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Acqua inquinata, tra deroghe e privatizzazione

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Nei giorni scorsi, nella propaganda elettorale circolava un foglio che assicurava: “La Toscana in buona salute”

acqua_pubblicaLo stato dell’acqua è forse il miglior indicatore per valutare lo stato complessivo di un territorio, ed in Toscana l’acqua sta male. Dal sito stesso della Regione sappiamo che il sistema toscano pesa slul’acqua quanto 12,2 milioni di abitanti equivalenti, molto di più dei 3,5 milioni di effettivi cittadini. Tre quarti di questo peso è dato dall’industria, mentre solo il restante quarto dall’agricoltura. E’ un peso che incide sulla quantità, ma inevitabilmente anche sulla qualità dell’acqua.  La Relazione sullo stato dell’ambiente 2009 in Toscana, a pag. 172 afferma che l’88 per cento delle nostre fonti  (pozzi, sorgenti, derivazioni, ecc) sono nella classe peggiore, la classe A3, la cui acqua per essere resa potabile richiede un “trattamento fisico e chimico spinto, affinazione e disinfezione”.  Eravamo già all’82% nel 2006.

In altre parole, il grosso dell’acqua in Toscana è usata e inquinata dall’industria, secondariamente dall’agricoltura, e quella poca che resta per la popolazione, è molto inquinata, ci costa molto per depurarla un po’, e per di più ce la dobbiamo bere in deroga ai limiti di legge, come vedremo più oltre. Tutto ciò fa strame dei principi della legge Galli (36/1994) che ridabiva le priorirità: nei consumi di questo bene primario, il primo posto spetta ai consumi civili, secondariamente all’agricoltura, e quel che resta all’industria. L’esatto opposto di quanto avviene nella realtà toscana.

Restringendo lo sguardo a livello della provincia di Livorno,  questo stravolgimento risulta evidentissimo. Il polo petrolifero di Livorno consuma 67 milioni di metri cubi l’anno di acqua dolce (cosidetta “industriale”, cioè acqua buona, ma inquinata a monte), quello Solvay 18 milioni e quello di Piombino almeno 10 milioni: sommano 95 milioni di mc/anno, a cui occorre aggiungere quelli dei due porti principali e delle attività industriali minori.

Di contro ASA fornisce alla popolazione 29 milioni di mc/anno (Bilancio socio-ambientale 2007), forse un quinto dei consumi industriali complessivi.

Raschiando il fondo del barile, come visto sopra, l’acqua rimasta alla popolazione va depurata con dosi sempre più massicce di cloro, che ci ritroviamo al rubinetto sotto forma di trialometani cancerogeni e cloriti. Ed ancora non basta, perché ci viene fornita anche acqua all’arsenico e al boro, oltre i limiti di legge.

La disastrosa situazione dell’acqua in Italia indusse il governo centrale ad emettere un decreto (DM 31/2001) che concedeva alle Regioni la possibilità di emettere deroghe ai limiti di legge nazionali sugli inquinanti nell’acqua potabile. La Toscana “da cartolina” poteva rifiutare la possibilità concessa  e fornire acqua buona ai propri cittadini. Ma non fu così: si avvalse subito del decreto, cominciando ad emettere deroghe per trialometani, cloriti, arsenico e boro, coinvolgenti aree sempre più estese della nostra regione.

E quel che è peggio, senza informare la popolazione (quanti sentono parlare dell’argomento per la prima volta da queste righe?) e senza avviare piani di bonifica e risanamento della qualità dell’acqua, nonostante informazione e piani di bonifica siano espressamente previsti nel decreto, e siano condizione indispensabile all’emissione delle deroghe.

Le ultime emesse dalla Regione Toscana (n. 754 del 2008,  n.1587 del 9.4.2009, n. 3608 del 24.7.09) richiamano espressamente l’obbligo di informare la popolazione, addirittura di “fornire consigli a gruppi specifici di popolazione” particolarmente a rischio, come ad esempio i giovani sotto i 14 anni per il boro, ma non  traduce in fatti concreti il dovere d’informazione, che deve far capo anche ad ASL e sindaci.

Peggio ancora per i piani di bonifica, che non esistono, o dove esistono sono mangiatoie per la “casta”. Ad esempio, nel 2003 – dopo anni di proteste di MD e della popolazione – fu fatto un progetto di bonifica della val di Cecina, inquinata da arsenico, boro, mercurio, cromo, ecc (il Progetto “Cecina bacino pilota”) con lo stanziamento di ben 35 milioni di euro. Ad oggi nessuno degli interventi di bonifica è stato concluso (o neanche avviato), si continua a bere acqua in deroga, e i 35 milioni sembra che stiano disperdendosi in mille rivoli senza risultati.

Da notare che dal 2008 è coinvolta nella deroga regionale anche la città di Livorno, per i trialometani (cloroderivati cancerogeni, come il cloroformio) , completando il coinvolgimento di TUTTA la provincia,  da Collesalvetti all’ultimo comune dell’Elba.

Da notare inoltre che diversi comuni, come Cecina e Piombino, sono coinvolti per due o più inquinanti , ciò che moltiplica il rischio sanitario per la popolazione.

Il sistema toscano dell’acqua va talmente bene che nei mesi scorsi, dopo la deroga del luglio 2009, la Commissione Europea ha avocato a sé la verifica su tutta la gestione dell’acqua per il consumo umano in Toscana, come prevede il decreto 31/2001 al terzo triennio continuato di deroghe.

In quest’ultima deroga  (decreto n. 3608 del  24.7.09) caduta nel mirino della CE la specifica dei comuni e degli inquinanti coinvolti è addirittura definita “non pubblicabile” (vedere sul sito della Regione), ciò che dovrebbe rendere addirittura NULLO il decreto stesso, in quanto privo di una “parte integrante” di esso.

Su questo quadro già di per sé preoccupante e caotico,  aleggia come uno spettro la privatizzazione

(o meglio il completamento della privatizzazione) dell’acqua in Toscana e in Italia, ma allo stesso tempo si apre anche la battaglia per i referendum nazionali, per rimettere l’acqua nelle mani dei cittadini.

31.3.10

Maurizio Marchi (Medicina Democratica)
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