Saturday, Feb 04th

Last update:12:32:02 PM GMT

You are here:

INTERNI

Il Mago di Esselunga fa “sparire” i lavoratori che chiedono rispetto e diritti

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 

esselunga_boicottare_a_nataleQuello che si svolge nella dura realtà dei magazzini di Pioltello è un altro film, completamente diverso da “Il Mago di Esselunga” girato da Giuseppe Tornatore.

Un film che narra di come le finte cooperative che operano in Esselunga organizzano centinaia di lavoratori immigrati secondo un sistema di interposizione illecita di manodopera.
Racconta di fatiche e sfruttamento che ci riportano indietro nel tempo, quando gli uomini facevano schiavi altri uomini.

Ai magazzini Esselunga di Pioltello il lavoratore socio di cooperativa varca la soglia del cancello spogliandosi dei suoi diritti e della sua dignità, e si avvia al lavoro completamente disumanizzato, come pura forza-lavoro a disposizione del padrone per produrre il maggior profitto.

Un mondo fatto di condizioni di lavoro miserevoli, di ricatti, di umiliazioni e maltrattamenti continui, di diritti negati, di contratti sistematicamente violati, di ritmi di lavoro insopportabili (imposti nel totale disprezzo delle norme sulla salute e sicurezza), di salari che si riducono ad ogni rinnovo di appalto e di contratto.

E tutti, ma proprio tutti, fingono di non sapere: lo sa il “Mago” di Esselunga, che riesce a trasformare una vergogna in un'isola felice; del resto perchè rinunciare a una forza-lavoro offerta a buon mercato e con scarsa copertura contributiva?

Lo sanno i sindacati confederali che non fanno rispettare nemmeno i contratti che loro stessi firmano (ovviamente sempre al ribasso, perchè, dicono, c'è la crisi).
Lo sanno le istituzioni e le forze politiche che stanno al gioco, tanto si tratta di immigrati assolutamente privi di diritti politici, da sacrificare agli istinti più bassi dei loro elettori.

Tutto sembra funzionare come un orologio; ma un bel giorno l'ingranaggio si rompe, un gruppo di lavoratori non ci stanno più, la loro dignità non è più in vendita, decidono di scioperare e denunciano:

-          il lavoro a chiamata e il mancato rispetto dell'orario di lavoro;

-          i ritmi insopportabili di lavoro;

-          i sistematici furti retributivi;

-          le angherie di capi e capetti;

-          il sistema di caporalato organizzato attraverso le cooperative.


Il segreto del “Mago” di Esselunga viene finalmente svelato: dietro l'immagine fantasmagorica delle merci nei supermercati, si nasconde la realtà del centro di Pioltello, cuore pulsante dell'intero sistema.

Per aver osato tanto questi lavoratori vengono licenziati. La risposta padronale alle elementari rivendicazioni sindacali è il licenziamento politico.
Una scelta padronale oramai costante, già verificatasi in altri centri della logistica nei mesi scorsi (GLS, Billa, TNT).
Gli interessi economici enormi che stanno dietro a questa attività "impongono necessariamente" di risolvere il problema alla radice: chi rivendica e protesta deve essere eliminato!

Ma i lavoratori non si danno per vinti, sanno di essere stati ingiustamente licenziati e si autoorganizzano nella lotta. Dai primi di ottobre, sul piazzale davanti ai magazzini, prende vita un presidio permanente dal quale partono scioperi insieme a volantinaggi e interventi di sensibilizzazione nei confronti di tutti i lavoratori che, in cooperative diverse, vi lavorano.

L'adesione agli scioperi è elevata, ma gli effetti vengono vanificati dall'imposizione sistematica del lavoro straordinario; dall'affidamento illegale dell'appalto della cooperativa in sciopero alle altre cooperative; dal crumiraggio che Esselunga organizza attraverso la chiamata di lavoratori esterni.

A dar man forte, una massiccia, costante presenza delle forze dell'ordine in assetto antisommossa, sempre puntuali e solerti tutori degli interessi padronali, anche quando sono conseguiti con sistemi e modalità illeciti.

I luccicanti supermercati Esselunga nascondono questa triste e vergognosa realtà. Il “Mago” di Esselunga cerca con abile maestria di truccare le carte per non far risaltare cosa c'è dietro le quinte. Ma ormai è troppo tardi, il gioco non regge più, la lotta dei lavoratori ha alzato il sipario: Esselunga sfrutta i lavoratori, li licenzia se alzano la testa, nega loro i diritti elementari, impedisce loro di organizzarsi sindacalmente.

La lotta va avanti, ma questo è un film che non potrà avere un lieto fine senza la solidarietà di tutti coloro che credono che il lavoro non sia una merce; che diritti, legalità, dignità e condizioni di lavoro, non debbano essere sacrificati in nome del profitto.

ALMENO FINCHE' CONTINUA LA LOTTA DEI LAVORATORI BOICOTTIAMO ESSELUNGA. FATE GIRARE QUESTO APPELLO AI VOSTRI CONTATTI INVITANDOLI A FARE ALTRETTANTO. SOSTENIAMO LA LOTTA DEI LAVORATORI DEI MAGAZZINI ESSELUNGA DI PIOLTELLO CONTRIBUENDO ALLA LORO CASSA DI RESISTENZA

I versamenti possono essere effettuati, indicando la causale:
“Presidio operaio esselunga”:
• con bollettini postali sul ccp nr. 3046206
• con bonifici sul c/c IBAN IT13N0760101600000003046206
• con vaglia postale
tutti intestati a: Sindacato Intercategoriale Cobas, Via Marco Aurelio 31, 20127 Milano

http://www.sicobas.org/index.php/si-cobas-su-youtube/63-campagna-contro-esselunga/689-cassa-di-resistenza-un-obiettivo-politico-vitale

Link: San Precario torna all’Esselunga: #occupyxmas in solidarietà con i lavoratori di Pioltello

14 dicembre 2011

Sindacato Intercategoriale Cobas

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Martedì 20 Dicembre 2011 20:31

I nostri rifiuti tecnologici? Armi di distruzione di massa

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

rifiuti_tecnologici_africaL’Africa è la pattumiera del mondo. Scorie radioattive e non solo. Scaricare rifiuti nel Continente è un affare estremamente conveniente. Lì finisce anche gran parte del materiale elettrico ed elettronico che a noi non serve più. A farne le spese, i bambini: gli addetti allo smaltimento venefico ed illegale che all’Occidente fa tanto comodo.

La tecnologia è ormai diventata l’ombra, se non la personificazione del tutto, di ogni singolo individuo. Non possiamo farne a meno. In particolare, abbiamo legato le nostre vite a doppio filo con i computer dai quali sembriamo non poter più prescindere. Ma quando diventano inutilizzabili, quando sono tecnologicamente superati, come si dice in gergo obsoleti, non sappiamo che fine facciano.

L’Onu ha calcolato che ogni anno si producono 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici in tutto il mondo, ovvero più del 5% di tutti i rifiuti solidi urbani prodotti nell’intero pianeta. Da più parti si è sentito dire che quello che è vecchio qui da noi, nell’opulento occidente, in realtà è innovativo in Africa; quello che dalle nostre parti è inutilizzabile, si trasforma in risorsa preziosa nel continente nero.

Allora ci si è organizzati mandando lì tutto quello che era superato qui, sottolineando che il tutto era una grossa manovra di beneficenza per aiutare lo sviluppo tecnologico del Continente. Come ogni truffa che si rispetti, è andata a finire che l’Africa è stata trasformata nella più grande discarica di computer a cielo aperto del Pianeta, perché smaltirli in Europa costerebbe più del doppio che caricarli sui mercantili e scaricarli in Africa.

Claire Snow, Direttore dell’Industry Council for Equipment Recycling (ICER), riassume così la situazione: “Con il pretesto del reimpiego, le apparecchiature evidentemente non riciclabili in alcun modo in realtà sono smaltite nei Paesi in via di sviluppo”. I Paesi sviluppati, insomma, scaricano sull’Africa le tensioni prodotte da quelli che sono i problemi industriali e sociali del loro modello di sviluppo, trasformando le contraddizioni che lo caratterizzano, ovvero l’evoluzione tecnologica continua ed il consumismo esasperato, nell’ennesimo problema di salute per i bambini africani.

Lo stoccaggio e lo smaltimento sono ovviamente illegali e secondo Greenpeace, che ha condotto uno studio concentrandosi sul caso specifico delle discariche di Accra e Korforiuda, in Ghana, coinvolgono soprattutto i bambini che bruciando le componenti interne delle macchine per recuperarne il rame e l’alluminio, si intossicano con le esalazioni dei roghi intorno ai quali si accalcano senza alcuna protezione ed a mani nude.

Per cosa? Per rivendere quello che ricavano a due dollari ogni cinque chili di materiale. Il commercio degli ultimi, divorati da tumori aggressivi e, ancora una volta, dal progresso dei ricchi. Dentro un tubo catodico si possono trovare due chili e mezzo circa di piombo, che contiene tossine dannose per i reni e per l’apparato riproduttivo; ma anche bario, che attacca lo stomaco e può causare problemi respiratori; il mercurio presente nei circuiti stampati e negli interruttori può provocare danni al cervello e ai reni; alcuni rivestimenti anti-corrosione sono cancerogeni. E così via.

Dai campioni prelevati da Greenpeace dalle discariche è risultata la presenza di vari metalli tra cui piombo (trovato in quantità cento volte superiore alla normale concentrazione nel suolo), cadmio, antimonio e composti organici a base di cloro e bromo, per non parlare di quelle sostanze che si sprigionano dalla plastica bruciata come le diossine.

Il Ghana, appunto, con le sue discariche abusive, offre uno spettacolo apocalittico, come si nota da un video proposto dalla BBC.

Mike Anana, il più importante giornalista ambientale del Ghana e coordinatore di una campagna per fermare l’esportazione di Raee in Africa afferma che il 90% del materiale elettronico che arriva nel suo Paese sono rifiuti provenienti per lo più da Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda, Germania, Danimarca, Svezia, Francia. Italia. Anane parla di circa 250-300 container che arrivano quotidianamente sulle coste ghanesi e del cui contenuto è facile scoprire la nazione di provenienza visto che il materiale porta ancora le etichette di proprietà e gli indirizzi.

Le conseguenze dello smaltimento, sostiene Anane, riguardano tanto i bambini che lavorano nelle discariche colpiti, come si è detto, dalle conseguenze delle intossicazioni cui sono esposti, quanto l’ambiente circostante le discariche. Queste ultime, infatti, si trovano adiacenti a due importanti bacini d’acqua, una laguna ed un fiume. Entrambi sono biologicamente morti per via delle scocche dei computer e delle componenti interne che ci finiscono dentro scaricati direttamente da chi li smonta. Le piogge fanno il resto: trascinano nella laguna e nel fiume tutti i liquami tossici spurgati dal materiale elettronico così che ormai in quelle acque non esistono più né pesci né altri organismi viventi. Non solo, gli stessi liquami tossici si infiltrano nel suolo fino ad arrivare alle falde acquifere e da lì agli stessi bacini.

E in Occidente? In Occidente si è tentato di introdurre alcune normative per limitare l’utilizzo di sostanze pericolose impiegate nei prodotti tecnologici e che regolino lo smaltimento dei rifiuti prodotti. Tuttavia, per quanto in materia l’Unione Europea sia molto restrittiva, del 75% dei rifiuti prodotti si perdono letteralmente le tracce, salvo poi ritrovarli, illegalmente, in quei Paesi nei quali non esistono leggi al riguardo.

Ha poca incisività anche la Besel Convention, un trattato internazionale firmato da 172 Paesi nel 1989 ed entrato in vigore del 1992, sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti tossici. La Convenzione, mai ratificata dagli Stati Uniti che buttano via qualcosa come 40 milioni di PC all’anno, vieterebbe lo smaltimento nel Terzo mondo dei computer inutilizzati.

Dall’Unione Europea arrivano alcune direttive come la Waste Electrical and Electronic Equipment (WEEE), sulla rottamazione di materiale elettrico ed elettronico, e la Restriction of Hazardous Substances (RoHS) che punta alla riduzione nell’utilizzo di sostanze nocive per la produzione di materiale elettrico ed elettronico e promuove la raccolta ed il riciclo dello stesso.

In quanto direttive, non hanno alcun valore di legge, ma devono essere recepite da ogni singolo Stato membro adottando le politiche appropriate di attuazione. Così è stato, ad esempio, in Germania nella quale però continuano a sfuggire alle maglie dei controlli circa 100 mila tonnellate di rifiuti che vengono imbarcati e spediti verso l’Africa spacciandoli per strumentazioni ancora funzionanti.

Paola Ficco, giurista ambientale, afferma che pur essendo le normative sullo smaltimento di Raee molto stringenti, dal momento che il materiale può essere spedito solo dove esistono strutture recettive in grado di smaltirlo correttamente, i controlli doganali possono essere facilmente aggirati spacciando i carichi non come rifiuti ma come apparecchiatura usata.

Le fa eco Danilo Bonato, a capo del Consorzio ReMedia, il principale consorzio italiano per lo smaltimento di Raee informatico. Bonato afferma che in molti ricorrono a questo trucco e che dal nostro paese parte un flusso di traffico illegale di rifiuti elettronici nascosto dietro la modalità fittizia dell’usato.

Dall’altro lato, sponda Nigeria, un’altra testimonianza arriva da Igwe Chenadu, Presidente dell’Associazione dei Tecnici di Alaba, il mercato dell’elettronica presente a Lagos, mediamente 250 apparecchi sui 600-700 contenuti in un container non funzionano; 80-90 possono essere riparati, mentre il resto viene gettato via. Il materiale senza speranza di essere recuperato è una piccola ricchezza per i disperati, soprattutto bambini e ragazzi che, inconsapevoli degli enormi rischi per la salute impliciti in questo tipo di operazioni, li trattano in modo da estrarre materie prime da rivendere.

Ancora una volta, nelle pieghe più nascoste del sistema economico che ci rende così confortevole la vita si scopre un teatro di miseria che rende insopportabile il fatto che la nostra playstation, il nostro computer, le nostre Tv che da questo lato del mondo intrattengono i nostri interessi e divertimenti dall’altro lato del pianeta si trasformano in armi di distruzione di massa.

tratto da http://www.terranauta.it

AddThis Social Bookmark Button

In tutta Italia in piazza contro il razzismo

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

senegalesi_firenzeLa Firenze antirazzista ha risposto riempiendo le strade del capoluogo toscano, dando un risposta anche numericamente importante dopo la strage dei due ragazzi senegalesi - ed il ferimento di altri tre - da parte del fascista di Casapound Gianluca Casseri. La comunità senegalese fiorentina ha quindi per oggi convocato un momento di piazza che ha visto l'adesione e partecipazione di migliaia e migliaia di persone, tantissimi i migranti africani. Oltre 20mila i manifestanti in corteo, da piazza Dalmazia a piazza Santa Maria Novella.

La comunità senegalese nella convocazione del corteo ha esplicitamente richesto la chiusura delle sedi di Casa Pound e di tutti i covi neofascisti; ciò non ha però impedito la partecipazione ipocrita di tanti amministratori regionali e locali, gli stessi che hanno sempre dato spazio e tollerato la presenza di questi soggetti e le loro manifestazioni di rigurgito xenofobo.

La presenza del governatore della Toscana, Rossi, e di Renzi, sindaco fiorentino (ma anche di Bersani, Vendola, e Rosy Bindi) non è però stata digerita, ed alla loro partenza da Piazza Dalmazia, tra vessilli e gonfaloni, tanti fischi si sono levati da parte di antirazzisti e migranti del movimento di lotta per la casa e dia ltre realtà autorganizzate. In particolare Renzi è stato identificato come uno dei maggiori responsabili del clima di razzismo che si respira nella strade fiorentine, essendo il maggior sostenitore ed ideatore di tante ordinanze securitarie, ma anche il mandante dei vigili-sceriffi che alcuni mesi fa sgomberarono a suon di calci, insulti e bastonate il presidio permanente dei richiedenti asilo politico.

Per il resto il corteo è sfilato senza nessun impianto musicale, come richiesto dagli organizzatori, con tanta rabbia e dolore nei volti ma anche tanta lucidità negli interventi, con la consapevolezza sempre crescente da parte di tanti lavoratori stranieri di dover iniziare a reclamare a gran voce i diritti che gli spettano

Ma tante sono state le iniziative organizzate un pò dappertutto nel nostro paese, da Nord a Sud, contro il razzismo, contro Casapound. Le più importanti a Milano ed a Napoli, snodi metropolitani che hanno visto emergere soggettivamente i segni politici più significativi.

Nella città meneghina migliaia di persone, dentro una composizione soprattutto migrante ma includente anche realtà autorganizzate e compagini partitiche e sindacali della sinistra radicale, sono partite in corteo nel primo pomeriggio da piazzale Loreto, andando a concludersi in Stazione centrale. Nella metropoli 'per antonomasia del Nord' tanti i cartelli e gli slogan antirazzisti contro Bossi & co. Tensioni sul finire della manifestazione sull'onda del protagonismo rabbioso di diverse decine di giovani centrafricani, che ha iniziato a gridare slogan contro poliziotti e carabinieri ('razzisti', 'assassini', etc), avanzando irruentemente verso il cordone di forze dell'ordine posizionati dinnanzi alla testa del corteo.

Nella città partenopea è stata buona l'adesione riscontrata per la manifestazione antirazzista, tenutasi questa mattina, partita dalla centralissima piazza Garibaldi. Corteo al quale anche il sindaco De Magistris ha scelto di partecipare, dichiarando come 'un paese democratico non deve tollerare organizzazioni di ispirazione neofascista come Casa Pound', il che è indubbiamente indiscutibile però costringe a domandarsi sbalorditivamente perchè la sua amministrazione non si sia - recentemente! - mossa ed affrettata ad impedire la discesa in piazza dell'organizzazione fascista di Casapound a Napoli, appellandosi - allora - ad una democrazia provvista del colore da bandire, il nero fascista.

tratto da http://www.infoaut.org

18 dicembre 2011

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Domenica 18 Dicembre 2011 14:33

La foglia di fico della Tobin tax

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

L'ultima bufala per cercare di sembrare "equo". La manovra di Monti è sfacciatamente di classe e punitiva con i deboli. Ma il prof. promette di appoggiare l'istituzione di una Tobin tax europea, che non dà alcun fastidio alla finanza.

mondo_denaroE il prof scoprì Tobin
Come nella vignetta di Giannelli di ieri - «destra-sinistra, destra-sinistra» contro un sacco da boxe - Mario Monti si sposta di continuo per non farsi inquadrare come «di parte».
Presentando una manovra obiettivamente «di destra», che punisce lavoratori e pensionati, presenti e futuri, giovani e anziani, ha tirato fuori dal cilindro un «cambio di linea» sulla Tobin tax. Si tratta della proposta, non nuovissima, di tassare le transazioni finanziarie. In misura peraltro modica, come suggeriva il premio Nobel per l'economia James Tobin già nel 1972 (lo 0,05 o lo 0,1%), in modo da non intralciare le normali operazioni di compravendita di titoli o azioni, generando però un introito molto interessante per gli stati che la introducono.
Nulla di «socialista», è bene dirlo. Equivale ad alzare di un millesimo il prezzo della benzina: chi va al distributore nemmeno se ne accorge. La cosa strana, semmai, è che non sia stata introdotta molto prima, visto che quasi tutti gli stati occidentali - compresi quelli che ospitano le maggiori piazze finanziarie - hanno da molto tempo problemi di debito pubblico. È così poco rivoluzionaria che il 23 gennaio verrà proposta da Sarkozy e Merkel - due premier di destra, ma vicini alla campagna elettorale - in modo complementare ad altre dello stesso tipo ora all'esame dell'Unione europea.
Parlando al Senato, Monti ha semplicemente annunciato che nel corso dell'ultimo vertice europeo aveva «notificato che l'Italia è disposta a cambiare la propria posizione». Ossia quella di Tremonti e Berlusconi, che avevano fin qui espresso una totale chiusura (ma quanti «amici» hanno le banche e le finanziarie...). Ineccepibile anche la motivazione: «è impossibile dire 'basta tasse'» - come stavano in quel momento gridando i leghisti, con tanto di cartelli in mano - «ma è possibile allegerire il loro peso su imprese e famiglie» tramite, appunto, una qualche forma di Tobin tax.
Quasi a compensare immediatamente questo «sbilanciamento» su un argomento piuttosto «ideologizzato» nel teatrino politico italiano, Monti ha insistito sulla necessità di creare «uno strumentario più orientato alla crescita». Precisando però subito che non avverrà «finanziando in disavanzo» gli investimenti, ma con «adeguate riforme strutturali» come quelle contenute nella manovra o nella prossima «riforma del mercato del lavoro».
E qui la questione della credibilità del governo dei «professori» (o «delle banche») vacilla seriamente. In un solo mese, infatti, questo esecutivo ha fatto marcia indietro un numero molto alto di volte; e non su temi marginali. La patrimoniale, per esempio, è scomparsa quasi immediatamente dal suo vocabolario; l'aveva chiesta persino Confindustria, ma Berlusconi era contrario. Poi è toccato all'aliquota più alta per i redditi sopra i 75mila euro. Negli ultimi giorni è stata attenuata anche la sovrattassa sui capitali «scudati» (dall'1.5% all'1, infine all'1,35). Nel testo finale, per sicurezza, è stato concesso un anno in più al fisco per recuperare le somme dovute dagli evasori che avevano ottenuto un «condono», ma si erano fermati al pagamento della sola prima rata...
Sull'Ici lo stesso Monti ha confessato qualche giorno fa, in aula, di «non averci pensato» a proposito degli immobili della Chiesa. Ma qualcuno aveva provveduto a esonerarla persino dalla revisione degli estimi catastali (che pure andava «pensata»). Ed è impossibile non fare caso al deprimente tira-e-molla sulle «liberalizzazioni» di farmacie e tassisti.
Diciamolo: è una fortuna che la tassazione sulle transazioni finanziarie venga decisa e proposta dai due paesi più grandi d'Europa. Avremmo avuto difficoltà nel credere alla determinazione anti-speculatori di un governo che si ferma per timore di orde di tassisti furibondi. Specie se a dirigerlo - è obbligatorio ricordarlo - c'è chi fino a poco fa vantava, tra i numerosi incarichi, anche quello di International Advisor di una banchetta poco speculativa come Goldman Sachs...
Francesco Piccioni

 

tratto da "il manifesto" del 15 dicembre 2011

 

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Dicembre 2011 10:09

Contratto Fiat, inizio di regime

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

Firmato l'"accordo" che estende il "modello Pomigliano" a tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat

marchionne-frustaDoveva essere un "caso unico", giuravano i leccapiedi del Lingotto. Lo è diventato, naturalmente al contrario. Stesso sistema per tutti i lavoratori sotto il comando di Marchionne, senza sindacato e senza alcuna tutela

Il segno del comando

Divieto di sciopero e sanzioni per chi non rispetta gli accordi. La Fiat monetizza i diritti con un premio di risultato che gli operai non vedevano da due anni. A Torino, la firma che «cambia la natura del sindacato». Senza la Fiom

Tutto come da copione o quasi. Solo con qualche giorno di ritardo. I sindacati del «sì» hanno firmato con il Lingotto, ieri all'Unione Industriale di Torino, il nuovo contratto del gruppo, che prevede - dal primo gennaio - l'estensione dell'accordo di Pomigliano a 86 mila e 200 dipendenti di oltre sessanta stabilimenti di Fiat Auto e Fiat Industrial. Una firma senza la Fiom, estromessa dalla trattativa e, ben presto, anche dalla rappresentanza nelle fabbriche. L'intesa, come quella già siglata per Mirafiori, prevede, infatti, che le Rsa siano elette solo tra i sindacati firmatari (Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Associazione Capi e Quadri). «Con questo accordo cambia la natura del sindacato confederale in Italia - commenta Maurizio Landini, segretario generale Fiom - Chi ha firmato, ha accettato di ridursi al ruolo di sindacato aziendale e corporativo. Fim e Uilm hanno agito contro la loro natura confederale».
Sepolto e disdetto il contratto nazionale, salutata Confindustria, il Lingotto ha plasmato per tutto il gruppo un contratto su misura e senza l'intenzione di interpellare i lavoratori con un referendum. Sulle materie regolate dal contratto, i sindacati hanno il divieto di indire scioperi; a questo, si affianca l'ormai famosa «clausola di responsabilità»: chi non rispetta gli accordi verrà sanzionato in termini di contributi e permessi sindacali. Tra le novità dell'intesa ci sono la maggiorazione dal 50% al 60% dello straordinario al sabato, l'aggiunta ai cinque scatti di anzianità biennali di un sesto scatto quadriennale, un aumento dello 0,5% del contributo aziendale ai fondi pensione integrativi. E, poi, il decantato premio straordinario di 600 euro (da notare che per due anni consecutivi la Fiat non ha saldato il premio di risultato), che tutto i lavoratori, compresi quelli in cassa integrazione, riceveranno nella busta paga di luglio.
Si lavorerà su 18 turni (3 al giorno su 6 giorni), con una settimana di 6 giorni lavorativi e la successiva di 4 giorni. Salgono a 120 , rispetto alle attuali 40, le ore di straordinario a disposizione dell'azienda, senza bisogno di contrattazione. Alla fine, sono rientrati anche i dubbi della Uilm sull'assenteismo, pure in questo caso, le volontà dell'azienda non sono state incrinate: più o meno ricalcano lo schema Mirafiori (il Lingotto non pagherà, infatti, i primi due giorni di malattia se l'assenteismo supererà il 3,5 per cento), seppur Rocco Palombella, leader Uilm, ribadisca: «Abbiamo condiviso una formulazione che garantisce i malati veri con delle norme stringenti utili a dissuadere quelli "finti"».
Secondo i firmatari, in seguito all'intesa i lavoratori del Gruppo beneficeranno di un incremento salariale medio del 5,2% sulla paga base. «Ora che abbiamo chiuso il capitolo contratto, dobbiamo aprire il capitolo lavoro» sottolinea Bruno Vitali, Fim. Ma la firma è arrivata senza nessuna promessa della Fiat e, per ora, di modelli nuovi non se vedono.
Esulta l'ad Sergio Marchionne, che parla di svolta storica nelle relazioni sindacali, e lancia un messaggio ai fedelissimi: «A quei sindacati che hanno abbracciato con noi questa sfida va riconosciuto il coraggio di cambiare le cose, va dato atto della mentalità innovativa che è l'unica in grado di costruire una base solida per il futuro». E bolla la Fiom come rappresentante dell'«antagonismo per professione». Per Susanna Camusso «si impone il tema della modifica dell'Articolo 19 dello Statuto dei lavoratori» per recuperare la rappresentanza Fiom.
«L'accordo firmato a Torino peggiora le condizioni di lavoro e limita le libertà sindacali per i lavoratori del Gruppo. Il governo non può stare a guardare» tuona Landini. «La Fiat - spiega Giorgio Airaudo, responsabile Auto Fiom - ha costretto alla resa una parte del sindacato imponendogli l'uscita dal contratto nazionale nella più importante azienda metalmeccanica privata italiana. Noi continueremo la nostra vertenza e vedremo se avranno il coraggio di far votare i lavoratori». Per Federico Bellono, Fiom Torino, «si sono limitati a registrare le volontà dell'azienda. I 600 euro sono pochi se si pensa a che i lavoratori non percepiscono premi da due anni». Infine, Mimmo Pantaleo, Flc: «È un grave attacco ai diritti costituzionali e alla democrazia perchè esclude il diritto dei lavoratori a poter essere rappresentati dalla Fiom».

Mauro Ravarino

tratto da www.contropiano.it

***

C'era una volta
C'era una volta il contratto nazionale di lavoro, una delle più importanti conquiste democratiche del nostro secondo dopoguerra. Da ieri non c'è più, grazie allo strappo di Sergio Marchionne e al cambiamento di natura della Cisl e della Uil che da sindacati generali hanno scelto di regredire al rango di sindacati aziendali corporativi. Fim e Uilm, insieme ad altri addentellati padronali e di destra, hanno firmato l'estensione del cosiddetto «contratto Pomigliano» a tutti gli 86 mila dipendenti della Fiat. Senza alcuna delega da parte dei lavoratori ai quali sarà negato, oggi e per sempre secondo il diktat di Marchionne e grazie all'articolo 8 della manovra agostana Berlusconi-Sacconi, di giudicare con un voto quel che è stato deciso sulla loro pelle.
C'erano una volta anche le Rsu, figlie più o meno legittime degli antichi consigli di fabbrica, che comunque rappresentavano le volontà e il voto dei lavoratori. I delegati eletti democraticamente saranno ora sostituiti da ascari nominati dai sindacati firmatari degli accordi. Non si potrà più conoscere il consenso delle singole sigle perché i lavoratori sono stati retrocessi a pura mano d'opera, privi di diritti e di rappresentanza. Appendici delle macchine, variabili dipendenti del mercato, della globalizzazione e dei capricci dei padroni.
In Fiat, come in tutte le aziende italiane, c'era una volta la Fiom, 110 anni di vita, lotte, sconfitte e conquiste, il sindacato dei metalmeccanici più rappresentativo quando le rappresentanze venivano elette. Dal 1° gennaio del 2012 non ci sarà più nelle fabbriche dell'Eroe dei due monti Sergio Marchionne. Perché no? Perché la Fiom non ha accettato il ricatto «lavoro in cambio dei diritti» della Fiat dopo Cristo, rifiutandosi di firmare il contratto di Pomigliano.
C'era una volta il diritto di sciopero. E ad ammalarsi, a contrattare organizzazione del lavoro e straordinari. La firma di ieri ha cancellato in blocco questi diritti. Se vogliono lavorare gli operai dovranno accettare queste regole. Neanche questo è vero perché la Fiat sta andando a rotoli e viene chiuso uno stabilimento dopo l'altro. L'unica cosa che si può dire è che, grazie alla complicità dei sindacati di complemento, il padrone si è ripreso in mano tutto il potere. E' la vendetta rispetto alle conquiste del '69 e degli anni Settanta. Una vendetta preparata lungamente con la complicità dei governi e della politica quasi in blocco. La manovra di Marchionne si affianca a quella di Monti e insieme rappresentano i pilastri di una nuova era basata sulla dittatura della finanza e dei padroni. Il terzo pilastro è l'insieme del sindacato confederale, con l'eccezione della Cgil se finalmente sceglierà di schierarsi con la «sua» Fiom senza se e senza ma. Il quarto pilastro è il Partito democratico, diviso, incapace persino di leggere i passaggi epocali.
Il voto separato di ieri ha spazzato via il fantasma della nuova unità sindacale materializzatosi per un sol giorno, anzi per tre ore. E oggi un Marchionne ringalluzzito da una vittoria costata appena trenta danari, potrà raccontare nuove bugie sull'italianità della Fiat parlando dalle linee di montaggio di Pomigliano liberate dai delegati e dagli iscritti della Fiom. Che pure ci saranno, ma fuori dai cancelli. E il manifesto insieme a loro.

Loris Campetti

tratto da "il manifesto" del 14 dicembre 2011

pdffiat-contratto-collettivo-specifico-lavoro-13dicembre2011.pdf3.81 MB

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Dicembre 2011 14:45

Pagina 9 di 218