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I sette motivi per cui ci raccontano balle sull’art 18

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articolo_18_megafonoLa storiella si ripete, Prima con le pensioni ora con l’art.18.
In realtà chi vorrebbe scardinare o sterilizzare l’art 18 imputato e reo confesso per quanto riguarda l’ impossibilità al licenziamento, dovrebbe fare i conti con la Legge 15 luglio 1966  n. 604 Norme sui licenziamenti individuali modificato della legge 4 novembre 2010

  • All’art 1 così recita :……( omissis) licenziamento del prestatore di lavoro non può avvenire che per giusta causa o per giustificato motivo ……..
  • che si applicano anche ai dirigenti art 2 comma 4
  • e all’art 5 continua L’onere della prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento spetta al datore di lavoro. e via di questo passo


Questo nonostante la sterilizzazione effettuata a pieni mani da Sacconi e compagnia ( e con l’ausilio e l’avvallo di CISL e UIL e il far finta di niente della CGIL)

Quindi tutto questo indica che l’art 18 in realtà è solo uno specchietto delle allodole. Un totem appunto, caduto il quale si aprirà una voragine. E’ la legge 300 tutta intera, infatti, il vero obbiettivo E’ questa  il terreno delle invasioni barbariche.
Infatti, al di là degli aspetti giuridici, la battaglia che si sta conducendo a partire da Ichino che è il cavallo di Troia all’interno dello schieramento della cosidetta “sinistra” , ma in realtà da tutta la destra  ( ricordate Berlusconi del 1994 ?) gli argomenti portati per screditare l’art 18 non hanno nessun fondamento , né credibilità alcuna.
Vediamoli punto per punto

  • Si dice che l’art 18 frena la crescita. A supporto di tale tesi viene spiegato che le aziende vorrebbero aumentare il loro giro d’affari, ma poiché sono tutte sul filo dei 15 dipendenti, e poiché hanno paura che dopo, nel caso dovessero diminuire il giro d’affari , si dovrebbero tenere sul groppone i dipendenti assunti, evitano. Ciò non consente quindi l’aumento della produzione.
  • La precarietà ( ricordiamo che tutti coloro che oggi indicano come il male la precarietà sono per la maggior parte coloro che a partire dalla legge Treu l’hanno indicata come il toccasana per l’economia italiana) può essere sconfitta con il contratto unico. Ossia tutti assunti a tempo indeterminato con la possibilità di essere licenziati dopo tre anni( ma allora che tempo indeterminato è? tutti precari , quindi, almeno per tre anni) Il datore di lavoro si impegna mantenere il lavoratore licenziato con quote di salario a scalare fino al terzo anno. Dopo di che Amen.
  • L’art 18 della legge 300 è una anomalia tutta italiana. Negli altri paesi europei non esiste. L’Europa ci chiede di adeguarci.
  • La precarietà si combatte licenziando gli anziani e liberando posti per i giovani

Questa posizione contiene più cose non vere.
La prima
Si immagina una situazione e si prospetta una situazione economica di leggera flessione per cui basta che qualche piccola fabbricha aumenti un pò la sua produzione e l’economia crescerà. Come si sa, non è così. E non è così perché non si ricorda che il credito è fermo anzi stagnante e ammesso che la fabbrichetta voglia aumentare la produzione non gli basta solo assumere, ma ha bisogno di credito per comprare le materie prime , mezzi di produzione ed infine assumere. E si presuppone che le merci prodotte trovino uno sbocco. Ma non si dice che siamo in crisi profonda, siamo in recessione con un calo del PIL previsto dal 1,5 al 2% che è una cosa immane,che i salari sono al di sotto del minimo di sopravvivenza, che i consumi sono in netta regressione,  e non vi è mercato per le merci prodotte, l’esportazione per noi è impossibile visto i livelli dei paesi BRIC, che il mercato è in crisi di sovrapproduzione, e quelle merci rimarrebbero fermi nei magazzini, invenduti. Nessuno mai si sognerebbe di assumere in queste situazioni, e infatti non si assume più nemmeno a tempo determinato e precario.

La seconda
Dall’affermazione di cui sopra si evince che tutte le piccole e medie aziende, o una loro gran parte, siano sui 14 dipendenti o giù di li, e che quindi sono li per li per entrare nel girone della morte dei 15 dipendenti, limite fissato dall’art 18. Altra menzogna.
A gennaio 2010 l’ISTAT ha censito che la media delle aziende italiane ha 4 dipendenti, dico quattro e le imprese con meno di 10 addetti,rappresentano il 94,8%.
Quindi di cosa si sta parlando?

La terza
Ma se è vero che è l’impossibilità a licenziare ( ed ho dimostrato che questo non è vero ma se lo fosse lo sarebbe solo per il 5,2 aziende . Una assoluta minoranza) a determinare il blocco alla crescita e contemporaneamente all’aumento della precarietà, perché non si aumenta il salario dei precari tanto da potersi autonomamente provvedere a pagare i contributi, perché non gli si riconosce ferie, malattia, maternità ecc ecc i diritti che i garantiti(sic) hanno, perché non si riconoscono tutti i contributi versati senza limite di continuità. Si avrebbe così la libertà di licenziare , la flessibilità ( in Italia si hanno ben 43 forme di contratti atipici . Questa è la vera anomalia italiana) e nello stesso tempo si lenirebbe i disagi della precarietà. Ma di questo non si parla perché non è questo il contendere. Non sono i precari, per loro , il problema, ma lo specchietto delle allodole, Come quando attaccavano le pensioni.

La quarta
L’art 18 della legge 300, suffragata dall’art 1 della legge 604 del 1966 impedisce il licenziamento senza giusta causa e giustificato motivo. Cioè tutti quei licenziamenti che l’imprenditore potrebbe fare per motivazioni che vanno oltre i giustificati motivi ed interessi primari della impresa. Se una azienda subisce un calo dell’attività produttiva, per qualsiasi motivo , per contingenza , per crisi di settore o di mercato, cioè in qualsiasi caso in cui la prestazione di quel o quei lavoratori non giustificano il loro mantenimento in azienda, non vi è nessun art 18 che tenga, nessun giudice che possa costringere il contrario. D’altronde se l’imprenditore non ha spirito persecutorio per quel lavoratore licenziato , non dovrebbe avere nessun timore di questa legge.

La quinta
In sostanza si capisce bene che il contratto unico altro non è che egualitarismo al ribasso. Visto che vi sono i precari e i garantiti( sic) allora facciamoli diventare tutti precari. E’ più semplice no?
Ma l’altro assioma falso è che si presuppone che entro i tre anni il lavoratore possa trovare un lavoro. Ichino , asserisce , che vi saranno tutta una serie di uffici statali, o agenzie di ricollocamento che potranno consentire di riqualificare e ricollocare l’ex lavoratore, nei tre anni. Ma allora se così è, o sarà, perché la Fornero non incomincia da subito a far funzionare questi uffici ed agenzie? E non si capisce come mai , visto che il tasso di disoccupazione in Italia è uno dei più alti in Europa, non si da spinta alla nascita di questo toccasana scoperto da Ichino? Se diventa necessario che queste agenzie funzionino che le si facciano funzionare da subito senza aspettare l’eliminazione dell’art 18( e in contemporanea anche l’art 1 della legge 604/66)  che interesserebbero solo una minoranza di lavoratori e per giunta licenziati per evidenti e manifeste discriminazioni.

La sesta
Ma il clou della legge Ichino e Fornero sta nell’assioma  totalmente falso. Poichè questa legge funziona in Danimarca, e negli altri paesi d’europa, non si vede perché non debba funzionare anche in Italia. Intanto non si dice come funzionano i servizi sociali , il welfare in Danimarca, l’assistenza all’infanzia,agli anziani, il costo della casa,dei trasporti, il salario minimo garantito ecc ecc. Insomma il contesto sociale. Ma si estrapola solo ciò che fa comodo, e non si dice nemmeno che proprio quest’anno il nuovo governo danese sta pensando di modificare proprio questa legge del contratto unico e proprio sulla parte della flessibilità in uscita. Chi perde il lavoro negli altri paesi d’europa riceve assistenza e un salario minimo garantito, i suoi figli continuano ad andare a scuola, le università sono realmente gratuite ed accessibili, la casa è garantita ad un affitto quasi ridicolo. E questo per tutti i lavoratori licenziati

La settima
E’ molto strano, ma si sa chi dice le bugie deve avere anche una memoria lunga. Ma per le pensioni ci hanno detto che allungando l’età pensionabile si sarebbe dato una prospettiva di lavoro e quindi diritto alla pensione per i giovani. Cioè gli anziani devono lavorare di più e visto che nuovi posti di lavoro non se ne creano, i giovani non possono che stare alla finestra ad aspettare. Qui si che sarebbe utile far andare in pensione gli anziani prima, magari con l’obbligo, per i datori di lavoro, di assumere giovani precari. Ora invece ci dicono che invece di far andare in pensione gli anziani, li licenziamo così da liberare posti di lavoro. Ed ecco che il gioco è scoperto!

Naturalmente stanno giocando con carte truccate, e lo scopo finale è quello , non tanto o non solo della libertà del licenziamento , che come abbiamo visto è già oggi possibile, e le cronache ce ne danno dimostrazione giornalmente, quanto quello di mettere i lavoratori sotto scacco, eliminare tutti gli strumenti giuridici, sindacali, legali, per un minimo di protezione sociale. Più il lavoratore italiano è senza diritti e senza difesa più assomiglierà agli immigrati clandestini più si ingrosserà l’esercito di riserva.

tratto da http://www.reset-italia.net

21 dicembre 2011

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I sindaci Pd decidono gli aumenti dell’acqua. Lancio di monetine a Bologna

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La riunione di Ato5 che formalizza aumenti di 10 e 20 euro per il prossimo anno e viene accolta dai comitati referendari a suon d'insulti: "“E' la riproposizione mascherata – ribattono i manifestanti - della vecchia remunerazione che il referendum ha bocciato"

acqua_referendum_pdPer convincerli a rimandare una decisione già presa li hanno fermati all’entrata uno ad uno, i sindaci e i rappresentati dei Comuni della provincia di Bologna. Ma sono stati in pochi a fermarsi per ascoltare i manifestanti dei comitati per l’acqua pubblica. La maggioranza dei sindaci ha invece preferito tirar dritto. Quando ad entrare sono stati l’assessore provinciale all’ambiente Emanuele Burgin e la presidente della Provincia Beatrice Draghetti, sono volati gli insulti e qualcuno ha anche urlato “Ladri, ladri”. E’ iniziata così, tra l’imbarazzo di molti, la riunione di Ato 5, l’autorità che tiene i rapporti con Hera, multiutility a maggioranza pubblica che gestisce il servizio idrico locale.

All’ordine del giorno un aumento delle bollette dell’acqua compreso tra i 10 e i 20 euro annui che, come da programmi, è stato votato all’unanimità, ma tra le contestazioni, tentativi di interrompere l’assemblea, e anche ripetuti lanci di monetine. A farne le spese Daniele Ruscigno, sindaco di Monteveglio costretto a passare il resto dell’assemblea con un fazzoletto e del ghiaccio in testa.  “Siete peggio di Craxi”, hanno urlato i manifestanti, una settantina di persone dei comitati per l’acqua pubblica. “Vi chiediamo solo di aspettare qualche mese a aprire un tavolo di discussione con la cittadinanza per decidere assieme e non in solitaria sotto Natale quando nessuno se ne accorge”, ha chiesto Andrea Caselli. Niente da fare, i sindaci tra le urla dei manifestanti hanno votato per alzata di mano, e nessuno si è detto contrario agli aumenti in bolletta che scatteranno da gennaio.

“Un buon accordo – ha commentato l’assessore provinciale all’ambiente Emanuele Burgin – se non avessimo fatto così sarebbe scattato in automatico un aumento del 25% delle tariffe dell’acqua già nel 2012. Purtroppo lo prevedeva la scorsa convenzione”. “Il problema – ha spiegato la presidente della Provincia di Bologna Beatrice Draghetti – è nato per colpa di una errata previsione di consumo che ha portato Hera a mettere in bilancio entrate che poi non ci sono state”.

“E’ una sconfitta della democrazia – ha ribattuto Andrea Caselli dei comitati per l’acqua pubblica – a pochi mesi dal referendum che ha decretato la ripubblicizzazione dell’acqua i sindaci si sono riuniti di nascosto e hanno deciso un aumento senza coinvolgere la cittadinanza”.

Ad essere contestata anche la decisione di mantenere in bolletta per i prossimi 5 anni la voce “oneri finanziari” che varrà da sola il 5.36% della tariffa idrica. “Sono normali voci di bilancio”, ha spiegato Burgin. “E’ la riproposizione mascherata – ribattono i manifestanti – della vecchia remunerazione del capitale garantita che il referendum ha bocciato. Quello che democraticamente è uscito dalla porta rientra dalla finestra”. Ma non ci sono solo divergenze sulle questioni tecniche. I comitati per l’acqua hanno protestato anche contro le modalità di decisione che per loro sono state poco trasparenti e precipitose. Dello stesso avviso i sindacati, che hanno emesso una nota congiunta, firmata da Cgil, Cisl e Uil, che boccia gli aumenti e critica una convezione definita “ambigua” e che sotto la voce “oneri finanziari” mantiene “il meccanismo di salvaguardia degli incassi per il gestore e penalizza l’utilizzo parsimonioso della risorsa idrica”.

“E’ una vergogna, dovevano consultarci tutti – ha spiegato un altro manifestante – noi lo abbiamo scritto sui nostri cartelloni, si scrive acqua ma si legge democrazia”. “Forse c’è stato qualche problema di comunicazione e si poteva fare di più – ha spiegato l’assessore del Comune di Bologna Luca Rizzo Nervo – ma l’accordo ci permette di tenere i bilanci in ordine e di guardare al futuro con ottimismo. Adesso Ato 5 si scioglierà e ci sarà un nuovo organo regionale che avrà il compito di tenere i rapporti con Hera”. “Non si preoccupino – urla una manifestante all’uscita – a gennaio partirà l’autoriduzione delle bollette e li riempiremo di diffide”.

Giovanni Stinco

tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it

22 dicembre 2011

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Articolo 18: menzogne traballanti

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art.18_stressLa Fornero insiste, ma il fronte mediatico che doveva sostenerla traballa. Colpa anche sua, supponente e sabauda com'è, che ieri ha attaccato frontamente i giornalisti in casa loro.

Un boomerang perfetto, che ha fatto venir fuori decine di articoli che entrano nei dettagli del funzionamento dell'art. 18, smontando l'apparato ideologico di regime (da Sacconi a Ichino, da Marcegaglia a Fornero) e "rivelando" quel che ogni lavoratore sa: la "giusta causa" ti permette di essere una persona anche mentre lavori, non solo "forza e intelligenza" a disposizione dell'imrpesa. Una persona, ripetiamo, non una "materia prima".

Una panoramica particolarmente ricca, dunque, ma sicuramente istruttiva. Sia sui trucchi comunicativi del governo che su quelli - in larga misura "complici", fin qui - dei colleghi al servizio dei grandi gruppi. Del resto lo confessava in tv - su Rainews - un noto avvocato del lavoro: "specie nell'informazione, l'art. 18 è decisivo; un giornalista che sa di essere licenziabile in qualciasi momento deve stare molto più attento a quello che dice o scrive". Guardando quello che fanno già ora i giornalisti mainstream, ben protetti dall'art. 18, non facciamo fatica a immaginare le sorti della "libera informazione" in un altro regime...

tratto da www.contropiano.org - 21 dicembre 2011

Vedi anche

Perchè vogliono affossare l'articolo 18

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Quel «deterrente» poco usato

 

Sorpresa! Il tanto maledetto - dalle imprese e dalle varie destre di questo paese - «articolo 18» dello Statuto dei lavoratori dà luogo a un contenzioso legale minimo.

Sindacalisti e avvocati fanno fatica a ricordare casi eclatanti. Il primo che salta alla mente di tutti è quello di Dante De Angelis, «macchinista ferroviere», che le Fs di Mauro Moretti hanno provato a licenziare per ben due volte. La prima perché - in piena vertenza sindacale sull'utilizzo di quel sistema - si era rifiutato di guidare un eurostar dotato dell'«uomo morto» (un pedale da premere ogni 55 secondi, considerato un «sistema di sicurezza» negli anni '30, in realtà fonte di distrazione nella guida e quindi un pericolo in più). La seconda per un motivo ancora meno convincente. Da delegato sindacale responsabile per la sicurezza (Rls, eletto dai lavoratori) aveva ipotizzato una certa causa tecnica per ripetuti «spezzamenti» degli eurostar in movimento. Le Fs ritenevano che ciò facesse «venir meno il rapporto fiduciario» con Dante.
Nel 2006 non si arrivò neppure alla sentenza: l'azienda firmò davanti al giudice per il reintegro del sindacalista al lavoro. La seconda volta, nel 2009, si dovette invece aspettare che il giudice riconoscesse l'assenza di «giusta causa» per il licenziamento, e quindi il nuovo reintegro sul lavoro. Sentenza marchionnescamente impugnata dall'azienda, di cui si attende in gennaio il giudizio d'appello.
Poi i ricordi si fanno scarsi e lontani, a parte il caso Pfizer, di cui parliamo qui sotto, o altri ferrovieri che avevano parlato con i giornalisti di Report. La ragione è semplice, ci spiegano in molti. «L'art. 18 è un semplice deterrente; se un'azienda sa di non avere un motivo giustificabile in tribunale, non procede al licenziamento, preferisce aspettare un errore del lavoratore preso di mira». Un altro motivo è costituito dalle lungaggini della giustizia civile, che può comportare anche l'attesa di anni per una sentenza e costi legali spropositati.
Nelle grandi aziende, in pratica, non si ricorre quasi mai al licenziamento individuale - l'unico davvero «protetto». Per «motivi economici», infatti, hanno a disposizione quelli collettivi: stato di crisi, cassa integrazione, mobilità. Fine. Per isolare i «rompiscatole» usano altri sistemi, fino ai «reparti confino» (se l'impresa è davvero «maxi»).
I casi più frequenti - ma di numero molto basso - si sono verificati dunque in aziende medio-piccole (sopra i 15 dipendenti, ma meno di 500), perché qui spesso il contatto tra lavoratore «sindacalmente attivo» e padrone è più diretto, meno mediato da dirigenti di vario livello. E anche gli imprenditori, in questa dimensione, dispongono più raramente di consulenti legali.
Eppure le imprese da diversi anni puntano con decisione ad ottenere la libertà di licenziamento individuale, sostituendo la «reintegra» con un «risarcimento» in contanti. La ragione principale è «politica»: il ricatto della licenziabilità è tale da irregimentare in modo molto più ferreo il lavoro. Diventa «sconsigliabile» rivendicare un diritto o sollevare problemi di ritmi, nocività, straordinari non contrattati, ecc. Si incentiva l'obbedienza cieca e una «flessibilità» totale, quasi al livello della macchina.
Soprattutto, una simile disciplina del lavoro azzera la presenza del sindacato. Più difficile fare le iscrizioni, più difficile (e più drastico) organizzare uno sciopero, più rischioso il ruolo di delegato (a meno di non far parte di quello «aziendale», tipo Fiat del prossimo anno).
Ma c'è anche una ragione economica: un «risarcimento» di 12 o 18 mesi costa assai meno della parcella di un avvocato. E questo governo è molto sensibile ai costi che le imprese devono affrontare, tanto da aver abrogato con un tratto di penna (art. 6 della «manovra») anche la «causa di servizio», che obbligava l'imprenditore a ripagare in qualche modo il lavoratore danneggiato nel fisico dalla ripetizione di una certa prestazione.
L'insistenza con cui il ministro del welfare Elsa Fornero e la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia sono tornate su questo argomento, però, sembra però preparatoria di quella radicale «riforma del mercato del lavoro» accennata nel programma di governo ed esposta nelle linee generali dalla stessa Fornero. Una riforma che richiederà comunque una qualche discussione con le parti sociali, dove proporre lo scambio tra l'abrogazione dell'art. 8 della «manovra Sacconi» di agosto e l'eliminazione dell'art. 18 dello Statuto. Lo schema generale c'è già: il «contratto unico» del prof. Ichino, senza le garanzie - e le risorse - della flexsecurity all'olandese (o alla danese), che farebbe «equità» trasformando tutti i lavoratori in precari a vita. Senza neppure più la pensione.

Rocco Di Michele

tratto da "Il Manifesto"

***

 

Licenziati e reintegrati dal giudice «Ecco a cosa serve lo Statuto»

 

Nell'Italia di oggi dove i diritti di chi lavora ( e ovviamente di tanti altri) vengono quotidianamente calpestati, qualche volta capita che a perdere siano i potenti. Ieri è stata una giornata importante per Doriana, Gloria, Gianfranco, Luigi e Romano e gli altri due lavoratori della Pfizer di Ascoli (multinazionale americana dei farmaci) licenziati il 31 luglio del 2009, provvedimento a cui si erano opposti con decisione.
Una storia emblematica del paese in cui viviamo, una scelta dettata dal solito piano selvaggio di ristrutturazione con cui l'arroganza padronale vuole liberarsi dei dipendenti più anziani e sindacalizzati per assumere manodopera giovane e ricattabile. Invece questa vicenda dimostra come sia possibile battere lo strapotere delle grandi imprese.
Le due sentenze della magistratura, l'ultima in appello ad ottobre, che hanno sancito il sacrosanto diritto di questi lavoratori di ritornare in fabbrica è sicuramente un forte segnale in tempi come questi. «Siamo rientrati - dice Gianfranco - con tanta voglia di riprendere il nostro posto di lavoro, di ricominciare a lavorare dopo questi due anni di sofferenze. È la dimostrazione di quanto sia importante l'articolo 18 che oggi anche il nuovo governo vuole mettere in discussione».
Ma il rientro ha avuto anche una sorpresa non gradita. «Non tutti abbiamo riavuto la vecchia collocazione, alcuni di noi sono stati spostati di reparto con nuove mansioni. Sicuramente una cosa non piacevole». Un provvedimento che sa di ritorsione da parte della proprietà che ha dovuto ingoiare il rospo. «La comunicazione - prosegue Gianfranco - ci è arrivata all'inizio di dicembre, prima sono rientrati tre, poi altri quattro». Ma come è stata l'accoglienza degli altri lavoratori? «Per quanto mi riguarda ho verificato una clima di paura. Certamente alcuni sono venuti a complimentarsi, ma in molti altri ho percepito il timore di esporsi. Del resto si continua a ricorrere alla mobilità, il futuro è ancora alquanto incerto».
Luigi invece ha ricevuto tanti attestati di stima: «Io ho trovato un bel clima. Numerosi lavoratori si sono complimentati e ho ricevuto parole di incoraggiamento. Certamente per il futuro ci sono numerose incognite. Da un lato si fa ricorso alla mobilità nei confronti dei lavoratori con contratti stabili, dall'altro, come anche in questo ultimo periodo, si assumono 50, 70 persone con rapporti di lavoro interinali o comunque flessibili». Per Luigi l'esito positivo della vertenza sancisce la «salvaguardia della dignità; c'è da augurarsi che la proprietà non ripeta l'errore fatto con noi».
E i sindacati che nella battaglia fatta dai sette hanno avuto atteggiamenti contraddittori come hanno reagito? «L'Ugl - dicono all'unisono Gianfranco e Luigi - ha fatto un bel comunicato dandoci il benvenuto, mentre Cgil Cisl e Uil sono stati zitti. L'impressione è che per loro siamo un problema disinnescato, insomma il nostro rientro li ha tolti dall'imbarazzo». Sicuramente un'anomalia, ma sicuramente non l'unica in questa storia. Speriamo che non ce ne siano altre.

 

Sergio Sinigaglia
tratto da Il Manifesto
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Ultimo aggiornamento Sabato 24 Dicembre 2011 16:27

Tav: trovato accordo Italia-Francia

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Un primo commento del tanto strombazzato accordo tra Italia e Francia sulla Torino Lione da notav.info

no-tav-escavatrice_cantiereSi chiude così la Cig Italia Francia, trovato l’accordo. Cig non è una parolaccia, nè un gioco di ruolo a cui i due Paesi hanno partecipato ma la conferenza intergovernativa, titolo altisonante per una cassa vuota con la capacità, nonostante il vuoto di ratificare accordi internazionali che in molti casi come quello della tav Torino Lione diventano un imbuto dove colare risorse pubbliche verso i privati. Per la precisione i privati non sono i privati cittadini che contribuiscono alla ricchezza pubblica ma sono i privati veri come le banche e le imprese di costruzioni che accumulano e parassitano denaro. Così con titoli e titoloni viene presentata l’ennesima carta timbrata e firmata con il titolo Torino Lione. Il succo dell’intesa è da dividere in due parti, il primo riguardante il cunicolo esplorativo della Maddalena di Chiomonte ed il suo appalto, il secondo relativo al mega tunnel di base di 57 km. Il primo punto si chiude con facilità, l’appalto per i lavori di Chiomonte è riassegnato alla CMC di Ravenna, cooperativa “rossa”, già vincitrice dell’appalto per il non eseguito cunicolo esplorativo di Venaus del 2005. La Cmc in questi anni ha proseguito l’azione legale contro il governo italiano ed LTF (Lyon Turin Ferroviaire), general contractor del progetto e quindi onde evitare il pagamento di salate penali il governo ha deciso di riassegnare d’ufficio l’appalto alla medesima ditta. La curiosità sta nel fatto che il tutto si sia svolto senza una gara di appalto e che il tunnel della Maddalena si trovi dal lato opposto del massiccio roccioso (Ambin) che divide Veanus da Chiomonte con caratteristiche tecnico-cotruttive assolutamente diverse. Ma in Italia si sa, o è colpa dei no tav o tutto è permesso se a muovere pedine da milioni, anzi miliardi di euro è il fronte si tav. Il secondo punto dell’accordo ratificato è la costituzione di una ditta-società, pubblica-privata metà italiana e metà francese, con sedi operative e direzionali divise tra i due stati. La cosa curiosa che spinge questa storia al ridicolo è che da metà degli anni 90 ad oggi sarebbero già tre le società direzionali create ad arte per la costruzione della nuova linea ferroviaria Torino Lione, prima la Alpetunnel, poi la LTF ed ora una ancora anonima e terza società, ovviamente piena di uffici e dirigenti profumatamente pagati per continuare a disegnare sulle carte un progetto che nessuno vuole e nessuno potrà pagare. Sembra la storia della società creata per costruire il ponte sullo stretto di Messina, venti e più prime pietre posate, decine di uffici e persone che grazie a questo impiego hanno raggiunto perfino il traguardo della pensione. Il cunicolo della Maddalena di Chiomonte quindi slitta ancora e per il fortino non si parte prima del nuovo anno mentre per il tunnel di base si dovrà aspettare il 2013. Intanto passano le società e passano i governi; in venti anni ne sono passati e ancora ne passeranno. Resta comunque la curiosità di capire cosa le une e gli altri facciano del loro tempo e più che altro del denaro speso. Il come resta oscuro, il risultato invece evidente. Se oggi siamo in questa situazione di disastro finanziario non è a causa dei conti mal fatti dalle famiglie che non arrivano a fine mese, il problema semmai è mettere come ministro un personaggio come Passera che da banchiere di Intesa Sanpaolo è uno dei principali colpevoli della crisi economica.

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Francesco Pinna: lavorare e morire all’ombra dei riflettori

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12 dicembre, Trieste, Palasport: la struttura del palco sul quale sta lavorando Francesco Pinna, ragazzo, studente, operaio di 22 anni, cede e cade. Francesco resta ucciso sotto tonnellate di layer e altri sette operai feriti.

Sono passati 6 giorni da quando è morto. Morto mentre stava montando il palco su cui si sarebbe esibito Jovanotti (all’anagrafe Lorenzo Cherubini), in giro con il tour “Ora”. La notizia rimbalza velocemente dalle testate giornalistiche ai telegiornali nazionali come se fosse un evento, raccontata come un “caso limite”… In realtà tragedie come questa accadono molto spesso e se la storia di Francesco è venuta alla ribalta è solo perché il palco che calpestava era quello di Jovanotti che, dopo la sua morte, si dichiara terribilmente dispiaciuto e annulla la data e il tour.

Francesco Pinna era uno studente-lavoratore. Uno come tanti che, per guadagnare qualcosa, magari per poter essere indipendente e fittare una stanza, ha scelto di fare questo tipo di lavoro. Un minuto dopo tutti si stupivano per i 5 euro all'ora che guadagnava, e si dicevano che non si può morire così, pensando che la sua sciagura era tanto più grande perché lo avrebbe fatto anche “gratis”, per passione…
Ecco quindi il caso limite raccontatoci dai giornali, una versione che non rende giustizia alcuna della realtà, quella che i media main stream non raccontano, quella di moltissime persone che con queste paghe da miseria e con lavori tanto poco tutelati portano avanti famiglie; in tantissimi casi queste persone sono lavoratori immigrati, pagati, se possibile, ancora meno, perché più ricattabili, (per non parlare del fatto che se fosse stato un immigrato a fare la stessa fine di Francesco probabilmente, come spesso accade, non ne avremmo neppure sentito parlare al telegiornale) e che svolgono un lavoro per il quale non hanno la minima preparazione.

Facchinaggio”. Così Assomusica (l'associazione degli organizzatori e dei produttori di spettacoli di musica) inquadra la figura professionale di Pinna. “Era addetto a montare le casse a terra”, sottolinea Tramontin. “Si trattava di un lavoro molto semplice, che non richiede particolari specializzazioni. Ha avuto la sfortuna di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. L'impianto audio sospeso gli è caduto in testa, spaccandogli il caschetto”.
Dichiarazioni tanto vergognose quanto false, utili solo a liquidare la questione come “fatalità”, come se Francesco avesse avuto solo sfortuna. Ci sono, invece, delle precise responsabilità. Basta fare un giro nei backstage dei piccoli e grandi eventi, per vedere tanti giovani e meno giovani che svolgono compiti per i quali non sono pagati come nel caso di Francesco. È la “norma” nel “mondo dello spettacolo”, infatti, che siano i facchini a svolgere la maggior parte del lavoro: le produzioni, anche le più importanti, girano con un team tecnico che non basta per svolgere tutte le operazioni previste prima e dopo uno spettacolo. Perché? Semplice, perché le ditte che forniscono facchinaggio, assicurano anche la manovalanza per tutte le mansioni accessorie: dal montaggio luci, dell’audio, della scenografia, al montaggio, in taluni casi, anche della struttura stessa dei palchi.

Il suo era un lavoro a giornata ed era assunto con contratto regolare. Io personalmente pretendo sempre che tutti quelli coinvolti anche indirettamente in un lavoro che riguardi la mia musica siano sempre tutelati in ogni forma e anche in questo caso era così”... Così dichiara nella sua nota su facebook Jovanotti, ma, ci dispiace per i sui fan, è una cazzata di dimensioni epocali! Il contratto col quale si lavora in queste situazioni non è mai regolare! Se per regolare non intendiamo, banalmente e “formalmente” che sia registrato… I contratti sono per turni di 4 o 8 ore mentre si lavora anche 14 ore. Le mansioni svolte non sono previste nel contratto (a volte ci si ritrova addirittura a salire fino a 16 metri - mansione per la quale la produzione dovrebbe sborsare centinaia d’euro per tecnici con qualifiche e brevetti specifici).
Inoltre, se Francesco aveva un contratto ad ore (cioè percepiva una paga oraria), nella maggior parte dei casi, soprattutto nel Sud Italia, quella che viene percepita è una paga giornaliera che va dai 30 ai 50 euro, per un numero di ore che può arrivare anche a 16 negli spettacoli per i quali è previsto il montaggio e lo smontaggio a fine spettacolo nella stessa giornata. Per capirci meglio, dare un po’ di cifre e essere un po’ populisti, ci basta ricordare che, in molti casi, un singolo biglietto d’ingresso equivale all’intera paga giornaliera di un facchino: secondo il rapporto annuale di Assomusica, infatti, i ricavi dell’industria dei concerti, nonostante la crisi, nel 2010 è stata pari a circa 180 milioni di euro e il costo medio di un biglietto è di 36 euro…

Questo accade perché le produzioni danno gli incarichi di fornire materiali e personale all’agenzie di facchinaggio che gli garantiscono il rapporto qualità/prezzo migliore. Quindi le ditte giocano a ribasso per assicurarsi le “date” e i tagli, per permettersi prezzi bassi e guadagni consistenti, sono sui salari. La paga giornaliera che si dichiara (quando c’è un contratto, attenzione!) alla produzione, è quella minima sindacale, mentre i facchini guadagnano praticamente, meno della metà. Le ore e i turni di lavoro non sono rispettati e il numero di persone richieste nemmeno. In definitiva: queste bestie che permettono a persone come Jovanotti di ballare e cantare per migliaia di euro sul palco, guadagnano sulla pelle di chi lavora, in maniera quasi schiavistica!

Insomma, un mondo, quello dello spettacolo, che nasconde più ombre che luci.

Affrontando quindi la questione in questo modo, non si può che dire che Francesco è morto per le condizioni di lavoro assurde alle quali sono sottoposti coloro che praticano questo tipo di lavoro, eliminando qualsiasi riferimento alla tragica fatalità.

Di chi è quindi la responsabilità? Certo ci si potrebbe raccontare la favola “di questi piccoli imprenditori senza scrupoli”, appellandosi a un’etica del lavoro che a molti piace ancora molto sbandierare. Noi diciamo che è sempre dei padroni, dal grande al piccolo e ci interessa anche poco ripetere banalità su quanto si pensi “solo” ai profitti, ci interessa invece sottolineare che le istituzioni avrebbero tutte le carte in regola per essere dalla parte di chi lavora: gli enti locali sono i primi interlocutori dai quali pretendere garanzie per i lavori che facciamo, hanno strumenti e organi di controllo (polizia municipale, ispettorato del lavoro ecc.) preposti a vigilare attentamente sulle condizioni di lavoro, in primis per combattere il lavoro nero e non lo fanno. Noi dobbiamo obbligarli a tutelare chi lavora!

Lavorare a nero significa morire nell’ombra. Francesco sarà ricordato e forse sarà un esempio per tutti e perché tutti cominciamo a comprendere che nessuno fa i nostri interessi e dobbiamo cominciare a pretendere che i nostri diritti di lavoratori siano rispettati; ma tanti ragazzi, soprattutto qui al sud, muoiono e si infortunano lontani dalle luci della ribalta, nella campagne, sui cantieri, sulle torri dalle quali scendono le casse per i concerti, oppure si usurano per pochi euro nelle cucine dei ristoranti, dei locali…

Non è un problema "da Jovanotti" o una "tragica casualità" la morte di Francesco! Per qualche giorno Francesco è stato un eroe, da domani sarà un ragazzo qualunque morto sul lavoro… e lo spettacolo continua.

tratto da http://www.clashcityworkers.org

18 dicembre 2011

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