Juanca non c'è piú... Anche noi l'abbiamo appreso dai quotidiani e siamo rimast* senza parole.
Quel ragazzo sensibile e sempre timoroso di disturbare lo conoscevamo bene: ennesima vittima della Fini-Giovanardi, quando era uscito dal carcere aveva frequentato il C.S.A. Godzilla. Quello che mancava a Juanca infatti, non era un tetto sopra la testa, era stato sempre in grado di risolversi da solo l'emergenza abitativa, ma un futuro. La legge, mentre racconta una diversificazione tra comunità e carcere, di fatto punisce inidistintamente tossicodipendente e spacciatore (figure spesso indistinguibili in quel circolo vizioso di bisogno di sostanza e mancanza di liquidità per acquistarla). La verità è un' altra: mentre nel mondo personalità come Chomskj, Rifkin e Vandana Shiva spiegano il fallimento del proibizionismo, in Italia un detenuto su tre lo è per droga e nessun percorso di reinserimento è realmente finanziato. Juanca era solo, senza prospettive, pieno di buona volontà di trovare un lavoro che sempre piú diventa un miraggio. Si era perfino presentato una mattina a Il Tirreno per chiedere pubblicamente un lavoro.
Nella nostra città quasi il 40% dei giovani non lavora, figuriamoci che prospettive poteva avere un ex detenuto. Mentre Manganelli si prodiga per la sicurezza della cittadinanza per la modica cifra di 600.000 euro l'anno le associazioni e le cooperative sociali che potrebbero occuparsi di situazioni di disagio non hanno neanche i fondi per sopravvivere. Di conseguenza i figli e le figlie della strada rimangono ancora piú emarginat* e senza che esista una reale possibilità di aiuto.
Juanca voleva soltanto questo: la possibilità di una vita normale, ma per una persona come lui le istituzioni hanno solo due risposte: carcere prima e indifferenza dopo e sempre in agguato, la morte.
Amic* e Compagn* di Juanca
25 maggio 2012
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