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150 anni di unità d' Italia: un pò di Risorgimento e poco più

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“Patria si scrive con la maiuscola, a differenza di paese che si può scrivere anche minuscolo senza mancare di rispetto. A parte i nomi propri, le maiuscole dovrebbero essere abolite come i punti esclamativi e tutto quanto riveste di enfasi le parole e i concetti. Le maiuscole sono una intimidazione, un lettore mi ha rimproverato perchè scrivo minuscolo anche dio che però non credo se ne risenta” (Luigi Pintor, il Manifesto, 31 maggio 2002)

NovecentoBertolucciAnche Livorno festeggia in “pompa magna” il 150° anniversario dell'Unità Italia. Il sindaco Cosimi  (dopo aver accolto con gli onori di casa il sindaco leghista Tosi, fulgido esempio di uomo legato ai valori nazionali, istituzionali e repubblicani) non ha lesinato nè spese (si parla di almeno 60.000 euro) nè toni trionfalistici (“sarà la festa più bella dell'intera Toscana”). Dopo aver lamentato gli sprechi dei costi del referendum sull'ospedale e dopo aver messo “le mani avanti” per il ridimensionamento che Effetto Venezia subirà per i tagli del governo ecco che si trovano dalla “tesoreria” della casse comunali i fondi per celebrare i 150 anni, onorando pure la cambiale che alcune realtà (come la Massoneria e gli ambienti militari) portano all'incasso dopo il giugno 2009 e dopo le numerose manifestazioni di “affetto” e simpatia.

E così , oltre alle eccezionali operazioni di “rimessa a lucido” delle statue dei principali protagonisti risorgimentali (Cavour, Garibaldi, Vittorio Emanuele II) non mancheranno i tricolori, gli immancabili effetti pirotecnici, le parate militari e gli aviolanci dei paracadusti.   
Nell'attuale enfasi delle celebrazioni nazionali il Risorgimento è diventato il momento centrale, assoluto, unico: l'errore di fondo è stato probabilmente, fin dall'impostazione di questo appuntamento, quello di avere privilegiato pressoché esclusivamente il momento delle origini, come se i 150 anni  si risolvessero nel ripensare l'anno zero di una storia, e non tutto lo svolgimento di essa. Di qui la centralità che al Risorgimento si è tornata ad attribuire già con la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi, promotore di una forma generosa di riattualizzazione del Risorgimento come occasione di pedagogia patriottica e repubblicana, ma a me appare piuttosto  un'affermazione attraverso un rapporto predatorio e selettivo del passato, costruendo e più spesso inventando tradizioni, elaborando una narrazione emozionale ed evocativa di una storia e di un destino comune, generando spesso dei “miti”, come quello di un movimento risorgimentale dai forti connotati popolari, se non di massa.

La sensazione è che oggi ad alzare la voce e rivendicare certe affinità siano soprattutto i rappresentanti e  i militanti del centro sinistra, intenti prevalentemente a consolidare lo spirito  nazionale difendendolo dalle prodezze e dai pruriti berlusconiani e dagli attacchi leghisti a Stato e tricolore, in mancanza di contenuti e proposte finalizzate ad un progetto di società e di comunità alternativa e più corrispondente a quei principi costituzionali difesi a spada tratta che quasi  mai sono  realmente praticati e perseguiti.
Abbiamo bisogno soprattutto di pratiche di vita, non di bandiere o di idealità. Di Goffredo Mameli, ad esempio, patriota generoso e poeta discutibile, vorrei che non ci si limitasse a dire, come ha fatto Benigni a Sanremo, che è morto giovanissimo "per l'Italia", cosa di per sé vera ma assai semplificata. Vorrei che qualcuno ricordasse che era morto per una Repubblica democratica, quella romana, dalla costituzione modernissima e in tema di cittadinanza molto più avanzata delle legislazioni successive. Era morto cioè per una Italia molto diversa da quella che poi si è realizzata. A dimostrazione di una solidarietà tra uomini e popoli che si sentivano oppressi, e l'idea di liberazione nazionale si associava anche a quella di una profonda rivoluzione sociale.

Anche per questo avrei preferito, almeno sul piano locale, una celebrazione decisamente più sobria e in linea con le difficoltà economiche, magari improntata a muovere riflessioni sui fondamenti dai quali ripartire, da un mite patriottismo sostanziato di senso civico e anche di senso della storia, proprio di cittadini italiani che vogliono restare tali, in una Repubblica libera, retta da leggi da rispettare e da una Costituzione che non è solo da difendere, ma soprattutto da attuare.

Livorno, 14 marzo 2011  

Stefano Romboli

***

L'anniversario dell’Unità d’Italia cade in un momento molto particolare per il nostro paese, seriamente in difficoltà da un punto di vista economico, sociale, morale e culturale. Basta citare la presenza al Governo di un partito che incita alla secessione una “patria padania” geostoricamente inesistente.

Purtroppo il dibattito che si è aperto in questi mesi invece di porre una riflessione seria sui 150 anni di unità si sta traducendo nel tentativo di riscoprire i valori del Risorgimento quale anticipazione e modello per l'Italia Repubblicana e periodo storico assolutamente felice in cui si modernizzò senza costi il nostro paese. A nostro avviso non fu proprio così e bisogna stare attenti a non cadere in stereotipi che ripescano un nazionalismo ottocentesco, foriero di drammi per il nostro paese.

Angelo D’Orsi ha detto che l’Unità Nazionale fu un salto di qualità un passaggio necessario sulla strada della modernizzazione nel nostro Paese. Noi non possiamo, però, dimenticare che questo passaggio si è incentrato su tre grandi tare originarie, come le definiva Gramsci nei suoi “quaderni”: la questione meridionale, la debolezza strutturale di un neonato Stato unitario, la debolezza economica di una Borghesia industriale all’epoca inadeguata al contesto storico in cui si trovava ad agire.

Se guardiamo ad oggi queste grandi tare continuino ad essere tutte presenti e dovrebbero tornare tutte nella discussione del dibattito politico.

La questione meridionale, tutt’oggi esistente, si manifesta in un grosso divario tra il nord del Paese ed un sud sempre più abbandonato delle stesse istituzioni, per il quale con si è ancora capito come innescare un cambiamento di processo.

La debolezza struttura di uno stato che, oggi più che mai, testimonia l’inadeguatezza della classe politica che si limita a chiudersi nei Palazzi e a seguire gli istinti primordiali di un popolo ancora da costruire, invece di guidare verso un processo di emancipazione delle classi più deboli.

Una debolezza economica sempre più acuta che in Italia più che altri Paesi in un momento di crisi economica, pone l’accento sulle difficoltà di bilancio, pone l’accento sui costi del lavoro, indica come unica via di uscita un abbassamento dei diritti dei lavoratori e delle classi più deboli.

Ho voluto portare questi dettagli per vedere come in 150 anni spesso la Storia ha teso a non evolvere ma a rimanere invischiata nei suoi stessi problemi. Vi è stato un periodo in cui l’Italia ha avuto la forza di reagire. Questo periodo si addentra nel momento in cui dotatasi di una Costituzione che è la migliore che si possa avere, si è dato un reale strumento di Unità e di progresso per tutto il Paese.

Festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia dovrebbe essere un momento per provare a guardarci dall’esterno chiedendoci: tra 150 anni che cosa verrà detto sui 300 anni dell’Unità d’Italia?

Michele Mazzola           Lorenzo Cosimi

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