La storiella si ripete, Prima con le pensioni ora con l’art.18.
In realtà chi vorrebbe scardinare o sterilizzare l’art 18 imputato e reo confesso per quanto riguarda l’ impossibilità al licenziamento, dovrebbe fare i conti con la Legge 15 luglio 1966 n. 604 Norme sui licenziamenti individuali modificato della legge 4 novembre 2010
- All’art 1 così recita :……( omissis) licenziamento del prestatore di lavoro non può avvenire che per giusta causa o per giustificato motivo ……..
- che si applicano anche ai dirigenti art 2 comma 4
- e all’art 5 continua L’onere della prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento spetta al datore di lavoro. e via di questo passo
Questo nonostante la sterilizzazione effettuata a pieni mani da Sacconi e compagnia ( e con l’ausilio e l’avvallo di CISL e UIL e il far finta di niente della CGIL)
Quindi tutto questo indica che l’art 18 in realtà è solo uno specchietto delle allodole. Un totem appunto, caduto il quale si aprirà una voragine. E’ la legge 300 tutta intera, infatti, il vero obbiettivo E’ questa il terreno delle invasioni barbariche.
Infatti, al di là degli aspetti giuridici, la battaglia che si sta conducendo a partire da Ichino che è il cavallo di Troia all’interno dello schieramento della cosidetta “sinistra” , ma in realtà da tutta la destra ( ricordate Berlusconi del 1994 ?) gli argomenti portati per screditare l’art 18 non hanno nessun fondamento , né credibilità alcuna.
Vediamoli punto per punto
- Si dice che l’art 18 frena la crescita. A supporto di tale tesi viene spiegato che le aziende vorrebbero aumentare il loro giro d’affari, ma poiché sono tutte sul filo dei 15 dipendenti, e poiché hanno paura che dopo, nel caso dovessero diminuire il giro d’affari , si dovrebbero tenere sul groppone i dipendenti assunti, evitano. Ciò non consente quindi l’aumento della produzione.
- La precarietà ( ricordiamo che tutti coloro che oggi indicano come il male la precarietà sono per la maggior parte coloro che a partire dalla legge Treu l’hanno indicata come il toccasana per l’economia italiana) può essere sconfitta con il contratto unico. Ossia tutti assunti a tempo indeterminato con la possibilità di essere licenziati dopo tre anni( ma allora che tempo indeterminato è? tutti precari , quindi, almeno per tre anni) Il datore di lavoro si impegna mantenere il lavoratore licenziato con quote di salario a scalare fino al terzo anno. Dopo di che Amen.
- L’art 18 della legge 300 è una anomalia tutta italiana. Negli altri paesi europei non esiste. L’Europa ci chiede di adeguarci.
- La precarietà si combatte licenziando gli anziani e liberando posti per i giovani
Questa posizione contiene più cose non vere.
La prima
Si immagina una situazione e si prospetta una situazione economica di leggera flessione per cui basta che qualche piccola fabbricha aumenti un pò la sua produzione e l’economia crescerà. Come si sa, non è così. E non è così perché non si ricorda che il credito è fermo anzi stagnante e ammesso che la fabbrichetta voglia aumentare la produzione non gli basta solo assumere, ma ha bisogno di credito per comprare le materie prime , mezzi di produzione ed infine assumere. E si presuppone che le merci prodotte trovino uno sbocco. Ma non si dice che siamo in crisi profonda, siamo in recessione con un calo del PIL previsto dal 1,5 al 2% che è una cosa immane,che i salari sono al di sotto del minimo di sopravvivenza, che i consumi sono in netta regressione, e non vi è mercato per le merci prodotte, l’esportazione per noi è impossibile visto i livelli dei paesi BRIC, che il mercato è in crisi di sovrapproduzione, e quelle merci rimarrebbero fermi nei magazzini, invenduti. Nessuno mai si sognerebbe di assumere in queste situazioni, e infatti non si assume più nemmeno a tempo determinato e precario.
La seconda
Dall’affermazione di cui sopra si evince che tutte le piccole e medie aziende, o una loro gran parte, siano sui 14 dipendenti o giù di li, e che quindi sono li per li per entrare nel girone della morte dei 15 dipendenti, limite fissato dall’art 18. Altra menzogna.
A gennaio 2010 l’ISTAT ha censito che la media delle aziende italiane ha 4 dipendenti, dico quattro e le imprese con meno di 10 addetti,rappresentano il 94,8%.
Quindi di cosa si sta parlando?
La terza
Ma se è vero che è l’impossibilità a licenziare ( ed ho dimostrato che questo non è vero ma se lo fosse lo sarebbe solo per il 5,2 aziende . Una assoluta minoranza) a determinare il blocco alla crescita e contemporaneamente all’aumento della precarietà, perché non si aumenta il salario dei precari tanto da potersi autonomamente provvedere a pagare i contributi, perché non gli si riconosce ferie, malattia, maternità ecc ecc i diritti che i garantiti(sic) hanno, perché non si riconoscono tutti i contributi versati senza limite di continuità. Si avrebbe così la libertà di licenziare , la flessibilità ( in Italia si hanno ben 43 forme di contratti atipici . Questa è la vera anomalia italiana) e nello stesso tempo si lenirebbe i disagi della precarietà. Ma di questo non si parla perché non è questo il contendere. Non sono i precari, per loro , il problema, ma lo specchietto delle allodole, Come quando attaccavano le pensioni.
La quarta
L’art 18 della legge 300, suffragata dall’art 1 della legge 604 del 1966 impedisce il licenziamento senza giusta causa e giustificato motivo. Cioè tutti quei licenziamenti che l’imprenditore potrebbe fare per motivazioni che vanno oltre i giustificati motivi ed interessi primari della impresa. Se una azienda subisce un calo dell’attività produttiva, per qualsiasi motivo , per contingenza , per crisi di settore o di mercato, cioè in qualsiasi caso in cui la prestazione di quel o quei lavoratori non giustificano il loro mantenimento in azienda, non vi è nessun art 18 che tenga, nessun giudice che possa costringere il contrario. D’altronde se l’imprenditore non ha spirito persecutorio per quel lavoratore licenziato , non dovrebbe avere nessun timore di questa legge.
La quinta
In sostanza si capisce bene che il contratto unico altro non è che egualitarismo al ribasso. Visto che vi sono i precari e i garantiti( sic) allora facciamoli diventare tutti precari. E’ più semplice no?
Ma l’altro assioma falso è che si presuppone che entro i tre anni il lavoratore possa trovare un lavoro. Ichino , asserisce , che vi saranno tutta una serie di uffici statali, o agenzie di ricollocamento che potranno consentire di riqualificare e ricollocare l’ex lavoratore, nei tre anni. Ma allora se così è, o sarà, perché la Fornero non incomincia da subito a far funzionare questi uffici ed agenzie? E non si capisce come mai , visto che il tasso di disoccupazione in Italia è uno dei più alti in Europa, non si da spinta alla nascita di questo toccasana scoperto da Ichino? Se diventa necessario che queste agenzie funzionino che le si facciano funzionare da subito senza aspettare l’eliminazione dell’art 18( e in contemporanea anche l’art 1 della legge 604/66) che interesserebbero solo una minoranza di lavoratori e per giunta licenziati per evidenti e manifeste discriminazioni.
La sesta
Ma il clou della legge Ichino e Fornero sta nell’assioma totalmente falso. Poichè questa legge funziona in Danimarca, e negli altri paesi d’europa, non si vede perché non debba funzionare anche in Italia. Intanto non si dice come funzionano i servizi sociali , il welfare in Danimarca, l’assistenza all’infanzia,agli anziani, il costo della casa,dei trasporti, il salario minimo garantito ecc ecc. Insomma il contesto sociale. Ma si estrapola solo ciò che fa comodo, e non si dice nemmeno che proprio quest’anno il nuovo governo danese sta pensando di modificare proprio questa legge del contratto unico e proprio sulla parte della flessibilità in uscita. Chi perde il lavoro negli altri paesi d’europa riceve assistenza e un salario minimo garantito, i suoi figli continuano ad andare a scuola, le università sono realmente gratuite ed accessibili, la casa è garantita ad un affitto quasi ridicolo. E questo per tutti i lavoratori licenziati
La settima
E’ molto strano, ma si sa chi dice le bugie deve avere anche una memoria lunga. Ma per le pensioni ci hanno detto che allungando l’età pensionabile si sarebbe dato una prospettiva di lavoro e quindi diritto alla pensione per i giovani. Cioè gli anziani devono lavorare di più e visto che nuovi posti di lavoro non se ne creano, i giovani non possono che stare alla finestra ad aspettare. Qui si che sarebbe utile far andare in pensione gli anziani prima, magari con l’obbligo, per i datori di lavoro, di assumere giovani precari. Ora invece ci dicono che invece di far andare in pensione gli anziani, li licenziamo così da liberare posti di lavoro. Ed ecco che il gioco è scoperto!
Naturalmente stanno giocando con carte truccate, e lo scopo finale è quello , non tanto o non solo della libertà del licenziamento , che come abbiamo visto è già oggi possibile, e le cronache ce ne danno dimostrazione giornalmente, quanto quello di mettere i lavoratori sotto scacco, eliminare tutti gli strumenti giuridici, sindacali, legali, per un minimo di protezione sociale. Più il lavoratore italiano è senza diritti e senza difesa più assomiglierà agli immigrati clandestini più si ingrosserà l’esercito di riserva.
tratto da http://www.reset-italia.net
21 dicembre 2011




Per convincerli a rimandare una decisione già presa li hanno fermati all’entrata uno ad uno, i sindaci e i rappresentati dei Comuni della provincia di Bologna. Ma sono stati in pochi a fermarsi per ascoltare i manifestanti dei comitati per l’acqua pubblica. La maggioranza dei sindaci ha invece preferito tirar dritto. Quando ad entrare sono stati l’assessore provinciale all’ambiente Emanuele Burgin e la presidente della Provincia Beatrice Draghetti, sono volati gli insulti e qualcuno ha anche urlato “Ladri, ladri”. E’ iniziata così, tra l’imbarazzo di molti, la riunione di Ato 5, l’autorità che tiene i rapporti con Hera, multiutility a maggioranza pubblica che gestisce il servizio idrico locale.
La Fornero insiste, ma il fronte mediatico che doveva sostenerla traballa. Colpa anche sua, supponente e sabauda com'è, che ieri ha attaccato frontamente i giornalisti in casa loro.
Si chiude così la Cig Italia Francia, trovato l’accordo. Cig non è una parolaccia, nè un gioco di ruolo a cui i due Paesi hanno partecipato ma la conferenza intergovernativa, titolo altisonante per una cassa vuota con la capacità, nonostante il vuoto di ratificare accordi internazionali che in molti casi come quello della tav Torino Lione diventano un imbuto dove colare risorse pubbliche verso i privati. Per la precisione i privati non sono i privati cittadini che contribuiscono alla ricchezza pubblica ma sono i privati veri come le banche e le imprese di costruzioni che accumulano e parassitano denaro. Così con titoli e titoloni viene presentata l’ennesima carta timbrata e firmata con il titolo Torino Lione. Il succo dell’intesa è da dividere in due parti, il primo riguardante il cunicolo esplorativo della Maddalena di Chiomonte ed il suo appalto, il secondo relativo al mega tunnel di base di 57 km. Il primo punto si chiude con facilità, l’appalto per i lavori di Chiomonte è riassegnato alla CMC di Ravenna, cooperativa “rossa”, già vincitrice dell’appalto per il non eseguito cunicolo esplorativo di Venaus del 2005. La Cmc in questi anni ha proseguito l’azione legale contro il governo italiano ed LTF (Lyon Turin Ferroviaire), general contractor del progetto e quindi onde evitare il pagamento di salate penali il governo ha deciso di riassegnare d’ufficio l’appalto alla medesima ditta. La curiosità sta nel fatto che il tutto si sia svolto senza una gara di appalto e che il tunnel della Maddalena si trovi dal lato opposto del massiccio roccioso (Ambin) che divide Veanus da Chiomonte con caratteristiche tecnico-cotruttive assolutamente diverse. Ma in Italia si sa, o è colpa dei no tav o tutto è permesso se a muovere pedine da milioni, anzi miliardi di euro è il fronte si tav. Il secondo punto dell’accordo ratificato è la costituzione di una ditta-società, pubblica-privata metà italiana e metà francese, con sedi operative e direzionali divise tra i due stati. La cosa curiosa che spinge questa storia al ridicolo è che da metà degli anni 90 ad oggi sarebbero già tre le società direzionali create ad arte per la costruzione della nuova linea ferroviaria Torino Lione, prima la Alpetunnel, poi la LTF ed ora una ancora anonima e terza società, ovviamente piena di uffici e dirigenti profumatamente pagati per continuare a disegnare sulle carte un progetto che nessuno vuole e nessuno potrà pagare. Sembra la storia della società creata per costruire il ponte sullo stretto di Messina, venti e più prime pietre posate, decine di uffici e persone che grazie a questo impiego hanno raggiunto perfino il traguardo della pensione. Il cunicolo della Maddalena di Chiomonte quindi slitta ancora e per il fortino non si parte prima del nuovo anno mentre per il tunnel di base si dovrà aspettare il 2013. Intanto passano le società e passano i governi; in venti anni ne sono passati e ancora ne passeranno. Resta comunque la curiosità di capire cosa le une e gli altri facciano del loro tempo e più che altro del denaro speso. Il come resta oscuro, il risultato invece evidente. Se oggi siamo in questa situazione di disastro finanziario non è a causa dei conti mal fatti dalle famiglie che non arrivano a fine mese, il problema semmai è mettere come ministro un personaggio come Passera che da banchiere di Intesa Sanpaolo è uno dei principali colpevoli della crisi economica.










