INTERNI - Senza SostePeriodico livornese di informazione indipendentehttp://www.senzasoste.it/interni/Sat, 04 Feb 2012 13:51:22 +0000Joomla! 1.5 - Open Source Content Managementit-itIl flop della Tavhttp://www.senzasoste.it/politica/il-flop-della-tavhttp://www.senzasoste.it/politica/il-flop-della-tavUno studio pubblicato sul Sole 24 Ore (sì, il giornale di Confindustria) spiega la totale anti-economicità dell'Alta velocità. E sulla Torino-Lione: "Se il nostro vicino fosse la Gran Bretagna non sarebbe mai fatta"

tav-frecciarossaA poco più di sei anni dall'inaugurazione della prima tratta ferroviaria ad alta velocità – la Roma-Napoli – arriva un primo tentativo di valutazione economica a posteriori del complesso di investimenti degli ultimi 20 anni sulle linee Av. Lo studio di Paolo Beria e Raffaele Grimaldi, del Politecnico di Milano («An early evaluation of italian high-speed projects») dà una prima valutazione ex post dei progetti realizzati, sottolineandone «i successi e le potenzialità ancora inespresse – dicono gli autori – ma anche le significative criticità». Un tentativo importante visto che «l'investimento nella rete Av, interamente a carico dello Stato, è stato affrontato sulla base di valutazioni estremamente deboli e senza stime pubbliche e dettagliate della domanda attesa».

Lo studio analizza in primo luogo offerta e domanda dei servizi Av: la prima è rappresentata dai servizi di Trenitalia (le varie Frecce); la domanda viene stimata sui dati disponibili forniti dalla stessa Trenitalia (su base aggregata), applicando poi a questi un modello "gravitazionale" (basato principalmente sulle popolazioni dei centri toccati) per ripartirli fra le varie tratte. Per un'analisi costi/benefici vengono poi esaminati i costi di costruzione e di gestione, meno il valore finale atteso dell'infrastruttura; i guadagni sono dati dai minori tempi di collegamento e dal risparmio sui costi operativi delle linee tradizionali. Tra i benefici indiretti (non considerati nella valutazione costi/benefici) gli autori citano il possibile spostamento di utenza da altri mezzi di trasporto al treno e la maggiore disponibilità di tracce per altri tipi di servizi sulle vecchie linee, anche se per questo ultimo aspetto «i maggiori problemi di capacità sono nei nodi urbani, e le linee Av non li hanno risolti».

Vediamo i saldi stimati tra costi e benefici: nel caso migliore – quello della Milano-Bologna – la domanda necessaria a giustificare l'investimento sarebbe di 8,9 milioni di passeggeri l'anno, contro una stima degli autori della domanda 2010 tra 5,9 e 7,2 milioni; nel caso peggiore, quello della Milano-Torino, per pareggiare i conti servirebbero 14,2 milioni di passeggeri a fronte degli 1,2-1,5 stimati per il 2010. 
La conclusione degli autori è che «i risparmi di costo e di tempi di trasporto non giustificano l'investimento per nessuna delle tratte considerate (Torino-Milano, Milano-Bologna, Bologna-Firenze e Roma-Napoli) tranne, nel caso più ottimistico, la Milano-Bologna». Questa tratta e la Bologna-Firenze, secondo gli autori, «potrebbero raggiungere un saldo positivo considerando i benefici economici indiretti». Di conseguenza – e tenendo conto anche della tratta preesistente Firenze-Roma – non è complessivamente negativo il giudizio sull'intera tratta Milano-Roma. Il saldo sembra invece «negativo» per la Roma-Napoli e «molto negativo» per la Milano-Torino.

Per quanto riguarda quest'ultima linea, gli autori ipotizzano che (costi di costruzione a parte) la linea avrebbe potuto essere più sfruttata se costruita con standard non-Av, ovvero quelli simili alla "vecchia" direttissima Roma-Firenze, permettendo anche un utilizzo per servizi intermedi fra le due città. Tra Roma e Napoli invece pesa secondo Beria e Grimaldi l'estensione delle due metropoli, che per le relazioni tra due punti qualsiasi delle due aree urbane vanifica in parte i guadagni di tempo ottenuti con l'Av. Il debutto dell'operatore privato Ntv, previsto per quest'anno, aumenterà l'offerta e potrebbe avere un effetto positivo anche sulla domanda.
Lo studio si conclude con una valutazione – con la stessa metodologia – delle future estensioni della rete Av.

Gli autori ricordano che il programma delle infrastrutture strategiche «non fa alcun riferimento alla domanda attuale o prevista e manca di considerazioni costi/benefici». 
Le linee considerate sono Treviglio-Padova (parte della Milano-Venezia), tunnel del Brennero, Torino-Lione, Terzo valico dei Giovi, Napoli-Bari e Venezia-Trieste. «Per tutte le linee – scrivono Beria e Grimaldi – sono previsti pesanti incrementi della domanda, spesso pari al raddoppio del traffico passeggeri e il quintuplicamento del traffico merci. Presi non loro complesso, questi trend appaiono molto ottimistici e in contrasto con la stabilità degli andamenti pre-crisi».
 La linea Napoli-Bari appare debole da ogni punto di vista: pochi passeggeri, poche merci, risparmi di tempo limitati; gli autori suggeriscono che un raddoppio e modernizzazione della linea attuale sia più appropriato. 
Il tunnel Torino-Lione è quello per cui le previsioni sono più ottimistiche: «Difficile da giustificare, dato il calo continuo dei traffici negli ultimi 10 anni».

«Se il nostro vicino fosse stata la Gran Bretagna e non la Francia – dice Beria – il nuovo tunnel non verrebbe mai fatto» poiché gli inglesi sono molto più attenti all'analisi dei costi e benefici dei progetti. La domanda attesa è «realisticamente elevata» per la Milano-Venezia, ma attenzione, ricordano gli autori: «Traendo lezione dagli errori commessi per la Milano-Torino, la Milano-Venezia dovrebbe essere costruita con maggiore attenzione ai collegamenti a medio raggio, con un modello tedesco o svizzero, senza necessariamente puntare alla massima velocità».

Andrea Malan
da Il Sole 24 Ore
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avanzar@interfree.it (Avanzar)POLITICAWed, 01 Feb 2012 16:09:54 +0000
Dalla neve agli scioperi, cosa accade al dipendente assentehttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/dalla-neve-agli-scioperi-cosa-accade-al-dipendente-assentehttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/dalla-neve-agli-scioperi-cosa-accade-al-dipendente-assenteneve_lucio_motoCosa succede al dipendente che non si reca al lavoro per un'improvvisa nevicata? Cosa rischia se non si presenta in ufficio causa sciopero dei trasporti? E se ha un imprevisto in famiglia? Una risposta univoca per questi casi eccezionali non esiste. Occorre, però, conoscere cosa prevedono la normativa e i contratti collettivi per non rischiare grane con il proprio capo.

Quale retribuzione se una nevicata si abbatte sull'ufficio?

"Il rischio maggiore per il lavoratore può nascere dalla convinzione che la calamità naturale lo esenta dal lavoro, mantenendo intatto il diritto alla retribuzione", spiega Aldo Bottini, socio di Toffoletto e Soci, uno dei più importanti studi italiani specializzati nel Diritto del lavoro. Una prima distinzione da fare riguarda la portata della calamità. "Se si verifica un'abbondante nevicata che rende impossibile l'accesso al luogo di lavoro, ad esempio distruggendo l'ufficio (ma lo stesso esempio si può fare con un'inondazione, ndr) siamo di fronte all'impossibilità di rendere la prestazione lavorativa. In questi casi il lavoratore non può considerarsi inadempiente, ma non ha diritto alla retribuzione". Trattandosi di causa di forza maggiore, di solito interviene la cassa integrazione, in particolare, nel caso di aziende che appartengono al settore industriale.

Gli scioperi dei trasporti non giustificano

Diverso è il caso della difficoltà di recarsi al lavoro dovuta, ad esempio, a un'abbondante nevicata sul tragitto da casa al lavoro o a uno sciopero nel trasporto pubblico. "In entrambi i casi non c'è un'impossibilità assoluta di rendere la prestazione lavorativa", spiega Bottini, "perché il datore di lavoro potrebbe eccepire che si poteva comunque arrivare in ufficio, magari partendo in anticipo rispetto al solito o scegliendo un mezzo di trasporto alternativo come l'automobile nell'esempio dello sciopero. Il criterio per valutare il comportamento del lavoratore è comunque sempre quello della buona fede". Se in questi casi il lavoratore non si presenta in azienda potrebbe, quindi, essere considerato inadempiente ma naturalmente la situazione va valutata caso per caso.

Quali conseguenze?

L'inadempienza di un contratto — come quello di lavoro — può spingere la parte danneggiata a puntare sulla risoluzione. Non si tratta, in ogni caso, di un processo automatico: occorre recarsi dinanzi a un giudice del lavoro, chiamato a decidere del caso. "La giurisprudenza solitamente si orienta secondo parametri di buon senso", precisa Bottini. "Così, se la mancanza del lavoratore in una giornata non ha compromesso irrimediabilmente l'attività dell'azienda, difficilmente potrà essere accettata la risoluzione del contratto. Più probabile che si opti per una sanzione, anche perché la maggior parte dei contratti collettivi prevede che la sanzione del licenziamento si applichi solo ad assenze ingiustificate di almeno tre giorni".
Lo stesso ragionamento si usa in caso di emergenze legate alla vita familiare del lavoratore: "Qualche tempo fa è arrivato in Tribunale il caso di un lavoratore che non si era presentato in azienda per essersi recato dal padre in fin di vita", ricorda l'avvocato. "L'azienda aveva reagito con una lettera di licenziamento. Il giudice ha ritenuto immotivata la risoluzione del contratto, in quanto spropositata rispetto all'inadempienza contrattuale e ha parlato di 'comportamento odioso' da parte del datore di lavoro".
In tutti questi casi, il consiglio dell'avvocato per i lavoratori alle prese con eventi eccezionali "è di muoversi secondo buon senso, comunicando all'azienda in maniera tempestiva l'assenza e le motivazioni, anche perché i contratti collettivi e quelli aziendali prevedono un monte ore di permessi annuida utilizzare proprio in queste occasioni".

Leggi anche: Emergenza in famiglia o visita medica, come utilizzare i permessi retribuiti

tratto da http://it.finance.yahoo.com/notizie/Dalla-neve-agli-scioperi-yfin-581724796.html

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avanzar@interfree.it (Avanzar)LAVORO CAPITALEWed, 01 Feb 2012 13:59:14 +0000
Ancora minacce e intimidazioni per il giornalista che fa la guerra alle ecomafiehttp://www.senzasoste.it/ambiente/ancora-minacce-e-intimidazioni-per-il-giornalista-che-fa-la-guerra-alle-ecomafiehttp://www.senzasoste.it/ambiente/ancora-minacce-e-intimidazioni-per-il-giornalista-che-fa-la-guerra-alle-ecomafielannes2«Hai una famiglia. Non rompere più i coglioni con le stronzate di ecomafia». Il messaggio non lascia molti dubbi. Difficile non interpretarlo per quello che è. A Gianni Lannes, giornalista freelance che ha fatto delle inchieste scomode la cifra di tutta la sua carriera, è stato recapitato venerdì sotto forma di bigliettino lasciato nell'auto della moglie, in bella vista sul seggiolino di sicurezza del figlio piccolo.

I PRECEDENTI - Non è la prima volta che il reporter riceve minacce o subisce attentati - nel 2009 prima l'auto della moglie poi la sua furono date alle fiamme, poi qualcuno entrò nel suo appartamento e rubò un personal computer; e, ancora, una lunga serie di minacce telefoniche anonime -, tanto che dal 22 dicembre 2009 al 22 agosto 2011 lui e la sua famiglia hanno vissuto sotto protezione: il cronista costantemente scortato da due agenti di polizia, moglie e figli sotto la vigilanza dei carabinieri. Ma l'estate scorsa la tutela è stata revocata, malgrado non siano venute meno le ragioni che l'avevano giustificata. Come dimostra l'ultimo episodio. O, forse, il penultimo: nella notte di domenica il suo videocitofono, solo il suo in tutto il palazzo, è infatti finito fuori uso e dall'interno dell'abitazione non è più possibile vedere chi c'è alla porta. Anche questa vicenda è andata ad aggiungersi alla quindicina di denunce in Procura presentate dal giornalista per le intimidazioni subite negli ultimi due anni.

IL SOPRALLUOGO A CAORSO - La cancellazione della protezione, denuncia Lannes, ha avuto una tempistica sospetta: è arrivata infatti dopo la presentazione di un esposto formale sulle attività di bonifica del sito della centrale nucleare di Caorso, la cui attività non è mai ripresa dopo il referendum del 1987 con cui gli italiani avevano pronunciato il proprio no all'energia atomica. Giornalista investigativo specializzato in inchieste sui reati ambientali, Lannes era riuscito a penetrare nel sito della centrale nel 2008, dimostrando così quanto fosse relativamente semplice accedere ad un impianto che potrebbe essere un obiettivo sensibile, bersaglio di eventuali azioni terroristiche. Nessuno lo aveva fermato. E lui era riuscito a gironzolare tranquillamente all'interno del sito facendo fotografie e raccogliendo documentazione sull'attività di bonifica dell'area. In particolare, aveva scoperto la presenza di camion di una società genovese, la Ecoge, a cui la Sogin - la società di Stato incaricata della bonifica ambientale degli impianti nucleari italiani, che prevede di concludere i lavori a Caorso nel 2025 - avrebbe appaltato una parte delle operazioni di smantellamento. «Il problema - sottolinea Lannes - è che la società appaltatrice, secondo alcuni rapporti della Direzione investigativa antimafia, è di proprietà di una famiglia considerata organica alla 'ndrangheta. Ho chiesto spiegazioni alla Sogin. Prima hanno negato, poi quando hanno visto la foto che avevo inviato loro mi hanno suggerito di non parlarne troppo e di tenere un basso profilo».

LA DENUNCIA E LA PROTEZIONE REVOCATA - La vicenda è dunque poi sfociata in una denuncia alle autorità. Come spiega lo stesso Lannes anche nel suo blog: «Il 13 luglio 2011 ho prestato la mia collaborazione raccontando, alla presenza del mio legale e dei miei due agenti di scorta, al tenente Vincenzo Scarfogliero del Noe carabinieri di Roma, specializzato nel nucleare, ciò che avevo scoperto a Caorso. (...) Sei giorni più tardi, il 19 luglio, mi è stato comunicato telefonicamente che di lì a poco mi sarebbe stata revocata la protezione. Così è stato». Una revoca annunciata telefonicamente, mai motivata e mai formalizzata con un atto ufficiale, a cui il suo avvocato si sarebbe potuto eventualmente appellare. «Penso che sia la prima volta che in Italia accade una cosa del genere» commenta Lannes.

I SILENZI DEL GOVERNO - La vicenda del sopralluogo a Caorso è stata anche al centro di un'interrogazione presentata nell'aprile del 2010 da alcuni deputati di Pd e Radicali - prima firmataria Elisabetta Zamparutti - a cui però non è mai stata data risposta dal ministro dell'Interno allora in carica, Roberto Maroni. Gli stessi deputati il 2 agosto 2011, hanno chiesto spiegazioni sulla revoca annunciata della scorta a Lannes, anche in quel caso senza ottenere una risposta precisa. Ci riproveranno in questi giorni, appellandosi al ministro Anna Maria Cancellieri, salita al Viminale con il governo Monti. Perché dopo mesi di silenzio un avvertimento come quello fatto ritrovare sul seggiolino del bimbo non può passare in secondo piano.

«NON SONO UN EROE» - Lannes ha denunciato per anni reati ambientali e infiltrazioni della criminalità nel business degli smaltimenti, ha raccontato delle navi dei veleni, ha denunciato la presenza di almeno un migliaio di container con rifiuti affondati nei mari italiani. «Quando un giornalista si espone rischia di ritrovarsi in situazioni come quella in cui mi trovo io - dice ora Lannes -. In questo Paese è difficile lavorare con serenità, ma io non cerco una tutela per me, vorrei che lo Stato garantisse almeno l'incolumità della mia famiglia». Lo ha scritto anche sul suo blog, «Su la testa»: «Venticinque anni fa ho fatto una scelta di vita - commenta Lannes -: non sono un eroe da seppellire!».

Alessandro Sala (tratto da corriere.it)

31 gennaio 2012

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senzasoste@yahoo.it (tito sommartino)AMBIENTETue, 31 Jan 2012 14:54:06 +0000
Secur-Flexibility, non Flex-Securityhttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/secur-flexibility-non-flex-securityhttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/secur-flexibility-non-flex-securityUna risposta ad Alesina e Giavazzi

In Italia sei lavoratori su 10 non sono tutelati dall’art.18. E anche quando chi è garantito può finire vittima di un licenziamento collettivo. Solo dopo aver introdotto un reddito di base si potrà parlare di riforma del lavoro.

precarietUna risposta ad Alesina e Giavazzi A leggere l’editoriale di Alesina e Giavazzi pubblicato sul Corriere della sera di domenica, uno spettro si aggira per l’Italia. È lo spettro dell’art. 18, causa di ogni male, in particolare della precarietà.

Dopo anni di occultamento della realtà, Alesina e Giavazzi sono costretti ad ammettere che il numero di precari, prima della crisi (chissà dopo) ammonterebbe a 4 milioni (circa il 20% della forza-lavoro). È un dato sottostimato. Stime più complete (sulla base dei dati Isfol) arrivano, infatti, a ipotizzare, comprendendo anche tutte quelle situazioni di lavoro autonomo che nascondono in realtà forme di subalternità e eterodirezione, un numero di precari di poco inferiore ai 7 milioni (un terzo della forza lavoro), che arriva a superare il 50% per chi ha meno di 35 anni.

Il numero è destinato ad aumentare, se si considera che, secondo l’Osservatorio Provinciale di un’area comunque ricca come quella di Miano, nel corso del 2010, su 10 nuovi entrati nel mercato del lavoro solo uno era con un contratto standard di lavoro (9,8%) e solo uno su tre riesce a stabilizzarsi.

Se non si può negare l’evidenza, allora è necessario trovare le ragioni. Scrivono infatti Alesina e Giavazzi: «Per un’impresa, passare un lavoratore dalla precarietà ad un contratto a tempo indeterminato significa renderlo illicenziabile, a causa appunto dell’art. 18 e questo comporta un rischio troppo elevato per l’impresa stessa». E aggiungono: «Non solo, ma un impresa non investe nella formazione di un lavoratore che dopo pochi mesi perderà: quindi la produttività dei giovani precari rimane bassa, non imparano nulla e più l’età avanza meno diventano impiegabili».

È necessario fare un minimo di chiarezza e fare un bagno di realtà. In Italia, il numero dei lavoratori formalmente protetti dall’art. 18 in imprese private con più di 15 dipendenti sono poco più di 7,7 milioni (il numero delle imprese è invece poco più di 114.000, un’inezia se paragonato al numero totale delle imprese: dati Istat), poco più del 40% del totale degli addetti privati. Ciò significa che sei dipendenti privati su 10 non sono tutelati dall’art.18. Tale quota tende poi in realtà ad aumentare, se si considera che la maggior parte delle imprese con più di 15 dipendenti si concentra nella faccia dimensionale tra i 15 e i 25 addetti, laddove la presenza del sindacato è assai scarsa e quindi il controllo
dell’applicazione dello Statuto dei Lavoratori più labile. Ciò significa che poco più di un terzo (comunque non la maggioranza, come sembra emergere dagli articoli di molti commentatori e economisti) della forza-lavoro
privata italiana è illicenziabile?

Niente di più falso. Ciò che è impedito è solo il licenziamento individuale. La Legge 223 del 1991 ha infatti introdotto la possibilità di licenziamenti collettivi, anche per ragioni economiche. Al punto che le cronache economiche di questi mesi sono costellate da notizie relativi a licenziamenti. Solo per rimanere in Lombardia, basti pensare alla Jabil, alla Lares, alla Metalli, alla Nokia, all’Eutelia, alla Yamaha, alla Wagon Lits, alla Whirpool, all’Omsa solo per citare i casi più clamorosi.

È evidente che il licenziamento per ragioni economiche (delocalizzazione, chiusura di stabilimento, ristrutturazione, ecc) avviene sempre in modo plurimo, non avendo senso licenziare un singolo lavoratore. È quindi pretestuoso e falso affermare che impedire il licenziamento individuale per ragioni economiche obbliga le imprese ad assumere solo tramite contratti precari. Se le imprese con più di 15 addetti assumono prevalentemente tramite contratti precari in tempo di crisi (ma non solo) è perché intendono scaricare sulla flessibilità del lavoro l’incertezza e i costi della crisi, non viceversa. Ed è proprio questa miope strategia imprenditoriale, tesa ad accrescere illusoriamente competitività via riduzione dei costi piuttosto che via aumento della qualità e della produzione, a incidere negativamente sulla dinamica della produttività.

Ancora una volta Alesina e Giavazzi confondono la causa con l’effetto. La produttività in Italia è bassa perché le economie di scala dinamiche che ne stanno alla base (di apprendimento e di rete) richiedono continuità di lavoro e di reddito proprio perché possano garantire rendimenti crescenti nel tempo. Ciò significa che la scarsa produttività italiana è dovuta proprio ad un eccesso di precarietà e non è certo abrogando l’art. 18 (o introducendo gabbie salariali) che taleproblema può essere risolto.

Infine, Alesina e Giavazzi chiedono che in cambio della liberalizzazione dei licenziamenti individuali le imprese partecipano in misura maggiore al finanziamento dei sussidi di disoccupazione erogati dall’Inps. È utile ricordare che già oggi il sussidio di disoccupazione viene finanziato dai contributi sociali versati dalle imprese e dai lavoratori, allo stesso modo della Cig straordinaria e delle indennità di mobilità. Si tratta di ben misera cosa in confronto al via libera ai licenziamenti! Nulla viene detto infatti riguardo ai parametri che limitano l’accesso a tali sussidi, ovvero la durata (massimo otto mesi) e l’ammontare (pari al 60% della retribuzione lorda mensile per i primi 6 mesi, al 50% per il settimo e l’ottavo mese, perun livello comunque non superiore a 858 euro mensili).
È necessario invece rovesciare il ragionamento di Alesina e Giavazzi (e anche dell’attuale governo): prima di intervenire su qualsiasi processo di riforma del mercato del lavoro, sarebbe più utile e produttivo procedere ad una razionalizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali tramite duesemplici misure: la separazione tra assistenza (a carico della fiscalità collettiva) e previdenza contributiva (a carico, tramite Inps, dei lavoratori e delle imprese) e l’introduzione di un’unica misura di reddito di base, erogato in modo individuale e incondizionato a tutti coloro che
hanno un reddito inferiore ad una determinata soglia (da contrattare), indipendente dalla tipologia contrattuale, condizione professionale, stato di cittadinanza, ecc.
Solo in presenza di sicurezza sociale garantita, il mercato del lavoro potrà acquisire quella mobilità funzionale al diritto di scelta del lavoro e non all’obbligo del lavoro. Solo se sarà operativo un effettivo regime di secur-flexibility (e non flex-security), allora il problema del mantenere in vigore l’art. 18 diventerà un falso problema e avrà esclusivamente la
funzione di proteggere i lavoratori da forme di discriminazione.

Andrea Fumagalli

tratto da http://www.precaria.org

30 gennaio 2012

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avanzar@interfree.it (Avanzar)LAVORO CAPITALEMon, 30 Jan 2012 18:32:45 +0000
Bologna: contestazione a Giorgio Napolitano http://www.senzasoste.it/politica/bologna-contestazione-a-giorgio-napolitanohttp://www.senzasoste.it/politica/bologna-contestazione-a-giorgio-napolitanooccupyunibo1La giornata di #occupyunibo parte la mattina alle ore 9.00, ed è stata una giornata che si è ricollegata immediatamente al movimento Occupy statunitense che sabato ha contestato il presidente Barac Obama. Oggi a Bologna il motivo della contestazione è il predisdente della Rapubblica Napolitano garante e sponsor del governo Monti ovvero del governo delle Banche e del neoliberismo.

Il corteo comincia a muoversi in una Bologna blindata dove vengono schedati tutti i passanti. In piazza 300 persone ma i numeri saliranno con il passare del tempo. Molte bandiere NoTav tra i manifestanti. La prima tappa e via Guerrazzi ma la celere è schierata in forze e sbarra l'accesso a tutte le strade intorno all'aula di S.Lucia, dove si tiene la cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico, la laurea ad honorem a Napolitano.

Il corteo si fa selvaggio nei vicoli intorno all'aula di S.Lucia per aggirare i blocchi della celere e consegnare la laurea di austerity, ma all'altezza di via Castiglione un nuovo blocco della polizia impedisce la contestazione.

In via de Poeti però parte la prima carica della celere contro il corteo che resiste e continua ad avanzare! Alcuni studenti sono stati feriti alla testa e anche un giornlista di Repubblica. Le agenzie stampa stanno mandando dichiarazioni del questore di Bologna sull'utilizzo di gas urticanti, peccato però che nessuno se ne sia accorto, mentre tutti si sono accorti delle teste rotte degli studenti.

Dopo le cariche della polizia il corteo di OccupyUnibo aumenta di numero. Almeno 500 persone danno vita al corteo per la laurea d'austerity a Napolitano lungo i viali di Bologna per poi dirigesi in Piazza Verdi e concludersi con le parole di uno studente al megafono: «Con la contestazione a Napolitano a Bologna è iniziato il nostro anno di lotta. Oggi cade l'ultimo idolo della politica istituzionale: non c'è più nulla da difendere ma tutto da riprendersi!».

Diretta dalla piazza

10:30: In una Bologna blindata comincia a muoversi il corteo di #OccupyUnibo che va a contestare Napolitano. 300 persone in piazza ma i numeri sembrano destinati a salire. Molte bandiere NoTav tra i manifestanti. L'elicottero della polizia sorveglia dall'alto. Identificati anche i passanti nelle vie antistanti all'Aula S.Lucia dove si svolgerà l'inaugurazione dell'anno accademico.

10:45: Il corteo si muove lungo via Petroni e Piazza Aldrovandi al grido di "Stiamo arrivando!". Dagli studenti e dalle studentesse di #Occupyunibo si alza forte la solidarietà per gli arrestati del movimento Notav: "Liberi tutti!"

10:48: La celere schierata in forze sta sbarrando la strada in Via Guerrazzi.

10:56: Il corteo si è attestato in via Guerrazzi. Tutte le strade intorno all'aula di S.Lucia, dove è cominciata la cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico, sono completamente militarizzate. Ma la piazza sembra comunque essere determinata a consegnare la laurea in austerity a Napolitano.

11:01: Gli studenti e le studentesse di #OccupyUnibo non si fermano. Corteo selvaggio nei vicoli intorno all'aula di S.Lucia per aggirare i blocchi della celere e consegnare la laurea di austerity.

11.06: Il corteo si trova in questo momento in Strada Maggiore. Traffico bloccato.

11:11: Il corteo degli studenti che contesta la laurea a Napolitano entra in p.zza s.Stefano di corsa. Secondo blocco della celere all'altezza di via Castiglione.

11:19: Altro blocco alla fine di via Sampieri,ora il corteo si muove su via dal Luzzo determinato a consegnare la laurea a Napolitano.

11:28: Il corteo si trova ora in Piazza della Mercanzia. Orchestra di tamburi e clown army fronteggiano i pagliacci in divisa schierati.

11:34: Le stradine intorno al quadrilatero sono completamente invase dal corteo selvaggio di #Occupyunibo.

11:39: Ancora bocchi in via Farini. Ma studenti e studentesse non hanno intenzione di farsi fermare dalla celere. "Noi andiamo dove vogliamo!" Continua il corteo selvaggio di #OccupyUnibo.

11:46: #OccupyUnibo in via de Poeti. Anche qui celere a bloccare la strada. La democrazia del 99% fa paura ai palazzi dell'austerity.

11:47: Partita una prima carica della celere contro il corteo che resiste e continua ad avanzare!

11.58: Alcuni studenti feriti durante la carica della polizia. Il corteo però non si fa intimorire e la giornata di lotta contro austerity  va avanti.

12:03: Dopo le cariche della polizia il corteo di OccupyUnibo aumenta di numero. Almeno 500 persone ferme in questo momento all'altezza del tribunale. La giornata di lotta non si ferma.

12:12: Il corteo per la laurea d'austerity a Napolitano sta bloccando i viali di Bologna. Traffico in tilt.

12.17: Dai viali di Bologna bloccati dagli studenti contro l'austerity si alzano slogan in solidarietà agli arrestati del movimento No Tav.

12:30: Il corteo di Occupyunibo dopo i blocchi sui viali sta tornando nel centro di Bologna.

12:55. Il corteo di OccupyUnibo termina in Piazza Verdi. Le parole di uno studente al megafono: «Con la contestazione a Napolitano a Bologna è iniziato il nostro anno di lotta. Oggi cade l'ultimo idolo della politica istituzionale: non c'è più nulla da difendere ma tutto da riprendersi!». 

 

30 gennaio 2012 

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avanzar@interfree.it (Avanzar)POLITICAMon, 30 Jan 2012 16:30:45 +0000
Roma: dalla piazza un no netto a Monti, all’UE e alle banchehttp://www.senzasoste.it/politica/roma-dalla-piazza-un-no-netto-a-monti-all-ue-e-alle-banchehttp://www.senzasoste.it/politica/roma-dalla-piazza-un-no-netto-a-monti-all-ue-e-alle-bancheue_bandiera_bruciataUno sciopero difficile, ma indispensabile. Contro il governo Monti, lo strapotere delle banche e i diktat dell'Unione Europea. E contro la repressione e gli arresti. Decine di migliaia di lavoratori, studenti e precari a Roma per dire che i sacrifici li devono fare coloro che non hanno mai pagato.

Mentre Piazza San Giovanni si riempie di lavoratori e lavoratrici arrivate da tutta Italia, e dal palco si susseguono gli interventi dei rappresentanti delle sigle del sindacalismo conflittuale che hanno coraggiosamente promosso lo sciopero generale di oggi, i fotografi si accalcano. Alcuni attivisti del Comitato No Debito hanno bruciato una bandiera dell’Unione Europea, quella azzurra con le stelle gialle. Un gesto simbolico che racchiude il senso di uno sciopero che definire difficile è dir poco. Uno sciopero tutto politico, quello di oggi, contro i diktat dell’UE e delle banche proditoriamente applicati da Monti e dai suoi ministri. Provvedimenti che stanno strizzando e impoverendo milioni di italiani.

E così i sindacati di base e indipendenti hanno deciso di dare una risposta immediata, nonostante le evidenti difficoltà: il mondo del lavoro dipendente nel nostro paese sembra ancora inebetito da decenni di ‘antiberlusconismo’ e per ora la speranza che dopo il disarcionamento di Silvio le cose possano andare un po’ meglio prevale sulla rabbia e sulla protesta contro una sfilza di provvedimenti iniqui che neanche il Cavaliere si era permesso di adottare. D’altronde Monti ha un compito, e lo sta portando avanti. Con le buone – la propaganda sul ‘salva’ o ‘cresci’ Italia, il sostegno parlamentare trasversale, l’appoggio mediatico quasi totale – e ora anche con le cattive. In 48 ore si sono viste le botte della Polizia ai pescatori a Montecitorio, le cariche ai senzacasa in Campidoglio e una retata anti No Tav realizzata contemporaneamente in 15 province del paese. Una coincidenza affatto casuale. Un segno chiaro di questo governo e dei poteri forti che lo animano e lo sostengano a chiunque, nella società, voglia contrastare il più grande attacco alle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari che questo paese abbia visto dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Ma come si gridava dal palco mobile che apriva il lungo serpentone che da Piazza della Repubblica ha sfilato fino a San Giovanni, “la repressione porterà solo ad un aumento della mobilitazione e della ribellione”. In tanti, oltre che con le bandiere dell’Unione Sindacale di Base o degli altri sindacati, sono venuti a Roma con le bandiere No Tav. Un pompiere in divisa le ha messe tutte e due sulla sua asta, e le sventola insieme. Anche uno striscione recita “Libertà per i No Tav. Le lotte non si arrestano”.

E poi tante parole d’ordine contro l’assalto ai salari e alle pensioni, contro le privatizzazioni e le finte liberalizzazioni, contro la riduzione della democrazia nei luoghi di lavoro. Per dire che il debito i lavoratori non l'hanno creato e quindi non lo devono e non lo vogliono pagare.

Almeno 40 mila persone hanno manifestato nel centro della capitale, nonostante le metropolitane fortemente rallentate e la penuria di autobus e treni. Decine e decine gli striscioni delle federazioni regionali dell’Usb, dell’Usb Immigrati, dei comparti della Sanità, del Pubblico Impiego, della Scuola, della Ricerca, dell’Inps. I Vigili del Fuoco in divisa dell’Usb, i lavoratori delle telecomunicazioni dello Snater, quelli delle fabbriche (Fiat Mirafiori, Pomigliano, Sevel, ex Alfa Romeo, Thales Alenia Space ecc) dello Slai Cobas, i dipendenti delle cooperative sociali, delle ditte di appalti e dei supermercati dell’Usb e dell’USI. E poi ancora gli autoferrotranvieri dell’Usb e soprattutto quelli dell’Orsa, che in piazza sfilano con una locomotiva che sputa fuoco e allerta con il suo campanello i passanti e i negozianti distratti.

La manifestazione sfila tranquilla ma determinata, e come spesso avviene a Roma lungo il percorso, per fortuna sotto un bel sole che riscalda l’aria gelata della mattina, si gonfia man mano di altri partecipanti. Verso il fondo ci sono gli studenti di ‘Senza Tregua’. Sfilano dietro uno striscione nero che in rosso recita “Studenti e lavoratori uniti. Sciopero generale’ e agitano bandiere rosse, compatti nei cordoni. Subito dietro di loro lo spezzone del sindacato metropolitano: i movimenti di lotta per la casa, i Blocchi Precari Metropolitani, i precari, gli immigrati. Quando passano davanti alla Banca Toscana, in Via Merulana, il clima si anima. Qualche uovo, fumogeni e una scritta – “Spegni il mutuo, accendi le banche” - ricordano che c’è chi dalla crisi trae profitto e ci guadagna.

Il sanzionamento si ripete un po’ più avanti, quando il bersaglio diventa una filiale di Banca Intesa San Paolo – ampiamente rappresentata nell’esecutivo Monti – e poi ancora verso la fine del corteo quando la rabbia dei manifestanti prende di mira la sede dell’Assessorato Comunale alle Politiche Sociali. Anche qui qualche uovo e qualche fumogeno. E tanti slogan contro un’amministrazione Alemanno servile nei confronti dei palazzinari e delle lobby della speculazione e chiusa totalmente alle richieste dei movimenti di lotta per la casa. “Lo spezzone sociale che partecipa oggi a questo sciopero generale, e che non è organizzata nelle forme classiche del sindacato, ha iniziato ieri il suo percorso di mobilitazione” ci spiega Paolo di Vetta, dei Blocchi Precari Metropolitani. “Siamo andati in tanti in Campidoglio a rivendicare un piano casa degno di questo nome. Quello che stanno approvando è un piano di cementificazione, un grande ed ennesimo regalo ai costruttori che stanno per staccare i loro assegni per la prossima campagna elettorale. Dopo le cariche e le botte di ieri in Campidoglio oggi siamo di nuovo in piazza per ribadire che la strada maestra è quella dell’indipendenza e del conflitto, in una relazione sempre più forte con il sindacalismo di base”.

Oltre ai tanti lavoratori e giovani in piazza c’è anche qualche realtà di ‘movimento’. Non le grandi reti organizzate del movimento studentesco che pure qualche tempo fa andarono in corteo dalla Camusso a chiedere lo sciopero generale contro Berlusconi. E anche dai centri sociali della Capitale c’è qualche rappresentanza spuria. Ma non manca lo striscione del Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua, che aveva già annunciato la propria adesione nei giorni scorsi. “Siamo in piazza per manifestare contro un governo che prosegue lungo la strada delle privatizzazioni dei beni comuni – spiega Paolo Carsetti - Siamo stati in campo per contrastare l’approvazione del cosiddetto ‘decreto crescItalia’ ottenendo che ne venisse stralciata la parte più negativa che vietava la gestione pubblica dei servizi locali. Un decreto che rimane sostanzialmente di stampo ultraliberista e che nega ampiamente l’esito referendario”.

Poco più in là un gruppetto di manifestanti sfila nei panni della Banda Bassotti, con i sacchi in spalla e le facce di Monti e degli altri ministri attaccata sulla pettorina. E' così che i lavoratori che manifestano vedono l'esecutivo 'salva Italia'. Come una banda di ladri e truffatori. Ogni tanto si fermano e si mettono in posa, per i fotografi. Così come le insegnanti che battono su un tamburo e scandiscono:  “Siamo stanchi di aver pazienza. Insegniamo disobbedienza”.

tratto da http://www.contropiano.org

28 gennaio 2012

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avanzar@interfree.it (Avanzar)POLITICASat, 28 Jan 2012 14:48:57 +0000
Se il tecnico non legge Bankitaliahttp://www.senzasoste.it/politica/se-il-tecnico-non-legge-bankitaliahttp://www.senzasoste.it/politica/se-il-tecnico-non-legge-bankitaliaI numeri dell'Istituto di via Nazionale sulla povertà delle famiglie e la concentrazione della ricchezza sono inequivocabili. Come quelli presentati dall'Ocse. Ma Monti, il suo governo e la sua maggioranza, non li vedono

MontiAvevamo capito che il governo Monti fosse un governo “tecnico”. Cosa c’è di più tecnico degli studi della Banca d’Italia per farsi un’idea del paese e delle ricette economiche più giuste ed efficaci allo stesso tempo? E invece, a giudicare dalle reiterate manovre – prima casa, pensioni, liberalizzazioni limitate ai ceti medi, mercato del lavoro – sembra che quelle cifre e quegli studi i ministri e le ministre dell’autorevole professore nemmeno le leggano. Eppure quelle cifre sono impietose.

Dice la Banca d’Italia nel suo rapporto sui Bilanci delle famiglie italiane che “nel 2010 il reddito familiare medio annuo, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali, è risultato pari a 32.714 euro, 2.726 euro al mese. Il reddito equivalente, una misura che tiene conto della dimensione e della composizione del nucleo familiare, si è attestato sui 18.914 mila euro per individuo, un valore inferiore, in termini reali, dello 0,6 per cento a quello osservato con l’indagine sul 2008“. Quindi, in soli due anni le famiglie italiane sono diventate un po’ più povere. A diventare più poveri sembrerebbero i redditi da lavoro indipendente: “Il reddito da lavoro dipendente ricevuto in media da ciascun percettore è risultato pari a 16.559 euro, pressoché lo stesso livello in termini reali rispetto al 2008 (-0,3 per cento). Quello da lavoro indipendente è risultato di 20.202 euro, con una diminuzione del 2,3 per cento”. Ma con i dati sull’evasione fiscale in Italia – il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, l’ha quantificata ieri a 120 miliardi di euro – il dato non è del tutto attendibile.

Resta che i poveri, da lavoro, aumentano. La loro quota – convenzionalmente identificata in redditi inferiori alle metà mediana - è risultata pari al 14,4 per cento, un punto in più rispetto al 2008. “Nel 2010 – continua ancora Bankitalia – il 29,8 per cento delle famiglie reputava le proprie entrate insufficienti a coprire le spese, il 10,5 per cento le reputava più che sufficienti, mentre il restante 59,7 per cento segnalava una situazione intermedia. Rispetto alle precedenti rilevazioni emerge una tendenza all’aumento dei giudizi di difficoltà”.

Ma i dati sulla povertà delle famiglie sono significativi se raffrontati alla distribuzione complessiva della ricchezza. “La ricchezza familiare netta – è ancora la Banca d’Italia a parlare - data dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore) e delle attività finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti), presenta un valore mediano di 163.875 euro. Il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 45,9 per cento della ricchezza netta familiare totale (44,3 per cento nel 2008). La concentrazione della ricchezza, misurata in base all’indice di Gini, è risultata pari a 0,62, in lieve aumento rispetto alla precedente rilevazione del 2008 (0,61)”. Il punto continua a essere rappresentato da questa distribuzione ineguale delle risorse su cui nessun governo al mondo ha finora avanzato proposte decenti.

La stessa analisi è stata fatta qualche giorno fa dall’Ocse nel suo rapporto “Divided we stand” (vedi sul megafonoquotidiano) reso pubblico alla presenza della ministra Elsa Fornero (presso l’Istat dove ai precari che la contestavano la ministra non ha potuto dedicare neanche una risposta). In quel rapporto si legge che “la disuguaglianza dei redditi tra le persone in età lavorativa è aumentata drasticamente nei primi anni Novanta e da allora è rimasta a un livello elevato, nonostante un leggero calo verso la fine del primo decennio degli anni duemila. La disuguaglianza dei redditi in Italia è superiore alla media dei Paesi Ocse, più elevata che in Spagna ma inferiore che in Portogallo e nel Regno Unito”. E ancora: “Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro) indicando un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni Ottanta”.

Cosa ha contribuito ad aumentare questo scarto? Attenzione: “Le aliquote marginali dell’imposta sui redditi più alti si sono quasi dimezzate passando dal 72% nel 1981 al 43% nel 2010″. Oltre all’evasione fiscale si è assistito in Italia a una progressiva diminuzione della pressione fiscale sui redditi finanziaria e societari che ha avuto un impatto, mai preso in considerazione, sull’evoluzione del debito pubblico. Un impatto riscontrabile anche su scala europea. Si guardino questi cifre offerte da Eurostat: dal 2000 al 2010 la pressione fiscale dell’Europa a 27 è passata dal 44,7 al 37,1 per cento con una riduzione del 7,6 per cento. Le imposte sui redditi delle società sono passate dal 31,9 al 23,2 con una riduzione dell’8,7 per cento. Se la pressione complessiva in Italia è rimasta più o meno stabile, riducendosi solo dello 0,3 per cento in dieci anni – ma compensata da un’evasione fiscale gigantesca – quella sui redditi delle società è passata dal 41,3 per cento al 31,4 con una riduzione del 9,9 per cento.

La pressione fiscale è rimasta invariata, o è aumentata, solo sui redditi da lavoro dipendente o da pensione: l’88 per cento dei contribuenti italiani è infatti composto da lavoratori dipendenti e pensionati e il gettito fiscale che producono è pari al 93 per cento delle entrate. Tutti gli altri pagano solo il 7 per cento. Un vero tecnico partirebbe da questi dati.

Salvatore Cannavò

tratto da http://www.ilmegafonoquotidiano.it

26 gennaio 2012

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avanzar@interfree.it (Avanzar)POLITICAThu, 26 Jan 2012 18:03:20 +0000
Lavoro e welfare: le proposte agghiaccianti del governo. La Fornero bluffa?http://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/lavoro-e-welfare-le-proposte-agghiaccianti-del-governohttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/lavoro-e-welfare-le-proposte-agghiaccianti-del-governo

I fumogeni di Fornero

gioco3carteLa finta marcia indietro del giorno dopo. Ormai è una costante di molti ministri, in piena continuità con il governo precedente. Certo con meno protervia, ma altrettanta - pessima - intenzionalità. Sottoposta per tutta la mattinata, dovunque sia andata, a un fuoco di fila di domande sull'«eliminazione della cassa integrazione», il «contratto unico», le risorse finanziarie necessarie per il «reddito minimo», ecc, la ministra del welfare Elsa Fornero ha scelto come difesa la cortina fumogena.
Vediamo le nuove dichiarazioni sui singoli punti. «Nel documento non c'è l'espressione 'vogliamo togliere la cassa integrazione'. C'è invece l'impostazione di un percorso di riforma degli ammortizzatori sociali che vedremo dove condurrà». Quindi «era del tutto prematuro parlare di soppressione della cig e in ogni caso sappiamo che il 2012 sarà un anno difficile, nel quale non potremo fare grandi innovazioni». Secondo logica, dunque, per quest'anno non si può fare, ma...
Che in realtà a questo si stia pensando è stato confermato dalla stessa ministra, in via indiretta. «La flessibilità in uscita è stata utilizzata per mandare in pensione gente giovane, questo non si può più fare». Parla dei prepensionamenti, utilizzati per risolvere molte crisi aziendali tramite il rosario dei vari ammortizzatori. La ministra si è detta «colpita» dal fatto che «in Italia un lavoratore con poco più di 50 anni è considerato perso dal mercato, non più utilizzabile». Accorciare il periodo coperto dalla cig, insomma, costringerebbe il singolo lavoratore a tornare su un «mercato» che però - non certo per sua indisponibilità - lo rifiuta in quanto «vecchio». Ma non più pensionabile.
Salario minimo garantito. È l'istituto che, secondo quanto riferito dai dirigenti sindacali presenti all'incontro di lunedì, dovrebbe sostituire la cig straordinaria, quella in deroga e anche la mobilità. Di durata imprecisata, ma certo molto inferiore (anche quanto ad assegno erogato) rispetto agli ammortizzatori oggi in vigore. «Abbiamo molti vincoli finanziari», quindi parlare di questo è «assolutamente prematuro». E due.
Un po' troppa modestia e incertezza, insomma, per un governo di tecnici e decisionisti, che hanno caricato sulle proprie spalle il compito di «fare riforme strutturali in tempi rapidi». Specie se, come la ministra stessa ha ripetuto, la questione del mercato del lavoro si deve risolvere «in 3 o 4 settimane». Ma proseguiamo.
Contratto sagomato sul ciclo di vita. Fornero parte dalla «numerosità» dei contratti atipici, che andrebbero sfoltiti tenendo soltanto «quelli che ci (a chi?, ndr) servono». Perché questa giungla «anziché includere, segmenta, tratta in maniera eccessivamente differenziata diverse categorie di persone». Ma il «contratto sagomato», che cambia a seconda dell'età del singolo lavoratore, realizza qualcosa di peggio della «frammentazione»: ossia l'individualizzazione totale, così che in nessun posto, virtualmente, ci saranno due dipendenti con gli stessi interessi immediati. Unica speranza: un'idea del genere è quasi impossibile da realizzare, nella vita pratica.
Molto seccamente, il segretario della Cgil Toscana, Daniele Quiriconi, ha fatto due conti: «Se si applicasse la ricetta Fornero in Toscana (regione con il Pil pro capite tra i più alti del paese, ndr) ci sarebbero 15.000 disoccupati in più». Un calcolo basato su informazioni concrete, al contrario dell'ideologia sparsa a piene mani sulle «misure per i giovani». E corroborato da Carla Cantone, segretaria generale dello Spi Cgil: «I problemi dei giovani non si sono dissolti nell'aria con la riforma delle pensioni, ma si risolveranno solo attraverso un piano per l'occupazione, perché senza un lavoro oggi non ci sarà nessuna pensione domani».
È la stessa opinione manifestata ieri dai precari dell'Istat, terza stazione del peregrinare della ministra, che hanno issato uno striscione con su scritto «precarious we stand». Strappandole un «mi state a cuore, questa è la mia preoccupazione» che sa tanto di mezza lacrima. Prima della mazzata.

Francesco Piccioni

tratto da "Il Manifesto"

25 gennaio 2012

***

La «ridefinizione» della cig: un solo anno, poi arrangiatevi

Si affaccia anche il «contratto modellato sul ciclo di vita». Deregulation per eliminare ogni forma di patto collettivo

Professori delle tre carte. Dopo aver a lungo menato la danza della «riforma del mercato del lavoro», che doveva però andare «di concerto con la rimodulazione degli ammortizzatori sociali», addirittura vellicando sogni europei come il «reddito di disoccupazione», il governo ha mostrato la faccia feroce di chi - dei senza lavoro perché le aziende chiudono - sostanzialmente se ne infischi. O peggio.
Vediamo i dettagli. Il governo ha messo sul tavolo «i titoli» - come si dice in gergo - di cinque capitoli contenenti le linee guida del progetto governativo: tipologie contrattuali, formazione e apprendistato, flessibilità, ammortizzatori sociali, servizi all'impiego. Ma solo di alcuni si è appreso qualcosa di attendibile. Al momento di entrare a palazzo Chigi il ministro del welfare Elsa Fornero aveva spiegato che nella riforma ci sarebbe stato anche uno «schema di reddito minmo». Peccato che «richiede risorse ora non individuabili», e quindi verrà approvata ma «l'applicazione sarà dilazionata». Insomma: una riga di inchiostro su carta, non un diritto esigibile.
Ma questa era anche l'unica «buona notizia». Per «riforma» degli ammortizzatori sociali - cassa integrazione e mobilità - il governo intende la loro sostanziale cancellazione. Oggi abbiamo tre tipi di cassa integrazione. L'ordinaria (per imprese industriali ed edilizia) entra in azione per sospensione dell'attività produttiva, può durare fino a un anno, con l'80% del salario, pagata dai contributi di aziende e lavoratori. La straordinaria, invece, scatta anche per altri tipi di imprese (editrici, commercio, trasporto aereo, ecc) e copre le crisi aziendali vere e proprie: ristrutturazione, riconversione, riorganizzazione, crisi e «procedure concorsuali» (fallimento o liquidazione). Può durare anche 24 mesi (36 al centro, 48 al sud) ed è egualmente finanziata da imprese e lavoratori. Quella in deroga, infine, è stata introdotta da Sacconi per coprire - nella crisi - anche quei settori che non usufruivano delle prime due forme; copre anche apprendisti, interinali, ecc, ma è a carica della fiscalità generale dello Stato.
A seguire c'è anche la mobilità, al 60% del salario, dalla durata variabile a seconda dell'età del lavoratore o del territorio di residenza. Una serie di salvagenti straordinari - pensati per aiutare le imprese, non tanto i lavoratori - che si sono però rivelati preziosi in questi anni di crisi per evitare di avere milioni di disoccupati per strada. E relativi problemi sociali.
Cosa hanno pensato i geniali «tecnici» scelti dall'alto dei cieli europei? Che è meglio ridurre tutto a una sola forma: l'ordinaria, con durata 52 settimane. Anche se l'azienda chiude. Poi «si pensa» a «un'indennità risarcitoria» o al «rafforzamento del sussidio di disoccupazione». Per cui, «purtroppo», non ci sono soldi. Quindi non esiste il sussidio... Facile previsione: nel solo 2012, avremo tra i 300 e i 500mila disoccupati in più. E non un solo posti di lavoro nuovo.
Essere presi per i fondelli non è simpatico, ma i «professori» sono stati capaci di andare oltre. Può essere ammesso, ma non concesso che il lavoro flessibile (ci si riferisce all'insieme dei 48 contratti precari, ma in modo «dolce e suadente») possa essere reso più caro, invece che abolito. E che l'incentivo alla «stabilizzazione» del rapporto di lavoro sia affidato alla defiscalizzazione degli oneri contributivi. Certo, per una schiera di ministri che ripete continuamente di voler creare «opportunità per i giovani» sarebbe più coerente se prevedesse una drastica eliminazione di quei contratti, lasciando alla «stagionalità» i mestieri di bagnino e di maestro di sci.
Ma è il terzo pilastro della struttura illustrata ieri i punto più preoccupante: il contratto calibrato sul ciclo di vita. Se siete abituati a diffidare delle formule verbali fantasiose, fate bene a preoccuparvi. Il ministro Fornero è stata parca di contenuti e ricca di immagini: «serve un contratto che evolve con l'età», «piuttosto che contratti nazionali specifici che evolvono per ogni età». La sovrabbondanza di riferimenti all'«evoluzione» suggerisce la scomparsa di meccanismi contrattuali certi e validi per tutti. Ai tre anni del «contratto di ingresso» - una sorta di apprendistato, ma senza godere di alcun diritto (a parte un «risarcimento» proporzionale alla durata del lavoro) - seguirebbe non l'attuale «contratto a tempo determinato» ma una sorta di terra di nessuno. Bisognerebbe infatti capire fino a quale età si può essere assunti con l'«ingresso», perché per un 50enne sarebbe una presa in giro eccessiva.
Nell'insieme, dunque, scompare la «norma contrattuale nazionale» - il principio giuridico dell'egualianza di trattamento - e viene adombrato il «contratto su misura». Berlusconi, nel 2001, ci aveva fatto un pensierino, chiamandolo «contratto Internet» o individuale. Poi ripigò sul più casareccio «lavoretto».
Ma, almeno, tutta questa storia ha fatto accantonare la fissazione per l'art. 28? Ma quando mai. Il premier è stato chiaro: «non può essere un tabù». Per chi è abituato alla logica, vedendo che il governo presenta le proprie proposte come immodificabili, diventa chiaro che i «tabù» sono esattamente i bersagli che si prefigge di colpire.

Francesco Piccioni

tratto da "Il Manifesto"

24 gennaio 2012

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avanzar@interfree.it (Avanzar)LAVORO CAPITALETue, 24 Jan 2012 14:31:01 +0000
Da martedì parte il movimento dei forconi in Sardegnahttp://www.senzasoste.it/politica/da-martedi-parte-il-movimento-dei-forconi-in-sardegnahttp://www.senzasoste.it/politica/da-martedi-parte-il-movimento-dei-forconi-in-sardegnamovimento-forconiGiornate interlocutorie per le proteste siciliane. Si segnala un rallentamento dello sciopero degli autotrasportori e uno scontro all'interno del movimento dei forconi. Tutto giocato attorno alle figure di Morsello padre e figlia, legati a Forza nuova, e agli assetti futuri del movimento siciliano.
Per leggere il contesto siciliano segnaliamo due articoli del Corriere di Gela che si possono non condividere ma hanno il pregio di analizzare la situazione fornendo lucidi ed utili elementi di lettura

Con la rabbia in corpo (sulle strategie di lotta del movimento siciliano)

http://www.corrieredigela.it/leggi.asp?idn=CDG162015&idc=1

Forconi e potere del non fare (sulla paralisi del potere regionale siciliano)

http://www.corrieredigela.it/leggi.asp?idn=CDG162107&idc=1

L'intervista al leader dei pastori sardi, alleati del movimento dei forconi, fa capire invece che anche nell'altra grande isola italiana si proverà, a partire da martedì, a far partire una serie di rivendicazioni sulla scia di quanto avviene in Sicilia. Floris, leader dei pastori sardi, fa anche il punto su chi al momento, dopo le contestazioni a Morsello, ha la leadership del movimento siciliano. Elemento di non poco conto, visto che Morsello, molto intervistato nei giorni scorsi, aveva parlato di secessione e temi simili.
Se la Sicilia continua a muoversi, e la Sardegna si fa sentire, il governo centrale dovrà occuparsi di qualcosa di diverso dallo spread e dal mantra delle liberalizzazioni.

Infine un articolo di Mazzetta che dà una lettura del Movimento dei forconi come strumento in mano a potentati vicini alla destra e con infiltrazioni mafiose

Quei neri forconi al servizio del potere

http://mazzetta.wordpress.com/2012/01/18/quei-neri-forconi-al-servizio-del-potere/

(red) 22 gennaio 2012

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avanzar@interfree.it (Avanzar)POLITICASun, 22 Jan 2012 19:39:19 +0000
Il territorio consegnato alle multinazionalihttp://www.senzasoste.it/ambiente/il-territorio-consegnato-alle-multinazionalihttp://www.senzasoste.it/ambiente/il-territorio-consegnato-alle-multinazionaliCon il decreto che il governo si appresta a varare le grandi imprese del petrolio e del gas potranno fare le ricerche che ritengono necessarie e sfruttare i giacimenti ritrovati per un numero di anni indefinito. Un regalo ben ponderato

piattaforma_petrolIl decreto sulle liberalizzazioni proposto dal governo contiene un articolo 22 che affida il territorio nazionale - e il mare attorno - alle multinazionali del petrolio e del gas. Esse potranno fare le ricerche che ritengono necessarie e sfruttare i giacimenti ritrovati per un numero di anni indefinito (20+5+5+ ecc.) salvo poi, una volta esaurito il luogo, rimettere ordinatamente tutto a posto. Come dubitarne?
È tutto scritto con precisione. È perfino adombrata, al punto 8 comma c del suddetto articolo, la necessità di indicare «...l'entità e la destinazione delle compensazioni previste per la fase di ricerca e sviluppo». Insomma è fatto balenare fin da subito un possibile guadagno da parte di proprietari delle aree, enti locali, regioni; anzi l'opportunità di un'equa spartizione, regolata magari da qualche organo dello stato, appositamente delegato. Tutto fatto bene, sia chiaro, come in una banda degna di rispetto. Il massimo per dei veri liberali.

I vari lotti, una volta individuati saranno messi a gara "europea". Non tutti potranno partecipare, ma solo le imprese dotate di sufficiente credibilità. Una volta partita la gara e superate le specificità che il decreto indica sommariamente, l'attribuzione dovrà avvenire nei successivi otto anni, pena la revoca della concessione. Possiamo immaginare che verso la fine dei primi otto anni il nostro amatissimo territorio nazionale avrà frequenti trivelle e scavi dappertutto; poco tempo dopo ci saranno più buchi per chilometro quadrato che in una fetta di formaggio svizzero. Siccome la malignità è il nostro forte, possiamo anche dare per certo che le multinazionali di qui sopra si spartiranno l'intero Stivale, ma senza pestarsi i piedi. Le gare saranno pro forma, con buona pace di tutti e spesa minore per ciascuno. Come è del tutto legittimo, il senatore Monti chiamerà tutto questo liberalizzazione, mentre sarebbe più opportuno parlare di un cartello. Ma i cartelli fanno parte del mercato, o no?
L'incombere delle compagnie petrolifere non è nominativo nell'articolo 22 ma piuttosto nel precedente articolo 21, o, meglio ancora, nella relazione che l'accompagna, nella quale si può leggere che se non si introducono minori limiti alla ricerca in mare al largo delle zone di rispetto, il risultato sarebbe una «riduzione degli investimenti in tecnologie e servizi forniti dalle imprese italiane con un crollo dei progetti in corso, stimabile in circa 3-4 miliardi di euro nei prossimi anni, con abbandono degli investimenti in corso sul territorio italiano da parte delle imprese italiane ed estere operanti nel settore (recente esempio la Exxon)».
Siccome non si può scontentare la Exxon e le sue beneamate sorelle, allora si può sacrificare terra e mare, ambiente e paesaggio. Si distrugga pure tutto, si buchi e si sporchi, ma finalmente avremo una vera libertà, da vantare a Bruxelles e a Berlino.

Guglielmo Ragozzino
tratto da Il Manifesto del 21 gennaio 2012
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avanzar@interfree.it (Avanzar)AMBIENTESun, 22 Jan 2012 13:59:04 +0000