questo nuovo regime caratterizzato da ammortizzatori sociali sensibilmente più generosi di quelli oggi disponibili si applica solo ai lavoratori che siano riusciti a superare un anno di anzianità di servizio all'interno di una stessa azienda. In cambio di questa maggiore generosità nell'accesso al sussidio il disoccupato deve acconsentire a stipulare un accordo di ricollocazione con una apposita agenzia privata, che gli eroga il sussidio (anche con proprie risorse, aggiuntivamente alle risorse provenienti dal sussidio oggi a carico dell'INPS) e che ha un interesse economico a situare velocemente il lavoratore in un nuovo contesto produttivo.

Su questo disegno di riforma, qui velocemente tratteggiato, si rassegnano di seguito alcune brevi osservazioni.

1)     Il progetto di legge in oggetto mira ad introdurre una semplificazione del mercato del lavoro mediante una drastica riduzione delle forme contrattuali esistenti. Sia le forme contrattuali subordinate che quelle parasubordinate dovrebbero confluire nel nuovo "contratto di transizione" destinato a diventare forma contrattuale tendenzialmente unica per tutta la popolazione attiva e in posizione economicamente dipendente. Resterebbero in vigore soltanto i contratti a termine (ma ridotti nel numero perché ricondotti alla presenza di esigenze produttive realmente temporanee), alcune forme di lavoro interinale e forse l'apprendistato. La proposta di un "contratto unico" è stata avanzata anche da altri commentatori (primi fra tutti Boeri e Garibaldi) ed apre una prospettiva interessante e da discutere in modo costruttivo. Il rischio sotteso a simili progetti è quello di una eccessiva astrazione dai reali rapporti produttivi, poiché se è vero che negli ultimi anni il legislatore si è spinto decisamente troppo in là nell'invenzione di tipologie contrattuali sempre nuove, è vero anche che imporre a forza un unico modello contrattuale a un mercato del lavoro che comunque esprime un'esigenza di flessibilità potrebbe non essere rispondente alle reali esigenze dei produttori. Forse perché consapevole di questi rischi la proposta Ichino (diversamente da quella Boeri-Garibaldi che impone il "contratto unico" ope legis a partire da una certa data e per le nuove assunzioni) lascia alla contrattazione collettiva (e individuale) la scelta per il nuovo "contratto di transizione", scommettendo sulla sua convenienza per imprese e lavoratori.

2)     Il disegno di riforma prevede dunque un progressivo ampliamento del nuovo strumento contrattuale, una sua applicazione a macchia d'olio, fino all'integrale sostituzione di tutte le forme contrattuali vigenti. Anche qui si vede una certa astrattezza di impostazione, che non tiene conto delle specificità talora spiccate dei vari contesti produttivi. In particolare non è ben chiara la convenienza per le piccole imprese (sotto i 15 dipendenti) a entrare nel nuovo regime. Se infatti per le grandi imprese l'interesse sta nel superamento della tutela reale contro i licenziamenti prevista dall'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, lo stesso non può dirsi per le unità produttive più piccole. Il ddl prevede infatti, a vantaggio delle sole imprese sotto i 15 dipendenti, il versamento di un contributo statale in favore dell'agenzia di ricollocamento - vi è dunque un trasferimento di risorse pubbliche per incentivare  l'attivazione di uno speciale rapporto contrattuale di natura privatistica tra il dipendente licenziato e l'agenzia di ricollocamento. Ma pur con questo incentivo non è per nulla certo che la piccola impresa trovi conveniente abbandonare il regime esistente fondato su contratti a termine, forme parasubordinate, precariato. E' dunque assai probabile che il nuovo "contratto di transizione" non riesca a raggiungere la semplificazione sperata, ma che al contrario finisca per un creare un'ennesima figura contrattuale - modulata sugli interessi della grande impresa - da affiancare a tutte le altre oggi esistenti.

3)     Il proposito della riforma è quello di superare il dualismo del mercato del lavoro, caratterizzato - secondo quanto si dice nella relazione introduttiva - da una vera e propria apartheid tra lavoratori protetti e lavoratori precari che portano da soli tutto il peso della flessibilità. La risposta che si tenta di dare a questa condizione sta nella creazione di una forma di tutela uniforme, che si colloca a un livello "mediano" rispetto alla polarizzazione oggi esistente. Rispetto a questa analisi, ancora una volta, è forse il caso di delineare un'immagine più realistica della realtà del lavoro nel nostro paese, che non è tanto caratterizzato da un dualismo, quanto piuttosto da una moltiplicazione indefinita delle posizioni, fino quasi a un'individualizzazione della situazione di ciascuno. E anche qui: se in parte vi è stata una cedevolezza eccessiva da parte del legislatore alle esigenze dell'impresa, in parte questa situazione è anche lo specchio fedele di una produzione che si è fatta "liquida", non catalogabile, irriducibile a macro schemi unificanti. Non di dualizzazione, dunque, si deve parlare, piuttosto di propagazione indeterminata di rapporti contrattuali sempre diversi e cangianti (forse la condizione singolare di ciascuno è ancora più ricca rispetto alla pur abbondantissima offerta legislativa di ben 44 forme contrattuali ammesse). Mettere un programmatore di computer nella stessa casella del fattorino ed entrambi loro in quella della colf o dell'operaio edile rischia di essere un'iniziativa velleitaria e disperata. Siamo dunque destinati alla balcanizzazione delle tutele e delle società? Niente affatto, il punto sta nell'accordare un livello universale di tutele che faccia da contraltare alla molteplicità delle esperienze contrattuali individuali. Con alcune garanzie forti, valide per tutti e introdotte per legge (e non con la sempre più fragile contrattazione collettiva), si potrebbe guardare alla segmentazione esistente con meno allarme, perché sarebbero esclusi alla radice i rischi di dualizzazione.

4)     Le tutele universalistiche da introdurre per legge sono la previsione di un salario minimo orario (che il ddl S1481 non contempla, ma che è oggetto di altro ddl degli stessi proponenti), di sostegni formativi e in generale welfaristici per i lavoratori in fase di transizione occupazionale, di una tutela compiuta ed efficace del reddito in tutte le fasi della vita produttiva e non. Solo quando sarà realizzato questo obiettivo di "dare forza" al cittadino produttivo anche fuori e oltre la sfera lavorativa, si potrà dire superata la condizione di precarietà esistenziale che oggi affligge gran parte della popolazione più o meno giovane. Occorre insomma rendere garantito per il lavoratore, anche fuori dal rapporto contrattuale con l'impresa, un livello minimo e intangibile di diritti, così da portarlo a un livello di sostanziale parità con l'imprenditore nel momento della contrattazione delle condizioni di lavoro (e senza più timori, a questo punto, per la fioritura esasperata di modelli contrattuali diversi). Un incontro finalmente alla pari tra domanda e offerta di lavoro potrebbe dare luogo a dinamiche sociali fortemente innovative, capaci di coniugare le esigenze di flessibilità delle imprese con le incomprimibili (e rigide) esigenze vitali dei cittadini lavoratori.

5)     Il ddl in questione, occorre dirlo, è totalmente refrattario rispetto a questo nuovo e urgente obiettivo di crescita civile e sociale. Nonostante il richiamo alla flexicurity scandinava, la riforma è saldamente ancorata alla concezione - prevalentemente diffusa nei paesi anglosassoni - del welfare to work, che viene peraltro proposta in una forma coercitiva raramente riscontrabile nei paesi europei. Siamo qui assai distanti da quell'ipotesi patrocinata dai giuslavoristi più avvertiti (il più eminente dei quali è forse Alain Supiot, ma qui da noi si veda pure Massimo Paci o anche Massimo D'Antona) di rispondere alla crisi del lavoro, andando "al di là del lavoro", cioè fornendo riconoscimento e garanzie alle attività oggi considerate extramercantili ed extralavorative. Al contrario la proposta in commento mira a stringere i vincoli sul lavoro mediante una più intensa mercificazione e  un più veloce turnover della forza lavoro da un settore all'altro o da un impiego all'altro. In cambio di una relativa sicurezza in termini di reddito e in termini sociali, il lavoratore si presta a una totale disponibilità nei confronti del datore di lavoro (che può licenziarlo senza giusta causa monetizzando la sua uscita dall'impresa) o dell'agenzia di ricollocamento (che può a sua volta allontanarlo se non viene accettata una proposta di impiego). Occorre infatti chiarire che l'agenzia di collocamento (pur avocando a sé la funzione finora di natura pubblicistica svolta dai Centri per l'Impiego) agisce con strumenti senz'altro privatistici ed è  orientata al profitto (prima riesce a ricollocare il lavoratore e più guadagna); il rapporto che la lega al lavoratore licenziato è di diritto privato, esercita su di lui un potere direttivo e può licenziarlo a sua volta se il lavoratore non si mostra abbastanza disponibile. Non è preso in considerazione nel progetto di legge alcun parametro idoneo a definire la "congruità" della proposta di impiego offerta al lavoratore dall'agenzia (anche se su questo aspetto non è da escludere lo svilupparsi di una contrattazione collettiva di un certo interesse), e ciò perché se il lavoratore lo desidera può sottrarsi dal rapporto che lo lega con l'agenzia (e in tal caso, se ne ha diritto, continuerebbe a percepire il sussidio di disoccupazione pubblico). L'effetto finale della riforma sarebbe però di fatto quello di consegnare anche i sussidi esistenti (magri certo, ma pur sempre a carattere pubblico) nelle mani dell'agenzia privata. Di fatto, anche se il "contratto di transizione" prevede tutele crescenti al protrarsi del rapporto, è facile ipotizzare un uso strumentale e distorto nel nuovo potere di licenziamento offerto alle imprese, che risulterebbero incentivate a modificare continuamente la composizione della forza lavoro per eludere i maggiori oneri conseguenti all'allungamento del periodo di presenza del lavoratore all'interno dell'azienda. Non sembra peregrina l'eventualità di una strategia aziendale improntata a una gestione "duale" della manodopera, con un nucleo di lavoratori fissi e di fatto inamovibili, da affiancare a un segmento in continua fuoriuscita dopo brevi esperienze occupazionali.

6)     Comprensibilmente in questo disegno non c'è spazio per un'idea esigente di reddito minimo - e questo non perché, banalmente, un tale proposito sarebbe fuori tema rispetto all'oggetto specifico del ddl in questione. Il tema del reddito minimo come diritto soggettivo (e in generale quello dei diritti sociali di cittadinanza) non c'è perché scardinerebbe tutta la filosofia dell'intervento: se il disoccupato potesse svicolarsi dal rapporto contrattuale con l'agenzia e transitare in un sistema di garanzia pubblico più liberale e adeguatamente generoso, non vi sarebbero margini plausibili per l'accettazione e la diffusione del "contratto di transizione".

In definitiva l'elemento di criticità che più vistosamente emerge dalla lettura della proposta risiede nel feticcio della ricollocazione a tutti i costi, rapida ed efficiente del lavoratore disoccupato, come se la mera introduzione di incentivi economici  e di criteri d'azione imprenditoriali in luogo di quelli pubblicistici potesse da sola tenere luogo a una politica industriale degna di questo nome. La risposta alla crisi produttiva e alla conseguente moria di posti lavoro sta dunque nella mera attivazione, su un piano volontaristico, dell'attitudine del lavoratore a rendersi disponibile a nuove esperienze formative e/o  di impiego. Si dovrebbe vedere abbastanza chiaramente l'insufficienza di tale impostazione. Di fronte alle minacce di una povertà di massa, esposti ai venti di una crisi galoppante, nella spirale di provvedimenti che conducono allo smantellamento della tutela pensionistica, la prima e irrinunciabile esigenza per la preservazione dei nostri sistemi sociali sta nella garanzia universalistica, di base, tendenzialmente incondizionata dei mezzi di esistenza. Adempiuta questa assoluta priorità si potrà affrontare forse più serenamente il capitolo della riforma del mercato del lavoro.

tratto da http://www.bin-italia.org

dicembre 2011

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 28 Dicembre 2011 22:07

La Lega Nord, emblema vivente della casta italiana

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lega_castaIl repentino avvicendamento di governo ha messo in evidenza alcune caratteristiche della classe politica che ci governa. Esse possono essere individuate attraverso l’accostamento di due fenomeni: l’intesa parlamentare tra Pd, Pdl e Terzo Polo attorno all’esecutivo Monti e il ritorno all’opposizione della Lega. Quest’ultimo avvenimento, in particolare, sembra poter aprire la strada a un recupero del consenso popolare da parte di questo partito, che nel corso degli ultimi mesi aveva raggiunto, da questo punto di vista, i minimi storici. Cresciuto negli anni Novanta attorno alla protesta dei piccoli e medi proprietari contro le tasse imposte da Roma, e radicatosi negli ultimi quindici anni nei quartieri operai di molte città settentrionali grazie alla sua indisponibilità strategica ad adottare i linguaggi del “politically correct”, questo movimento sembrava ormai divenuto la stampella di un governo corrotto e inefficiente, e di quella “Roma ladrona” che aveva a lungo indicato come il nemico.

La nuova situazione politica cade a fagiolo per togliere la Lega dall’imbarazzo. Attraversata da un pesante malcontento nella base, lacerata all’interno a causa della fronda capeggiata dall’ex ministro Maroni e dal sindaco di Verona Tosi, la Lega si trova improvvisamente nella sua condizione ideale: politicamente isolata, è in parlamento a votare no, opponendosi all’inciucio romano più grande di sempre, quello che accomuna ex comunisti, ex fascisti, ex democristiani e berlusconiani nel lavoro sporco di togliere denaro a chi lavora per regalarlo al sistema parassitario della finanza internazionale. La Lega, fino a ieri stampella dell’incarnazione più scandalosa della “casta” può oggi denunciare il complotto che essa ordisce ai danni degli italiani, e in particolare (a suo dire) del Nord. Mentre quasi tutte le forze politiche rinunciano a rappresentare interessi sociali diffusi in favore di discorsi ideologici sui sacrifici da compiere, la Lega mette in scena la sua rinuncia a un ruolo politico in questo processo, pur di non rendersi corresponsabile di un attacco senza precedenti ad alcuni dei suoi principali referenti sociali.

La Lega interpreta la mancanza di consapevolezza, in larghe fasce popolari, di quali siano le ragioni effettive della privazione economica e sociale cui siamo sottoposti. Per contrastare il suo radicamento nei territori non è sufficiente la critica, per quanto intelligente o accesa, della sua xenofobia; l’opposizione meramente antirazzista alla Lega, anzi, ha mostrato in modo preoccupante alcuni lati deboli in questi anni. Una simile critica è fortemente radicata nella parte più istruita della popolazione: studenti universitari e dei licei (meno negli istituti tecnici), lavoratori della conoscenza e della cultura, mondo accademico, scientifico e dello spettacolo. L’apparire la Lega un partito lercio, culturalmente arretrato e portatore di contenuti rozzi ne fa sovente l’obiettivo polemico di chi non può evitare di sbandierare la propria “cultura” senza usarla, mentre attira pericolosamente a questa formazione le simpatie di chi magari istruito è meno, ossia di chi è legato – sul versante commerciale o imprenditoriale, ma anche operaio – al mondo del lavoro inteso in senso stretto o tradizionale, o allo scenario esistenziale del quartiere e della periferia.

Si noti che, molto spesso, la critica alla Lega è consistita nel ripetere con tono scandalizzato le frasi stesse dei suoi esponenti: “Ma vi rendete conto?! Hanno detto che…”. A queste critiche, la Lega ha sempre risposto sorridendo e sfregandosi le mani. Pubblicità gratis: il messaggio non era stato confezionato in quel modo per stupidità o per caso, ma per ottima (e persino facile) intuizione circa i flussi linguistici che avrebbero assicurato più voti, cioè più potere. La Lega è il primo movimento post anni di piombo ad aver additato un assetto istituzionale, la “casta” romana appunto, come nemico, cogliendo una distanza tra paese reale e politica istituzionale che in Italia ha radici profondissime, precedenti addirittura la fine dei partiti di massa. La sinistra storica che, attraverso tutte le trasformazioni dei relitti del PCI, ha invece insistito sulla centralità del mondo istituzionale, non ha avuto grandi argomenti contro la Lega, contrariamente a ciò che ha sempre (spocchiosamente) creduto; ed ora che credeva la Lega stessa si fosse suicidata, logorandosi per l’amicizia fatale con Berlusconi (quasi a rimediare ai deficit irrimediabili dei ceti politici “illuminati” del Belpaese), rischia di restare delusa. È lei stessa – la “sinistra” dei sacrifici, quella di retrograda e berlingueriana memoria – a imporre e giustificare sofferenze sempre meno accettabili per le masse precarie, mentre la Lega denuncia facilmente l’inaccettabilità di queste misure con un occhio agli operai e piccoli imprenditori del nord.

Come opporsi, in questo contesto, a una nefasta ripresa di consenso per la Lega? Non è un compito impossibile, ma occorre essere in grado di (ed essere sufficientemente credibili per) smascherare questo tipo di operazione per quello che è. La Lega non è soltanto parte della casta, ma è la quintessenza e l’emblema della casta italiana. Approfitta di tutti i privilegi che la caratterizzano, permettendosi anche il lusso di atteggiarsi ad agente politico ad essa esterno. Che cos’è, in verità, la “casta”? Essa non si definisce come gruppo sociale chiuso o impermeabile; è un elemento socialmente privilegiato che necessita, per esistere, del suo contrario – cioè di quella parte della società che della casta non fa parte. L’essenza di una casta non è nella sua impenetrabilità, perché i suoi membri cambiano sempre, continuamente: essa ha come obiettivo la propria autoconservazione come organo politico e sociale, non quella della sua composizione specifica, contingente; è uno spazio che deve continuare ad esistere perché sempre nuove minoranze vi possano attingere privilegi. (E non è certo la matrice, né l’unico bacino del privilegio; è un tassello del vasto ingranaggio dell’accumulazione sociale del privilegio, che ha ben altre radici. Né – la storia continua a dimostrarlo – dei meccanismi di “casta” è semplice disfarsi, anche durante o dopo le rivoluzioni).

Sbaglia quindi chi crede che l’esistenza di una casta parlamentare, in Italia, sia sintomo di un deficit di democrazia parlamentare, o si eviterebbe con più democrazia parlamentare. Là dove la cricca dei privilegiati della politica forza le procedure formali della democrazia o esibisce, tronfia, i suoi agi, la casta è, anzi, in pericolo: la possibilità della sua esistenza si basa in effetti sull’inganno e sulla dissimulazione, sul suo nascondersi dietro le procedure anche corrette di una presunta democrazia, che è tale formalmente, ossia nominalmente. Una casta sana, che può sopravvivere cento o mille anni, è una casta che non appare tale: meglio ancora, una casta che interpreta i bisogni di cambiamento e di critica del privilegio. Soltanto fino a poche settimane fa la Lega governava l’Italia, promuovendo e giustificando, attraverso i suo ruolo di governo nazionale e locale, le grandi truffe ai danni della collettività nei rapporti tra politica, banche e impresa in Italia, e nei rapporti tra debiti più o meno sovrani nel consesso internazionale. Oggi, improvvisamente, si scopre forza d’opposizione al “malaffare” che essa stessa è ed è stata, alle sanguisughe che essa stessa ha creato, allevato e difeso, al sistema decrepito che essa stessa ha gestito per dieci anni e, attraverso regioni e comuni, gestisce tuttora.

La capacità del ruffiano è – nel suo ambiente ideale, che è la politica – voltare gabbana con una rapidità e una nonchalance tali da frastornare l’opinione pubblica, ignorando ed esorcizzando ridicolo e patetico con l’autocontrollo della faccia tosta. I leghisti, politicanti di professione, hanno questa capacità esattamente come i democratici, i rifondaroli (ricordiamo le politiche dei governi Prodi) i berlusconiani, i post-fascisti o i democristiani, ma loro peculiarità è esibire ostilità alla “casta di Roma”. È su questo elemento che occorre insistere oggi, in un nuovo e più efficace processo di critica alla Lega come partito; attaccarla esclusivamente per la sua xenofobia rischia di non indebolirla abbastanza. I diseredati sociali e le tante vittime della crisi che troveranno nella retorica leghista un punto di riferimento sono redimibili esclusivamente nella misura in cui è possibile far aprire loro gli occhi su ciò che hanno di fronte e non vedono, perché è troppo evidente. La Lega non può che essere, come ogni partito moderno, sulle poltrone governative soltanto a intermittenza; ma è parte della casta nel suo ruolo operativo generale, nel suo inganno quotidiano in favore dell’ingranaggio complessivo del privilegio della politica, anche e soprattutto quando è all’opposizione, pronta ad approfittare lautamente e parassitariamente dei vantaggi (anche volgarmente economici) del potere alla prossima occasione. Bacino di raccolta della rabbia sociale, convogliata genericamente contro vaghe plutocrazie o contro settori specifici del lavoro salariato o della disoccupazione (i migranti, ma non solo), è pronta a convogliarla nel parassitismo dei palazzi romani o delle amministrazioni e delle lobbies locali, come ha già fatto più volte e fa tuttora.

Non è un caso che i leader principali del versante maggiormente anti-berlusconiano della Lega, Maroni e Tosi, abbiano all’attivo la gestione più soffocante e brutale dell’ordine pubblico che l’Italia ricordi in tempi recenti: che si tratti delle politiche contro i migranti, gli omosessuali o gli spazi occupati a Verona, o delle manganellate sui tunisini a Lampedusa e dei lacrimogeni lanciati a tonnellate contro la popolazione “nordica” della Val Susa, i membri della casta confermano la propria essenza quando sperimentano l’ascesa di fenomeni sociali anomali, imprevisti o conflittuali, difficilmente governabili all’interno dell’organizzazione presente delle cose, e in particolare della rappresentanza politica. Se la casta ha bisogno del suo contrario per sopravvivere depredandolo, non può smettere di combatterlo; giacché il suo contrario contiene le forze sociali in grado, potenzialmente, di decretarne la fine. Ecco perché, come già accadde con il fascismo, la forza e la radicalità dei movimenti può essere in grado di sgonfiare tali fenomeni cerchiobotteschi e paraculi anche e soprattutto compiendo la propria semplice opera storica: procedere al sabotaggio dell’attuale organizzazione generale della politica. Rimarrà una priorità togliere e non concedere spazi di agibilità alla Lega nelle nostre città; ma la creazione di spazi di conflitto sociale sarà la ricetta principe per togliere alla Lega ossigeno politico e possibilità di rilancio sociale e riciclo istituzionale.

tratto da www.infoaut.org

24 dicembre 2011

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Milleproroghe: la proroga sugli sfratti non comprende la morosità incolpevole

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casadirittoIl Consiglio dei Ministri, ha approvato nel pomeriggio il decreto Mille Proroghe. Come già anticipato confermate senza tagli le missioni di guerra all’estero. Il testo contiene inoltre la proroga al 31 dicembre 2012 dell’esecuzione degli riguardanti però non meglio specificate categorie disagiate e non le famiglie colpite da incolpevole. “Limitare la proroga delle esecuzioni alla sola tipologia della finita locazione è come voler spargere un po’ di disinfettante su una gamba in cancrena”, così l’Unione Inquilini ha giudicato il provvedimento.  Ascolta il commento di Walter De Cesari dell’Unione Inquilini.

Ascolta il commento anche di Paolo DiVetta, Blocchi Precari Metropolitani di Roma.

tratto da http://www.radiondadurto.org

24 dicembre 2011

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Ultimo aggiornamento Sabato 24 Dicembre 2011 16:27

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